La vita di una comunità, ovvero di una popolazione, di una società, è disciplinata da un insieme di regole o norme con la finalità di garantire una convivenza pacifica tra i membri della collettività. L’insieme di regole o norme costituisce l’ordinamento giuridico di una particolare società.
In un qualsiasi ordinamento giuridico le norme (regole, leggi, ecc.) non sono tutte di pari grado: alcune sono più importanti di altre, secondo un criterio gerarchico (“lex superior derogat inferiori”), ovvero prevale la norma posta più in alto.
Chiediamoci pertanto qual è, nel nostro ordinamento giuridico, la fonte primaria dalla quale discendono poi tutte le altre norme con valore di legge.
Nel nostro ordinamento la madre di tutte le leggi è la Costituzione: è la legge fondamentale dello Stato. Contiene le norme e i principi generali relativi all'ordinamento della Repubblica e al funzionamento degli organi dello Stato, nonché le norme riguardanti i diritti e i doveri fondamentali dei cittadini.
La preminenza formale delle norme costituzionali implica la conformità di tutte le leggi e degli altri atti aventi forza di legge alla Costituzione. Questo significa che se una legge, o un atto avente forza di legge, non ne rispetta i principi è perciò stessa incostituzionale. E l’incostituzionalità di una norma di legge comporta la disapplicazione della stessa.
Il criterio gerarchico delle fonti del diritto nel nostro ordinamento giuridico sono: al I° livello, le Fonti costituzionali (Costituzione, leggi costituzionali e di revisione costituzionale); al II° livello, le Fonti legislative, dette anche fonti primarie (leggi, decreti legge e decreti legislativi, leggi regionali); al III° livello, le Fonti regolamentari, dette anche fonti secondarie (regolamenti del Governo, degli enti locali).
Tale rapporto di gerarchia implica che la norma di grado inferiore non possa mai modificare o abrogare la norma di grado superiore; quest'ultima invece può sempre modificare o abrogare la norma di grado inferiore. Le norme di pari grado possono modificarsi reciprocamente in base al criterio cronologico, per cui la norma successiva nel tempo può modificare o abrogare la norma anteriore di pari grado (questo è quel che è successo con l'avvicendarsi dei vari Dpcm).
In base al sistema delle fonti del diritto disciplinato dalla Costituzione, un Decreto del presidente del consiglio (Dpcm), cui il Presidente del Consiglio ha maggiormente fatto ricorso per far fronte all’emergenza Coronavirus, ha il carattere di fonte normativa secondaria. In quanto tale, è un atto amministrativo che non ha forza di legge, ma solo quello di dare attuazione a disposizioni legislative.
La sospensione di principi-cardine del nostro ordinamento – quali la libertà personale (Art. 13 Cost.), libertà di circolazione (art 16 Cost.), libertà di riunione (Art. 17 Cost.), libertà di iniziativa economica (Art. 41 primo Comma Cost), nonché i diritti derivanti dalla garanzia e dall’obbligo di istruzione (articolo 34 Cost) – nelle finalità del Dpcm discenderebbe dall’altro principio fondamentale della nostra Carta Costituzionale, e cioè dall’articolo 32, secondo il quale “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività […]”.
Ma nella Costituzione non è prevista alcuna gerarchia di diritti: non esiste un diritto “più uguale” degli altri. Il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32, sebbene fondamentale non può accampare tirannicamente maggior diritto degli altri. Ciascun diritto costituzionale singolarmente preso non è assoluto, non è tiranno rispetto a tutti gli altri. Ciascun diritto costituzionale deve essere contemperato con tutti gli altri: con la tutela della salute, dell’ambiente, del diritto al lavoro e dei diritti economici dell’impresa.
Se ciascun diritto, sia pure in sé buono, fosse affermato in modo assoluto e illimitato, romperebbe il tessuto sociale, atteso che tutti i diritti costituzionalmente previsti concorrono nel loro insieme, in egual misura, all’espressione della dignità della persona.
Le misure di contenimento dell’epidemia del Covid-19 hanno trasformato di fatto il diritto alla salute in un diritto "tiranno’", a scapito di tutti gli altri.
Con Delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020, il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria, facendo ricorso all’art. 24 del Codice della Protezione civile. Lo "Stato di emergenza" è stato introdotto nel nostro ordinamento con legge ordinaria (legge n. 225 del 24 febbraio 1992). Ma tra i compiti della Protezione civile non rientra neppure lontanamente l’ipotesi di una pandemia virale quale quella in corso.
Domanda: può lo stato di emergenza comprimere o sospendere diritti costituzionalmente garantiti? Risposta: no, solo la Legge dello Stato può farlo. E ciò è consentito solo in determinate condizioni straordinarie (“Stato di guerra”).
L’art. 78 della Costituzione stabilisce infatti che siano le Camere a deliberare lo stato di guerra, conferendo quindi al Governo i poteri necessari. Che cosa significa? Significa che è comunque il Parlamento a sancire la condizione di guerra e a conferire al Governo i poteri necessari per svolgere il suo ruolo.
Dunque: “Stato di guerra”, non “Stato di emergenza”. La nostra Costituzione non contempla affatto lo “Stato di emergenza”. Ma il Governo, a quanto pare, non solo ha assimilato lo “Stato di emergenza” a quello di guerra, ma ha anche elevato lo strumento giuridico del Dpcm - solo atto amministrativo - al rango di Fonte costituzionale, che ha prodotto la sospensione di diritti costituzionalmente garantiti. E come se non bastasse ha abilitato anche i presidenti delle Regioni ad introdurre ad libitum misure ulteriormente restrittive in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario nel loro territorio. Per fortuna poi col D.Lgs. del 25 marzo ha precisato che i sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, né eccedere i limiti di oggetto specificati, altrimenti al delirio dei presidenti di regione, si sarebbe aggiunto anche quello dei sindaci.
Il Governo ha operato un’evidente forzatura della Costituzione che non ha precedenti nella storia democratica del nostro Paese: un atto formalmente amministrativo si arroga un compito che non gli compete, realizzando così di fatto un’attribuzione di prerogative all’esecutivo che la Carta Costituzionale non prevede nemmeno in stato di guerra.
Si dirà che il contenimento della diffusione dell’epidemia imponeva particolari misure straordinarie di necessità e di urgenza, ma allora perché il Governo non si è affidato allo strumento normativo previsto dall’art. 77 della Costituzione, quello del decreto legge?
L’art. 77 prevede infatti la delega della funzione legislativa da parte del Parlamento al Governo, i cui provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.
L’atto legislativo del decreto legge sarebbe stato almeno assoggettato ad una serie di controlli previsti proprio dalla Costituzione (approvazione delle due Camere, promulgazione del Presidente della Repubblica, eventuale sindacato da parte della Corte Costituzionale); il Dpcm invece, in quanto atto amministrativo, sfugge a qualsiasi controllo da parte del potere pubblico e costituzionale, se non quello del possibile sindacato innanzi al giudice amministrativo entro gli stringenti termini di impugnazione previsti dal codice del processo amministrativo.
Perché dunque si è affidato ad un atto amministrativo piuttosto fragile come il Dpcm? Per avere carta bianca e non prendersi neppure la briga di presentare i vari provvedimenti alle Camere?
Qualcuno dirà che il D.Lgs. del 23 febbraio 2020, n. 6, convertito, in seguito, nella Legge 5 marzo 2020, n. 13, ha adempiuto sufficientemente ed adeguatamente al ruolo di fonte primaria attributiva della potestà normativa dei Dpcm, resta però il fatto che l’emergenza non può di fatto espandersi a tal punto da andare oltre il “minimo costituzionale”. La conseguenza sarebbe che un puro atto amministrativo travalicherebbe il potere costituente, ovvero quello sul quale un popolo erige il proprio ordinamento giuridico.
In altre parole, il Dpcm non può contraddire le basi della sua legittimazione, senza che tutto l’impianto giuridico cada. Peraltro, le sanzioni comminate, in forza dei vari Dpcm e delle conseguenti ordinanze regionali, saranno in larghissima parte impugnabili dinanzi al giudice amministrativo, in quanto forieri di numerosi dubbi interpretativi: alcune espressioni testuali sono evocative più di raccomandazioni e inviti che di veri e propri obblighi e divieti.
martedì 28 aprile 2020
domenica 26 aprile 2020
IL PENSIERO CRITICO È IL GRANDE ASSENTE IN QUESTA EPIDEMIA
Cosa sappiamo del COVID-19? Sappiamo che è una malattia infettiva causata da un nuovo tipo di coronavirus. I coronavirus costituiscono una famiglia di virus che deve il nome al fatto che al microscopio elettronico appaiono con una parte centrale circondata da una corona di estroflessioni.
Abbiamo una certa familiarità con questo tipo di virus. Sono quelli che causano il comune raffreddore o quelli che causano le affezioni del tratto gastrointestinale (enteriti e gastroenteriti). In generale si tratta di agenti patogeni tendenzialmente benigni. Il coronavirus che causa la COVID-19 è invece un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell'uomo, nei confronti del quale il nostro sistema immunitario potrebbe non essere in grado di generare una risposta immunitaria adeguata, che può evolvere in sindrome respiratoria acuta grave (SARS).
E veniamo alla domanda delle domande: è un virus pericoloso?
Gli scienziati, i virologi, sono divisi in due filoni: da una parte ci sono quelli che sostengono che la malattia provocata dal nuovo Coronavirus non è più pericolosa dell’influenza stagionale, dall’altra quelli che, al contrario, ritengono la COVID-19 paragonabile all’influenza spagnola, la pandemia influenzale che fra il 1918 e il 1920 uccise oltre cinquanta milioni di persone nel mondo.
A giudicare dalle strade deserte, dai tanti posti di blocco sorvegliati da polizia e militari armati (che neppure negli anni dello stragismo s’erano visti), dalle lunghe file ai supermercati per approvvigionarsi di generi alimentari, dalle persone obbligate a barricarsi in casa, costrette ad indossare mascherine e altri scafandri (maschere da sub) per difendersi dagli infettati, c’è da concludere che sì, ci troviamo nel bel mezzo di una catastrofe di proporzioni bibliche, che decimerà la popolazione mondiale.
Allora, senza farci prendere da questa isteria collettiva pre-apocalittica, leggiamo freddamente i dati: il virus che attualmente circola, nell'81% delle persone si presenta in modo asintomatico o con sintomi di lieve entità; nel 14% delle persone la sintomatologia è sovrapponibile a quella dell’influenza stagionale; nel 5% dei casi si possono evidenziare condizioni considerate critiche, che in alcuni casi (2%) comporta l'intubazione endotracheale. Questi dati non sono contestati neppure dal filone allarmista.
Dunque: nel 95% dei casi, l’esito non è letale. L’epidemia da malaria, per esempio, è più seria: nel solo 2017 si sono registrati 219 milioni di casi e 435 000 decessi correlati con un incremento rispetto all'anno precedente di 2 milioni di casi. Ma poiché la maggior parte dei casi di malaria interessa l’Africa, non ce ne può fregar di meno; tanto sono africani, sub specie umana.
Tornando all’epidemia da coronavirus, ad oggi (25/04/2020), il numero dei positivi nel mondo è di 2.875.254 e i decessi 201.778. Il tasso di letalità sul numero dei soggetti ammalati è dunque del 7% circa, mentre il tasso di mortalità sulla popolazione mondiale è dello 0,003%, almeno fintantoché il virus manterrà le caratteristiche attuali. Non c’è dubbio che occorrerà attendere ancora per avere un quadro definitivo, ma rebus sic stantibus (“stando così le cose”) i decessi attribuiti al nuovo coronavirus non sono così allarmanti come governo, presidenti di regione, sindaci e mainstream vogliono farci credere.
In Austria e in Germania, dove le misure di contenimento sono state più improntate ad un criterio di ragionevolezza (le persone potevano uscire, frequentare parchi e giardini, rispettando ovviamente la distanza) e i viaggi da parenti solo sconsigliati, il tasso di letalità è stato rispettivamente del 3,7% e del 3,5%.
In Italia, le misure restrittive – dall’obbligo di non uscire di casa, a quello di non poter fare alcuna attività fisica all’aperto, dall’obbligo di indossare mascherina, di dubbia fattura, a quello di non poter frequentare giardini e parchi, ecc. ecc. – hanno avuto più un sentore parossistico che improntato a criteri ragionevoli atti al contenimento della diffusione dell’epidemia. La pletora di DPCM, norme scritte male e, in alcuni casi, contraddittorie con le ordinanze regionali, hanno ingenerato confusione e disorientamento generale nella popolazione, che ha obbedito solo perché spiazzata: nessuno si aspettava che potessero essere sospese hic et nunc democrazia e diritti costituzionalmente garantiti.
Abbiamo assistito ad una vera orgia del potere, dai tratti spesso deliranti, senza alcun nesso con la finalità del contenimento dell’epidemia. Paura e delirio alimentato sconsideratamente dai mass media, che come un mantra presentavano l’aggiornamento istantaneo del numero dei contagiati e delle vittime, non facendo alcun riferimento al fatto che ogni anno in Italia i decessi ascrivibili a problemi di salute interessano circa 650 mila individui. Quella che dovrebbe essere l’informazione affidabile, quella da bollino blu, seria e consapevole, ha diffuso nel paese panico, che si è presto trasformato in vera e propria isteria collettiva.
Lo sapete quante persone muoiono in Italia ogni anno e di quali patologie?
Ecco i dati ISTAT sulla mortalità e le cause principali di decesso nel nostro Paese: il boom di decessi è legato a malattie del sistema circolatorio. Tra ischemie, infarti, malattie del cuore e cerebrovascolari muoiono più di 230mila persone all’anno. In seconda posizione troviamo i tumori, che causano la morte di 180mila persone.
Immaginate cosa accadrebbe nella popolazione se i mainstream mostrassero tutti i giorni la mappa dei decessi su un grafico, come hanno fatto per i decessi “per” e “con” coronavirus. Penserebbe che l’apocalisse è vicina.
Quando Gian Carlo Blangiardo, presidente dell'Istat, afferma che i decessi per polmoniti varie nel marzo 2019 sono state 15.189 e l’anno prima 16.220, dice una cosa che dovrebbe far riflettere seriamente.
Nella quasi totalità dei casi la polmonite rappresenta una complicanza dell'influenza nei soggetti defedati e immunocompromessi. Ora, poiché spesso la polmonite è l'ultima patologia che causa il decesso, sul certificato di morte la causa del decesso sarà attribuita dal personale sanitario a malattia polmonare e non ad influenza. Quando l’Istat, che nel formare la statistica ufficiale di mortalità tiene conto delle informazioni mediche contenute nei singoli certificati di morte, produrrà i suoi dati, finirà per sopravvalutare i decessi dovuti a polmonite, mentre sottovaluterà quelli da influenza.
Se questo è l’errore più frequente quando si tratta di comune influenza, il discorso invece s’inverte quando si parla di Covid-19: la causa del decesso, per chiunque risulti positivo al tampone e successivamente muoia, è Covid-19. La conseguenza è la distorsione dell’informazione, che poi contribuisce ad elevare l’allarme sociale.
Se osserviamo il grafico messo a disposizione dal dipartimento della protezione civile, è facile constatare che al 31 marzo 2020 il numero di decessi attribuiti a Covid-19 è stato di 12.428, inferiore al dato corrispondente del marzo 2019, quando i morti per polmoniti varie sono stati 15.189. In altre parole, prendendo come riferimento i primi due trimestri, nel 2019 le persone morte per malattie respiratorie sopravanzano di 2761 unità quelle del corrispondente trimestre 2020.
Questo vuol dire negare che nei primi 21 giorni di marzo al Nord i decessi sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-19? Negare che a Bergamo i decessi sono quasi quadruplicati passando da una media di 91 casi nel 2015-2019 a 398 nel 2020?
No, non vuol dire negare l’evidenza; i dati restano dati. Ma dobbiamo assumerli in maniera critica, evitando che l’emozione governi il pensiero e l’impulsività abbia la meglio sulla ragionevolezza. Se andando in Scozia mi capitasse di vedere solo pecore nere, non concluderò che in Scozia tutte le pecore sono nere. Così se dalle 8 alle 9 del mattino la congestione del traffico nelle grandi città è tale che per percorrere dieci chilometri s’impiega un’ora, questo non porta a concludere che la velocità media delle autovetture è di dieci chilometri orari. È più esatto dire che in certe fasce orarie il traffico è più congestionato che in altre, con conseguente abbassamento della velocità media per tutti i veicoli. Tanto più quando le strade sono strette e tortuose; il limite di congestionamento di un’autostrada è assai più alto di quello di una strada urbana.
Tornando al Covid-19, è più esatto dire che per il depotenziamento delle strutture sanitarie e la grave carenza di ventilatori, frutto di quasi 40 miliardi di tagli, che hanno fatto a pezzi il Servizio sanitario nazionale, le possibilità di sopravvivenza di molti pazienti alla fase critica della virosi si sono enormemente assottigliate, specialmente per quelli che presentavano problemi patologici pregressi. Nel momento culminante dell’epidemia il sistema sanitario ha mostrato tutte le sue criticità: il taglio alla sanità non poteva non avere effetti sulla carne viva dei cittadini.
Se il quadro è dunque quello di un virus che nella larga maggioranza dei casi esprime la sua letalità in soggetti con altre gravi pregresse patologie, già immunodepressi, unito a carenze strutturali del servizio sanitario nazionale, risultato di politiche di risanamento dei conti pubblici che non hanno tenuto in alcun conto la salute dei cittadini, di quale pericolosa epidemia stiamo parlando?
È veramente pericolosa un’epidemia che nell’81% dei casi è asintomatica o al massimo si evidenzia con sintomi lievi quale raffreddore e mal di gola? È veramente pericolosa un’epidemia che nel 14% dei casi guarisce spontaneamente come un’influenza?
Poi, è chiaro, ci sono coloro (il restante 5%) che sviluppano sintomi gravi che, in certi casi, possono determinare anche la morte del soggetto. Ma sappiamo pure che tali gravi situazioni si verificano, nella maggior parte dei casi, in pazienti di età superiore a 70 anni e con una o più patologie gravi preesistenti.
Sia ben chiaro che il riferimento alle persone anziane non è disprezzo e indifferenza verso una fascia di popolazione, considerata come un ingombro di cui si può fare tranquillamente a meno, il cui trapasso, nel modo più sbrigativo possibile, può essere accettato come un fatto per certi aspetti misericordioso e auspicabile.
Sia ancora ben chiaro che il riferimento ai vecchi non vuol essere l’apologia cinica del darwinismo: un processo di selezione naturale – ancorché terribile – che elimina i soggetti deboli.
Come nessuno può sminuire il dolore privato di quanti hanno perso o stanno perdendo uno dei loro cari, così non si può negare che un soggetto di 85 anni, già con grave enfisema polmonare, abbia scarse probabilità di scampare non solo all’attacco del coronavirus, ma di qualsiasi altro agente patogeno.
Possiamo pure dolerci della condizione umana, ma l’uomo è fondamentalmente “essere per la morte”. Per quanto la morte ci spaventi, pure essa è il sigillo di qualunque struttura biologica che rientri nella definizione di vita.
Nella pratica clinica quotidiana i medici si confrontano continuamente con la probabilità statistica di successo o d’insuccesso di qualunque atto terapeutico. Quando prescrivono o non prescrivono un farmaco, quando raccomandano un intervento chirurgico o, al contrario, lo sconsigliano al particolare paziente. L'attività del medico è interamente basata sulla probabilità e non sulla certezza assoluta. La decisione terapeutica non è ispirata da criteri darwiniani, ma dalla probabilità statistica che gli effetti attesi nel particolare paziente siano maggiori di quelli indesiderati. Questo atteggiamento, che ispira il fare dal non fare, non è cinismo ma solo presa d’atto delle evidenze.
Dunque, alla luce di queste brevi argomentazioni, cosa giustifica l’allarmismo ingenerato nella popolazione, sfociato in vera e propria psicosi di massa? Sta di fatto che la capacità di pensiero critico ha ceduto il passo o a semplificazioni sommarie dell’evento o, al contrario, ad esagerazioni oltre ogni ragionevole misura.
Che il nuovo coronavirus sia da trattare con estrema serietà è un fatto, ma da qui a trascinare intere comunità nel cono d’ombra dello stigma dell’infetto, dell’untore da tracciare con particolare App scaricabili gratuitamente sul proprio smart phone, è il segno di un ritorno al peggiore oscurantismo medievale.
La “fotografia” della situazione attuale sociale ed economica è assai deprimente, e mi chiedo se i rimedi adottati da questo governo siano stati veramente efficaci nel contrastare la diffusione dell’epidemia o, al contrario, non si stiano rivelando assai peggiori dell’epidemia. Non dimentichiamo che la crisi economica e sociale del ’29 portò alla nascita delle funeste ideologie del nazismo e del fascismo. Non sarà che questo governo nel tentativo di liberarci dal coronavirus non ci trascini in un pericolo ben più letale, al cui confronto quello dell’epidemia sembrerà solo un pallido riflesso?
Abbiamo una certa familiarità con questo tipo di virus. Sono quelli che causano il comune raffreddore o quelli che causano le affezioni del tratto gastrointestinale (enteriti e gastroenteriti). In generale si tratta di agenti patogeni tendenzialmente benigni. Il coronavirus che causa la COVID-19 è invece un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell'uomo, nei confronti del quale il nostro sistema immunitario potrebbe non essere in grado di generare una risposta immunitaria adeguata, che può evolvere in sindrome respiratoria acuta grave (SARS).
E veniamo alla domanda delle domande: è un virus pericoloso?
Gli scienziati, i virologi, sono divisi in due filoni: da una parte ci sono quelli che sostengono che la malattia provocata dal nuovo Coronavirus non è più pericolosa dell’influenza stagionale, dall’altra quelli che, al contrario, ritengono la COVID-19 paragonabile all’influenza spagnola, la pandemia influenzale che fra il 1918 e il 1920 uccise oltre cinquanta milioni di persone nel mondo.
A giudicare dalle strade deserte, dai tanti posti di blocco sorvegliati da polizia e militari armati (che neppure negli anni dello stragismo s’erano visti), dalle lunghe file ai supermercati per approvvigionarsi di generi alimentari, dalle persone obbligate a barricarsi in casa, costrette ad indossare mascherine e altri scafandri (maschere da sub) per difendersi dagli infettati, c’è da concludere che sì, ci troviamo nel bel mezzo di una catastrofe di proporzioni bibliche, che decimerà la popolazione mondiale.
Allora, senza farci prendere da questa isteria collettiva pre-apocalittica, leggiamo freddamente i dati: il virus che attualmente circola, nell'81% delle persone si presenta in modo asintomatico o con sintomi di lieve entità; nel 14% delle persone la sintomatologia è sovrapponibile a quella dell’influenza stagionale; nel 5% dei casi si possono evidenziare condizioni considerate critiche, che in alcuni casi (2%) comporta l'intubazione endotracheale. Questi dati non sono contestati neppure dal filone allarmista.
Dunque: nel 95% dei casi, l’esito non è letale. L’epidemia da malaria, per esempio, è più seria: nel solo 2017 si sono registrati 219 milioni di casi e 435 000 decessi correlati con un incremento rispetto all'anno precedente di 2 milioni di casi. Ma poiché la maggior parte dei casi di malaria interessa l’Africa, non ce ne può fregar di meno; tanto sono africani, sub specie umana.
Tornando all’epidemia da coronavirus, ad oggi (25/04/2020), il numero dei positivi nel mondo è di 2.875.254 e i decessi 201.778. Il tasso di letalità sul numero dei soggetti ammalati è dunque del 7% circa, mentre il tasso di mortalità sulla popolazione mondiale è dello 0,003%, almeno fintantoché il virus manterrà le caratteristiche attuali. Non c’è dubbio che occorrerà attendere ancora per avere un quadro definitivo, ma rebus sic stantibus (“stando così le cose”) i decessi attribuiti al nuovo coronavirus non sono così allarmanti come governo, presidenti di regione, sindaci e mainstream vogliono farci credere.
In Austria e in Germania, dove le misure di contenimento sono state più improntate ad un criterio di ragionevolezza (le persone potevano uscire, frequentare parchi e giardini, rispettando ovviamente la distanza) e i viaggi da parenti solo sconsigliati, il tasso di letalità è stato rispettivamente del 3,7% e del 3,5%.
In Italia, le misure restrittive – dall’obbligo di non uscire di casa, a quello di non poter fare alcuna attività fisica all’aperto, dall’obbligo di indossare mascherina, di dubbia fattura, a quello di non poter frequentare giardini e parchi, ecc. ecc. – hanno avuto più un sentore parossistico che improntato a criteri ragionevoli atti al contenimento della diffusione dell’epidemia. La pletora di DPCM, norme scritte male e, in alcuni casi, contraddittorie con le ordinanze regionali, hanno ingenerato confusione e disorientamento generale nella popolazione, che ha obbedito solo perché spiazzata: nessuno si aspettava che potessero essere sospese hic et nunc democrazia e diritti costituzionalmente garantiti.
Abbiamo assistito ad una vera orgia del potere, dai tratti spesso deliranti, senza alcun nesso con la finalità del contenimento dell’epidemia. Paura e delirio alimentato sconsideratamente dai mass media, che come un mantra presentavano l’aggiornamento istantaneo del numero dei contagiati e delle vittime, non facendo alcun riferimento al fatto che ogni anno in Italia i decessi ascrivibili a problemi di salute interessano circa 650 mila individui. Quella che dovrebbe essere l’informazione affidabile, quella da bollino blu, seria e consapevole, ha diffuso nel paese panico, che si è presto trasformato in vera e propria isteria collettiva.
Lo sapete quante persone muoiono in Italia ogni anno e di quali patologie?
Ecco i dati ISTAT sulla mortalità e le cause principali di decesso nel nostro Paese: il boom di decessi è legato a malattie del sistema circolatorio. Tra ischemie, infarti, malattie del cuore e cerebrovascolari muoiono più di 230mila persone all’anno. In seconda posizione troviamo i tumori, che causano la morte di 180mila persone.
Immaginate cosa accadrebbe nella popolazione se i mainstream mostrassero tutti i giorni la mappa dei decessi su un grafico, come hanno fatto per i decessi “per” e “con” coronavirus. Penserebbe che l’apocalisse è vicina.
Quando Gian Carlo Blangiardo, presidente dell'Istat, afferma che i decessi per polmoniti varie nel marzo 2019 sono state 15.189 e l’anno prima 16.220, dice una cosa che dovrebbe far riflettere seriamente.
Nella quasi totalità dei casi la polmonite rappresenta una complicanza dell'influenza nei soggetti defedati e immunocompromessi. Ora, poiché spesso la polmonite è l'ultima patologia che causa il decesso, sul certificato di morte la causa del decesso sarà attribuita dal personale sanitario a malattia polmonare e non ad influenza. Quando l’Istat, che nel formare la statistica ufficiale di mortalità tiene conto delle informazioni mediche contenute nei singoli certificati di morte, produrrà i suoi dati, finirà per sopravvalutare i decessi dovuti a polmonite, mentre sottovaluterà quelli da influenza.
Se questo è l’errore più frequente quando si tratta di comune influenza, il discorso invece s’inverte quando si parla di Covid-19: la causa del decesso, per chiunque risulti positivo al tampone e successivamente muoia, è Covid-19. La conseguenza è la distorsione dell’informazione, che poi contribuisce ad elevare l’allarme sociale.
Se osserviamo il grafico messo a disposizione dal dipartimento della protezione civile, è facile constatare che al 31 marzo 2020 il numero di decessi attribuiti a Covid-19 è stato di 12.428, inferiore al dato corrispondente del marzo 2019, quando i morti per polmoniti varie sono stati 15.189. In altre parole, prendendo come riferimento i primi due trimestri, nel 2019 le persone morte per malattie respiratorie sopravanzano di 2761 unità quelle del corrispondente trimestre 2020.
Questo vuol dire negare che nei primi 21 giorni di marzo al Nord i decessi sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-19? Negare che a Bergamo i decessi sono quasi quadruplicati passando da una media di 91 casi nel 2015-2019 a 398 nel 2020?
No, non vuol dire negare l’evidenza; i dati restano dati. Ma dobbiamo assumerli in maniera critica, evitando che l’emozione governi il pensiero e l’impulsività abbia la meglio sulla ragionevolezza. Se andando in Scozia mi capitasse di vedere solo pecore nere, non concluderò che in Scozia tutte le pecore sono nere. Così se dalle 8 alle 9 del mattino la congestione del traffico nelle grandi città è tale che per percorrere dieci chilometri s’impiega un’ora, questo non porta a concludere che la velocità media delle autovetture è di dieci chilometri orari. È più esatto dire che in certe fasce orarie il traffico è più congestionato che in altre, con conseguente abbassamento della velocità media per tutti i veicoli. Tanto più quando le strade sono strette e tortuose; il limite di congestionamento di un’autostrada è assai più alto di quello di una strada urbana.
Tornando al Covid-19, è più esatto dire che per il depotenziamento delle strutture sanitarie e la grave carenza di ventilatori, frutto di quasi 40 miliardi di tagli, che hanno fatto a pezzi il Servizio sanitario nazionale, le possibilità di sopravvivenza di molti pazienti alla fase critica della virosi si sono enormemente assottigliate, specialmente per quelli che presentavano problemi patologici pregressi. Nel momento culminante dell’epidemia il sistema sanitario ha mostrato tutte le sue criticità: il taglio alla sanità non poteva non avere effetti sulla carne viva dei cittadini.
Se il quadro è dunque quello di un virus che nella larga maggioranza dei casi esprime la sua letalità in soggetti con altre gravi pregresse patologie, già immunodepressi, unito a carenze strutturali del servizio sanitario nazionale, risultato di politiche di risanamento dei conti pubblici che non hanno tenuto in alcun conto la salute dei cittadini, di quale pericolosa epidemia stiamo parlando?
È veramente pericolosa un’epidemia che nell’81% dei casi è asintomatica o al massimo si evidenzia con sintomi lievi quale raffreddore e mal di gola? È veramente pericolosa un’epidemia che nel 14% dei casi guarisce spontaneamente come un’influenza?
Poi, è chiaro, ci sono coloro (il restante 5%) che sviluppano sintomi gravi che, in certi casi, possono determinare anche la morte del soggetto. Ma sappiamo pure che tali gravi situazioni si verificano, nella maggior parte dei casi, in pazienti di età superiore a 70 anni e con una o più patologie gravi preesistenti.
Sia ben chiaro che il riferimento alle persone anziane non è disprezzo e indifferenza verso una fascia di popolazione, considerata come un ingombro di cui si può fare tranquillamente a meno, il cui trapasso, nel modo più sbrigativo possibile, può essere accettato come un fatto per certi aspetti misericordioso e auspicabile.
Sia ancora ben chiaro che il riferimento ai vecchi non vuol essere l’apologia cinica del darwinismo: un processo di selezione naturale – ancorché terribile – che elimina i soggetti deboli.
Come nessuno può sminuire il dolore privato di quanti hanno perso o stanno perdendo uno dei loro cari, così non si può negare che un soggetto di 85 anni, già con grave enfisema polmonare, abbia scarse probabilità di scampare non solo all’attacco del coronavirus, ma di qualsiasi altro agente patogeno.
Possiamo pure dolerci della condizione umana, ma l’uomo è fondamentalmente “essere per la morte”. Per quanto la morte ci spaventi, pure essa è il sigillo di qualunque struttura biologica che rientri nella definizione di vita.
Nella pratica clinica quotidiana i medici si confrontano continuamente con la probabilità statistica di successo o d’insuccesso di qualunque atto terapeutico. Quando prescrivono o non prescrivono un farmaco, quando raccomandano un intervento chirurgico o, al contrario, lo sconsigliano al particolare paziente. L'attività del medico è interamente basata sulla probabilità e non sulla certezza assoluta. La decisione terapeutica non è ispirata da criteri darwiniani, ma dalla probabilità statistica che gli effetti attesi nel particolare paziente siano maggiori di quelli indesiderati. Questo atteggiamento, che ispira il fare dal non fare, non è cinismo ma solo presa d’atto delle evidenze.
Dunque, alla luce di queste brevi argomentazioni, cosa giustifica l’allarmismo ingenerato nella popolazione, sfociato in vera e propria psicosi di massa? Sta di fatto che la capacità di pensiero critico ha ceduto il passo o a semplificazioni sommarie dell’evento o, al contrario, ad esagerazioni oltre ogni ragionevole misura.
Che il nuovo coronavirus sia da trattare con estrema serietà è un fatto, ma da qui a trascinare intere comunità nel cono d’ombra dello stigma dell’infetto, dell’untore da tracciare con particolare App scaricabili gratuitamente sul proprio smart phone, è il segno di un ritorno al peggiore oscurantismo medievale.
La “fotografia” della situazione attuale sociale ed economica è assai deprimente, e mi chiedo se i rimedi adottati da questo governo siano stati veramente efficaci nel contrastare la diffusione dell’epidemia o, al contrario, non si stiano rivelando assai peggiori dell’epidemia. Non dimentichiamo che la crisi economica e sociale del ’29 portò alla nascita delle funeste ideologie del nazismo e del fascismo. Non sarà che questo governo nel tentativo di liberarci dal coronavirus non ci trascini in un pericolo ben più letale, al cui confronto quello dell’epidemia sembrerà solo un pallido riflesso?
domenica 19 aprile 2020
EUROPA: SOGNO O INCUBO
L’Europa così com’è andata via via disegnandosi non è destinata a durare: o l’Europa sarà in grado di istituire una federazione europea dotata di un parlamento e di un governo democratico con poteri reali nei settori fondamentali dell’economia e della politica estera, o crollerà sotto il peso degli egoismi nazionali.
Non vi sono alternative. L’Europa è più divisa oggi di quanto non lo fosse prima dell’Unione Europea. Dalla crisi del debito sovrano conseguente alla crisi dei mutui subprime, che ha messo le banche europee in seria difficoltà, devastanti faglie divisorie si sono aperte tra gli Stati per le ingiuste e controproducenti politiche di austerity. Ingiuste perché il peso della crisi si scarica maggiormente sui Paesi più deboli; controproducenti perché anni di politiche di austerity non solo non sono riuscite a contenere il debito pubblico, anzi la crisi delle loro finanze pubbliche si è via via aggravata, ma hanno anche prodotto un autentico massacro sociale. Per sostenere il mondo finanziario, la scure dei tagli non ha risparmiato nulla: dalla sanità alla scuola, dalla cultura alle opere pubbliche, ecc. ecc.
L’effetto nel breve medio termine è stato un sistema economico paralizzato. Il flusso finanziario dirottato verso il mondo bancario ha drenato risorse alle aziende, che improvvisamente hanno cominciato a non investire. La mancanza di investimenti ha prodotto a sua volta l’incapacità di mantenere quote di mercato. La conseguente crescente disoccupazione e riduzione della quota salari ha determinato a sua volta la riduzione della domanda di beni e servizi finali da parte di famiglie e imprese, che a sua volta ha diminuito le entrate fiscali dello stato. Ecco in poche parole gli effetti della politica economica di stampo liberista, basata sul rigore di bilancio. Gli economisti, di scuola liberista, pensano infatti che il rigore di bilancio, con il pareggio messo addirittura come vincolo legislativo, è la condizione cardine per uscire dalla crisi: aumentando la fiducia degli investitori la macchina del mercato si avvia, e una volta avviata si autoregolerà da sé. Peccato però che a distanza di oltre dieci anni, nonostante le politiche di austerity, questo effetto non si sia ancora visto. Qualcosa suona come una composizione di interessi egoistici e mentalità medioevale, che nulla ha a che fare con le ragioni dell’economia e del benessere sociale dei popoli.
Il quadro dinanzi a noi è piuttosto quello di un “darwinismo sociale” in cui Stati, come la Germania, che si caratterizzavano già per un’economia forte, hanno visto crescere il proprio peso e la propria valenza all’interno dell’UE, mentre Paesi come la Grecia e la Spagna, l’Italia, l’Irlanda e il Portogallo, che si presentavano già con un notevole indebitamento pubblico a monte, hanno visto invece accrescere il loro gap rispetto ai Paesi forti dell’Unione Europea.
La mancanza di norme che potessero giustificare gli aiuti di carattere solidaristico, ovvero di socializzazione delle difficoltà economiche interne, ha di fatto esposto i Paesi più deboli agli attacchi della speculazione finanziaria sulla crisi dei debiti sovrani.
Le complesse manovre anticrisi, volute soprattutto dalla Germania, hanno finito per avvolgere in una camicia di forza i paesi in difficoltà – una sorta di gabbia d’acciaio, vessatoria e punitiva, in cui sono stati rinchiusi gli Stati indebitati – che di fatto vanifica ogni umana possibilità di uscire dalla crisi.
Così al salvataggio dell’euro, guidato dalla coppia Merkel-Barroso e utile al mondo finanziario, è stato sacrificato il diritto comunitario e le regole dei trattati europei. Tradendo di fatto le premesse essenziali dell’Unione Europea: progetto di riconciliazione tra popoli e finalizzato alla creazione di una cittadinanza solidale comune.
Il risultato delle politiche di austerity è impietoso: migliaia di imprese hanno chiuso i battenti, milioni di persone, soprattutto giovani, sono rimaste senza lavoro, pensionati con assegni al limite della sopravvivenza, smantellamento dello stato sociale e di ogni tutela dei diritti. Non è stato un golpe ideologico, ma la traduzione in pratica delle regole fissate dal Trattato di Maastricht, regole peraltro legittimate dai parlamenti nazionali e da referendum popolari, che non avrebbero potuto cambiare quanto stabilito da un Trattato, che ha valore costituzionale.
La questione in gioco, nella sua essenza, è ora se l’Europa, dopo l’esperienza coronavirus, saprà trovare un distinto modello di sviluppo capace di coniugare le istanze solidaristiche sociali con quelle economiche, sulle cui basi edificare un’Europa Federale, unico baluardo al montare dei sovranismi nazionali che ne celebreranno l’epitaffio, se lo sfregio alle regole democratiche, passato sotto silenzio, non sarà presto riparato.
Non vi sono alternative. L’Europa è più divisa oggi di quanto non lo fosse prima dell’Unione Europea. Dalla crisi del debito sovrano conseguente alla crisi dei mutui subprime, che ha messo le banche europee in seria difficoltà, devastanti faglie divisorie si sono aperte tra gli Stati per le ingiuste e controproducenti politiche di austerity. Ingiuste perché il peso della crisi si scarica maggiormente sui Paesi più deboli; controproducenti perché anni di politiche di austerity non solo non sono riuscite a contenere il debito pubblico, anzi la crisi delle loro finanze pubbliche si è via via aggravata, ma hanno anche prodotto un autentico massacro sociale. Per sostenere il mondo finanziario, la scure dei tagli non ha risparmiato nulla: dalla sanità alla scuola, dalla cultura alle opere pubbliche, ecc. ecc.
L’effetto nel breve medio termine è stato un sistema economico paralizzato. Il flusso finanziario dirottato verso il mondo bancario ha drenato risorse alle aziende, che improvvisamente hanno cominciato a non investire. La mancanza di investimenti ha prodotto a sua volta l’incapacità di mantenere quote di mercato. La conseguente crescente disoccupazione e riduzione della quota salari ha determinato a sua volta la riduzione della domanda di beni e servizi finali da parte di famiglie e imprese, che a sua volta ha diminuito le entrate fiscali dello stato. Ecco in poche parole gli effetti della politica economica di stampo liberista, basata sul rigore di bilancio. Gli economisti, di scuola liberista, pensano infatti che il rigore di bilancio, con il pareggio messo addirittura come vincolo legislativo, è la condizione cardine per uscire dalla crisi: aumentando la fiducia degli investitori la macchina del mercato si avvia, e una volta avviata si autoregolerà da sé. Peccato però che a distanza di oltre dieci anni, nonostante le politiche di austerity, questo effetto non si sia ancora visto. Qualcosa suona come una composizione di interessi egoistici e mentalità medioevale, che nulla ha a che fare con le ragioni dell’economia e del benessere sociale dei popoli.
Il quadro dinanzi a noi è piuttosto quello di un “darwinismo sociale” in cui Stati, come la Germania, che si caratterizzavano già per un’economia forte, hanno visto crescere il proprio peso e la propria valenza all’interno dell’UE, mentre Paesi come la Grecia e la Spagna, l’Italia, l’Irlanda e il Portogallo, che si presentavano già con un notevole indebitamento pubblico a monte, hanno visto invece accrescere il loro gap rispetto ai Paesi forti dell’Unione Europea.
La mancanza di norme che potessero giustificare gli aiuti di carattere solidaristico, ovvero di socializzazione delle difficoltà economiche interne, ha di fatto esposto i Paesi più deboli agli attacchi della speculazione finanziaria sulla crisi dei debiti sovrani.
Le complesse manovre anticrisi, volute soprattutto dalla Germania, hanno finito per avvolgere in una camicia di forza i paesi in difficoltà – una sorta di gabbia d’acciaio, vessatoria e punitiva, in cui sono stati rinchiusi gli Stati indebitati – che di fatto vanifica ogni umana possibilità di uscire dalla crisi.
Così al salvataggio dell’euro, guidato dalla coppia Merkel-Barroso e utile al mondo finanziario, è stato sacrificato il diritto comunitario e le regole dei trattati europei. Tradendo di fatto le premesse essenziali dell’Unione Europea: progetto di riconciliazione tra popoli e finalizzato alla creazione di una cittadinanza solidale comune.
Il risultato delle politiche di austerity è impietoso: migliaia di imprese hanno chiuso i battenti, milioni di persone, soprattutto giovani, sono rimaste senza lavoro, pensionati con assegni al limite della sopravvivenza, smantellamento dello stato sociale e di ogni tutela dei diritti. Non è stato un golpe ideologico, ma la traduzione in pratica delle regole fissate dal Trattato di Maastricht, regole peraltro legittimate dai parlamenti nazionali e da referendum popolari, che non avrebbero potuto cambiare quanto stabilito da un Trattato, che ha valore costituzionale.
La questione in gioco, nella sua essenza, è ora se l’Europa, dopo l’esperienza coronavirus, saprà trovare un distinto modello di sviluppo capace di coniugare le istanze solidaristiche sociali con quelle economiche, sulle cui basi edificare un’Europa Federale, unico baluardo al montare dei sovranismi nazionali che ne celebreranno l’epitaffio, se lo sfregio alle regole democratiche, passato sotto silenzio, non sarà presto riparato.
giovedì 16 aprile 2020
IL DOMINIO DELL’INGANNO
Se non fossimo creature pensanti, niente al mondo sarebbe
vero o falso: l’uomo sembra l’unico animale dotato di pensiero logico che lo
mette in grado di discernere il vero dal falso, come il giusto dall’ingiusto. Il
pensiero è tanto connaturato agli esseri umani quanto gli istinti lo sono negli
animali.
L’uomo non si limita a vedere gli oggetti o gli eventi: vuole
comprendere l’intimo meccanismo delle cose, il loro succedersi nel corso del
tempo; disporre il continuo divenire delle cose in un quadro logico che dia
senso al succedersi degli eventi. L’uomo ha bisogno di verità; e questa sua costante
ricerca di verità lo ha portato a scoprire terre e mondi inesplorati, forze e
fenomeni sconosciuti. Metodi di ricerca, unificati sotto il singolo nome di scienza,
sempre più sofisticati hanno dischiuso realtà impensabili.
Eppure, quello che fa di un uomo un uomo, viene spesso
disatteso dalla massa degli uomini che rinuncia volentieri all’esercizio del
proprio pensiero critico in favore dei cosiddetti esperti, eletti a nuovi
custodi della verità. Questo significa assumere come concetto di verità non
tanto quello che discende da un procedimento logico, quanto quello affermato
dall’esperto del particolare scibile umano, accolto più come credenza che come
verità.
Una volta che la verità sia assunta come credenza, ovvero qualcosa
di cui non dubitare, e non come risultato di un procedimento logico, il
controllo delle coscienze degli oppressi da parte degli Oppressori sarà totale.
La verità consiste in un rispecchiamento accurato dei fatti;
la credenza si basa, invece, sulla fede indiscussa che riponiamo nella più alta
autorità dell’esperto, che volendo può così ingannare a suo piacimento l’uomo
del popolo, che è stato reso incapace, per volontà e calcolo degli Oppressori, di disporre degli strumenti logici per discernere il vero dal
falso.
Su questo inganno, su questa illusione si perpetua il
dominio degli Oppressori sugli oppressi.
Per porvi rimedio l’uomo del popolo deve imparare ad esercitare
il pensiero critico, e non dare per scontato quello che l’Oppressore gli dice
essere la cosa migliore per lui. Ma soprattutto non essere suo complice.
domenica 12 aprile 2020
INVOCANDO DI VIVERE, SCOPRIAMO INVECE D’ESSERE GIÀ MORTI
Per millenni abbiamo fissato al 25 dicembre la nascita di
Cristo. Possiamo decretarne la morte oggi 12 aprile 2020!
La profezia di Nietzsche, “DIO È MORTO”, può dirsi compiuta:
“Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”. Ma
un nuovo Dio è sorto: la SCIENZA che, come ogni religione, può produrre
superstizione e paura, non meno grandi del peggiore oscurantismo che portò al
rogo chiunque osasse sfidare la verità di cui i sacerdoti erano gli unici
depositari.
Gli esperti – quelli investiti del sapere ufficiale per ciascuna
branca dello scibile umano – sono i nuovi sacerdoti. Solo essi hanno diritto di
parola, perché solo la loro conoscenza è fondata e fondante. A tutti gli altri
non resta che seguire, con cieca obbedienza, il loro dettato.
Mai come oggi si
è assistito allo spettacolo, tipico delle religioni nei momenti di crisi, della
proscrizione da parte della cosiddetta scienza ufficiale di ogni posizione –
sia pure minoritaria, ma pur sempre rappresentata da scienziati prestigiosi –
contraria.
Chi nega il discorso ortodosso dominante – che ci presenta l’attuale
epidemia come la peste nera, il vaiolo, la spagnola – è di per sé un
irresponsabile, degno dell’ostracismo sociale; chi nega la gravità del fenomeno,
e diverge radicalmente quanto alle modalità di affrontarlo, è accusato di
attentare alla salute pubblica, e perciò minacciato di tacere.
Come ai tempi
delle grandi dispute religiose che dividevano la cristianità, in cui qualunque
movimento non si allineasse con le misure della Chiesa Cattolica era condannato
di eresia, così oggi è condannato di eresia chiunque osi sfidare il sapere
ufficiale.
La Scienza ufficiale, unica depositaria del sapere
incontrovertibile e assoluto, ha scolpito nella mente degli uomini la PAURA DEL
CONTAGIO, cosicché ciascuno veda nell’altro una minaccia alla propria vita.
La
segregazione e il distanziamento sociale sono le misure imposte dal governo a
ciascuno di noi per scongiurare la diffusione del virus. E una delle conseguenze
più disumane del panico è la comparsa sulla scena della figura dell’UNTORE di manzoniana
memoria.
Sembrava relegata ad un periodo della storia dominato dalla
superstizione e dalla paura: NO, eccolo qui, in pieno XXI secolo; ogni
individuo è un potenziale untore. L’altro uomo, chiunque egli sia (anche un
genitore, un fratello, un figlio), non dev’essere né avvicinato né toccato. Tra
noi e l’altro deve esserci almeno la distanza di un metro. L’analogia manzoniana è così
chiara che il potenziale untore che non si attiene alle prescrizioni è punito
con la prigione da tre a dodici anni. Particolarmente invisa è poi la figura
del portatore sano, che contagia una molteplicità di individui senza che lui si
ammali.
Nel vangelo c’è scritto: «AMERAI IL PROSSIMO TUO COME TE
STESSO». La nuova religione ci impone invece di abolirlo per salvare la nostra
vita.
In nome della conservazione del nostro corpo, della nostra vita, ci dice
di “restare a casa” e di evitare ogni contatto. Le macchine presto ci
aiuteranno in questo, consentendoci di fare la spesa senza recarsi al
supermercato, lavorare senza spostarsi da casa, visitare i musei del mondo
stando comodamente seduti in poltrona, ecc. ecc. Le macchine ci aiuteranno a
ridurre al minimo ogni contatto e quindi ogni contagio.
Così sulla paura del contagio e della malattia hanno potuto
mettere agli arresti domiciliari un intero popolo, imporre l’uso di mascherine,
di dubbia efficacia. E fra non molto ci imporranno chissà quali altri strani congegni
per difenderci da un virus, la cui letalità non sta tanto nella sua struttura
biologica quanto nella mente delirante di chi lo usa per inconfessabili fini.
La domanda che mi pongo è: com’è che un’intera popolazione
abbia accettato volontariamente di sentirsi appestata, di farsi segregare in casa,
di sospendere le sue normali condizioni di vita, i suoi rapporti di lavoro, di
amicizia, di amore e perfino le sue convinzioni religiose e politiche, senza un
gemito, senza un lamento?
Com’è possibile che, sia pure in nome dell’emergenza
sanitaria, si siano potute accogliere supinamente norme così restrittive da
configurare un vero e proprio stato di dittatura come neppure nei peggiori totalitarismi?
Com’è ancora possibile che la gente non intravede in questo
modo di gestire l’emergenza un grimaldello per sospendere diritti proprio
attraverso il diritto stesso, ovvero il porsi al di fuori della legge
legittimamente? La sospensione del diritto di cui all’art. 16 della
Costituzione è avvenuta infatti proprio in forza dello stesso: “Ogni cittadino può
circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale,
salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di
sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni
politiche”. E se proprio in nome dell’estensione della logica emergenziale queste
restrizioni diventassero permanenti? Chi ci garantisce che questo non avvenga?
Sta di fatto che non c’è stata nessuna protesta popolare,
nessuna opposizione. Negli anni ’70 la reazione istintiva avrebbe condotto a scontri
di piazze, sarebbero sorte barricate. L’andare oltre del potere – sia pure giustificata
dall’emergenza sanitaria – avrebbe innescato una rivoluzione.
Cos’è cambiato nel frattempo? Com’è possibile che nel
volgere di pochi anni gli uomini abbiano cessato di essere tali per
trasformarsi in conigli, la cui unica preoccupazione è la conservazione della propria
nuda vita?
La paura di perdere la propria vita è l’unica vera
preoccupazione che rende tollerabile anche l’intollerabile. Ma la storia ci
insegna che sulla paura di perdere la propria vita si fondano le tirannie. L’attuale
emergenza sanitaria può essere considerata come il laboratorio in cui si
preparano i nuovi assetti politici e sociali che attendono l’umanità.
Se dunque unica preoccupazione è la paura di perdere la propria vita, e gli altri
essere umani sono visti soltanto come possibili untori che occorre ad ogni
costo evitare e da cui bisogna tenersi alla distanza di almeno un metro, vuol
dire che l’umanità ha ceduto il passo ad un individualismo sfrenato che non
unisce gli uomini ma li acceca e li separa.
Una guerra con un nemico invisibile
che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda e terribile delle
guerre civili, che spiana il terreno ad un Sovrano che in cambio della mera sopravvivenza
di ciascun individuo può anche esigere il tributo della cieca obbedienza.
Se tutto questo è potuto accadere, se è bastato un
coronavirus perché gli individui tollerassero l’intollerabile, è perché in fondo gli uomini erano già morti, svuotati della loro anima, "uomini impagliati … figure
senza forma, ombre senza colore … forze paralizzate … prive di moto”. Erano già diventati “gli
uomini vuoti” di Eliot.
Michel de Montaigne, filosofo e aforista francese, scrisse: «Non
sappiamo dove la morte ci aspetta, aspettiamola ovunque. La meditazione della
morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a
servire. Saper morire ci libera di ogni soggezione e da ogni costrizione».
giovedì 9 aprile 2020
SCUDO PENALE DURANTE L’EMERGENZA COVID-19
Secondo il sondaggio Piepoli, il 90% degli italiani è favorevole al protrarsi del lockdown oltre il 13 aprile. Bene, mi chiedo chi sono questi italiani contenti di stare in casa, agli arresti domiciliari, senza lavoro e senza soldi. Siamo forse già alla stampa di regime?
Pare che al 68% di italiani piaccia il premier Giuseppe Conte, che supera in termini di apprezzamento persino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (67%). Cresce di giorno in giorno la fiducia nel governo, sia nel modo in cui ha gestito l’emergenza dovuta al Coronavirus sia nel modo in cui affronta i problemi economici del Paese.
Io non sono certamente nel novero di quel 90%.
Non so se quel 90% di italiani è a conoscenza del fatto che nel Decreto Cura Italia approvato dal Governo per salvare l’economia del Paese e aiutare famiglie, aziende e lavoratori autonomi in crisi, contiene pure un emendamento nel quale lo scudo penale offerto ai medici è esteso anche ai vertici delle aziende sanitarie per responsabilità amministrative e gestionali.
Ora, se trovo già discutibile uno scudo dalle azioni penali e civili per i medici, che almeno dalla loro hanno almeno l’attenuante di aver dovuto sostenere ritmi di lavoro disumani in strutture ospedaliere peraltro prive di presidi di protezione, lo trovo intollerabile per i manager e dirigenti delle strutture sanitarie per condotte professionali, gestionali e amministrative che configurano la fattispecie di reati penalmente perseguibili.
Questi manager e dirigenti sono responsabili del disastro della sanità italiana in modo assai simile a quello dei generali che per ben figurare davanti a Mussolini, che voleva a sua volta ben figurare davanti ad Hitler, non esitarono a sacrificare la vita di 100mila uomini, mandati sul fronte orientale con scarsissimo equipaggiamento, non adatto ai rigori dell’inverno russo.
Uno scudo penale per i medici significa di fatto equiparare quanti si sono adoprati con coraggio e abnegazione nella cura dei pazienti, a quelli che faranno invece passare sotto lo scudo del Covid-19 anche comportamenti deontologicamente scorretti.
Dunque se l’ipotesi di uno scudo penale per i medici risponde almeno alla finalità di evitare condanne ai medici che si sono generosamente prodigati sulla prima linea del fronte; nell’immunità estesa anche ai manager e dirigenti non posso non vedere il tentativo di salvare i pezzi da novanta, che in questo Paese la fanno sempre franca.
Occorre aggiungere che lo scudo penale, nelle inziali intenzioni dei parlamentari del PD, non si limitava soltanto a tutelare il personale sanitario, ma anche l’intera classe politica nazionale nella gestione dell’emergenza coronavirus. Non solo quindi uno scudo penale per i medici, ma anche per tutti quei politici che hanno gestito l'emergenza sanitaria.
Per fortuna la rivolta popolare sui social per convincere il PD di Zingaretti a ritirare tale sub emendamento al decreto “Cura Italia” ha avuto la meglio. Così l’avvocato penalista, Carlo Taormina, che ravvisa enormi negligenze nella gestione dell’emergenza da parte del Governo e che per queste ha presentato denuncia alla Procura della Repubblica di Roma per epidemia colposa, potrà sperare che se ci sono responsabilità queste siano accertate e perseguite.
L'avvocato Carlo Taormina è infatti convinto che la morte di almeno 10mila italiani poteva essere evitata se si fosse impedito al virus di circolare liberamente per quasi quaranta giorni dal 31 gennaio ai primi di marzo, determinando così il collasso delle strutture sanitarie, del tutto inadeguate, nel pieno dell'epidemia, ad accogliere i tanti pazienti che sono stati trasportati in ospedale con deficit respiratori.
Mi chiedo ora se quel 90% di italiani, fra i quali non ci sono io, continuerebbe a confermare l’apprezzamento all’operato del governo nella gestione dell’emergenza sanitaria, se sapesse che, mentre dall’alto fa cadere restrizioni e imposizioni sempre più pressanti sui cittadini, al limite della costituzionalità e oltre il buon senso, accusati spesso di atteggiamenti improvvidi al contenimento dell’epidemia, stava alla chetichella introducendo un emendamento che di fatto lo avrebbe sottratto alle sue ben più gravi responsabilità?
Non mi resta che ringraziare coloro che con la loro protesta hanno impedito, almeno per il momento, che si consumasse l’ennesima porcata di una classe politica sempre più preoccupata di salvare prima il proprio culo che quello del popolo che indegnamente rappresentano.
Pare che al 68% di italiani piaccia il premier Giuseppe Conte, che supera in termini di apprezzamento persino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (67%). Cresce di giorno in giorno la fiducia nel governo, sia nel modo in cui ha gestito l’emergenza dovuta al Coronavirus sia nel modo in cui affronta i problemi economici del Paese.
Io non sono certamente nel novero di quel 90%.
Non so se quel 90% di italiani è a conoscenza del fatto che nel Decreto Cura Italia approvato dal Governo per salvare l’economia del Paese e aiutare famiglie, aziende e lavoratori autonomi in crisi, contiene pure un emendamento nel quale lo scudo penale offerto ai medici è esteso anche ai vertici delle aziende sanitarie per responsabilità amministrative e gestionali.
Ora, se trovo già discutibile uno scudo dalle azioni penali e civili per i medici, che almeno dalla loro hanno almeno l’attenuante di aver dovuto sostenere ritmi di lavoro disumani in strutture ospedaliere peraltro prive di presidi di protezione, lo trovo intollerabile per i manager e dirigenti delle strutture sanitarie per condotte professionali, gestionali e amministrative che configurano la fattispecie di reati penalmente perseguibili.
Questi manager e dirigenti sono responsabili del disastro della sanità italiana in modo assai simile a quello dei generali che per ben figurare davanti a Mussolini, che voleva a sua volta ben figurare davanti ad Hitler, non esitarono a sacrificare la vita di 100mila uomini, mandati sul fronte orientale con scarsissimo equipaggiamento, non adatto ai rigori dell’inverno russo.
Uno scudo penale per i medici significa di fatto equiparare quanti si sono adoprati con coraggio e abnegazione nella cura dei pazienti, a quelli che faranno invece passare sotto lo scudo del Covid-19 anche comportamenti deontologicamente scorretti.
Dunque se l’ipotesi di uno scudo penale per i medici risponde almeno alla finalità di evitare condanne ai medici che si sono generosamente prodigati sulla prima linea del fronte; nell’immunità estesa anche ai manager e dirigenti non posso non vedere il tentativo di salvare i pezzi da novanta, che in questo Paese la fanno sempre franca.
Occorre aggiungere che lo scudo penale, nelle inziali intenzioni dei parlamentari del PD, non si limitava soltanto a tutelare il personale sanitario, ma anche l’intera classe politica nazionale nella gestione dell’emergenza coronavirus. Non solo quindi uno scudo penale per i medici, ma anche per tutti quei politici che hanno gestito l'emergenza sanitaria.
Per fortuna la rivolta popolare sui social per convincere il PD di Zingaretti a ritirare tale sub emendamento al decreto “Cura Italia” ha avuto la meglio. Così l’avvocato penalista, Carlo Taormina, che ravvisa enormi negligenze nella gestione dell’emergenza da parte del Governo e che per queste ha presentato denuncia alla Procura della Repubblica di Roma per epidemia colposa, potrà sperare che se ci sono responsabilità queste siano accertate e perseguite.
L'avvocato Carlo Taormina è infatti convinto che la morte di almeno 10mila italiani poteva essere evitata se si fosse impedito al virus di circolare liberamente per quasi quaranta giorni dal 31 gennaio ai primi di marzo, determinando così il collasso delle strutture sanitarie, del tutto inadeguate, nel pieno dell'epidemia, ad accogliere i tanti pazienti che sono stati trasportati in ospedale con deficit respiratori.
Mi chiedo ora se quel 90% di italiani, fra i quali non ci sono io, continuerebbe a confermare l’apprezzamento all’operato del governo nella gestione dell’emergenza sanitaria, se sapesse che, mentre dall’alto fa cadere restrizioni e imposizioni sempre più pressanti sui cittadini, al limite della costituzionalità e oltre il buon senso, accusati spesso di atteggiamenti improvvidi al contenimento dell’epidemia, stava alla chetichella introducendo un emendamento che di fatto lo avrebbe sottratto alle sue ben più gravi responsabilità?
Non mi resta che ringraziare coloro che con la loro protesta hanno impedito, almeno per il momento, che si consumasse l’ennesima porcata di una classe politica sempre più preoccupata di salvare prima il proprio culo che quello del popolo che indegnamente rappresentano.
mercoledì 8 aprile 2020
PRESTO IL VACCINO!!!
Che bravi questi americani, anche questa volta a salvarci
saranno loro!
Non sono trascorsi che pochi mesi dallo scoppio dell’epidemia
da Covid-19, che ha praticamente messo in ginocchio l’economia cinese e quella
di gran parte dell’Europa, e loro con sorprendente rapidità hanno già approntato
il primo vaccino capace di produrre anticorpi specifici contro il virus.
I primi test sui topi hanno dato risultati positivi. Lo
hanno annunciato oggi i ricercatori della University of Pittsburgh School of
Medicine. Si tratta di un cerotto con 400 minuscoli aghi che somministrano frammenti della proteina Spike,
quella che consente al virus di legarsi alla membrana cellulare del soggetto
infettato.
I ricercatori assicurano che il vaccino potrebbe essere
disponibile prima del previsto. Si somministrerà attraverso la cute, là dove la
reazione immunitaria è più forte.
Diceva Andreotti: “a pensare male si fa peccato ma, a volte,
ci si azzecca”.
Ma quante strane coincidenze: guerra commerciale USA-CINA,
comparsa del virus in Cina nella città di Whuan, proprio dov’è presente un famoso
laboratorio virologico, alibi ideale per incolpare facilmente gli scienziati
cinesi di negligenza, tecnologia 5G cinese sgradita agli americani, che hanno inserito
Huawei nella loro “lista nera”, un coronavirus che nella sequenza genomica
presenta proteine stranamente somiglianti a quelle dell’HIV, allarmi fatti
scattare in ritardo, quando il virus si era già abbondantemente diffuso sul territorio
italiano, e guarda caso proprio quando si sono cominciate ad installare, nel silenzio più assordante, le antenne per il 5G.
L’obbligo di restare buoni a casa è servito forse ad evitare
l’effetto Val di Susa sulle possibili proteste di parte della popolazione sui rischi
per la salute collegati alla tecnologia del 5G? Il Covid-19 quale arma di
distrazione di massa per impedire che i lavori potessero subire fasi di
arresto?
In estrema sintesi la nostra attuale condizione di cittadini ridotti al rango di minorati psichici: arresti domiciliari, obbligo d’indossare mascherine,
anche quando è noto che non servono ad un cazzo, dal momento che s’impone
ancora alla gente di entrare scaglionati nei supermercati a distanza minima di
tre metri. Lunghe e snervanti code per recarsi alla posta, in farmacia, al tabaccaio.
E ciliegina sulla torta: presto l’obbligo di fare un vaccino, OBBLIGATORIAMENTE, per poter accedere ai servizi essenziali.
Se questo non è FASCISMO, mi si dica allora cos’è?
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