sabato 4 aprile 2020

NON SI MUORE SOLO DI COVID-19

Il pericolo della morte è sempre presente per ognuno, per il semplice fatto che la morte è parte della vita. Non si sfugge al ciclo perenne di nascita, vita e morte. La vita è parte di questo ciclo. E sebbene questo ciclo si manifesti dall’alba del tempo, pure l’uomo occidentale sembra volerlo ignorare. Ammettiamolo pure: nelle società occidentali abbiamo talmente rimosso la morte che essa è diventata un tabù. Ed ora che la paura di morire aleggia nell’aria delle città in quarantena ci sentiamo smarriti ed angosciati come bambini, che si attaccano ai talismani dell’amuchina e della mascherina nel tentativo di esorcizzare la morte. Mettiamo in atto rituali ossessivi di pulizia e di evitamento con la speranza di allontanarla da noi. Ma l’alito fetido della morte non svanisce; lo annusiamo dappertutto; è qualcosa di sgradevole che ci scompensa l’esistenza e ci consegna ad un’angoscia soffocante.

Se emozioni così scomposte e caotiche non ci facessero precipitare in una vera e propria paranoia, dovremmo ricordare che prima che il virus irrompesse sulla scena del mondo l’essere umano pur moriva. Magari nel silenzio e nell’indifferenza. Ma dietro le quinte della commedia patinata della società consumistica in cui tutti sono felici e soddisfatti, sempre sani e allegri, la morte ha continuato a falciare vite.

Si muore a causa di un incidente; si muore perché all’improvviso un’arteria cerebrale si tappa; si muore perché il cuore scoppia come un palloncino; si continua a morire di cancro perché qualcuno pensa che il progresso non si può arrestare per la morte di qualche milione di persone che ingeriscono glifosati e inalano nanopolveri provenienti da inceneritori e gas di scarico delle auto.

Insomma, non si muore solo a causa del coronavirus. La morte causata dall’uomo contro altri simili è di gran lunga più devastante e feroce del Covid-19. Si pensi alle guerre infinite in ogni angolo del pianeta in nome della pace e della democrazia; si pensi alle tante malattie (sclerosi multipla, malattie autoimmuni, tumori) provocate dall’inquinamento alimentare e ambientale, in forza del profitto di pochi a danno del resto dell’umanità.

Perché mai queste autentiche pandemie non hanno indotto i governanti ad imporre quelle stesse norme restrittive per impedire – ad esempio – che i glifosati finiscano nei nostri piatti e quindi nel nostro organismo?

Uno studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT), una delle più importanti università di ricerca del mondo, è giunto alla conclusione che il glifosato, il diserbante più utilizzato al mondo (storicamente prodotto dalla Monsanto, di recente acquisita dalla multinazionale farmaceutica Bayer), è responsabile di malattie gravi quali: diabete, obesità, asma, morbo di Alzheimer, sclerosi laterale amiotrofica (SLA), morbo di Parkinson. 

Nelle mele, per esempio, quelle lucide e apparentemente perfette, il glifosato è onnipresente. E, sebbene sia stato considerato ufficialmente pericoloso, il suo uso è lecito; nessuna legge ne proibisce l’uso. Alla fine del 2017, benché sia stato riconosciuto l’effetto nocivo del glifosato sulla salute umana, è stato alla chetichella riautorizzato dall’Unione Europea per altri 5 anni (forse perché gli interessi economici della Bayer sono prevalenti rispetto alla salute dei cittadini?). In genere frutta e verdura, quella che i professoroni consigliano di mangiare in gran quantità perché fa bene, contengono elevati livelli di sostanze chimiche, tra cui il glifosato. Il glifosato non è presente solo in frutta e verdura, ma in molti cibi: pasta, farine e farinacei.

E non parliamo del ruolo importante delle piccole particelle sospese nell'aria di diametro minore di 10 micron (le cosiddette PM10) nella genesi di molte malattie. È stato accertato il rapporto direttamente proporzionale tra PM10 e aumento acuto delle risposte infiammatorie sistemiche (infiammazioni acute delle vie respiratorie, crisi di asma, alterazioni del funzionamento del sistema cardiocircolatorio) e neuroinfiammatorie come la Sclerosi Multipla (SM), una malattia cronica infiammatoria demielinizzante del sistema nervoso centrale che provoca paralisi che può essere da lieve a grave, fino ad arrivare alla compromissione dei muscoli respiratori, e quindi alla necessità di ventilazione assistita, e alla morte.  Secondo i dati emersi dall'ultima edizione del Barometro della SM, si stima che in Italia le persone affette da SM siano oltre 118 mila, ed ogni anno si evidenziano da 1800 a 2000 nuovi casi. 

Numerosi studi hanno evidenziato una correlazione tra l’elevata concentrazione di PM10 e mortalità per malattie respiratorie. È forse da questo dato che dovremmo partire per comprendere la diffusione anomala dell’infezione nelle regioni del Nord rispetto a quelle del Sud Italia? Le curve di espansione dell’infezione sembrano sovrapponibili a quelle in cui si sono registrati i superamenti del limite delle concentrazioni di PM10, che lasciano ragionevolmente ipotizzare la diffusione dell’epidemia grazie alla presenza di veicolanti come il PM10.

La psicosi da coronavirus ci ha fatto dimenticare che ogni anno in Italia il numero dei morti da malattie cardiocircolatorie sono circa 180 mila. Dopo le malattie cardio-circolatorie, che rappresentano il 37% delle cause di decesso, quelli da tumore sono la seconda causa di morte: in media ogni giorno oltre 485 persone muoiono in Italia a causa di un tumore. Se i mass media ci annunciassero questo dato quotidianamente e con lo stesso clamore con il quale annunciano i decessi “CON” coronavirus, gli italiani considererebbero imminente la fine del mondo. Infine, fra le cause di morte, ci sono i suicidi: nel 2014, quattromila 247 persone si sono suicidate in Italia, per motivi economici, sociali, psicologici. Se si prendono poi in considerazione anche i tentati suicidi, la cifra sale di 20 volte. Ma nessun governo, così solerte nella tutela della salute pubblica quando si tratta di virus, ha mai pensato di ridurre il disagio economico e sociale associato al suicidio. Fra gli individui di età compresa tra i 15 e i 44 anni, di entrambi i sessi, rappresenta una delle principali cause di morte, e il trend è in crescita: negli ultimi 45 anni il tasso di suicidio è cresciuto del 65% in tutto il mondo; si calcola che nel mondo ogni circa 40 secondi una persona si suicida. 

Dunque, nessun essere umano in nessun luogo del mondo può dirsi al riparo dalla morte. Nessuno di noi può affermare con certezza quanto breve o lunga sarà la sua vita. Possiamo esorcizzare l’angoscia della morte ricorrendo pure ai tanti espedienti che la società dei consumi ci mette a disposizione, ma una cosa è certa: la morte di ciascuno di noi si rivelerà ad un certo punto della nostra esistenza incondizionata e insuperabile. 

Nell’economia della Natura la morte è un meccanismo cieco e necessario: non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché si deve morire. Ora si tratta di distinguere la morte che è funzionale alla vita da quella che, invece, è funzionale e strumentale ai fini inconfessabili di una élite di uomini.

La mattanza di uomini in nome di ideali e valori per giustificare invasioni di territori e il depredamento di risorse e materie prime non è nel disegno della natura; come non lo è la morte di 3.787 persone per la fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), dallo stabilimento della Union Carbide India Limited (multinazionale statunitense Union Carbide specializzata nella produzione di fitofarmaci) avvenuta nel dicembre 1984 nella città indiana di Bhopal; come non lo è ancora la morte di 7 operai nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino avvenuta il 6 dicembre 2007, perché l’Azienda riteneva antieconomico investire nei sistemi di prevenzione antincendio e antinfortunistici. 

Queste morti non sono nel disegno della Natura; queste morti – che la Natura non vuole – sono solo ascrivibili all’avidità e alla cupidigia umana che non conosce limiti, e il cui soddisfacimento impone un numero di vittime ben più alto di quello tributabile al Covid-19. Sempreché questo virus sia un prodotto della natura e non – come si vocifera anche da fonti attendibili ed autorevoli – un virus costruito in laboratorio per mettere in ginocchio l’economia cinese.

Potrebbe essere questo virus anche l’occasione per costruire un nuovo ordine mondiale e sociale in cui i poveri si adattino al loro essere poveri, mentre i ricchi possono stare al sicuro dalla pretesa dei poveri di non essere più poveri. Costringendo la vita di ciascuno di noi entro le gabbie delle nostre mura domestiche, senza più scambi relazionali e culturali, spegnendo via via i social network, con l’accusa di disseminare il panico fra la gente e di divulgare notizie non conformi alla “verità ufficiale”, quella da bollino blu, saldamente in mano a lobby finanziere ed economiche. Quella, per intenderci, che per prima ha usato fake news per convincere l’opinione pubblica sulla necessità di attaccare l’Iraq di Hussein e la Libia di Gheddafi. 

Contro la bulimia di provvedimenti messi in campo per combattere il Covid-19 (mascherine, confinamento in casa senza se e senza ma, provvedimenti deliranti come non allontanarsi più di 250-300 metri dalla propria abitazione, divieto assoluto di recarsi in parchi o giardini, pena il deferimento alle autorità giudiziarie), ci sono questi dati incontrovertibili: nell’81% dei casi la malattia è asintomatica o con sintomi lievi; la maggior parte dei decessi 74,60% si è avuta nella fascia di età tra 70 e 89 anni, mentre il 14.1% ha riguardato soggetti di età superiore ai 90 anni; nei soggetti di età compresa tra 60 e 69 la letalità è stata dell’8,4%; in quelli di età tra 50 e 59 anni del 2.8%. Non si sono registrati casi nella fascia di età compresa tra i 15 e i 49 anni. E nella maggioranza dei casi i decessi erano da mettersi in relazione ad altre comorbilità, di cui quella più rappresentativa è l’ipertensione (presente nel 74,6% del campione), seguita dalla cardiopatia ischemica (70,4%) e dal diabete mellito (33,8%).

L’impatto economico stimato per il lockdown è, invece, assai allarmante: 2,2 milioni di imprese (il 48,8% del totale) hanno subito la sospensione ed oltre 7 milioni di lavoratori rischiano di perdere il lavoro. 

Ora se mettiamo a confronto i dati del Covid-19 con quelli derivanti dal lockdown, lascio al lettore valutare dei due mali qual è il peggiore?

martedì 31 marzo 2020

CHE FINE HANNO FATTO LE GRANDI EMERGENZE SANITARIE?

Nel 1996 la paura ha un nome: “morbo della mucca pazza”. La variante umana si chiama morbo di Creutzfeldt-Jakob, e a provocarlo è un agente infettivo non convenzionale, il prione. Nell’uomo i sintomi sono devastanti. Chi ne è colpito sviluppa una gravissima forma di demenza, con un decorso più veloce di qualunque altra patologia neurodegenerativa; la morte sopraggiunge dopo appena tre mesi. Il prione uccide i neuroni e genera dei veri e propri “buchi” nel tessuto cerebrale, da ciò l’altro suo nome: encefalopatia spongiforme. Poiché il prione si annida nei centri nervosi dell'animale, la trasmissione all’uomo avviene ingerendo carne di manzo contaminata. Quintali di carne vengono mandati al macero perché la gente ha paura di mangiare carne. I virologi di allora predissero migliaia di morti e i pochi casi osservati non dovevano affatto tranquillizzare: il prione, avendo una latenza molto lunga (4-5 anni), avrebbe provocato una vera e propria epidemia con il trascorrere degli anni. Tutti coloro che avevano mangiato carne, prima che il “morbo della mucca pazza” facesse il suo esordio, erano dunque soggetti a rischio di sviluppare la variante umana, detta di Creutzfeldt Jakob. Sono trascorsi circa venticinque anni da allora, e alla fine il bilancio è stato di 163 morti. La bistecca di manzo è tornata nei nostri piatti, con grande gioia degli amanti di carne, e del “morbo” non c'è più traccia.

Nel 2002 esordisce la Sars. I mainstream di tutto il mondo ne parlano. L’OMS lancia l’allarme. In Italia, la morte del virologo Carlo Urbani, che aveva scoperto il virus e ne era rimasto contagiato pochi mesi prima, getta il Paese nello sconforto. Benché le “fonti accreditate” riportino un tasso di letalità del 9,6% (assai superiore a quello del coronavirus), alla fine il bilancio è di 8 mila casi di contagio e 880 morti. Del suo passaggio resta solo la ricca rendita dei produttori di mascherine. Dal 2004 non sono stati segnalati casi di SARS nel mondo: il virus è tornato nel suo habitat naturale perché ha perso le caratteristiche aggressive.

Tre anni dopo (nel 2005) il mondo è di nuovo in allarme: nuovo protagonista è il virus H5N1, responsabile dell’influenza aviaria o, anche, febbre dei polli. Gli esperti (tipo Burioni) la paragonano alla Spagnola, del 1918, o all'Asiatica del '57-'58. Secondo l’OMS la nuova influenza provocherà “almeno un milione di morti” nel mondo. In Italia – secondo le previsioni diffuse dagli esperti internazionali – l'influenza aviaria provocherebbe 16 milioni di contagi, due milioni di ricoveri, 150 mila morti, finendo per mettere in ginocchio il Paese. Con un decreto il ministero della salute, Francesco Storace, dà allora il via all’acquisto di 35 milioni di dosi vaccini e 6 milioni di dosi di antivirale Tamiflu della Roche, reputato in grado di contrastare l’influenza in corso. Mentre il consumo di polli accusa un crollo del 40%, la casa farmaceutica Roche (che produce il Tamiflu) incrementa del 20% il suo fatturato e del 60% il valore dei suoi titoli in borsa. Alla fine, uno studio della Cochrane Collaboration, accerterà che il costoso farmaco Tamiflu, che avrebbe dovuto impedire la replicazione del virus, diminuisce la durata dei sintomi influenzali solamente di mezza giornata (da sette giorni a sei e mezzo), aumentando però il rischio di effetti collaterali come vomito e mal di testa. 

Nel 2009 è la volta dell’influenza suina Il Virus H1N1; il direttore del programma di ricerca sui vaccini dell’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia l’allarme dopo i primi focolai in Messico. Si tratterà di un’influenza inarrestabile; l’OMS classifica di livello 6 l’allarme. Il panico travolge gli italiani; il governo acquista in fretta e furia 10 milioni di dosi di vaccino. Ma, quando la pandemia sparisce dalle paure degli italiani, si scoprirà che il numero delle persone vaccinate al 31 gennaio del 2010 è di 900 mila; le restanti dosi sono finite nel cesso!

lunedì 30 marzo 2020

DALL’UMANITÀ ALLA DISUMANITÀ


Di fronte alla vergogna delle multe ai senzatetto, accusati di non rispettare l'ordinanza del “tutti a casa”, la Onlus “Avvocato di Strada” manda un appello a Conte e alle Regioni: “Come fanno a restare a casa le persone che una casa non ce l'hanno?”.

Di fronte all’atteggiamento della cittadinanza tedesca nei confronti del nazismo, il filosofo tedesco Karl Jaspers identificò quattro tipi di colpa: la colpa giuridica, che attiene la trasgressione delle leggi; la colpa politica, che si riferisce agli uomini di stato, ma di cui, in un certo qual modo, siamo tutti corresponsabili; la colpa morale, che sono i delitti pur autorizzati dal potere ma che offendono la coscienza (i poliziotti del G8 responsabili della "macelleria messicana" alla scuola Diaz); la colpa metafisica, quella che consiste nel tollerare ingiustizie e malvagità che possono essere inflitte a un proprio simile e non far nulla per impedirlo.

L’emergenza da coronavirus sta facendo emergere il peggio della nostra “civiltà occidentale”: in nome della salvezza del nostro corpo siamo disposti a tollerare spontaneamente ogni privazione di libertà, come avari attaccati al proprio denaro. Ma, quel che è peggio, a disconoscere la matrice sentimentale che consente agli uomini di riconoscersi come appartenenti allo stesso genere.

Il nazismo, che ha significato soprattutto la riduzione dell’uomo a cosa, si è incarnato a tal punto nella nostra carne e nel nostro spirito che non siamo più in grado di discernere ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che non lo è, ciò che è umanamente perseguibile da ciò che non lo è.

Dalla specie animale, siamo passati all’umanità. Non ci resta ora che l’ultimo salto: dall’umanità alla disumanità, ridotti a semplici funzionari di un apparato tecnico, i cui valori sono la funzionalità e l’efficienza con cui compiamo le azioni che ci sono state prescritte dal nostro apparato di appartenenza.

I tutori dell’ordine che comminano multe ai senzatetto, rei di non rispettare l'ordinanza dello stare “tutti casa” perché una casa non l’hanno, non sono dissimili dall’ufficiale delle SS Franz Stangl che evitava di rispondere alla domanda della giornalista Gitta Sereny: “ma lei cosa provava a fare le cose che faceva?”.

Franz Stangl ad un certo punto, stanco che la stessa domanda gli fosse posta più volte dalla giornalista, esplose: “scusi ma perché lei continua a farmi questa domanda? Io non ero tenuto a provare qualcosa. Io ero incaricato solo di far funzionare il sistema. E il sistema prevedeva che alle 11 tremila persone dovessero essere soppresse, poi arrivava un altro carico alle 5 del pomeriggio con altre cinquemila persone da sopprimere. Quindi il giorno dopo tutto ricominciava daccapo. Questo sistema di smaltimento lo aveva ideato Christian Wirth; io ero soltanto un ottimo esecutore”.

I tutori dell’ordine, come Franz Stangl, agiscono eseguendo quello che loro è stato detto di fare. L’unica responsabilità che hanno è quella di rispondere con efficienza a quanto è stato chiesto loro di fare dai loro superiori.

Ecco l’uomo disumanizzato: nessuna passione, solo efficienza e produttività!

domenica 29 marzo 2020

IL PRINCIPIO DI RAGIONEVOLEZZA DELLE LEGGI


L’esperienza e la tradizione giuridica, dalla caduta dei regimi nazifascisti a prima dell’epidemia da Covid-19, ci ha formati e informati al Principio di Ragionevolezza delle leggi, secondo il quale le disposizioni normative contenute in atti aventi valore di legge devono essere congruenti e adeguati al fine che il legislatore intende perseguire.

Il fine, lo sappiamo tutti, è la tutela della salute pubblica che si può raggiungere impedendo assembramenti che possono creare le condizioni di diffusione del contagio. 

Ma quando queste condizioni sono soddisfatte, consentendo l’accesso controllato delle persone ai supermercati, oramai unici luoghi dove può ancora esservi il rischio di contagio, perché non lasciare al singolo la possibilità di scegliere tempi e luoghi dove recarsi secondo un criterio di autodeterminazione? Se non faccio alcunché possa essere di nocumento alla salute degli altri, perché devo essere comunque soggetto ad un potere arbitrario che m’impone una reclusione senza se senza me? È come mettere agli arresti domiciliari un qualsiasi individuo solo perché può essere potenzialmente in grado di commettere un furto.

Abbiamo sdoganato la “guerra preventiva”, ora vogliamo anche rendere accettabile all’opinione pubblica la detenzione preventiva. Come succede nella logica della guerra preventiva, vogliamo forse creare, per soddisfare le esigenze di ordine pubblico, un algoritmo in grado di decidere, sulla base di certi parametri, chi debba essere arrestato prima ancora che il reato sia commesso, solo perché la probabilità che lo commetta è alta?

Sono passi pericolosissimi in una democrazia, che possono traghettarci dalla legittimazione costituzionale a quella del sovrano, in cui gli uomini del potere possono, secondo il proprio capriccio, esercitare un effettivo dominio su tutti gli altri, senza dover per questo giustificare la ragione dei propri atti.

Per esempio, allo stato attuale delle cose, con provvedimenti che limitano pesantemente molteplici diritti garantiti dalla Costituzione, chi ci protegge dall’arbitrio o dall’abuso di potere delle forze dell’ordine? 

Chi ti ferma può accampare qualunque motivo per soddisfare il suo capriccio: rispedirti a casa, comminarti la sanzione, farti passare un brutto quarto d’ora.

Può inoltre l’emergenza sanitaria giustificare l’ingerenza massiva nella vita privata di ciascuno di noi, facendo persino ricorso a tecnologie digitali in grado di tracciare ogni movimento ed ogni contatto tra le persone?

Si possono pure accogliere limiti al diritto alla libertà di movimento (art. 16 della Costituzione), finalizzati al contenimento della diffusione del virus, ma tali limiti dovrebbe essere almeno improntati ad un criterio generale di congruità e ragionevolezza. 

Ed io faccio fatica a trovare un criterio di congruità e ragionevolezza nell’impedire l’accesso ai parchi e ai giardini, quando chi vi si reca mantiene la debita distanza di sicurezza dagli altri.

sabato 28 marzo 2020

LE CONSEGUENZE SICURE DEL COVID-19 SUL PIANO INDIVIDUALE E SOCIALE


Personalmente, ho la sensazione che i tanti provvedimenti, sempre più restrittivi, emessi a cascata dalla fine di gennaio, tendano non tanto a suscitare in ciascuno quel senso di responsabilità, necessario a tutelare la propria salute e quella degli altri, quanto a catalizzare, per effetto dell’allarmismo destato dai mainstream, la diffidenza nei riguardi del prossimo, quale potenziale diffusore di contagio.

L’evitamento fra le persone – con o senza ordinanze restrittive – è diventato ormai un dato di fatto: la gente ha paura di avvicinarsi all’altro. Il timore si coglie a pelle nello sguardo ansioso dell’altro, che sembra volerti dire: “Ehi tu, stammi alla larga!”.

Ciascuno è visto come il potenziale “untore” dell’altro.

E se la struttura sociale si riflette nella struttura del singolo e dei rapporti individuali, è tutt'altro che irrilevante, sul piano della tenuta sociale, questo esordio di psicosi collettiva da coronavirus. Anche quando la diffusione dell’epidemia si sarà arrestata (e si arresterà), la scia del ritiro dalla dimensione sociale resterà per lungo tempo ancora.

Resterà la cicatrice ancora troppo visibile, simbolo drammatico di quell’identità perduta che fornisce senso e linfa vitale all’individuo, perché ciascun individuo ripristini da un giorno all’altro un contatto con il mondo e con gli altri.

Galimberti ci dice, infatti, che l’identità è un dono sociale: noi non nasciamo con un’identità; l’identità non è una dote naturale. L’identità ce la danno gli altri, l’identità è frutto del riconoscimento: «Se una mamma dice al suo bambino “sei bravo” e la maestra gli dice “sei intelligente”, il bambino costruirà un’identità positiva, se la mamma gli dice “sei un cretino” e poi glielo ribadisce la maestra, crescerà con un’identità negativa».

Quando in una società la possibilità di instaurare processi relazionali è inibita dalla paura dell’altro, le modalità relazionali tendono a tal punto a patologizzarsi che il pensiero critico cede alle percezioni errate o deformate.

Così la psicosi da contagio spazzerà via quello che dovrebbe essere il maggiore traguardo della società civile, ovvero la capacità di stimolare il pensiero critico e di risolvere problemi complessi, facendoci arretrare a una sorta di oscurantismo medievale, che alimenterà visioni apocalittiche e altre paure.

Non faremo più alcuno sforzo per capire come stanno realmente le cose, ma ci affideremo anima e corpo al “Grande Inquisitore”, simbolo da sempre del potere che spoglia l’uomo della sua capacità di pensare liberamente, che, rafforzando le nostre sensazioni e i nostri pregiudizi, ci offrirà una confortevole, levigata non libertà.

Coì, barattando la libertà con l’illusione della sicurezza, ci consegneremo – senza un gemito, senza un lamento – alla sua schiavitù. E dell’Uomo non resterà che una traccia sbiadita.

Che genio, per riuscire a fare tutto questo!

IL PANOTTICO DI NARDELLA


Il sindaco di Firenze, Nardella, in ossequio al panottico ideato e progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, ha installato mille telecamere di sicurezza nella rete comunale di Firenze per individuare gli assembramenti e far scattare i controlli. 

Così, se il popolo fiorentino non ha abbastanza punti di trattamento intensivo, possono però andare orgogliosi del proprio sindaco Nardella che ha installato il numero di telecamere per abitante più alto d'Italia. E, per rendere ancora più capillare il controllo, lo stesso sindaco Nardella ha annunciato che il suo Comune sta sperimentando l’innovativo software che consente d’individuare gli assembramenti, da due persone in su.

Se non siamo al personaggio del Grande Fratello immaginato da George Orwell nel romanzo “1984”, in cui ciascun individuo è tenuto costantemente sotto controllo dalle autorità, qualcuno mi dica allora qual è la differenza?
Immagino che Dario Nardella non abbia letto il romanzo di George Orwell, altrimenti non andrebbe orgoglioso di tale iniziativa.

Il controllo sui singoli – qualunque ne sia la ragione – corre così il rischio concreto di evolvere verso un dominio diretto del potere che di fatto umilia ogni singola esistenza. 

I cittadini, abbassati al rango di sudditi, sono considerati minorati psichici incapaci di autodeterminarsi consapevolmente e responsabilmente in funzione della gravità del momento.

Ora, se l'autonomia della condotta privata è il postulato indiscusso di uno stato liberale e di diritto, se viene meno il potere del privato cittadino di regolare liberamente la propria condotta nel rispetto dei limiti e degli obblighi stabiliti dall'ordinamento, allora per definizione siamo in uno stato di dittatura.

Carl Schmitt, giurista nazista, disse: «Sovrano è colui che decreta lo stato di emergenza». L’epidemia da Covid-19 passerà, ma non lo stato di emergenza.

LA DIFFUSIONE DELL’EPIDEMIA ANCHE PER CONTATTO VISIVO?


Non oso mettere in discussione le misure di sicurezza, quelle necessarie, per arginare la diffusione del contagio. Sono invece molto critico nei confronti dell’eccesso di autoritarismo che sembra emergere, di giorno in giorno di ora in ora, sempre più stringente in nome dell’emergenza sanitaria.

Come una trappola, gli spazi di libertà a disposizione per la propria autodeterminazione si riducono sempre di più. Come le spire di un serpente costrittore, lo spazio vitale diventa sempre più asfittico.
Il provvedimento di restare chiusi in casa, di non poter uscire dalla propria abitazione, se non per motivi di comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute, ha un odore di autoritarismo che si regge più sulla forza del comando piuttosto che sulla libertà del consenso.

Atteso che per contenere il diffondersi dell’epidemia è necessario mantenere una distanza di sicurezza di almeno un metro tra le persone, che senso ha impedire ad un individuo di concedersi una tranquilla passeggiata, senza limiti di distanza e di tempo dalla propria abitazione? Perché non posso prendere la mia auto per andare in campagna, quando tutti i luoghi di assembramento e di aggregazione sociale sono stati chiusi per decreto? Nello spazio aperto di una campagna chi posso ragionevolmente infettare, se la distanza tra le persone è superiore a quella di un metro?

Dobbiamo dunque concludere che l’infezione si trasmette anche per contatto visivo e non solo attraverso le goccioline di Flügge (droplets)?