martedì 20 ottobre 2015

IL RISCHIO DI UNA DEMOCRAZIA SENZA LEGGE

Il pericolo vero insito nella riforma del senato voluta dall'attuale governo Renzi è la fuoruscita “legale” dall'ordinamento costituzionale. La riforma costituzionale, dopo l’approvazione del Senato, sarà sottoposta una seconda volta alla Camera; i deputati l’avevano già approvata il 10 marzo 2015, dopo il primo passaggio al senato (8 agosto 2014).

Al di là delle ragioni del no a questa riforma che sono del tutto ragionevoli e condivisibili, con la nuova Costituzione non sarà più la Legge ad essere la “padrona dei governanti”, ma i governanti ad essere i “padroni della Legge”.

Cosa vuol dire?

Nel nostro ordinamento la Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, sul rispetto della quale si svolge la convivenza civile degli italiani e sul rispetto della quale devono ispirarsi tutte le leggi dello Stato. Questo vuol dire che nessuna legge del Parlamento e nessun altro atto avente valore normativo può derogare o ispirarsi a principi diversi da quelli contenuti nella Costituzione che perciò deve essere considerata la legge delle leggi.

Lasciamo stare la questione di quanto essa sia stata purtroppo disattesa nei fatti, tuttavia essa ha rappresentato e rappresenta un faro nelle notti buie della nostra Repubblica. Quando anche questo faro dovesse essere spento, cosa illuminerà il cammino di quanti sono sempre alla ricerca della “via maestra” per una società più giusta fondata sui valori della pace, della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità?

Questa è la ragione profonda per la quale sento il dovere di richiamare tutti voi alla difesa della nostra Costituzione. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di uomini politici, dediti solo al perseguimento dei propri interessi personali e non al bene comune; di fronte allo squallore e all'imbarbarimento di un Potere corrotto e inetto nelle parole e nei comportamenti; di fronte al groviglio inestricabile di scandali, corruzione, degrado morale, quale bussola se non la nostra Costituzione potrà guidarci nella giusta direzione?

Oggi questo rischio si presenta in nome della governabilità e deriva da una interpretazione estrema e distorta del concetto di sovranità popolare.

Apostrofando i farisei, Gesù disse: “Cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta?”. Parafrasando queste parole io dico: cosa dunque è più grande, la sovranità popolare o la Costituzione che il principio della sovranità popolare rende sacro? 

Se la sovranità popolare, rappresentata peraltro da un Parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale, può travolgere le “forme e i limiti” della stessa Costituzione, confermando, ad esempio, la revisione di un principio che è inderogabile, essa non acquisterà maggiore libertà, ma negherà se stessa, mettendosi in balia della legge del più forte numericamente, che potrà così chiedere anche il “superamento” di altri principi. Giova ricordare che l’art. 138 della Costituzione autorizza la revisione, non la riforma.

Siamo a un grado di involuzione che non ha precedenti dal secondo dopoguerra; siamo all'erosione del pilastro portante del nostro ordinamento democratico; siamo all'inganno perverso ordito da una banda di briganti per costringerci ad inchinarci dinanzi al potere padronale di un uomo solo al comando, con l’obiettivo di trasformare la nostra Repubblica in una azienda clientelare e privatizzata a vantaggio di pochi e a detrimento di molti.

Vale a conclusione ricordare il discorso tenuto da Piero Calamandrei agli studenti di Milano nel 1955: «Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, giovani che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione».

Eppure, queste parole che smuoverebbero persino i sassi non hanno eco nel Paese.

Se il governo Renzi, anziché attaccare la Costituzione, avesse deciso di chiudere gli stadi, per ragioni di pubblica sicurezza, sono convinto che ci sarebbe stata un'insurrezione popolare. Ma di fronte al degrado morale del Paese, agli scandali - ormai quotidiani - che ammorbano l'aria, un'evasione fiscale intollerabile continuamente condonata, una pubblica informazione manipolata da famiglie potenti, industriali che vanno via, beni pubblici e sanità svenduti ai privati, tagli a sanità ed istruzione, ricerca quasi assente, servizi sempre più insoddisfacenti, privatizzazione dell'istruzione e quindi per censo, lobby potentissime che impongono i loro interessi particolari su quelli comuni, abusi edilizi, condoni, delinquenza organizzata, ... ecc. ecc. nessun italiano è sceso in piazza a reclamare un Paese migliore, più onesto, più pulito.

Quello che vedo è che né padri né figli si scandalizzino più di nulla! Forse lo fanno nel loro foro interiore, ma pubblicamente quello che appare è che a molti italiani, tra i quali una buona parte sono giovani, non non gliene può fregar di meno di quello che succede nel nostro paese. Ed è questo il vero dramma nel dramma!

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