martedì 3 gennaio 2017

VICENDA CONSIP, UNA SITUAZIONE SURREALE

La vicenda Consip, di cui i media parlano assai poco proprio in nome di quella verità che il presidente dell’Antitrust Pitruzzella vorrebbe proteggere dalle bufale del web, passa sottotraccia. 

Eppure è uno scandalo ben più serio delle vicende che funestano il comune di Roma e il suo sindaco Virginia Raggi.

Ma tutti i giorni sono le notizie del Campidoglio che occupano gli spazi maggiori della carta stampata e delle reti televisive. Sappiamo tutto. Come Raffaele Marra, dirigente comunale dai tempi di Alemanno e Marino, sia stato promosso da Virginia Raggi a capo del Personale; come costui – sebbene incensurato (ma la Virginia Raggi doveva saperlo, avendo la sfera di cristallo) – sia stato indagato dalla Procura di Roma, perché tre anni prima s’era fatto pagare una casa da un costruttore. Come la Raggi abbia nominato assessore all’Ambiente la Muraro (incensurata e non indagata) e poi si scopre che è fatta oggetto di indagine per presunte violazioni del testo unico ambientale e la Raggi la fa dimettere.

Insomma la Raggi è il vero cancro di questo Paese: nessuna scusa perché doveva prevedere gli eventi e sapere chi erano i suoi collaboratori, benché siano stati tutti rimossi dai loro incarichi.

Dell’indagine Consip immagino però che siano veramente in pochi a conoscere il letamaio che sta venendo fuori e quali sono i protagonisti.

Meno male che il Web c’è, altrimenti notizie di questa portata sarebbero bellamente occultate, con buona pace di chi veramente ammorba il Paese con loschi affari, che ricadono presto o tardi sull’intera collettività sotto forma di maggiori tasse da versare e minori servizi. Ma il presidente dell’Antitrust Pitruzzella pensa che servano regole e sanzioni contro le bufale online: “i pubblici poteri devono controllare l’informazione”. Così con la scusa delle “bufale on line” si vorrebbe istituire una sorta di ministero della Verità di orwelliana memoria, col compito per l’appunto di stabilire quale sia la verità. 

Occorrerebbe ricordare al valente avvocato e docente italiano, nonché presidente dell'Antitrust, che la guerra in Iraq si basò su 935 menzogne dette proprio da quel ministero della Verità costituito dall’allora presidente degli Stati Uniti Bush Jr e dal suo entourage all’opinione pubblica.

Ma torniamo all’inchiesta Consip. L’oggetto dell’indagine riguarda un mega appalto (Facility Management) di 2,7 miliardi di euro per la fornitura pluriennale dei servizi gestionali di uffici pubblici, università e centri di ricerca. La gara bandita nel 2014 fu suddivisa in dieci lotti, tre dei quali fanno riferimento alle società di Alfredo Romeo, in passato finanziatore legale della Fondazione Big Bang di Renzi.

Cos’è la Consip? La Consip, acronimo di Concessionaria Servizi Informativi Pubblici, è una società per azioni del Ministero dell'Economia e delle Finanze, che gestisce gare per i servizi di manutenzione di tutti gli edifici pubblici, comprese le scuole italiane.  Nata nel 1997 per gestire i servizi informatici dell'allora Ministero del tesoro, nel 2000 – nell’ambito di un programma di razionalizzazione della spesa pubblica per beni e servizi – assunse l'incarico di stipulare convenzioni e contratti quadro per l'acquisto di beni e servizi per conto delle amministrazioni dello Stato. Secondo il principio della spending review e basandosi sul presupposto che il prezzo decresce in ragione della quantità acquistata, ci si attendeva una migliore efficienza ed efficacia della spesa pubblica in termini di risparmi per gli apparati pubblici. Ma in Italia vale l’antico proverbio che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. 

Un sistema fantastico in teoria, col trascorrere degli anni è diventato l’impianto attraverso il quale una grande fetta degli appalti andava alle solite aziende che se li spartivano, come fossero un cartello, secondo il principio del “do ut des”: da una parte ottenevano gli appalti, dall’altra finanziavano in maniera trasversale la politica italiana.

Da qui l’indagine in corso, dalla quale – attraverso intercettazioni – emerge che un dirigente della Consip avrebbe favorito le società riconducibili all'imprenditore Alfredo Romeo, in cambio di somme di denaro versate in contanti dallo stesso Romeo. Quindi agli eccellenti iscritti nel registro degli indagati per rivelazione del segreto d’ufficio: il Generale Tullio Del Sette (comandante generale dell’Arma dei carabinieri), Emanuele Saltalamacchia (comandante dei carabinieri della Toscana) e Luca Lotti, oggi sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Cosa avrebbero fatto quelli del “trio medusa”? Avrebbero informato l’amministratore delegato della Consip, Luigi Marroni, dell’esistenza di microspie negli uffici della Consip utili al prosieguo delle indagini. Luigi Marroni fa rimuovere le cimici e in data 20 dicembre gli investigatori entrano nella sede Consip a Roma, acquisendo i documenti sulla mega-gara.

L’Ad – Luigi Marroni – messo all’angolo dai Pm rivela i nomi di chi gli avrebbe svelato l’esistenza dell’indagine: il presidente della Consip Ferrara, che lo aveva saputo dal sottosegretario Luca Lotti, che lo aveva saputa dal comandante dei carabinieri della Toscana Emanuele Saltalamacchia, che a sua volta lo aveva saputo dal comandante dei carabinieri, Tullio Del Sette.

Ciascuno di questi tre notabili ovviamente nega le accuse, come c’era da aspettarsi. E siamo in una vera e propria situazione surreale. Siamo al paradosso di Epimenide il quale, essendo cretese, affermava che tutti i cretesi sono bugiardi.

Se i tre dignitari come affermano, non sapevano nulla delle indagini e non hanno mai detto nulla a Marroni e Ferrara, allora Marroni e Ferrara sono due bugiardi e stiamo mantenendo a capo della centrale acquisti della pubblica amministrazione due infingardi. Se invece Marroni ha detto la verità, allora Lotti, Saltalamacchia e Del Sette non possono rivestire il primo il ruolo formale di ministro e quello sostanziale di rappresentante del leader del Pd Renzi nel governo Gentiloni, il secondo quello di comandante dell’arma dei carabinieri della Toscana, il terzo quello di comandante generale dell’Arma dei carabinieri.

A voi l’ardua sentenza. Chi mente?



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