giovedì 5 gennaio 2017

SI VIVA INSIEME O NON SI VIVA AFFATTO

L’essere umano è per sua natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale, o al contrario un essere che per sua natura è empatico, incline a relazionarsi con gli altri e capace di percepire la loro sofferenza come fosse la propria?

Personalmente sono convinto che la capacità della specie umana di sopravvivere e prosperare sulla Terra, sotto la pressione della forza direttrice dell’evoluzione, derivi dalla sua attitudine a stabilire legami emotivi e sociali con altri esseri umani.

Se consideriamo l’equipaggiamento dell’Uomo da un punto di vista meramente biologico, non v’è dubbio alcuno che appare come la più imperfetta delle creature che abitano il nostro pianeta. Mosche, ragni, cavallette e perfino alberi e batteri sono meglio attrezzati di noi per rispondere alla pressione selettiva.

In senso darwiniano la nostra specie era la meno adatta alla sopravvivenza. Eppure dall’Australopithecus afarensis, vissuto tra i 3 e i 4 milioni di anni fa, siamo arrivati all'uomo moderno, grazie sì alla maggiore complessità del cervello umano, ma soprattutto grazie all'immensa capacità dei nostri neuroni di elaborare processi astrattivi per cui quando osserviamo altri compiere un’azione, i neuroni dell’osservatore “rispecchiano” ciò che avviene nella mente del soggetto osservato, come se, a compiere l’azione, fosse l’osservatore stesso.

Comprendiamo il comportamento altrui perché lo esperiamo automaticamente. E questa è una caratteristica proprio della nostra specie. Attraverso la simulazione nel nostro cervello delle esperienze provate dalle altre persone, riusciamo a comprendere a fondo ciò che queste provano.

Questa capacità di rispecchiare gli stati interni dell’altra persona credo sia stata l'estrazione vincente nella lotteria della selezione naturale. La massima comprensione e sintonia empatica tra esseri umani ha consentito di sviluppare strategie comuni per neutralizzare e contrastare gli eventi avversi, imparando dai castori a costruire dighe, dai nidi degli uccelli a intrecciare canestri. Imparando da altre creature e copiando i loro metodi, abbiamo moltiplicato le possibilità della nostra sopravvivenza.

Trattandosi di comportamenti dettati dell'evoluzione, ho però la sensazione che generazione dopo generazione gli esseri umani abbiano smesso di evolversi lungo la direttrice dell’empatia. L'uomo moderno, in particolare quello occidentale, tende a svilupparsi sempre più come individuo che come essere umano. 

E questo suo individualismo non è l’affermazione del valore morale di sé stesso, nel senso di indipendenza e autonomia delle proprie opinioni, delle proprie scelte, che ogni essere umano rivendica in quanto destinatario di norme universalmente vincolanti. L’individualismo dell’uomo moderno è più radicale: è un individualismo assoluto secondo il principio “mors tua vita mea”.

L’uomo moderno è tutto teso alla costruzione della sua “gabbia dorata” entro la quale mettere al riparo sé stesso, il coniuge e i propri figli. E gli altri, che si arrangino!

Il mondo dell’uomo contemporaneo occidentale ha confini molto angusti, a dispetto della gran voglia di viaggiare, di visitare luoghi esotici e lontani dal suolo patrio. 

Se la morte di una donna ivoriana di ventotto anni fa emergere le contraddizioni, l’arretratezza civile e istituzionale dell’Italia in materia di centri di accoglienza per migranti, nessuno – dico nessuno – si indigna. Non è degno di attenzione e di riflessione constatare che alcuni esseri umani possano essere trattati in modo così incivile e indegno. Non è un problema che ci riguarda!

L’immagine di un bimbo annegato di soli 16 mesi, mentre la famiglia tentava di attraversare il fiume Naf per salvarsi dalla violenza dei militari birmani, non basta a distrarci dalla paura, gonfiata ad arte dal tam tam mediatico, del contagio da meningococco C.

Siamo così meschinamente attaccati alla nostra vita che tutto quello che ci succede attorno non ci scuote dal torpore e dalla letargia della nostra vita quotidiana. 

Andiamo in allarme se nostro figlio quarantacinquenne tarda a telefonarci dalle bianche spiagge di Miami, comodamente sdraiato a prendere il sole. Ma siamo totalmente incapaci di sentire la tragedia di quei pari genitori che affidano i loro figli alla misericordia del mare, talvolta traditrice, pur di sottrarli a una morte certa, in paesi travagliati dall’esperienza bellica e che non conosce confini alla crudeltà che si può infliggere ad un essere umano. Non facciamo differenza tra disperati e criminali: per noi sono solo vite di scarto destinate alla discarica.


Quando vedo foto come quella del bimbo Rohingya, con la faccia immersa nel fango, sento che non posso non sentirmi colpevole della sua morte. Non per averla provocata, ma per il solo fatto che dovrebbe essere iscritta nella coscienza umana che o si vive insieme o non si vive affatto.

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