Il fatto che si parli di famiglia è senz’altro un fatto
positivo, a condizione che il clima in cui le opposte idee si confrontino sia
privo di pregiudizi. Opporre la “bellezza della famiglia naturale” ad altre
forme di famiglia è un chiaro esempio di valutazione del fenomeno secondo convinzioni
assunte acriticamente e prevenzioni generali che nulla hanno a che vedere con
la sostanza dei fatti.
In piena inquisizione chiunque dissentisse dal dettato della
Chiesa tradizionale era perciò stesso considerato “eretico”, e quindi
condannato al rogo. Era dunque una farsa invitare i pensatori del tempo ad
esprimere liberamente le proprie opinioni, se poi, quando queste divergevano
dal solco della verità imposta dalla Chiesa, venivano condannati o all’abiura o
al rogo. Galileo Galilei, sostenitore della teoria copernicana eliocentrica sul
moto dei corpi celesti in opposizione alla teoria geocentrica, fu costretto ad
abiurare le sue tesi per evitare il rogo; Giordano Bruno fu messo al rogo
perché osò criticare il geocentrismo tolemaico e negare le teorie aristoteliche
di un cosmo composto da sfere cristalline concentriche.
Quando sento (e vedo) di un gadget a forma di feto di dieci
settimane, distribuito al Congresso mondiale delle Famiglie in corso a Verona, accompagnato
da un cartellino con la scritta: “L'aborto ferma un cuore che batte!”. Ho la
sensazione di trovarmi in pieno Medioevo, piuttosto che in un luogo dei nostri
tempi in cui le rispettive posizioni e idee si confrontano con pacata onestà
intellettuale. E tali estremismi sono la dimostrazione di quanta ignoranza insiste
ancora sulla “famiglia” – comunemente intesa – quale insieme di persone unite
da vincoli d’affetto.
È solo un pregiudizio, dato per scontato, quello che ci
porta a intendere la famiglia come primo nucleo sociale normato e strutturato
intorno alla figura di un uomo e di una donna che si uniscono in matrimonio e quindi
generano figli.
Un tempo, molti anni fa, forse aveva anche un senso pensare la
famiglia in questi termini: la donna si occupava del lavoro domestico e della
cura dei figli; l’uomo dedicava gran parte del suo tempo ad un lavoro remunerato
per provvedere ai bisogni economici della famiglia, quindi, una volta divenuti
grandi i figli, bilanciando autorevolezza e affettività, li avviava ad occupare
un posto nella società.
Questa, un tempo, era la funzione della famiglia, almeno
nella sua forma ideale. Ma tutto questo e altro ancora – nella famiglia – non esiste
più: nei rapporti di coppia e intergenerazionali bisogni di autonomia e interdipendenza
sono spesso in conflitto tra loro. Il ruolo del matrimonio, come fondamento
della relazione di coppia, si è indebolito. Quindi il desiderio di mantenere
spazi di autonomia nella vita quotidiana accresce il numero delle separazioni e
dei divorzi. Si formano quindi nuovi rapporti di coppia in cui confluiscono i figli
avuti da un rapporto o un matrimonio precedente. Si diffondono sempre più le
convivenze per evitare poi i costi legali di separazioni.
E dunque di quale famiglia tradizionale parliamo? È come
parlare di trasporto su carrozze quando la gente si sposta in aereo!
I confini delle nuove famiglie sono sempre più labili,
imprecisi, confusi. E questo fenomeno sfida l’idea di una famiglia «contenuta»
entro i confini tradizionali dello stare tutti «sotto lo stesso tetto» e “finché
morte non vi separi”.
Ecco perché – secondo me – non ha senso alcuno parlare di
famiglia tradizionale: è la Storia che ne ha decretato la fine.
Possiamo
parlare invece di famiglia come luogo in cui si formano rapporti o relazioni
retti dalla comune e reciproca volontà di stare insieme e di condividere un
comune percorso, almeno per il tempo in cui il vincolo, vuoi affettivo vuoi d’interesse,
si mantiene saldo ed ha una sua ragione d’esistere.
Del resto, personalmente, non ho mai creduto alla famiglia come
luogo dell’intimità e dell’affettività, spazio dell’autenticità, archetipo
della solidarietà. Lo attestano i tanti episodi di cronaca nera di famiglie
come luoghi dell’inautenticità, dell’oppressione, dell’obbligo, dell’egoismo
esclusivo. La famiglia non è solo quel luogo idilliaco rappresentato dalle
immagini del “Mulino bianco”: la famiglia può anche essere non solo il luogo in
cui si consumano, lontano da occhi indiscreti, veri e propri atti di violenza e
di abusi sessuali, ma anche l’incubatrice di autentici mostri.
Quando Salvini, star del congresso delle famiglie, si schiera contro l’aborto e a favore della
famiglia tradizionale, mi ricorda tanto quegli inquisitori spagnoli che, in
nome dell’infinito amore e della misericordiosa potenza di Dio, mandavano povere
mentecatte (streghe) al rogo con l’accusa di aver avuto rapporti con il diavolo. Prima
ancora dei feti di dieci settimane, dovrebbe occuparsi di bambini e di esseri umani
in carne ed ossa, invece di precludergli – in nome di un principio assiomatico
che più immigrati significhi necessariamente più delinquenti – il diritto ad
una vita più dignitosa.
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