mercoledì 4 gennaio 2017

IL POPULISMO DEL POTERE

Ricorderete tutti le promesse di Matteo Renzi all'indomani degli eventi sismici che colpirono il Centro Italia: l’intervento sarebbe stato immediato. E come Ettore Petrolini, grande sbeffeggiatore del regime fascista, nel ruolo del grande imperatore romano Nerone, che il popolo vuole morto perché ha incendiato Roma, ma lo ammansisce con la frase ad effetto “Roma rinascerà più bella e più superba che pria”, così Renzi rassicurava i terremotati che tutto sarebbe stato ricostruito, senza alcun riguardo per le regole tecnocratiche: «Pensando a Norcia, penso alla chiesa di San Benedetto, patrono d’Europa. Oggi il significato profondo dell’Europa è nella ricostruzione, noi non faremo nessun passo indietro. Ricostruiremo tutto. Non possiamo avere uno sguardo burocratico. Vogliamo che Norcia abbia un futuro e per farlo dobbiamo rimettere a posto case, chiese e ed esercizi commerciali. Tutto quello che serve per la ricostruzione lo prenderemo: le risorse ci sono già, se c’è sarà l’esigenza di allargare le condizioni economiche siamo in grado di farlo, l’Italia non lesinerà sulla ricostruzione di questa zona del Paese».

Questo diceva Renzi e questo è da sempre l’inganno supremo del potere: esibirsi come su un palcoscenico davanti al pubblico, facendogli credere qualunque cosa, anche ricorrendo alla più spudorata menzogna, pur di ottenerne l’approvazione e l’adulazione. E una volta spenti i riflettori dei media, torna il silenzio e l’abbandono.

Il dolore e la sofferenza di coloro che attendono dal potere una soluzione ai loro mali non morde veramente la carne di quanti personificano il potere. Se così fosse come spiegare altrimenti la perpetuazione dell’ingiustizia, dell’avidità, dell’egoismo e soprattutto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Essi hanno un’unica considerazione dell’uomo: merce da acquistare a bassissimo costo per ottenere consenso o profitto.

Ricevo una segnalazione dall’Associazione di volontariato “LaCasa sull’Albero” nella quale si denuncia che dal sisma del 30 ottobre 2016, che ha coinvolto diversi Borghi del centro Italia, Castelluccio Di Norcia non ha ancora una via di accesso percorribile e lungo le loro strade non è stato spostato nemmeno un sassolino.

Un altro abitante di Norcia dichiara: «Noi per ora non abbiamo visto nulla. A Norcia c’è la “ricostruzione fai da te”». Chi ha modo di organizzarsi, bene. Altrimenti è finito. La gente è esasperata. Va in giro tutto il giorno in cerca di risposte che non arrivano.  La Protezione Civile: «99 parlano e uno fa». La frustrazione di una risposta che non arriva, induce molti a non passare neppure più per il campo base per chiedere informazioni. Manca un vero coordinamento centrale, visti i pochi funzionari che operano nei centri principali. E nelle frazioni va ancora peggio: molte delle quali lasciate completamente sguarnite.

Questa situazione mi fa venire in mente una barzelletta che mio padre mi raccontò dopo il terremoto dell’Irpinia nel 1980.

Dopo che il sisma colpì la Campania centrale e la Basilicata centro-settentrionale, il compianto presidente Pertini, nonostante il parere contrario dell'allora presidente del Consiglio Forlani e altri ministri e consiglieri, decide di recarsi in elicottero sui luoghi della tragedia. 

Commosso dinanzi a tanto disastro ordina immantinente una Commissione per l'attuazione degli interventi per la ricostruzione.

Viene quindi allestito sul luogo della calamità un tendone destinato ad ospitare la commissione presieduta dall’allora ministro Zamberletti col compito di stimare e reintegrare ciascuno delle perdite patite.

Quindi uno ad uno i terremotati, come i grani di un rosario, sfilano davanti al ministro Zamberletti per dichiarare la perdita sofferta.

È la volta di Antonio, che dichiara di aver perduto la stalla e due vacche. Il ministro quindi ordina al segretario alla sua destra di scrivere: "Antonio avere una stalla e due vacche". Quindi arriva Giovanni che dichiara a sua volta la perdita di una casa. Il ministro, senza perdersi d’animo, fa cenno al segretario di scrivere: "Giovanni avere una casa". 

Così uno dopo l’altro, ciascuno con il proprio carico di richieste, mentre il segretario appunta diligentemente tutto quanto nella lista, fino a quando arriva Giuseppe. 

Questi appare piuttosto impacciato e taciturno. Notando il suo evidente imbarazzo, il ministro lo invita a parlare liberamente, senza timore. 

Con lunghe pause tra una parola e l’altra, Giuseppe racconta che al momento del cataclisma si trovava in bagno, quando la cassetta dello scarico in alto staccandosi gli ha troncato di netto l’uccello.

A quest’ultima frase un silenzio sepolcrale cade nel tendone allestito alla bisogna. Lo sguardo supplichevole del segretario incontra quello del ministro, che è a disagio e non sa cosa dire. I secondi sembrano lunghissimi e interminabili, quando finalmente, il ministro, con un motto di spirito liberatorio, dice al segretario: “Segretario, scriva. Giuseppe avere un cazzo!».

Il segretario non crede alle sue orecchie, ma l’ingiunzione che non ammette repliche lo induce a scrivere nel verbale: « Giuseppe avere un cazzo.»

Quando Giuseppe esce, il segretario ancora incredulo chiede sommessamente al ministro come sia possibile rendere a Giuseppe il suo cazzo perduto! Il ministro, porgendogli lo sguardo, gli risponde: «Già, ma cosa pensi avranno gli altri?».


Si può concludere che tra ieri e oggi poco è cambiato: la musica è sempre la stessa!

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