lunedì 22 luglio 2019

LA TRAPPOLA IDEOLOGICA DEL NEOLIBERISMO


Dopo la caduta del Muro di Berlino, pensavamo di esserci liberati dell’ultimo residuo di ideologie, senza renderci conto che viviamo invece nell'epoca più ideologica della storia dell’umanità, nella quale v’è un’adesione incondizionata ai precetti e ai dogmi del neoliberismo. E questo nonostante i disastri che le teorie economiche neoliberiste stanno perpetrando.

Esistono molte forme di dittatura, ma quella inaugurata dal neoliberismo è la più pervicace, la più sottile, la più insidiosa, proprio perché dietro la maschera della democrazia cela la peggiore delle tirannie: quella che non si limita ad assoggettare i corpi ma anche le coscienze, tanto che la maggior parte della gente può tollerare – senza ribellione alcuna – un potere che pretende d’essere superiore alle leggi, quello  dei mercati finanziari.

Dopo aver reciso ogni legame che univa gli Stati all'economia, dopo aver negato la possibilità di intervenire con decisioni politiche efficaci per garantire condizioni economiche favorevoli ai cittadini, sta progressivamente portando alla distruzione tutti gli assetti sociali democratici.


Mai nella storia dell’uomo si è avuta un’adesione culturale e informativa così capillare e genuflessa a glorificare i dogmi imposti dal mercato che la dittatura comunista appare grossolana a paragone di quella neoliberista. 

Se al popolo dell’ex Unione sovietica era noto di trovarsi in un regime, non lo è altrettanto per quello europeo o americano, convinti come sono di vivere in paesi democratici dove la sovranità spetta al popolo.

Ma i fatti s’incaricano di smentire questa menzogna: se la democrazia, che è governo del popolo, fosse veramente alla base delle decisioni politiche, come mai allora assistiamo ad una tale verticalizzazione del potere e polarizzazione delle ricchezze che non ha precedenti nella storia dell’umanità?

Gli individui – in larga maggioranza – sono vittime di bugie semantiche che fanno loro credere quel che si vuole credano, senza neppure più la capacità di un pensiero critico che strappi il velo dell’inganno, e mostri loro la realtà delle cose per quello che sono.

Si accorgerebbero allora che democrazia, potere del popolo, sono parole vuote e insignificanti; si accorgerebbero allora che le dure battaglie sociali per la conquista di diritti giorno dopo giorno vengono frantumati e immolati al Moloch del Dio Denaro, per la maggior gloria e benessere di una sparuta minoranza di soggetti a danno del resto dell’umanità.

Siamo al declino dell’uomo e delle sue qualità più specificamente umane. Scriveva profeticamente George Orwell in 1984: “In fin dei conti, come facciamo a sapere che due più due fa quattro? O che la forza di gravità esiste davvero? O che il passato è immutabile? Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?”.



martedì 9 luglio 2019

VICENDA MORO E I TROPPI INTOLLERABILI SEGRETI D’ITALIA


La vicenda Moro affonda nei troppi intollerabili segreti d'Italia. Tanti sono i risvolti oscuri. E quello che è emerso dalla Commissione d’inchiesta parlamentare è solo la punta dell’iceberg : troppo poco per capire quel che è davvero accaduto. E per quanto possa essere sintetico, non basterebbero le pagine di un libro per spiegare quel che purtroppo non verrà mai provato processualmente.

Cinque indagini giudiziarie e quattro processi non sono giunti a niente di concreto: i registi del delitto Moro hanno cancellato tutte le prove. Non resta dunque che la verità storica secondo il procedimento del cui prodest, ovvero ricomporre il complesso puzzle dimodoché risulti almeno comprensibile la ragione per la quale occorreva eliminare Moro.

Il delitto Moro non lo si comprende se non lo si colloca nel particolare scenario storico della contrapposizione dei due blocchi, quello americano e quello sovietico, con le rispettive sfere di influenza. Agli occhi degli americani, il disgelo nella politica interna tra Dc e Pci rappresentava un pericolo gravissimo per gli equilibri mondiali. Probabilmente il compromesso storico non avrebbe affatto alterato gli assetti internazionali, ma si sa gli americani hanno da sempre un’idiosincrasia verso tutto ciò che puzza anche lontanamente di socialismo e comunismo.

Dopo l’esperienza cilena del governo di S. Allende, Berlinguer s’era infatti affatto convinto che senza la collaborazione fra le forze popolari di ispirazione comunista e quelle di ispirazione cattolico-democratica, il Partito comunista – anche quando avesse conseguito la maggioranza dei voti per governare – non avrebbe avuto vita facile con la CIA fra i piedi. Pertanto, al fine di dar vita a uno schieramento politico capace di realizzare un programma di rinnovamento della società e dello Stato italiani, s’imponeva un’alleanza con quella parte della Democrazia cristiana di radice popolare. E Moro rappresentava la figura politica utile alla strategia politica elaborata, tra il 1973 e il 1979, dall’allora segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, passata alla storia col nome di “compromesso storico”.

Per Moro, la Dc e il Pci sapevano quali “mondi” rappresentare; e non erano quelli del mondo finanziario e del capitalismo industriale. Insomma, quel mondo rappresentato da Don Camillo e Peppone. La personificazione di due istanze forti solo apparentemente contrapposte: da una parte il cattolicesimo battagliero, ma dalla parte del popolo; dall’altra il comunismo intransigente, ma animato dall’ansia di giustizia. Don Camillo e Peppone, pur divisi dalle quotidiane battaglie, trovano nelle ragioni del popolo un sentimento di reciproca simpatia e comprensione. 

Moro parlava infatti di “convergenze parallele”, un accordo nel quale nessuno avrebbe perso la sua identità, ma il cui fine tendeva a convergere verso la costruzione di un nuovo assetto sociale ed economico.

La linea di Moro che andava verso il coinvolgimento del Pci nell’area di governo non era però condivisa dai suoi compagni di partito, tra cui Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. E men che mai dagli americani, che vedevano nel “compromesso storico” una minaccia ai loro interessi nel Mediterraneo. All’epoca infatti si pensava che il Pci fosse legato a Mosca e il coinvolgimento del Pci nel governo dell’Italia avrebbe spostato l’asse della politica italiana nella direzione dell’ex Unione Sovietica. Nonostante Berlinguer avesse fatto già capire di sentirsi più tranquillo e sicuro sotto l’ombrello protettivo della Nato, all’America non bastava e non era disposta a correre il rischio. Pare che Kissinger avesse già avvertito Moro sull'inopportunità del compromesso storico: “attento a quello che fai con il Pci, noi ne trarremo le conseguenze …”.

Ecco perché Moro doveva morire: era scomodo per i suoi compagni di partito e lo era ancor di più per l’alleato americano.

Noi sappiamo che a rapire e uccidere materialmente Moro furono le Brigate Rosse, ma sappiamo anche che lo Stato, che poteva intervenire per tentare di liberare il presidente Dc, non fece nulla, non alzò un dito. Steve Pieczenik, il consulente Usa che partecipò, su invito di Cossiga, al Comitato di Crisi istituito dopo il rapimento Moro, una volta dichiarò: “noi abbiamo ucciso Moro”.  Volendo intendere che se le Br furono gli esecutori materiali dell’assassinio, lo Stato ne fu il responsabile morale per non aver fatto nulla per impedire che quella morte avvenisse: di fatto le Br furono messe nelle condizione di non poter fare altro.

L’assassinio di Moro è stato un delitto politico maturato nel contesto internazionale dell’epoca e consumatosi con la complicità della criminalità organizzata servente (Br, Cosa Nostra, ‘ndrangheta calabrese, ecc.) e di una parte del mondo politico supina agli ordini degli americani.

Per quanto riguarda le Br, già nel 1978 in Italia si ipotizzò che la CIA fosse dietro le azioni più eclatanti delle Brigate Rosse, sostenendole e dirigendole nella logica degli opposti estremismi: isolando e marginalizzando i consensi nei confronti degli estremismi di destra e di sinistra si convogliava l’elettorato verso forze moderate e centriste. Sembra che lo stesso Moro avesse confidato a Giovanni Galloni, tra i fondatori della corrente di sinistra della Democrazia Cristiana, poche settimane prima del suo rapimento e assassinio da parte delle Brigate Rosse, di essere certo di infiltrazioni dei servizi segreti della CIA e del Mossad (servizio segreto dello Stato di Israele) nelle stesse BR. Questo forse aiuta a spiegare perché restano senza risposta i tanti punti ancora oscuri del sequestro Moro.

Le domande senza risposte restano. Per esempio:

Perché in via Fani c’era un colonnello dei servizi segreti militari (Sismi)? 

Chi erano i due uomini a bordo di una moto Honda mai identificati? 

Chi era l’uomo che, da professionista militare super addestrato, sparò da solo 49 colpi su un totale di 92, portando di fatto a termine e quasi da solo l’azione militare in soli tre minuti, dalle 9.02 alle 9.05, quando le armi dei brigatisti si erano inceppate? 

Perché Alessio Casimirri, che prese parte all'agguato di via Fani, è ancora latitante in Nicaragua e lo Stato italiano non ha fatto nessuna richiesta di estradizione, mentre si è battuto senza sosta per ottenere quella di Battisti? 

Perché dopo 41 anni resta il mistero sul luogo in cui Moro rimase effettivamente detenuto, ovvero perché nonostante le numerose segnalazioni la polizia non fece mai irruzione? Forse è il caso di ricordare che negli anni di piombo quando le forze dell’ordine, nel corso delle azioni, non trovavano gli inquilini non esitavano a buttar giù le porte. 

E poi, che fine hanno fatto le carte scritte dal presidente democristiano durante i cinquantacinque giorni di prigionia? Che fine hanno fatto le registrazioni dei suoi interrogatori? Chi ha sottratto la lunga lista degli appartenenti a Gladio stilata da Moro durante la prigionia? 

Possibile che i servizi segreti italiani di allora non fossero in grado di infiltrare o di avere un informatore nell’organizzazione terroristica?

Il rapimento Moro nasconde ancora trame imperscrutabili che coinvolgono la CIA, il Mossad, la P2, i servizi italiani deviati, Gladio, lo IOR vaticano, la mafia, la ‘ndrangheta, la banda della Magliana, e un misterioso servizio supersegreto detto “anello”, una sorta di servizio segreto parallelo alla Gladio composto da ex ufficiali della Repubblica di Salò, imprenditori, industriali, soggetti del mondo politico ed economico, della malavita e della criminalità organizzata, uniti allora nella comune lotta al comunismo.

In tanti sostengono che scegliere di non trattare con i terroristi fu una discutibile ma legittima decisione politica. E che la fermezza fu presa in nome di un bene superiore: la resistenza dello Stato al ricatto dei terroristi, non un metodo per portare alla morte Moro e gli oscuri segreti di cui era custode. 

Strano però che quella stessa fermezza non sia stata poi adottata nel rapimento di Ciro Cirillo (esponente della corrente di Antonio Gava della Democrazia Cristiana), quando la DC non esitò a trattare, sottobanco e senza carattere di ufficialità, non solo con le Br, ma anche con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e i servizi segreti, in quel momento ancora affidati a funzionari e ufficiali iscritti alla P2, con la mediazione del faccendiere Francesco Pazienza, legato al SISMI.

Così quegli stessi che nel 1978 erano stati i fautori della strategia della fermezza (ritenendola un principio sacro e inviolabile: lo Stato non può subire alcuna forma di ricatto), non ebbero poi molte remore morali a fare per Cirillo quello che non fecero per Moro. Trasgredirono tranquillamente pochi anni dopo (1981) a quell’imperativo categorico che fu la cagione della morte di Aldo Moro.

Oggi il Pci e la Dc non esistono più: c’è il Pd. La formazione del Governo Letta (aprile 2013 – febbraio 2014), incoraggiata dall’allora presidente Napolitano, inaugurò nel nostro Paese il governo delle larghe intese. E quelli del Pd videro in questo l’eredità della linea Moro, ignorando – colposamente o dolosamente – che tra la situazione di allora e quella di oggi c’è un abisso: il compromesso storico era il frutto di un accordo che puntava alla tutela del lavoro; le larghe intese del governo Letta avevano invece come preoccupazione principale la salvaguardia degli interessi della finanza e dell’élite politica dominante.

Sono trascorsi ormai molti anni dalla caduta del muro di Berlino, e dovrebbe essere chiaro a molti che  c’è qualcosa di peggiore del comunismo. Ma nessuno sembra accorgersene. La scomparsa di così tanti regimi legati all’immagine di una rivoluzione del popolo per il popolo è il rintocco funebre per la promessa di progresso radicale dalla disuguaglianza e dall’ingiustizia sociale. Molti hanno dovuto risvegliarsi dall’illusione che lo spodestamento del presente capitalismo per mano del futuro socialista fosse non solo qualcosa di auspicabile, ma di inevitabile. Insomma dal sogno che la storia, sia pure con qualche battuta di arresto, si muovesse comunque nella direzione giusta dell’eguaglianza degli uomini. E che, per quanto indigesto fosse il presente, il futuro non poteva non essere che la narrazione della progressiva libertà dal giogo dell’uomo sull’altro uomo. Ma le cose non stanno affatto così: mentre i paesi comunisti sono crollati uno dopo l’altro, e con essi l'idea che li sottendeva, l’ideologia conservatrice non solo è sopravvissuta senza problemi, ma è diventata più forte, lasciando uno spazio vuoto e sterile ad una sinistra ormai incapace di esprimere sé stessa.

Tutto quello che resta è la politica dell’interesse, dell’invidia, e della rielezione secondo la legge del pendolo: alla sinistra succede la destra, alla destra la sinistra, senza che nulla di veramente significativo avvenga nella società. La politica si è ridotta ad una forma di contabilità sociale, all’amministrazione di uomini e cose.

Ora, se l’uomo mediocre e superficiale può sopravvivere senza problemi in un tale scenario, per l’uomo nell’accezione classica del termine – ovvero quello il cui sguardo va oltre il misero presente, pronto a battersi per ideali come libertà, giustizia, eguaglianza, costi quel che costi – è una catastrofe. Esso diventa allora il “gabbiano ipotetico” di cui parla Gaber: «che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito».

martedì 2 luglio 2019

CASO “SEA WATCH”: LECITA LA CONDOTTA ITALIANA?


L’avvocato Paolo Busco, esperto di diritto del mare, dalle pagine del “Corriere della Sera” ci dice che la condotta italiana nel caso Sea Watch è lecita: “Quando una nave è in acque internazionali vale la giurisdizione dello Stato di cui batte bandiera”. Quindi dell’Olanda.

Personalmente, non capisco le disquisizioni legali quando in ballo c’è la vita in carne ed ossa di quanti, per salvarsi, sono costretti a lasciare la propria terra per cominciare il lungo pellegrinaggio dell’emigrato. Il dovere di solidarietà dovrebbe venir prima dei cavilli della legge. Argomenti molto sottili e ingegnosi che spesso mascherano un cinismo e una disumanità che sgomentano.

Il discorso può essere esemplificato in questi termini: se in quelle condizioni ci trovassimo noi o un nostro figlio, vorremmo ancora che il rispetto della legge prevalesse sulle ragioni umanitarie di solidarietà? E non dovrebbe essere la legge prima di tutto fondata e radicata sulle ragioni dell’uomo per essere legittima? Una legge che è contro l’uomo e non per l’uomo deve essere per ciò stessa accettata?

Il processo di Norimberga e quello di Eichmann ci dicono di no: gli imputati furono condannati all’impiccagione con la colpa di aver obbedito a leggi disumane.

L’obbedienza ad ogni costo a leggi che discriminano, offendono, umiliano, torturano, massacrano gli uomini non DEVONO essere rispettate. Eppure queste cose accadono ogni giorno nella totale indifferenza di tante brave persone, che pur proclamandosi di sinistra e professando sentimenti di solidarietà restano sordi al “grido di dolore” che da ogni parte del mondo si leva.

Troppo occupati a programmare le prossime vacanze, l’acquisto della macchina, della lavatrice, o in quale scuola iscrivere il proprio ragazzo/a, non hanno tempo per sentire a livello viscerale questa umanità palpitate e sofferente che fugge dalla fame, dalla miseria, dalla guerra o dalla persecuzione politica su precarie imbarcazioni.

Uomini e donne coraggiosi e disperati, pronti a tutto, pur di darsi una possibilità, pur di trovare un angolo di pace in cui rifugiarsi per coltivare il seme coraggioso e folle della speranza.

Contro questa umanità noi volgiamo lo sguardo dall’altra parte per non vedere, lasciando che siano trattati come rifiuti da smaltire prontamente per non turbare troppo la nostra avida ricerca di piacere individuale.

Sarebbe più pietoso e rapido sterminarli tutti, che avviarli nelle discariche umane.

mercoledì 17 aprile 2019

MA NON DOVEVA ESSERE LA MANOVRA DEL POPOLO?


Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, ha confermato che, in assenza di un piano alternativo, l’aumento dell’IVA e delle accise, nel 2020 e nel 2021, ci sarà. Pertanto nello scenario tendenziale del DEF 2019 è stato già inserito sia l’aumento dell’IVA sia quello delle accise.

Un aumento dell’IVA al 25% comporterà un aumento generalizzato dei consumi e delle bollette. E secondo le associazioni dei consumatori (Federconsumatori e Codacons) il costo annuo aggiuntivo in più per una famiglia si aggirerà sui 1200 euro l’anno. Un bell’aumento di tasse!

E poi tra quelle più odiose: quello delle imposte indirette, che penalizzano di più le classi meno abbienti, dato che tassano la popolazione generale e sono equamente ripartite fra circa 60 milioni di italiani, indipendentemente dall'età, dal lavoro svolto e dal reddito. 

Alla faccia della progressività del carico fiscale sancita dall’art. 53 della Costituzione!

Il provvedimento secondo il Ministro – Giovanni Tria – si rende necessario per far fronte agli impegni che l’Italia ha con l’Unione Europea e che prevedono, qualora non fossero reperiti i 25 miliardi necessari, l’aumento delle aliquote Iva ordinaria.

Ma non aveva detto l’attuale governo che le risorse finanziarie per mantenere le promesse elettorali c’erano?

Che fine ha fatto la revisione delle Tax Expenditures? Quelle per intenderci che prevedono agevolazioni fiscali che riducono il prelievo per alcuni contribuenti, e tra le quali v’è la cedolare secca sugli affitti, che consente a un proprietario di case di pagare soltanto il 20% di aliquota sulla rendita proveniente dagli affitti. Mentre un operaio con un reddito annuo di 25 mila euro si vede tassare la sua retribuzione con un’aliquota del 27%, e non può nemmeno portare in detrazione il costo dell’affitto.  Le Tax Expenditures rappresentavano la voce principale delle coperture del programma M5S, e dovevano portare nelle casse dello stato circa 40 miliardi di euro.

Che fine ha fatto la riallocazione dei SAD? Oltre 16 miliardi di euro di sussidi, di cui il più oneroso è il differenziale di accisa tra benzina e gasolio (molto più bassa per il gasolio), che lo Stato eroga sotto forma di agevolazioni fiscali per attività che danneggiano l’ambiente.

Che fine ha fatto la tanto attesa Spending Review? Dalla quale il M5S contava di incamerare 30 miliardi annui a regime.

E poi se ancora non bastassero potrei consigliare al Ministro dell’Economia di andare a trovare altre risorse nel valore assoluto dei redditi complessivi evasi in Italia che, secondo una ricerca dell’università Cà Foscari di Venezia, si attesta tra 124,5 e 132,1 miliardi. Se avesse poi qualche difficoltà a trovarli, gli suggerisco di andare a guardare nei grandi serbatoi dell’evasione fiscale: società fiduciarie e di comodo. E nel caso fossero ancora insufficienti, gli consiglio di leggere il rapporto redatto dalla Ong Rand per il parlamento europeo, che stima il costo per i contribuenti derivante dalla corruzione in 236,8 miliardi l’anno, circa il 13% del prodotto interno lordo e pari a 3.903 euro per abitante. 

Lo studio mette in evidenza che con quello che viene sottratto alla comunità si potrebbero risolvere le principali emergenze sociali. La perdita di ricchezza dovuta alla corruzione è infatti pari a oltre una volta e mezza il budget nazionale per la sanità pubblica; a 16 volte gli stanziamenti per combattere la disoccupazione; a 12 volte i fondi per le forze di polizia e addirittura è di 337 volte più grande della spesa per le abitazioni sociali.

Dovrebbero bastare per onorare gli impegni con Bruxelles e per azzerare nell’arco di dieci anni il pesante macigno del nostro debito pubblico.

martedì 16 aprile 2019

L’IMPOSSIBILITÀ DI FONDARE UN’ETICA LAICA IN UNA SOCIETÀ CONSUMISTICA E IL FALLIMENTO DI QUELLA RELIGIOSA


Partendo dal presupposto che al mondo ci sono tante religioni per far sì che gli uomini si odino, ma non abbastanza perché gli uomini si amino, personalmente concludo che l’etica non può che essere fondata su una visione laica: un’etica fondata sulla religione – in un periodo nel quale le società sono sempre più disomogenee dal punto di vista etnico, religioso e culturale – avrebbe l’unico effetto di generare e moltiplicare i conflitti.

Ecco perché la strada da percorrere per una convivenza capace di ospitare la disomogeneità senza violarla è quella di una visione etica e politica radicalmente laica. Ma che cosa significa essere laici?

Potremmo dire che la laicità è l’insieme di tutte quelle condizioni che consentono alle diverse espressioni religiose (e più in generale alle diverse visioni del mondo) di esprimersi e confrontarsi in una società pluralistica senza conflitti. Il fine della politica – in una società laica – non deve essere pertanto di tipo morale, ma tendere a realizzare le condizioni migliori per una coesistenza pacifica tra gli individui attraverso l’esercizio della tolleranza, libertà di espressione e tutte le altre libertà compatibili con la vita civile.

A tal fine la democrazia è il governo migliore, a condizione però che i cittadini siano soggetti tanto liberi dal bisogno quanto consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. Liberi dal bisogno, perché senza la libertà dal bisogno anche le altre libertà sono precarie; consapevoli, perché senza la consapevolezza che i miei diritti sono innanzitutto i diritti degli altri non è possibile fondare alcuna società veramente pacifica.

Fintantoché gli uomini resteranno prigionieri del gretto senso comune del “così si dice” e “così si fa”, accederanno soltanto alla conoscenza di aspetti parziali della realtà, senza la capacità di saperli collegare alla totalità degli altri aspetti, indispensabili per avere una visione più completa della stessa realtà e quindi della verità, intesa non in senso assoluto, ma almeno come accordo su elementi di fatto che non ammettono di esser messi in dubbio. Insomma, uomini capaci di ragionare sui fatti, e non di scambiare le proprie opinioni e presunzioni per verità incontrovertibili.

Capisco quanto questo sia utopico: l’ideale di un uomo, che si eleva al di sopra della sua finitudine e realizza una forma migliore di società, cozza con il limite della gran parte degli uomini che alla libertà preferisce il giogo del “Grande Inquisitore”.

Il grande scrittore russo Dostoevskij – nella “Leggenda del Grande Inquisitore – immagina che Cristo torni sulla terra nella Spagna del XVII secolo, al tempo della Santa Inquisizione. Pur mostrandosi segretamente, viene comunque riconosciuto dalla gente. Il capo dell’Inquisizione spagnola, il Grande Inquisitore, riconosciutolo anch’egli, ne ordina l’arresto.

Nottetempo, il Grande Inquisitore si reca nella cella in cui è rinchiuso il Signore e gli rimprovera di essere tornato per disturbare il suo progetto di plasmare il genere umano con un’apparente felicità. Il Grande Inquisitore gli rimprovera di aver fallito. Lui è venuto sulla terra credendo che gli uomini volessero la libertà, ma non ha capito che quando gli uomini urlano di volere la libertà, in realtà pretendono l’illusione di poter raggiungere la felicità su questa terra, ignorando quella del Cielo. Se Cristo avesse trasformato le pietre in pane, invece di parlare di libertà dello spirito, tutta l’umanità l’avrebbe seguito. Il Grande Inquisitore proclama così la sua vittoria sugli uomini. Ne ha conquistato la cieca obbedienza, perché, a differenza del Cristo che parlava di  pane celeste, egli darà loro ciò che essi realmente vogliono: il benessere materiale.

Dopo il lungo monologo del Grande Inquisitore – Cristo non risponderà mai al suo accusatore –, Gesù gli si avvicina e lo bacia sulle labbra esangui.

Il messaggio del cristianesimo si trova chiuso in questo dilemma: se lo si diffonde a tutta la società, si annacqua e si trasforma in banale filantropia o ipocrisia; se lo si realizza in una piccola cerchia, può essere la via per accedere ad una vita più viva e intensa. Ma questo stesso paradosso vale anche per la società degli uomini: solo attraverso una maggiore consapevolezza e libertà di spirito di ciascun individuo si può pervenire ad una forma migliore di società e giungere alla terra promessa, se non fosse che alle decine di migliaia di uomini che trovano pure la forza di opporsi al giogo del Grande Inquisitore, si contrappongono  miliardi di altri uomini che non hanno la forza di disdegnare il pane “terreno” per quello “celeste”.

domenica 7 aprile 2019

QUANDO ALL’INFERNO NON CI SARÀ PIÙ POSTO

I dati Oxfam evidenziano che la crisi non è stato un fenomeno generalizzato: sempre più ricchezza si è accumulata nelle mani di pochi, sempre meno ricchezza nelle mani di molti. Tra il 1995 e il 2016 la quota di ricchezza dell’1% più ricco della popolazione adulta è passata dal 18 al 25%, quella del 10% più ricco dal 49 al 62%. Perfino nella nostra civile, democratica e avanzata Europa un numero sempre maggiore di bambini cresce nella povertà. 

Nella ricca Germania si assiste al paradosso che mentre sale il reddito pro capite cresce parimenti il numero degli indigenti. È la statistica di Trilussa, quella secondo la quale se tu mangi due polli al giorno e io nessuno, tu e io mangiamo in media un pollo al giorno a testa. Un bambino su cinque a Berlino vive in condizioni di povertà. E, secondo i più recenti dati statistici forniti dalla Bundesagentur für Arbeit (L’Agenzia per il lavoro), in tutto il territorio della Germania sempre più bambini vivono in “famiglie Hartz IV”, ossia famiglie che vivono con il sussidio sociale. 

In Italia, in dieci anni la povertà assoluta è aumentata del 182%, registrando un aumento costante nel tempo. L’8,4% della popolazione residente vive in povertà. E di questi oltre 5 milioni di poveri, un milione 200 mila sono bambini e ragazzi. I numeri arrivano dall'Istat e sono stati presentati dalla Fondazione L'Albero della Vita. Una povertà nascosta che agisce nel buio e che, privandoli dell’opportunità di costruirsi un futuro, alimenta la povertà economica di domani. E – quel che è peggio – questa situazione di disagio non tende a fermarsi: anzi è in aumento. 

Così mentre gli appartenenti all’1% discutono del nuovo jet o del nuovo yacht da comprare o del modo migliore per nascondere le loro sconfinate ricchezze al fisco, la parte del restante 99% vive o già in condizioni d’indigenza o nella paura di scivolare presto o tardi in quella povertà, vissuta più come personale fallimento che risultato di scelte politiche che queste disuguaglianze hanno prodotto, e continuano a moltiplicare.

La disuguaglianza – che non ha precedenti storici – è strutturale ed ha nella politica la sua matrice, grazie alle diverse politiche messe in campo dai governi che hanno portato alla generale riduzione della protezione legislativa del lavoro e favorito quel processo di individualismo sfrenato che ha messo i lavoratori in competizione fra loro per stipendi e carriera. 

Se fino agli anni Settanta i lavoratori erano una sola voce collettiva contro l’arroganza del capitalismo oligarchico, grazie ad organizzazioni sindacali e partiti di sinistri che tutelavano davvero i loro interessi dalla tracotanza dei nuovi Padroni, con le vittorie elettorali di Margaret Thatcher in Gran Bretagna nel 1979 e di Ronald Reagan negli Stati Uniti nel 1980 è cominciato il lento inarrestabile declino della sinistra e dei sindacati. 

L’eliminazione della contrattazione collettiva, che faceva convergere tra loro i redditi da lavoro, e dell’indicizzazione automatica dei salari in funzione degli aumenti dei prezzi (scala mobile) ha peggiorato fortemente la distribuzione del reddito che è andato a scapito dei salari ma a favore della rendita finanziaria.

Tra i primi anni del 1990 e il 2007, nei paesi industrialmente avanzati, la quota dei salari sul Pil è scesa in media di 13 punti percentuali nell’America Latina e caraibica, di 10 punti in Asia e nei paesi del Pacifico, di 9 punti nelle restanti economie avanzate. Ovvio aggiungere che i punti persi dai redditi da lavoro sono andati ai redditi da capitale.

I dati dunque dimostrano che non alla crisi economica – per intenderci, quella che ha preso avvio negli Stati Uniti nel 2007 in seguito alla crisi dei subprime – dobbiamo imputare il trend in crescita delle disuguaglianze economiche: l’andamento era già cominciato vari anni prima, subito dopo la caduta del Muro di Berlino. 

È lecito quindi supporre che tale sviluppo patologico del sistema economico e sociale sia da attribuire in misura maggiore all’inadeguatezza delle politiche, messe in campo sia dai governi di destra sia da quelli di sinistra, nel contrastare le disuguaglianze. 

La responsabilità principale grava tuttavia soprattutto sui partiti di sinistra e sui sindacati, che hanno abbandonato il loro tradizionale ruolo storico, politico e sociale per convertirsi anche loro al pensiero unico dominante del neoliberismo.  

La domanda allora è: scelta strategica o semplice svista? Il fatto è che la politica ha evocato i mostri e non è più in grado di controllarli; sempre più succuba e funzionale al potere economico e finanziario, non ha più margini di manovra. I meccanismi d’integrazione sociale oggi non possono non adeguarsi all’oggettività delle strutture di produzione capitalistica. E nella società dei salariati si punta piuttosto egoisticamente a mantenere la propria posizione e a proteggerla dalle incertezze della vita piuttosto che mettere in discussione la struttura delle disuguaglianze di posizione. 

Il problema della protezione dall’incertezza di reddito e di vita si pone essenzialmente nei termini dell’accettazione supina da parte dei lavoratori salariati di ogni forma di ricatto, anche inaccettabile come quella di firmare una busta paga a fronte di una somma percepita inferiore o di svolgere lavori in ambienti di lavoro insalubri.

Peraltro, nell’affrontare i problemi d’incertezza economica, si assiste ad uno spostamento di oneri: dalla collettività all’individuo. 

Se una volta nell’imaginario collettivo il povero veniva visto con pietismo, adesso si tende a colpevolizzarlo. Nella cultura dominante si è sviluppato una distorsione culturale di tipo gramsciano: il passaggio da un modello di comunità inclusiva, ispirato allo «Stato sociale», a uno Stato esclusivo, ispirato alla reiezione di quanti non sono funzionali all’attuale sistema di costruzione di ordine e progresso economico. Non lo Stato, e la società tutta, deve creare le condizioni perché il lavoro sia un diritto per tutti, ma l’individuo da solo deve superare le prove, trovare le motivazioni per la sua realizzazione e costruzione di senso.

Andando di questo passo non è lontano il giorno in cui il volume dei rifiuti umani supererà la capacità del sistema di smaltirli. E come nel film di Romero “Zombi”: «Quando all'inferno non ci sarà più posto i morti cammineranno sulla terra».

domenica 31 marzo 2019

BREVI OSSERVAZIONI SUL CONVEGNO DI VERONA SULLA FAMIGLIA


Il fatto che si parli di famiglia è senz’altro un fatto positivo, a condizione che il clima in cui le opposte idee si confrontino sia privo di pregiudizi. Opporre la “bellezza della famiglia naturale” ad altre forme di famiglia è un chiaro esempio di valutazione del fenomeno secondo convinzioni assunte acriticamente e prevenzioni generali che nulla hanno a che vedere con la sostanza dei fatti.

In piena inquisizione chiunque dissentisse dal dettato della Chiesa tradizionale era perciò stesso considerato “eretico”, e quindi condannato al rogo. Era dunque una farsa invitare i pensatori del tempo ad esprimere liberamente le proprie opinioni, se poi, quando queste divergevano dal solco della verità imposta dalla Chiesa, venivano condannati o all’abiura o al rogo. Galileo Galilei, sostenitore della teoria copernicana eliocentrica sul moto dei corpi celesti in opposizione alla teoria geocentrica, fu costretto ad abiurare le sue tesi per evitare il rogo; Giordano Bruno fu messo al rogo perché osò criticare il geocentrismo tolemaico e negare le teorie aristoteliche di un cosmo composto da sfere cristalline concentriche.

Quando sento (e vedo) di un gadget a forma di feto di dieci settimane, distribuito al Congresso mondiale delle Famiglie in corso a Verona, accompagnato da un cartellino con la scritta: “L'aborto ferma un cuore che batte!”. Ho la sensazione di trovarmi in pieno Medioevo, piuttosto che in un luogo dei nostri tempi in cui le rispettive posizioni e idee si confrontano con pacata onestà intellettuale. E tali estremismi sono la dimostrazione di quanta ignoranza insiste ancora sulla “famiglia” – comunemente intesa – quale insieme di persone unite da vincoli d’affetto.

È solo un pregiudizio, dato per scontato, quello che ci porta a intendere la famiglia come primo nucleo sociale normato e strutturato intorno alla figura di un uomo e di una donna che si uniscono in matrimonio e quindi generano figli.

Un tempo, molti anni fa, forse aveva anche un senso pensare la famiglia in questi termini: la donna si occupava del lavoro domestico e della cura dei figli; l’uomo dedicava gran parte del suo tempo ad un lavoro remunerato per provvedere ai bisogni economici della famiglia, quindi, una volta divenuti grandi i figli, bilanciando autorevolezza e affettività, li avviava ad occupare un posto nella società. 

Questa, un tempo, era la funzione della famiglia, almeno nella sua forma ideale. Ma tutto questo e altro ancora – nella famiglia – non esiste più: nei rapporti di coppia e intergenerazionali bisogni di autonomia e interdipendenza sono spesso in conflitto tra loro. Il ruolo del matrimonio, come fondamento della relazione di coppia, si è indebolito. Quindi il desiderio di mantenere spazi di autonomia nella vita quotidiana accresce il numero delle separazioni e dei divorzi. Si formano quindi nuovi rapporti di coppia in cui confluiscono i figli avuti da un rapporto o un matrimonio precedente. Si diffondono sempre più le convivenze per evitare poi i costi legali di separazioni.

E dunque di quale famiglia tradizionale parliamo? È come parlare di trasporto su carrozze quando la gente si sposta in aereo!

I confini delle nuove famiglie sono sempre più labili, imprecisi, confusi. E questo fenomeno sfida l’idea di una famiglia «contenuta» entro i confini tradizionali dello stare tutti «sotto lo stesso tetto» e “finché morte non vi separi”.

Ecco perché – secondo me – non ha senso alcuno parlare di famiglia tradizionale: è la Storia che ne ha decretato la fine. 

Possiamo parlare invece di famiglia come luogo in cui si formano rapporti o relazioni retti dalla comune e reciproca volontà di stare insieme e di condividere un comune percorso, almeno per il tempo in cui il vincolo, vuoi affettivo vuoi d’interesse, si mantiene saldo ed ha una sua ragione d’esistere.

Del resto, personalmente, non ho mai creduto alla famiglia come luogo dell’intimità e dell’affettività, spazio dell’autenticità, archetipo della solidarietà. Lo attestano i tanti episodi di cronaca nera di famiglie come luoghi dell’inautenticità, dell’oppressione, dell’obbligo, dell’egoismo esclusivo. La famiglia non è solo quel luogo idilliaco rappresentato dalle immagini del “Mulino bianco”: la famiglia può anche essere non solo il luogo in cui si consumano, lontano da occhi indiscreti, veri e propri atti di violenza e di abusi sessuali, ma anche l’incubatrice di autentici mostri.

Quando Salvini, star del congresso delle famiglie, si schiera contro l’aborto e a favore della famiglia tradizionale, mi ricorda tanto quegli inquisitori spagnoli che, in nome dell’infinito amore e della misericordiosa potenza di Dio, mandavano povere mentecatte (streghe) al rogo con l’accusa di aver avuto rapporti con il diavolo. Prima ancora dei feti di dieci settimane, dovrebbe occuparsi di bambini e di esseri umani in carne ed ossa, invece di precludergli – in nome di un principio assiomatico che più immigrati significhi necessariamente più delinquenti – il diritto ad una vita più dignitosa.