L’essere umano è per sua natura aggressivo e utilitarista, teso
principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno
materiale, o al contrario un essere che per sua natura è empatico, incline a
relazionarsi con gli altri e capace di percepire la loro sofferenza come fosse la
propria?
Personalmente sono convinto che la capacità della specie
umana di sopravvivere e prosperare sulla Terra, sotto la pressione della forza
direttrice dell’evoluzione, derivi dalla sua attitudine a stabilire legami
emotivi e sociali con altri esseri umani.
Se consideriamo l’equipaggiamento dell’Uomo da un punto di
vista meramente biologico, non v’è dubbio alcuno che appare come la più
imperfetta delle creature che abitano il nostro pianeta. Mosche, ragni,
cavallette e perfino alberi e batteri sono meglio attrezzati di noi per rispondere
alla pressione selettiva.
In senso darwiniano la nostra specie era la meno adatta alla
sopravvivenza. Eppure dall’Australopithecus afarensis, vissuto tra i 3 e i 4
milioni di anni fa, siamo arrivati all'uomo moderno, grazie sì alla maggiore
complessità del cervello umano, ma soprattutto grazie all'immensa capacità dei
nostri neuroni di elaborare processi astrattivi per cui quando osserviamo altri
compiere un’azione, i neuroni dell’osservatore “rispecchiano” ciò che avviene
nella mente del soggetto osservato, come se, a compiere l’azione, fosse
l’osservatore stesso.
Comprendiamo il comportamento altrui perché lo esperiamo
automaticamente. E questa è una caratteristica proprio della nostra specie. Attraverso
la simulazione nel nostro cervello delle esperienze provate dalle altre
persone, riusciamo a comprendere a fondo ciò che queste provano.
Questa
capacità di rispecchiare gli stati interni dell’altra persona credo sia stata l'estrazione vincente nella lotteria della selezione naturale. La massima comprensione e sintonia empatica tra esseri umani
ha consentito di sviluppare strategie comuni per neutralizzare e contrastare
gli eventi avversi, imparando dai castori a costruire dighe, dai nidi degli
uccelli a intrecciare canestri. Imparando da altre creature e copiando i loro
metodi, abbiamo moltiplicato le possibilità della nostra sopravvivenza.
Trattandosi di comportamenti dettati dell'evoluzione, ho però la
sensazione che generazione dopo generazione gli esseri umani abbiano smesso di
evolversi lungo la direttrice dell’empatia. L'uomo moderno, in particolare quello occidentale, tende a svilupparsi sempre più come
individuo che come essere umano.
E questo suo individualismo non è l’affermazione
del valore morale di sé stesso, nel senso di indipendenza e autonomia delle
proprie opinioni, delle proprie scelte, che ogni essere umano rivendica in
quanto destinatario di norme universalmente vincolanti. L’individualismo dell’uomo
moderno è più radicale: è un individualismo assoluto secondo il principio “mors
tua vita mea”.
L’uomo moderno è tutto teso alla costruzione della sua “gabbia
dorata” entro la quale mettere al riparo sé stesso, il coniuge e i propri
figli. E gli altri, che si arrangino!
Il mondo dell’uomo contemporaneo occidentale ha confini
molto angusti, a dispetto della gran voglia di viaggiare, di visitare luoghi
esotici e lontani dal suolo patrio.
Se la morte di una donna ivoriana di ventotto anni fa
emergere le contraddizioni, l’arretratezza civile e istituzionale dell’Italia in
materia di centri di accoglienza per migranti, nessuno – dico nessuno – si
indigna. Non è degno di attenzione e di riflessione constatare che alcuni
esseri umani possano essere trattati in modo così incivile e indegno. Non è un problema che ci riguarda!
L’immagine di un bimbo annegato di soli 16 mesi, mentre la
famiglia tentava di attraversare il fiume Naf per salvarsi dalla violenza dei
militari birmani, non basta a distrarci dalla paura, gonfiata ad arte dal tam tam
mediatico, del contagio da meningococco C.
Siamo così meschinamente attaccati alla nostra vita che
tutto quello che ci succede attorno non ci scuote dal torpore e dalla letargia
della nostra vita quotidiana.
Andiamo in allarme se nostro figlio
quarantacinquenne tarda a telefonarci dalle bianche spiagge di Miami,
comodamente sdraiato a prendere il sole. Ma siamo totalmente incapaci di
sentire la tragedia di quei pari genitori che affidano i loro figli alla
misericordia del mare, talvolta traditrice, pur di sottrarli a una morte certa,
in paesi travagliati dall’esperienza bellica e che non conosce confini alla
crudeltà che si può infliggere ad un essere umano. Non facciamo differenza tra disperati e criminali: per noi sono solo vite di scarto destinate alla discarica.
Quando vedo foto come quella del bimbo Rohingya, con la
faccia immersa nel fango, sento che non posso non sentirmi colpevole della sua
morte. Non per averla provocata, ma per il solo fatto che dovrebbe essere
iscritta nella coscienza umana che o si vive insieme o non si vive affatto.
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