lunedì 9 novembre 2015

FRANCESCO, IL PAPA MARXISTA?

Di fronte alla mutazione genetica della sinistra italiana e, più in generale, alla disfatta della sinistra europea lunga trent’anni, l’unico rimasto a contrastare la dittatura del pensiero unico liberista è papa Francesco. L'accusa al capitalismo e al libero mercato di essere alle origine delle inaccettabili disuguaglianze e povertà diffuse nel mondo è netta.

L’economia ammonisce papa Francesco “non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi. E vale, analogamente, per tutte le istituzioni sociali, il cui principio, soggetto e fine è e deve essere la persona umana. La sua dignità non può essere pregiudicata mai, neanche quando smette di essere economicamente produttiva”.

Il punto è che quando il Papa infrange la dittatura del pensiero unico liberista, ispirandosi al Vangelo di Gesù, ecco che attira su di sé le critiche di quella parte del mondo cattolico conservatore, più farisaicamente incline alle forme liturgiche che al messaggio evangelico.

Questa la dice lunga sulla visione che i cattolici conservatori hanno della religione: uno strumento per il dominio delle masse. La loro massima aspirazione è vedere al soglio pontificio un altro Pio XII: pontefice aristocratico romano, lontano dalle miserie umane perché tutto raccolto dentro la sua alta sacralità, pastore al di sopra del mondo che benedice i ricchi, la cui ricchezza è l’inequivocabile segno divino della loro elezione, e persuade i poveri a sopportare con rassegnazione il fardello della miseria, quale segno della maledizione divina, e a invocare la grazia di Dio Onnipotente e Misericordioso per la salvezza della loro anima.

Eppure Gesù disse: "È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio". Essi – i cattolici conservatori – prendono farisaicamente ciò che a loro conviene e respingono ciò che a loro non conviene.

La povertà, non la ricchezza, è al centro del Vangelo: Cristo si è abbassato, si è umiliato, si è fatto povero tra i poveri non perché la ricchezza sia un male, ma solo perché sovente per i ricchi il denaro è più importante di Dio. E non si può amare Dio e il denaro: o l’uno o l’altro.

Papa Bergoglio, che fa della sua teologia la “teologia della povertà”, che attacca un’economia che uccide invece di vivificare, che proclama i diritti dell’uomo al di sopra delle esigenze del mercato e del profitto – perché è scritto “Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!” –, viene bollato come “papa marxista” che vuole distruggere la Chiesa! Quale quella dei tanti cardinal bertoni che parlano di povertà e di carità vivendo da re?

A questa Chiesa che si fonda su un progetto di arroganza e di orgoglio, la teologia della povertà di papa Francesco ha molto da insegnare. Solo l’affermarsi di un nuovo umanesimo potrà infatti salvarci dagli egoismi nazionali, dai localismi unilaterali, dalla chiusura culturale al diverso, dalla prevalenza degli interessi di una parte a scapito dell’altra. Nel presente momento storico, il Mondo rischia nuovamente l’autodistruzione se i leader politici delle maggiori nazioni non riaffermeranno il primato di una vita umanizzante e umanizzata contro le logiche liberiste dominanti che generano disuguaglianze, povertà, disoccupazione e da cui scaturiscono lutti e rovine per il mondo.

Papa Francesco ha ben compreso che senza un nuovo umanesimo planetario non c’è futuro che valga la pena costruire; le politiche fin qui perseguite, invece di affrontare il vero problema che è quello di contrastare la povertà e l'esclusione sociale attraverso politiche di redistribuzione dei redditi, si sono concentrate solo sull’austerità per garantire ai creditori sempre più soldi.

Contro la cecità dei politici, sta la lungimiranza di papa Francesco che pone a fondamento di una comunità più giusta per tutti il vincolo della solidarietà quale unica risorsa che ci resta per poter tentare di scommettere sul futuro.

La sfida dunque è quella di dare cittadinanza alla dimensione interiore e spirituale dell’uomo contro la tristezza individualista dell’uomo moderno che deriva dalla ricerca malata di piaceri effimeri e superficiali: “Mi interessa unicamente fare in modo che quelli che sono schiavi di una mentalità individualista, indifferente ed egoista, possano liberarsi da quelle indegne catene e raggiungano uno stile di vita e di pensiero più umano, più nobile, più fecondo, che dia dignità al loro passaggio su questa terra”.

Individuare in Papa Francesco l’ultimo marxista superstite è non solo riduttivo, ma anche stupido. Se parole come dignità dell’uomo e del lavoro, diritti sociali, sfruttamento suonano come un richiamo al marxismo contro il sistema dominante, vuol dire che coloro che azzardano una tale provocazione non hanno mai letto una sola pagina del Vangelo. Costoro sono talmente intrisi e dominati dalla teologia del mercato da non rendersi affatto conto che lo sfruttamento, l’ingiustizia sociale e l’alienazione hanno raggiunto livelli mai registrati in precedenza da imporre un cambiamento del nostro sguardo sulla condizione umana nel mondo e che è totalmente ignorata dalla politica tradizionale.

In questo desolante panorama, se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul diritto e sul concetto di pari opportunità.

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