giovedì 5 gennaio 2017

SI VIVA INSIEME O NON SI VIVA AFFATTO

L’essere umano è per sua natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale, o al contrario un essere che per sua natura è empatico, incline a relazionarsi con gli altri e capace di percepire la loro sofferenza come fosse la propria?

Personalmente sono convinto che la capacità della specie umana di sopravvivere e prosperare sulla Terra, sotto la pressione della forza direttrice dell’evoluzione, derivi dalla sua attitudine a stabilire legami emotivi e sociali con altri esseri umani.

Se consideriamo l’equipaggiamento dell’Uomo da un punto di vista meramente biologico, non v’è dubbio alcuno che appare come la più imperfetta delle creature che abitano il nostro pianeta. Mosche, ragni, cavallette e perfino alberi e batteri sono meglio attrezzati di noi per rispondere alla pressione selettiva.

In senso darwiniano la nostra specie era la meno adatta alla sopravvivenza. Eppure dall’Australopithecus afarensis, vissuto tra i 3 e i 4 milioni di anni fa, siamo arrivati all'uomo moderno, grazie sì alla maggiore complessità del cervello umano, ma soprattutto grazie all'immensa capacità dei nostri neuroni di elaborare processi astrattivi per cui quando osserviamo altri compiere un’azione, i neuroni dell’osservatore “rispecchiano” ciò che avviene nella mente del soggetto osservato, come se, a compiere l’azione, fosse l’osservatore stesso.

Comprendiamo il comportamento altrui perché lo esperiamo automaticamente. E questa è una caratteristica proprio della nostra specie. Attraverso la simulazione nel nostro cervello delle esperienze provate dalle altre persone, riusciamo a comprendere a fondo ciò che queste provano.

Questa capacità di rispecchiare gli stati interni dell’altra persona credo sia stata l'estrazione vincente nella lotteria della selezione naturale. La massima comprensione e sintonia empatica tra esseri umani ha consentito di sviluppare strategie comuni per neutralizzare e contrastare gli eventi avversi, imparando dai castori a costruire dighe, dai nidi degli uccelli a intrecciare canestri. Imparando da altre creature e copiando i loro metodi, abbiamo moltiplicato le possibilità della nostra sopravvivenza.

Trattandosi di comportamenti dettati dell'evoluzione, ho però la sensazione che generazione dopo generazione gli esseri umani abbiano smesso di evolversi lungo la direttrice dell’empatia. L'uomo moderno, in particolare quello occidentale, tende a svilupparsi sempre più come individuo che come essere umano. 

E questo suo individualismo non è l’affermazione del valore morale di sé stesso, nel senso di indipendenza e autonomia delle proprie opinioni, delle proprie scelte, che ogni essere umano rivendica in quanto destinatario di norme universalmente vincolanti. L’individualismo dell’uomo moderno è più radicale: è un individualismo assoluto secondo il principio “mors tua vita mea”.

L’uomo moderno è tutto teso alla costruzione della sua “gabbia dorata” entro la quale mettere al riparo sé stesso, il coniuge e i propri figli. E gli altri, che si arrangino!

Il mondo dell’uomo contemporaneo occidentale ha confini molto angusti, a dispetto della gran voglia di viaggiare, di visitare luoghi esotici e lontani dal suolo patrio. 

Se la morte di una donna ivoriana di ventotto anni fa emergere le contraddizioni, l’arretratezza civile e istituzionale dell’Italia in materia di centri di accoglienza per migranti, nessuno – dico nessuno – si indigna. Non è degno di attenzione e di riflessione constatare che alcuni esseri umani possano essere trattati in modo così incivile e indegno. Non è un problema che ci riguarda!

L’immagine di un bimbo annegato di soli 16 mesi, mentre la famiglia tentava di attraversare il fiume Naf per salvarsi dalla violenza dei militari birmani, non basta a distrarci dalla paura, gonfiata ad arte dal tam tam mediatico, del contagio da meningococco C.

Siamo così meschinamente attaccati alla nostra vita che tutto quello che ci succede attorno non ci scuote dal torpore e dalla letargia della nostra vita quotidiana. 

Andiamo in allarme se nostro figlio quarantacinquenne tarda a telefonarci dalle bianche spiagge di Miami, comodamente sdraiato a prendere il sole. Ma siamo totalmente incapaci di sentire la tragedia di quei pari genitori che affidano i loro figli alla misericordia del mare, talvolta traditrice, pur di sottrarli a una morte certa, in paesi travagliati dall’esperienza bellica e che non conosce confini alla crudeltà che si può infliggere ad un essere umano. Non facciamo differenza tra disperati e criminali: per noi sono solo vite di scarto destinate alla discarica.


Quando vedo foto come quella del bimbo Rohingya, con la faccia immersa nel fango, sento che non posso non sentirmi colpevole della sua morte. Non per averla provocata, ma per il solo fatto che dovrebbe essere iscritta nella coscienza umana che o si vive insieme o non si vive affatto.

mercoledì 4 gennaio 2017

IL POPULISMO DEL POTERE

Ricorderete tutti le promesse di Matteo Renzi all'indomani degli eventi sismici che colpirono il Centro Italia: l’intervento sarebbe stato immediato. E come Ettore Petrolini, grande sbeffeggiatore del regime fascista, nel ruolo del grande imperatore romano Nerone, che il popolo vuole morto perché ha incendiato Roma, ma lo ammansisce con la frase ad effetto “Roma rinascerà più bella e più superba che pria”, così Renzi rassicurava i terremotati che tutto sarebbe stato ricostruito, senza alcun riguardo per le regole tecnocratiche: «Pensando a Norcia, penso alla chiesa di San Benedetto, patrono d’Europa. Oggi il significato profondo dell’Europa è nella ricostruzione, noi non faremo nessun passo indietro. Ricostruiremo tutto. Non possiamo avere uno sguardo burocratico. Vogliamo che Norcia abbia un futuro e per farlo dobbiamo rimettere a posto case, chiese e ed esercizi commerciali. Tutto quello che serve per la ricostruzione lo prenderemo: le risorse ci sono già, se c’è sarà l’esigenza di allargare le condizioni economiche siamo in grado di farlo, l’Italia non lesinerà sulla ricostruzione di questa zona del Paese».

Questo diceva Renzi e questo è da sempre l’inganno supremo del potere: esibirsi come su un palcoscenico davanti al pubblico, facendogli credere qualunque cosa, anche ricorrendo alla più spudorata menzogna, pur di ottenerne l’approvazione e l’adulazione. E una volta spenti i riflettori dei media, torna il silenzio e l’abbandono.

Il dolore e la sofferenza di coloro che attendono dal potere una soluzione ai loro mali non morde veramente la carne di quanti personificano il potere. Se così fosse come spiegare altrimenti la perpetuazione dell’ingiustizia, dell’avidità, dell’egoismo e soprattutto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Essi hanno un’unica considerazione dell’uomo: merce da acquistare a bassissimo costo per ottenere consenso o profitto.

Ricevo una segnalazione dall’Associazione di volontariato “LaCasa sull’Albero” nella quale si denuncia che dal sisma del 30 ottobre 2016, che ha coinvolto diversi Borghi del centro Italia, Castelluccio Di Norcia non ha ancora una via di accesso percorribile e lungo le loro strade non è stato spostato nemmeno un sassolino.

Un altro abitante di Norcia dichiara: «Noi per ora non abbiamo visto nulla. A Norcia c’è la “ricostruzione fai da te”». Chi ha modo di organizzarsi, bene. Altrimenti è finito. La gente è esasperata. Va in giro tutto il giorno in cerca di risposte che non arrivano.  La Protezione Civile: «99 parlano e uno fa». La frustrazione di una risposta che non arriva, induce molti a non passare neppure più per il campo base per chiedere informazioni. Manca un vero coordinamento centrale, visti i pochi funzionari che operano nei centri principali. E nelle frazioni va ancora peggio: molte delle quali lasciate completamente sguarnite.

Questa situazione mi fa venire in mente una barzelletta che mio padre mi raccontò dopo il terremoto dell’Irpinia nel 1980.

Dopo che il sisma colpì la Campania centrale e la Basilicata centro-settentrionale, il compianto presidente Pertini, nonostante il parere contrario dell'allora presidente del Consiglio Forlani e altri ministri e consiglieri, decide di recarsi in elicottero sui luoghi della tragedia. 

Commosso dinanzi a tanto disastro ordina immantinente una Commissione per l'attuazione degli interventi per la ricostruzione.

Viene quindi allestito sul luogo della calamità un tendone destinato ad ospitare la commissione presieduta dall’allora ministro Zamberletti col compito di stimare e reintegrare ciascuno delle perdite patite.

Quindi uno ad uno i terremotati, come i grani di un rosario, sfilano davanti al ministro Zamberletti per dichiarare la perdita sofferta.

È la volta di Antonio, che dichiara di aver perduto la stalla e due vacche. Il ministro quindi ordina al segretario alla sua destra di scrivere: "Antonio avere una stalla e due vacche". Quindi arriva Giovanni che dichiara a sua volta la perdita di una casa. Il ministro, senza perdersi d’animo, fa cenno al segretario di scrivere: "Giovanni avere una casa". 

Così uno dopo l’altro, ciascuno con il proprio carico di richieste, mentre il segretario appunta diligentemente tutto quanto nella lista, fino a quando arriva Giuseppe. 

Questi appare piuttosto impacciato e taciturno. Notando il suo evidente imbarazzo, il ministro lo invita a parlare liberamente, senza timore. 

Con lunghe pause tra una parola e l’altra, Giuseppe racconta che al momento del cataclisma si trovava in bagno, quando la cassetta dello scarico in alto staccandosi gli ha troncato di netto l’uccello.

A quest’ultima frase un silenzio sepolcrale cade nel tendone allestito alla bisogna. Lo sguardo supplichevole del segretario incontra quello del ministro, che è a disagio e non sa cosa dire. I secondi sembrano lunghissimi e interminabili, quando finalmente, il ministro, con un motto di spirito liberatorio, dice al segretario: “Segretario, scriva. Giuseppe avere un cazzo!».

Il segretario non crede alle sue orecchie, ma l’ingiunzione che non ammette repliche lo induce a scrivere nel verbale: « Giuseppe avere un cazzo.»

Quando Giuseppe esce, il segretario ancora incredulo chiede sommessamente al ministro come sia possibile rendere a Giuseppe il suo cazzo perduto! Il ministro, porgendogli lo sguardo, gli risponde: «Già, ma cosa pensi avranno gli altri?».


Si può concludere che tra ieri e oggi poco è cambiato: la musica è sempre la stessa!

martedì 3 gennaio 2017

VICENDA CONSIP, UNA SITUAZIONE SURREALE

La vicenda Consip, di cui i media parlano assai poco proprio in nome di quella verità che il presidente dell’Antitrust Pitruzzella vorrebbe proteggere dalle bufale del web, passa sottotraccia. 

Eppure è uno scandalo ben più serio delle vicende che funestano il comune di Roma e il suo sindaco Virginia Raggi.

Ma tutti i giorni sono le notizie del Campidoglio che occupano gli spazi maggiori della carta stampata e delle reti televisive. Sappiamo tutto. Come Raffaele Marra, dirigente comunale dai tempi di Alemanno e Marino, sia stato promosso da Virginia Raggi a capo del Personale; come costui – sebbene incensurato (ma la Virginia Raggi doveva saperlo, avendo la sfera di cristallo) – sia stato indagato dalla Procura di Roma, perché tre anni prima s’era fatto pagare una casa da un costruttore. Come la Raggi abbia nominato assessore all’Ambiente la Muraro (incensurata e non indagata) e poi si scopre che è fatta oggetto di indagine per presunte violazioni del testo unico ambientale e la Raggi la fa dimettere.

Insomma la Raggi è il vero cancro di questo Paese: nessuna scusa perché doveva prevedere gli eventi e sapere chi erano i suoi collaboratori, benché siano stati tutti rimossi dai loro incarichi.

Dell’indagine Consip immagino però che siano veramente in pochi a conoscere il letamaio che sta venendo fuori e quali sono i protagonisti.

Meno male che il Web c’è, altrimenti notizie di questa portata sarebbero bellamente occultate, con buona pace di chi veramente ammorba il Paese con loschi affari, che ricadono presto o tardi sull’intera collettività sotto forma di maggiori tasse da versare e minori servizi. Ma il presidente dell’Antitrust Pitruzzella pensa che servano regole e sanzioni contro le bufale online: “i pubblici poteri devono controllare l’informazione”. Così con la scusa delle “bufale on line” si vorrebbe istituire una sorta di ministero della Verità di orwelliana memoria, col compito per l’appunto di stabilire quale sia la verità. 

Occorrerebbe ricordare al valente avvocato e docente italiano, nonché presidente dell'Antitrust, che la guerra in Iraq si basò su 935 menzogne dette proprio da quel ministero della Verità costituito dall’allora presidente degli Stati Uniti Bush Jr e dal suo entourage all’opinione pubblica.

Ma torniamo all’inchiesta Consip. L’oggetto dell’indagine riguarda un mega appalto (Facility Management) di 2,7 miliardi di euro per la fornitura pluriennale dei servizi gestionali di uffici pubblici, università e centri di ricerca. La gara bandita nel 2014 fu suddivisa in dieci lotti, tre dei quali fanno riferimento alle società di Alfredo Romeo, in passato finanziatore legale della Fondazione Big Bang di Renzi.

Cos’è la Consip? La Consip, acronimo di Concessionaria Servizi Informativi Pubblici, è una società per azioni del Ministero dell'Economia e delle Finanze, che gestisce gare per i servizi di manutenzione di tutti gli edifici pubblici, comprese le scuole italiane.  Nata nel 1997 per gestire i servizi informatici dell'allora Ministero del tesoro, nel 2000 – nell’ambito di un programma di razionalizzazione della spesa pubblica per beni e servizi – assunse l'incarico di stipulare convenzioni e contratti quadro per l'acquisto di beni e servizi per conto delle amministrazioni dello Stato. Secondo il principio della spending review e basandosi sul presupposto che il prezzo decresce in ragione della quantità acquistata, ci si attendeva una migliore efficienza ed efficacia della spesa pubblica in termini di risparmi per gli apparati pubblici. Ma in Italia vale l’antico proverbio che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. 

Un sistema fantastico in teoria, col trascorrere degli anni è diventato l’impianto attraverso il quale una grande fetta degli appalti andava alle solite aziende che se li spartivano, come fossero un cartello, secondo il principio del “do ut des”: da una parte ottenevano gli appalti, dall’altra finanziavano in maniera trasversale la politica italiana.

Da qui l’indagine in corso, dalla quale – attraverso intercettazioni – emerge che un dirigente della Consip avrebbe favorito le società riconducibili all'imprenditore Alfredo Romeo, in cambio di somme di denaro versate in contanti dallo stesso Romeo. Quindi agli eccellenti iscritti nel registro degli indagati per rivelazione del segreto d’ufficio: il Generale Tullio Del Sette (comandante generale dell’Arma dei carabinieri), Emanuele Saltalamacchia (comandante dei carabinieri della Toscana) e Luca Lotti, oggi sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Cosa avrebbero fatto quelli del “trio medusa”? Avrebbero informato l’amministratore delegato della Consip, Luigi Marroni, dell’esistenza di microspie negli uffici della Consip utili al prosieguo delle indagini. Luigi Marroni fa rimuovere le cimici e in data 20 dicembre gli investigatori entrano nella sede Consip a Roma, acquisendo i documenti sulla mega-gara.

L’Ad – Luigi Marroni – messo all’angolo dai Pm rivela i nomi di chi gli avrebbe svelato l’esistenza dell’indagine: il presidente della Consip Ferrara, che lo aveva saputo dal sottosegretario Luca Lotti, che lo aveva saputa dal comandante dei carabinieri della Toscana Emanuele Saltalamacchia, che a sua volta lo aveva saputo dal comandante dei carabinieri, Tullio Del Sette.

Ciascuno di questi tre notabili ovviamente nega le accuse, come c’era da aspettarsi. E siamo in una vera e propria situazione surreale. Siamo al paradosso di Epimenide il quale, essendo cretese, affermava che tutti i cretesi sono bugiardi.

Se i tre dignitari come affermano, non sapevano nulla delle indagini e non hanno mai detto nulla a Marroni e Ferrara, allora Marroni e Ferrara sono due bugiardi e stiamo mantenendo a capo della centrale acquisti della pubblica amministrazione due infingardi. Se invece Marroni ha detto la verità, allora Lotti, Saltalamacchia e Del Sette non possono rivestire il primo il ruolo formale di ministro e quello sostanziale di rappresentante del leader del Pd Renzi nel governo Gentiloni, il secondo quello di comandante dell’arma dei carabinieri della Toscana, il terzo quello di comandante generale dell’Arma dei carabinieri.

A voi l’ardua sentenza. Chi mente?



lunedì 26 dicembre 2016

CASO MONTE PASCHI, UN’OPACA VICENDA BANCARIA

Il 21 dicembre scorso il Parlamento è stato chiamato ad esaminare la norma cosiddetta “Salvarisparmio”, opportunamente cucita per salvare il Monte dei Paschi Siena (Mps). Il governo Renziloni ha incassato il via libera di Camera e Senato. L’esecutivo ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione a nuovo indebitamento fino a 20 miliardi di euro. Il Senato (con 221 voti favorevoli) e la Camera (con 389 voti favorevoli) hanno detto sì.

Dalla notte al giorno siamo a 20 miliardi di euro di ulteriore debito. Cosa sono 20 miliardi nell’enorme calderone del debito pubblico italiano? Poca cosa, tanto più che a pagarlo non saranno certo quelli che accumulano fascine per porle sulle spalle degli ignari italiani e su quelle dei loro figli. Tra i quali vi sono anche quelli che, se sono capaci di alzare barricate spontanee quando si tratta di negare ospitalità a chi fugge da condizioni ostili, sono del tutto apatici e indifferenti quando banchieri e loro lacchè in doppio petto gli schiaffano un palo enorme nel culo! Contro questi dovrebbero erigere non solo barricate ma fortificazioni ad impedire che continuino a depredarci del nostro futuro e di quello dei nostri figli. Ma contro questi veri sciacalli si mostrano vili e impotenti, con l’unico effetto di incentivare gli ingannatori ad ingannare ancor di più e sempre meglio.

Il Governo Renzi, insieme ai due precedenti (Letta e Monti), ha prodotto 400 miliardi di debito. Lo scorso ottobre il debito pubblico valeva 2.223 miliardi di euro. Poiché quando Renzi è andato a Palazzo Chigi era di 2.107 miliardi di euro, ne consegue che il suo governo ha macinato 116 milioni di euro per ogni giorno in cui è rimasto in carico. E c’è ancora qualcuno che attende il suo ritorno!

Se il voto fosse palese e se ciascun elettore rispondesse personalmente, sborsando di tasca propria i maggiori oneri derivanti dalla scelta di politici inetti o incapaci o corrotti, sono convinto che questi elettori sarebbero più attenti nel selezionare la classe dirigente e nel chiederne conto. A puro titolo esemplificativo, se i quasi 3 milioni di elettori, che alle primarie hanno consentito a Renzi di diventare segretario del Pd e successivamente capo del governo, si vedessero recapitare una cartella esattoriale di 39 mila euro per compensare il maggior debito creato dal loro leader, soppeserebbero più attentamente le conseguenze del loro voto.

Nonostante le politiche di rigore sin qui adottate, non c’è segnale alcuno che la rotta stia cambiando in modo sostanziale. Nel 2011 il rapporto debito/PIL era al 120%, dopo la legge di bilancio 2017 si era attestato al 132,8%. Con il decreto “Salvarisparmio”, confezionato per salvare gli istituti di credito ricorrendo ai soldi dei cittadini, si porterà ben oltre il 134%, complicando enormemente il piano di rientro verso gli obiettivi del Patto di stabilità e crescita.

Non si può non osservare che non ci sono mai i soldi per la Scuola, per la Sanità, per la Previdenza, per la messa in sicurezza del territorio, per gli ammortizzatori sociali. Ma quando si tratta di banche e di lobby di potere, magicamente i soldi appaiono! Il dettaglio non trascurabile è che il maggior debito, per effetto della nuova emissione di titoli pubblici per 20 miliardi, per salvare le banche in difficoltà, costerà ad ogni famiglia italiana 833 euro è ininfluente.

Quando il M5S parlava di “reddito di cittadinanza”, i governi, facendo risolino, replicavano: dove trovate i soldi?

La proposta del M5S sul reddito minimo garantito, destinato a circa 2,8 milioni di famiglie sotto la linea della povertà, costerebbe secondo l’Istat circa 14,9 miliardi di euro. Ma i governi hanno sempre respinto la proposta al mittente adducendo il motivo che non ci sono le coperture per finanziare il reddito di cittadinanza. Ma quando c’è da salvare le banche, ecco pronta la soluzione: basta fare debito!  


Il sistema creditizio è in difficoltà? Servono venti miliardi? Nessun problema. Con un decreto il governo toglie soldi dal bilancio dello Stato e li mette nelle banche. Si chiede agli italiani di firmare una cambiale in bianco di 20 miliardi non per garantire un miglior servizio sanitario o una scuola più efficiente, non per investimenti destinati a creare nuova occupazione, non per arginare il fenomeno della povertà assoluta, che mostra un quadro allarmante. No, solo per salvare un sistema creditizio, guidato da uomini che, pur intascando compensi milionari, lo hanno deteriorato con strategie poco prudenti e malversazioni d’ogni sorta. E il colmo è che coloro che vogliono salvarlo sono quegli stessi che sapevano e non hanno fatto nulla per impedire che fosse saccheggiato, quando non vi hanno contribuito attivamente. 

domenica 18 dicembre 2016

IL MITO DELLA CRESCITA INFINITA

Vogliono convincerci che si esce dalla crisi solo aumentando il prodotto interno lordo, come se fosse realistica l’idea che gli alberi possano crescere fino al cielo e oltre. Finché saremo disposti ad accettare una tale assurdità, quell’1% della popolazione mondiale avrà partita facile nei confronti del restante 99%, ai quali continuano ad imporre terapie economiche diametralmente opposte a quelle che sarebbero necessarie.

L’unica terapia da adottare, per uscire dal «buco nero» in cui ci hanno confinati, è la redistribuzione della ricchezza, altrimenti la dilatazione patologica delle diseguaglianze, l’impoverimento dei lavoratori e del ceto medio sono destinati ad aggravarsi.

La crescita di ogni paese, al pari della crescita dei batteri, dei salmoni o delle tigri, incontra comunque un limite oltre il quale non può andare. Se non altro per l’ovvia considerazione del carattere finito di alcune risorse dell'ambiente.

Continuare ad illudere i paesi e i popoli dell'eurozona che dalla crisi si esce solo aumentando la crescita, è quanto di più irrealistico possa esservi.


Se la politica, non dico solo a livello nazionale ma anche internazionale, non porrà in atto trasferimenti di risorse da un gruppo sociale ad un altro, attenuando progressivamente le diseguaglianze, gli scenari da favelas brasiliani saranno anche nei nostri paesi occidentali avanzati, abituati a una vita dignitosa, più comuni di quanto oggi non si possa immaginare.

giovedì 15 dicembre 2016

DA CHE PULPITO VIENE LA PREDICA

Alcune brevi riflessioni su quanto detto da Gentiloni nel corso della seduta al Senato, svuotato dalle opposizioni, lo scorso mercoledì 14 dicembre.  Nel chiedere la fiducia ha testualmente detto: “Io difenderò, com'è ovvio, le prerogative del Parlamento e lo farò nei confronti di tutti. C'è stata una discussione a mio parere molto sbagliata negli ultimi mesi da parte di chi ha presentato le riforme che erano state approvate, peraltro a maggioranza, nel Parlamento come chissà quale tentativo autoritario. Credo che questo sia stato un errore. Invito, comunque, chi, in questi mesi, si è battuto alzando la bandiera del Parlamento contro ipotetici e – a mio avviso – inesistenti, tentativi autoritari, a rispettare il Parlamento e le sue regole, a partecipare alle sue riunioni e a farlo in modo civile e dignitoso come prevede la Costituzione”.

Ma siamo sicuri che questo “governo fotocopia del precedente governo Renzi”, costituito peraltro dagli stessi che hanno perso il referendum, sia proprio nella legittima posizione di puntare il dito contro chi, in ossequio a quei 20 milioni di No al referendum, diserta l’aula perché stanco di assistere per l’ennesima volta alla deprimente pantomima di un governo messo in piede per rispondere più a calcoli opportunistici di bottega che al senso di responsabilità per la Nazione?

Un referendum che evidenziasse l’enorme divergenza tra il popolo e i suoi rappresentanti, indurrebbe – secondo la migliore tradizione costituzionalista – a indire subito nuove elezioni politiche, proprio per restituire al Parlamento e al Governo quella dignità istituzionale che solo la sovranità popolare può dargli.

Gentiloni, il suo Governo e questo Parlamento da quale voto popolare derivano la loro autorità?

Sappiamo che a nuove elezioni politiche al più presto si oppone però la circostanza che l’attuale legge elettorale – voluta dal governo Renzi (ancora in carica per interposta persona di Gentiloni) – non prevede norme relative all'elezione del Senato. Renzi, ancora prima che il popolo si esprimesse, aveva dato per scontato la sua abolizione.

Mentre l’intero contesto rivela una sconfortante inadeguatezza, fa eco il tono predicatorio e saccente di un Gentiloni che invita le opposizioni a sedere sugli scranni parlamentari per dar vita alla normale dialettica democratica, come se il referendum costituzionale, con un’affluenza boom del 70% circa, non ci fosse mai stato.

Per la quarta volta è stato nominato un governo di “non eletti”; abbiamo ancora un Parlamento di deputati e senatori eletti con una legge definita anticostituzionale in molte sue parti dalla Corte costituzionale. Ma Gentiloni esorta le opposizioni dal suo pulpito a rispettare questo Parlamento e le sue regole, in modo civile e dignitoso come prevede la Costituzione. 

Sorprende e irrita l’ipocrisia di certe affermazioni!


Un governo giustamente definito dalla maggior parte degli osservatori una fotocopia del precedente governo Renzi – nemmeno il pudore di cambiare la compagine ministeriale –, respinto pochi giorni fa a grande maggioranza del popolo italiano, che arringa le opposizioni sulla necessità della partecipazione? È il colmo dell’audacia o della sfacciataggine!

venerdì 9 dicembre 2016

SE QUESTA E' L'EUROPA, FERMATE VOGLIO SCENDERE

Le nuvole incombono minacciose e annunciano la tempesta, pronta ad abbattersi come un flagello sugli italiani che con il loro No hanno osato sfidare la giusta ira della Bce, che non l’ha preso affatto bene.

Come a suo tempo con Alexis Tsipras, quando una valanga di "No" uscì dalle urne greche per bocciare l’accordo proposto dai creditori internazionali, e la Banca centrale europea bloccò il rifinanziamento delle banche greche non accettando più i bond greci in garanzia, a meno che il governo di Atene non concludesse un nuovo accordo con la troika Ue-Bce-Fmi, così ora è la volta dell’Italia, lasciata nel pantano da Matteo Renzi, che deve prepararsi a bere l’amaro calice della Troika.

La Bce ha detto no al rinvio dell’aumento di capitale da parte di Mps e diventa indispensabile la ricapitalizzazione precauzionale con soldi pubblici, previo azzeramento degli azionisti e obbligazionisti subordinati. Dopo l’esito referendario vengono improvvisamente alla luce le crepe del sistema bancario italiano. Questo quando Padoan qualche mese fa ci tranquillizzava sulla solidità del sistema bancario italiano.

Un tempismo perfetto tra il risultato del referendum e la presa d’atto da parte della Bce delle difficoltà delle banche italiane.


Lo scopo della Troika ora è fare pressione sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché formi subito un nuovo governo tecnico, alla cui guida vi sia il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, umiliando ancora una volta la “sovranità popolare”.