domenica 7 aprile 2019

QUANDO ALL’INFERNO NON CI SARÀ PIÙ POSTO

I dati Oxfam evidenziano che la crisi non è stato un fenomeno generalizzato: sempre più ricchezza si è accumulata nelle mani di pochi, sempre meno ricchezza nelle mani di molti. Tra il 1995 e il 2016 la quota di ricchezza dell’1% più ricco della popolazione adulta è passata dal 18 al 25%, quella del 10% più ricco dal 49 al 62%. Perfino nella nostra civile, democratica e avanzata Europa un numero sempre maggiore di bambini cresce nella povertà. 

Nella ricca Germania si assiste al paradosso che mentre sale il reddito pro capite cresce parimenti il numero degli indigenti. È la statistica di Trilussa, quella secondo la quale se tu mangi due polli al giorno e io nessuno, tu e io mangiamo in media un pollo al giorno a testa. Un bambino su cinque a Berlino vive in condizioni di povertà. E, secondo i più recenti dati statistici forniti dalla Bundesagentur für Arbeit (L’Agenzia per il lavoro), in tutto il territorio della Germania sempre più bambini vivono in “famiglie Hartz IV”, ossia famiglie che vivono con il sussidio sociale. 

In Italia, in dieci anni la povertà assoluta è aumentata del 182%, registrando un aumento costante nel tempo. L’8,4% della popolazione residente vive in povertà. E di questi oltre 5 milioni di poveri, un milione 200 mila sono bambini e ragazzi. I numeri arrivano dall'Istat e sono stati presentati dalla Fondazione L'Albero della Vita. Una povertà nascosta che agisce nel buio e che, privandoli dell’opportunità di costruirsi un futuro, alimenta la povertà economica di domani. E – quel che è peggio – questa situazione di disagio non tende a fermarsi: anzi è in aumento. 

Così mentre gli appartenenti all’1% discutono del nuovo jet o del nuovo yacht da comprare o del modo migliore per nascondere le loro sconfinate ricchezze al fisco, la parte del restante 99% vive o già in condizioni d’indigenza o nella paura di scivolare presto o tardi in quella povertà, vissuta più come personale fallimento che risultato di scelte politiche che queste disuguaglianze hanno prodotto, e continuano a moltiplicare.

La disuguaglianza – che non ha precedenti storici – è strutturale ed ha nella politica la sua matrice, grazie alle diverse politiche messe in campo dai governi che hanno portato alla generale riduzione della protezione legislativa del lavoro e favorito quel processo di individualismo sfrenato che ha messo i lavoratori in competizione fra loro per stipendi e carriera. 

Se fino agli anni Settanta i lavoratori erano una sola voce collettiva contro l’arroganza del capitalismo oligarchico, grazie ad organizzazioni sindacali e partiti di sinistri che tutelavano davvero i loro interessi dalla tracotanza dei nuovi Padroni, con le vittorie elettorali di Margaret Thatcher in Gran Bretagna nel 1979 e di Ronald Reagan negli Stati Uniti nel 1980 è cominciato il lento inarrestabile declino della sinistra e dei sindacati. 

L’eliminazione della contrattazione collettiva, che faceva convergere tra loro i redditi da lavoro, e dell’indicizzazione automatica dei salari in funzione degli aumenti dei prezzi (scala mobile) ha peggiorato fortemente la distribuzione del reddito che è andato a scapito dei salari ma a favore della rendita finanziaria.

Tra i primi anni del 1990 e il 2007, nei paesi industrialmente avanzati, la quota dei salari sul Pil è scesa in media di 13 punti percentuali nell’America Latina e caraibica, di 10 punti in Asia e nei paesi del Pacifico, di 9 punti nelle restanti economie avanzate. Ovvio aggiungere che i punti persi dai redditi da lavoro sono andati ai redditi da capitale.

I dati dunque dimostrano che non alla crisi economica – per intenderci, quella che ha preso avvio negli Stati Uniti nel 2007 in seguito alla crisi dei subprime – dobbiamo imputare il trend in crescita delle disuguaglianze economiche: l’andamento era già cominciato vari anni prima, subito dopo la caduta del Muro di Berlino. 

È lecito quindi supporre che tale sviluppo patologico del sistema economico e sociale sia da attribuire in misura maggiore all’inadeguatezza delle politiche, messe in campo sia dai governi di destra sia da quelli di sinistra, nel contrastare le disuguaglianze. 

La responsabilità principale grava tuttavia soprattutto sui partiti di sinistra e sui sindacati, che hanno abbandonato il loro tradizionale ruolo storico, politico e sociale per convertirsi anche loro al pensiero unico dominante del neoliberismo.  

La domanda allora è: scelta strategica o semplice svista? Il fatto è che la politica ha evocato i mostri e non è più in grado di controllarli; sempre più succuba e funzionale al potere economico e finanziario, non ha più margini di manovra. I meccanismi d’integrazione sociale oggi non possono non adeguarsi all’oggettività delle strutture di produzione capitalistica. E nella società dei salariati si punta piuttosto egoisticamente a mantenere la propria posizione e a proteggerla dalle incertezze della vita piuttosto che mettere in discussione la struttura delle disuguaglianze di posizione. 

Il problema della protezione dall’incertezza di reddito e di vita si pone essenzialmente nei termini dell’accettazione supina da parte dei lavoratori salariati di ogni forma di ricatto, anche inaccettabile come quella di firmare una busta paga a fronte di una somma percepita inferiore o di svolgere lavori in ambienti di lavoro insalubri.

Peraltro, nell’affrontare i problemi d’incertezza economica, si assiste ad uno spostamento di oneri: dalla collettività all’individuo. 

Se una volta nell’imaginario collettivo il povero veniva visto con pietismo, adesso si tende a colpevolizzarlo. Nella cultura dominante si è sviluppato una distorsione culturale di tipo gramsciano: il passaggio da un modello di comunità inclusiva, ispirato allo «Stato sociale», a uno Stato esclusivo, ispirato alla reiezione di quanti non sono funzionali all’attuale sistema di costruzione di ordine e progresso economico. Non lo Stato, e la società tutta, deve creare le condizioni perché il lavoro sia un diritto per tutti, ma l’individuo da solo deve superare le prove, trovare le motivazioni per la sua realizzazione e costruzione di senso.

Andando di questo passo non è lontano il giorno in cui il volume dei rifiuti umani supererà la capacità del sistema di smaltirli. E come nel film di Romero “Zombi”: «Quando all'inferno non ci sarà più posto i morti cammineranno sulla terra».

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