Ricorderete tutti le promesse di Matteo Renzi all'indomani
degli eventi sismici che colpirono il Centro Italia: l’intervento sarebbe stato
immediato. E come Ettore Petrolini, grande sbeffeggiatore del regime fascista,
nel ruolo del grande imperatore romano Nerone, che il popolo vuole morto perché
ha incendiato Roma, ma lo ammansisce con la frase ad effetto “Roma rinascerà
più bella e più superba che pria”, così Renzi rassicurava i terremotati che tutto
sarebbe stato ricostruito, senza alcun riguardo per le regole tecnocratiche: «Pensando
a Norcia, penso alla chiesa di San Benedetto, patrono d’Europa. Oggi il
significato profondo dell’Europa è nella ricostruzione, noi non faremo nessun
passo indietro. Ricostruiremo tutto. Non possiamo avere uno sguardo
burocratico. Vogliamo che Norcia abbia un futuro e per farlo dobbiamo rimettere
a posto case, chiese e ed esercizi commerciali. Tutto quello che serve per la
ricostruzione lo prenderemo: le risorse ci sono già, se c’è sarà l’esigenza di
allargare le condizioni economiche siamo in grado di farlo, l’Italia non
lesinerà sulla ricostruzione di questa zona del Paese».
Questo diceva Renzi e questo è da sempre l’inganno supremo del potere: esibirsi come
su un palcoscenico davanti al pubblico, facendogli credere qualunque cosa,
anche ricorrendo alla più spudorata menzogna, pur di ottenerne l’approvazione e
l’adulazione. E una volta spenti i riflettori dei media, torna il silenzio e l’abbandono.
Il dolore e la sofferenza di coloro che attendono dal potere
una soluzione ai loro mali non morde veramente la carne di quanti personificano
il potere. Se così fosse come spiegare altrimenti la perpetuazione dell’ingiustizia,
dell’avidità, dell’egoismo e soprattutto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Essi
hanno un’unica considerazione dell’uomo: merce da acquistare a bassissimo costo
per ottenere consenso o profitto.
Ricevo una segnalazione dall’Associazione di volontariato “LaCasa sull’Albero” nella quale si denuncia che dal sisma del 30 ottobre 2016,
che ha coinvolto diversi Borghi del centro Italia, Castelluccio Di Norcia non
ha ancora una via di accesso percorribile e lungo le loro strade non è stato
spostato nemmeno un sassolino.
Un altro abitante di Norcia dichiara: «Noi per ora non
abbiamo visto nulla. A Norcia c’è la “ricostruzione fai da te”». Chi ha modo di
organizzarsi, bene. Altrimenti è finito. La gente è esasperata. Va in giro
tutto il giorno in cerca di risposte che non arrivano. La Protezione Civile: «99 parlano e uno fa».
La frustrazione di una risposta che non arriva, induce molti a non passare neppure più
per il campo base per chiedere informazioni. Manca un vero coordinamento
centrale, visti i pochi funzionari che operano nei centri principali. E nelle
frazioni va ancora peggio: molte delle quali lasciate completamente sguarnite.
Questa situazione mi fa venire in mente una barzelletta che
mio padre mi raccontò dopo il terremoto dell’Irpinia nel 1980.
Dopo che il sisma colpì la Campania centrale e la Basilicata
centro-settentrionale, il compianto presidente Pertini, nonostante il parere
contrario dell'allora presidente del Consiglio Forlani e altri ministri e consiglieri, decide di recarsi in elicottero sui luoghi della tragedia.
Commosso dinanzi a tanto
disastro ordina immantinente una Commissione per l'attuazione degli interventi
per la ricostruzione.
Viene quindi allestito sul luogo della calamità un tendone
destinato ad ospitare la commissione presieduta dall’allora ministro Zamberletti
col compito di stimare e reintegrare ciascuno delle perdite patite.
Quindi uno ad uno i terremotati, come i grani di un rosario, sfilano davanti al ministro Zamberletti
per dichiarare la perdita sofferta.
È
la volta di Antonio, che dichiara di aver perduto la stalla e due vacche. Il
ministro quindi ordina al segretario alla sua destra di scrivere: "Antonio avere
una stalla e due vacche". Quindi arriva Giovanni che dichiara a sua volta la
perdita di una casa. Il ministro, senza perdersi d’animo, fa cenno al segretario
di scrivere: "Giovanni avere una casa".
Così uno dopo l’altro, ciascuno con il proprio carico di richieste, mentre il
segretario appunta diligentemente tutto quanto nella lista, fino a quando
arriva Giuseppe.
Questi appare piuttosto impacciato e taciturno. Notando il suo evidente imbarazzo, il
ministro lo invita a parlare liberamente, senza timore.
Con lunghe pause tra
una parola e l’altra, Giuseppe racconta che al momento del cataclisma si
trovava in bagno, quando la cassetta dello scarico in alto staccandosi gli ha
troncato di netto l’uccello.
A quest’ultima frase un silenzio sepolcrale cade nel tendone
allestito alla bisogna. Lo sguardo supplichevole del segretario incontra quello
del ministro, che è a disagio e non sa cosa dire. I secondi sembrano lunghissimi
e interminabili, quando finalmente, il ministro, con un motto di spirito liberatorio,
dice al segretario: “Segretario, scriva. Giuseppe avere un cazzo!».
Il segretario non crede alle sue orecchie, ma l’ingiunzione
che non ammette repliche lo induce a scrivere nel verbale: « Giuseppe avere un
cazzo.»
Quando Giuseppe esce, il segretario ancora incredulo chiede sommessamente
al ministro come sia possibile rendere a Giuseppe il suo cazzo perduto! Il ministro,
porgendogli lo sguardo, gli risponde: «Già, ma cosa pensi avranno gli altri?».
Si può concludere che tra ieri e oggi poco è cambiato: la
musica è sempre la stessa!
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