domenica 31 marzo 2019

BREVI OSSERVAZIONI SUL CONVEGNO DI VERONA SULLA FAMIGLIA


Il fatto che si parli di famiglia è senz’altro un fatto positivo, a condizione che il clima in cui le opposte idee si confrontino sia privo di pregiudizi. Opporre la “bellezza della famiglia naturale” ad altre forme di famiglia è un chiaro esempio di valutazione del fenomeno secondo convinzioni assunte acriticamente e prevenzioni generali che nulla hanno a che vedere con la sostanza dei fatti.

In piena inquisizione chiunque dissentisse dal dettato della Chiesa tradizionale era perciò stesso considerato “eretico”, e quindi condannato al rogo. Era dunque una farsa invitare i pensatori del tempo ad esprimere liberamente le proprie opinioni, se poi, quando queste divergevano dal solco della verità imposta dalla Chiesa, venivano condannati o all’abiura o al rogo. Galileo Galilei, sostenitore della teoria copernicana eliocentrica sul moto dei corpi celesti in opposizione alla teoria geocentrica, fu costretto ad abiurare le sue tesi per evitare il rogo; Giordano Bruno fu messo al rogo perché osò criticare il geocentrismo tolemaico e negare le teorie aristoteliche di un cosmo composto da sfere cristalline concentriche.

Quando sento (e vedo) di un gadget a forma di feto di dieci settimane, distribuito al Congresso mondiale delle Famiglie in corso a Verona, accompagnato da un cartellino con la scritta: “L'aborto ferma un cuore che batte!”. Ho la sensazione di trovarmi in pieno Medioevo, piuttosto che in un luogo dei nostri tempi in cui le rispettive posizioni e idee si confrontano con pacata onestà intellettuale. E tali estremismi sono la dimostrazione di quanta ignoranza insiste ancora sulla “famiglia” – comunemente intesa – quale insieme di persone unite da vincoli d’affetto.

È solo un pregiudizio, dato per scontato, quello che ci porta a intendere la famiglia come primo nucleo sociale normato e strutturato intorno alla figura di un uomo e di una donna che si uniscono in matrimonio e quindi generano figli.

Un tempo, molti anni fa, forse aveva anche un senso pensare la famiglia in questi termini: la donna si occupava del lavoro domestico e della cura dei figli; l’uomo dedicava gran parte del suo tempo ad un lavoro remunerato per provvedere ai bisogni economici della famiglia, quindi, una volta divenuti grandi i figli, bilanciando autorevolezza e affettività, li avviava ad occupare un posto nella società. 

Questa, un tempo, era la funzione della famiglia, almeno nella sua forma ideale. Ma tutto questo e altro ancora – nella famiglia – non esiste più: nei rapporti di coppia e intergenerazionali bisogni di autonomia e interdipendenza sono spesso in conflitto tra loro. Il ruolo del matrimonio, come fondamento della relazione di coppia, si è indebolito. Quindi il desiderio di mantenere spazi di autonomia nella vita quotidiana accresce il numero delle separazioni e dei divorzi. Si formano quindi nuovi rapporti di coppia in cui confluiscono i figli avuti da un rapporto o un matrimonio precedente. Si diffondono sempre più le convivenze per evitare poi i costi legali di separazioni.

E dunque di quale famiglia tradizionale parliamo? È come parlare di trasporto su carrozze quando la gente si sposta in aereo!

I confini delle nuove famiglie sono sempre più labili, imprecisi, confusi. E questo fenomeno sfida l’idea di una famiglia «contenuta» entro i confini tradizionali dello stare tutti «sotto lo stesso tetto» e “finché morte non vi separi”.

Ecco perché – secondo me – non ha senso alcuno parlare di famiglia tradizionale: è la Storia che ne ha decretato la fine. 

Possiamo parlare invece di famiglia come luogo in cui si formano rapporti o relazioni retti dalla comune e reciproca volontà di stare insieme e di condividere un comune percorso, almeno per il tempo in cui il vincolo, vuoi affettivo vuoi d’interesse, si mantiene saldo ed ha una sua ragione d’esistere.

Del resto, personalmente, non ho mai creduto alla famiglia come luogo dell’intimità e dell’affettività, spazio dell’autenticità, archetipo della solidarietà. Lo attestano i tanti episodi di cronaca nera di famiglie come luoghi dell’inautenticità, dell’oppressione, dell’obbligo, dell’egoismo esclusivo. La famiglia non è solo quel luogo idilliaco rappresentato dalle immagini del “Mulino bianco”: la famiglia può anche essere non solo il luogo in cui si consumano, lontano da occhi indiscreti, veri e propri atti di violenza e di abusi sessuali, ma anche l’incubatrice di autentici mostri.

Quando Salvini, star del congresso delle famiglie, si schiera contro l’aborto e a favore della famiglia tradizionale, mi ricorda tanto quegli inquisitori spagnoli che, in nome dell’infinito amore e della misericordiosa potenza di Dio, mandavano povere mentecatte (streghe) al rogo con l’accusa di aver avuto rapporti con il diavolo. Prima ancora dei feti di dieci settimane, dovrebbe occuparsi di bambini e di esseri umani in carne ed ossa, invece di precludergli – in nome di un principio assiomatico che più immigrati significhi necessariamente più delinquenti – il diritto ad una vita più dignitosa.

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