domenica 18 dicembre 2016

IL MITO DELLA CRESCITA INFINITA

Vogliono convincerci che si esce dalla crisi solo aumentando il prodotto interno lordo, come se fosse realistica l’idea che gli alberi possano crescere fino al cielo e oltre. Finché saremo disposti ad accettare una tale assurdità, quell’1% della popolazione mondiale avrà partita facile nei confronti del restante 99%, ai quali continuano ad imporre terapie economiche diametralmente opposte a quelle che sarebbero necessarie.

L’unica terapia da adottare, per uscire dal «buco nero» in cui ci hanno confinati, è la redistribuzione della ricchezza, altrimenti la dilatazione patologica delle diseguaglianze, l’impoverimento dei lavoratori e del ceto medio sono destinati ad aggravarsi.

La crescita di ogni paese, al pari della crescita dei batteri, dei salmoni o delle tigri, incontra comunque un limite oltre il quale non può andare. Se non altro per l’ovvia considerazione del carattere finito di alcune risorse dell'ambiente.

Continuare ad illudere i paesi e i popoli dell'eurozona che dalla crisi si esce solo aumentando la crescita, è quanto di più irrealistico possa esservi.


Se la politica, non dico solo a livello nazionale ma anche internazionale, non porrà in atto trasferimenti di risorse da un gruppo sociale ad un altro, attenuando progressivamente le diseguaglianze, gli scenari da favelas brasiliani saranno anche nei nostri paesi occidentali avanzati, abituati a una vita dignitosa, più comuni di quanto oggi non si possa immaginare.

giovedì 15 dicembre 2016

DA CHE PULPITO VIENE LA PREDICA

Alcune brevi riflessioni su quanto detto da Gentiloni nel corso della seduta al Senato, svuotato dalle opposizioni, lo scorso mercoledì 14 dicembre.  Nel chiedere la fiducia ha testualmente detto: “Io difenderò, com'è ovvio, le prerogative del Parlamento e lo farò nei confronti di tutti. C'è stata una discussione a mio parere molto sbagliata negli ultimi mesi da parte di chi ha presentato le riforme che erano state approvate, peraltro a maggioranza, nel Parlamento come chissà quale tentativo autoritario. Credo che questo sia stato un errore. Invito, comunque, chi, in questi mesi, si è battuto alzando la bandiera del Parlamento contro ipotetici e – a mio avviso – inesistenti, tentativi autoritari, a rispettare il Parlamento e le sue regole, a partecipare alle sue riunioni e a farlo in modo civile e dignitoso come prevede la Costituzione”.

Ma siamo sicuri che questo “governo fotocopia del precedente governo Renzi”, costituito peraltro dagli stessi che hanno perso il referendum, sia proprio nella legittima posizione di puntare il dito contro chi, in ossequio a quei 20 milioni di No al referendum, diserta l’aula perché stanco di assistere per l’ennesima volta alla deprimente pantomima di un governo messo in piede per rispondere più a calcoli opportunistici di bottega che al senso di responsabilità per la Nazione?

Un referendum che evidenziasse l’enorme divergenza tra il popolo e i suoi rappresentanti, indurrebbe – secondo la migliore tradizione costituzionalista – a indire subito nuove elezioni politiche, proprio per restituire al Parlamento e al Governo quella dignità istituzionale che solo la sovranità popolare può dargli.

Gentiloni, il suo Governo e questo Parlamento da quale voto popolare derivano la loro autorità?

Sappiamo che a nuove elezioni politiche al più presto si oppone però la circostanza che l’attuale legge elettorale – voluta dal governo Renzi (ancora in carica per interposta persona di Gentiloni) – non prevede norme relative all'elezione del Senato. Renzi, ancora prima che il popolo si esprimesse, aveva dato per scontato la sua abolizione.

Mentre l’intero contesto rivela una sconfortante inadeguatezza, fa eco il tono predicatorio e saccente di un Gentiloni che invita le opposizioni a sedere sugli scranni parlamentari per dar vita alla normale dialettica democratica, come se il referendum costituzionale, con un’affluenza boom del 70% circa, non ci fosse mai stato.

Per la quarta volta è stato nominato un governo di “non eletti”; abbiamo ancora un Parlamento di deputati e senatori eletti con una legge definita anticostituzionale in molte sue parti dalla Corte costituzionale. Ma Gentiloni esorta le opposizioni dal suo pulpito a rispettare questo Parlamento e le sue regole, in modo civile e dignitoso come prevede la Costituzione. 

Sorprende e irrita l’ipocrisia di certe affermazioni!


Un governo giustamente definito dalla maggior parte degli osservatori una fotocopia del precedente governo Renzi – nemmeno il pudore di cambiare la compagine ministeriale –, respinto pochi giorni fa a grande maggioranza del popolo italiano, che arringa le opposizioni sulla necessità della partecipazione? È il colmo dell’audacia o della sfacciataggine!

venerdì 9 dicembre 2016

SE QUESTA E' L'EUROPA, FERMATE VOGLIO SCENDERE

Le nuvole incombono minacciose e annunciano la tempesta, pronta ad abbattersi come un flagello sugli italiani che con il loro No hanno osato sfidare la giusta ira della Bce, che non l’ha preso affatto bene.

Come a suo tempo con Alexis Tsipras, quando una valanga di "No" uscì dalle urne greche per bocciare l’accordo proposto dai creditori internazionali, e la Banca centrale europea bloccò il rifinanziamento delle banche greche non accettando più i bond greci in garanzia, a meno che il governo di Atene non concludesse un nuovo accordo con la troika Ue-Bce-Fmi, così ora è la volta dell’Italia, lasciata nel pantano da Matteo Renzi, che deve prepararsi a bere l’amaro calice della Troika.

La Bce ha detto no al rinvio dell’aumento di capitale da parte di Mps e diventa indispensabile la ricapitalizzazione precauzionale con soldi pubblici, previo azzeramento degli azionisti e obbligazionisti subordinati. Dopo l’esito referendario vengono improvvisamente alla luce le crepe del sistema bancario italiano. Questo quando Padoan qualche mese fa ci tranquillizzava sulla solidità del sistema bancario italiano.

Un tempismo perfetto tra il risultato del referendum e la presa d’atto da parte della Bce delle difficoltà delle banche italiane.


Lo scopo della Troika ora è fare pressione sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché formi subito un nuovo governo tecnico, alla cui guida vi sia il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, umiliando ancora una volta la “sovranità popolare”.

giovedì 8 dicembre 2016

POST REFERENDUM, IN ATTESA DELLA TEMPESTA

È finita la vita di un Governo che ha rappresentato e rappresenterà un caso di scuola su come un Governo non debba essere nell'interesse di una nazione. L’arroganza, la prepotenza e la presunzione sono stati i tossici che ne hanno determinato la fine.

Imporre al Parlamento, prima, attraverso mille forzature e al Popolo, dopo, attraverso promesse mirabolanti e  minacce di apocalisse, una modifica per stravolgere la Costituzione, al solo scopo di disporre di un parlamento di fedeli cortigiani, che non ostacolassero troppo l’opera dei tanti volenterosi carnefici al servizio di una élite di non eletti che aspirano a governare non solo l’Europa ma il mondo intero, è stato quanto di più ignominioso la storia repubblicana del nostro Paese abbia mai conosciuto.

Errato sarebbe pensare che Renzi sia stato l’artefice della propria sconfitta. Renzi è stato solo “un garzone di bottega mandato dal droghiere a incassare i sospesi”. È stato lo strumento docile di quel potere “osceno” (formato da individui e gruppi che operano dietro le quinte della scena democratica per far progredire indisturbati i loro interessi), incurante e sprezzante non solo dei veri mali che attanagliano la nostra Italia, ma anche delle conseguenze che la vittoria del No avrebbe provocato. 

L’esito referendario ha evitato, per il momento, che la concentrazione del potere in mano ad un governo allineato ai diktat della Troika ci consegnasse senza colpo ferire al sistema finanziario che di fatto ha preso il potere, imponendosi ai governi nazionali e alla politica. Ma aver vinto una battaglia, non significa aver vinto la guerra.

La guerra continua! Ora che il gruppo finanziario JP Morgan, l’Ue e gli Usa non hanno ottenuto il risultato sperato, la controffensiva non si farà attendere. Cercheranno di ottenere per altra via quello che non sono riusciti ad ottenere con la balla che il Sì avrebbe rimesso in moto l’Italia.

Godiamoci per il momento la vittoria! Immaginiamo che al popolo, nonostante le abili menzogne ampiamente e accuratamente utilizzate per impedire che scorgesse la verità, sia rimasto un residuo di umanità che lo rende ancora capace di disinnescare la scientifica deformazione e falsificazione della realtà; immaginiamo che posto davanti alla scelta tra libertà o sottomissione opti ancora per la prima, combattendo contro quel fanatismo economico-finanziario che, desovranizzando e spoliticizzando la politica, vuole potersi sviluppare senza i lacci e i lacciuoli che il processo democratico richiede.

Di fronte al rischio di soggiogare la volontà del popolo, attraverso l’abile uso dei mass media, occorrerà in futuro trovare, escogitare un meccanismo che ponga al riparo le masse dalla seduzione esercitata da certi leader, che con allettanti promesse più rapidamente le conducono alla perdizione.

La conseguenza dei cattivi governi è infatti assai più grave della corruzione, dell’evasione fiscale e delle organizzazioni criminali messe insieme.  L’avvicendarsi di governi inetti e incapaci non solo scarica sulle generazioni future un debito di proporzioni gigantesche, ma la zavorra rappresentata dal pagamento degli interessi e delle rate di ammortamento, azzerando gli investimenti destinati allo sviluppo e alla crescita, conduce rapidamente e fatalmente al collasso economico e sociale.

Le nazioni prosperano solo in democrazia, perché fare l’interesse di molti, non quello di pochi, è garanzia di prosperità. Perché mai negli ultimi decenni assistiamo a un crescente divario tra ricchi e poveri? Il motivo è semplice: quando tutto il potere economico è nelle mani di un gruppo di persone relativamente piccolo, questo è di fatto in grado di condizionare i governi e la politica degli stati, i quali sacrificheranno le popolazioni al fine di mantenere i bilanci in pareggio. È la politica che rinuncia al suo ruolo a tutto vantaggio di una élite minoritaria. Ciò significa sul piano pratico smantellamento dello stato sociale, riduzione degli investimenti destinati allo sviluppo, messa in svendita del patrimonio pubblico per far cassa.

Nelle democrazie, che funzionano, l’armonizzazione degli interessi di molti rende più difficile che una singola forza si avvantaggi a detrimento delle altre. Per esempio, se i sindacati spingessero oltre misura le rivendicazioni dei lavoratori, finirebbero per uccidere la gallina che fa le uova. Se armonizzano invece gli interessi dei lavoratori a quelli dell’impresa, indurranno questa a compensare la perdita di profitto sopportabile dall'azienda con soluzioni innovative, frutto di ricerca e investimenti. Ed è facile immaginare come in una tale pluralità di interessi diffusi nella società, ciascuno si avvantaggerà se parimenti avvantaggerà anche gli altri.

Ecco perché le democrazie e non le dittature, di qualsivoglia matrice siano (anche quando sono mascherate di democrazia), sono alla base della prosperità delle nazioni. Ma le democrazie funzionano soltanto se si riducono le disuguaglianze e si garantiscono la rappresentanza e la partecipazione del popolo.

Il mantra dei sostenitori del Sì sulla governabilità era la soluzione sbagliata ad un falso problema. Pretendere che la Costituzione dovesse avere tra i suoi compiti l’obiettivo della “governabilità” dimostra non solo ignoranza del diritto, ma anche scelleratezza sul piano della sensibilità e della responsabilità politica.

La Costituzione non deve e non può avere l’obiettivo della “governabilità”. A garantire la stabilità devono essere le leggi elettorali; compito della Costituzione non è quello di garantire la governabilità, ma al contrario proprio quello di limitare il potere sovrano. 

Quindi esattamente il contrario di quanto si proponevano i sostenitori del Sì! 

Ad essa spetta non solo di enunciare i diritti e i doveri, ma soprattutto quello di organizzare i poteri secondo il principio del check and balance, ovvero dei pesi e i contrappesi del sistema politico.

Affidare alla Costituzione il ruolo improprio di garantire la stabilità dei governi è come incaricare un giudice non solo di giudicare l’imputato, ma anche di acciuffarlo.

C'è bisogno di governabilità, si dice. Da 22 anni almeno siamo alla disperata ricerca della stabilità, cambiando una legge elettorale dopo l’altra, col solo risultato che il Mattarellum ha generato il Porcellum e questo a sua volta ha partorito l’Italicum, che ci porta a dire che non c'è proprio limite al peggio. 

Dovremmo allora chiederci: come mai dopo tanti sforzi maggioritari, i governi sono sempre meno stabili? Se approfondissimo la questione, si scoprirebbe allora che l’instabilità non è determinata dalla debolezza degli esecutivi di fronte al Parlamento e alla Regioni, ma dalla crisi della rappresentanza politica.

Decreti legge e voti di fiducia hanno consentito che in questo Paese passasse di tutto e di più, alla faccia della governabilità, mortificando il ruolo del Parlamento, ridotto alla funzione di mero notaio degli atti del governo. 

Durante il governo Renzi, la maggioranza delle leggi approvate è costituito da conversione di decreti legge e ratifiche spesso imposte attraverso il ricorso al voto di fiducia. Anche se l’assetto democratico ed istituzionale voluto dai nostri Padri Costituenti non ammette – in nessun caso – che il potere esecutivo (esercitato dal Governo) travalichi il giusto equilibrio dei pesi e contrappesi nel rapporto con il potere legislativo (esercitato dal Parlamento), che è l’unico organo costituzionale deputato ad esercitare la sovranità popolare.

Questo non ha impedito alla tracotanza di Renzi, nel portare avanti le sue riforme, di porre la questione di fiducia non solo in materia elettorale (palesemente incostituzionale), ma anche in materia di riforma costituzionale, paralizzando e distraendo un paese intero sulla questione del superamento del bicameralismo perfetto e le leggi in tempi certi. 

Se i decreti legge e i voti di fiducia fossero stati più opportunamente usati in politiche sociali e per rilanciare l'economia, anziché scornarsi sulla pretesa di cambiare la Costituzione, forse a qualcosa sarebbero serviti. 

Personalmente non credo che in democrazia sia necessario fare tante leggi, credo piuttosto che bisogna fare buone leggi. Solo le buone leggi durano a lungo e non hanno bisogno di continui rimaneggiamenti. Peraltro, l’idea che un premierato forte e senza troppi contrappesi darebbe vita a politiche più efficaci e di lungo respiro è una concezione che non ha alcuna base concreta. Perché? Ma perché è evidente che presto o tardi qualunque governo dovrà poi fare i conti con il popolo. E se questo non troverà alcuna rappresentanza in Parlamento, non avrà altra opzione che la rivolta: “Quelli che rendono impossibili le rivoluzioni pacifiche rendono le rivoluzioni violente inevitabili” (John Fitzgerald Kennedy).

Se un insegnamento possiamo trarre dall'esito referendario è che, paradossalmente, dall'impasse in cui siamo se ne esce solo dando più spazio alla rappresentanza politica, al Parlamento, alla partecipazione, e non limitandola. 

Interrompere questo lungo regresso e invertire la rotta, penso sia la condizione minima per uscire dal pantano politico in cui siamo finiti. Kelsen, giurista e filosofo austriaco, diceva che se il Parlamento è il luogo del conflitto, è anche il luogo del compromesso, dove prima o poi si raggiunge l’accordo destinato a durare e a valere per tutti, senza consociativismi. 

Attenzione, però: il Parlamento cui penso non è quello formato da nominati dai capi partito. Il Parlamento di cui parlo è quello formato da senatori e deputati eletti dal popolo e che rispondano a questo con disciplina e onore, secondo il dettato dell’art. 54 della Costituzione. Che si impegnino verso gli elettori a realizzare le promesse fatte in campagna elettorale, dimodoché le promesse elettorali non siano solo “promesse” fatte per carpire il ben volere dei gonzi, ma quelle che realisticamente possono essere mantenute.

Per quanto riguarda l’esecutivo, non è necessario che i governi facciano tante leggi e che siano particolarmente veloci: è necessario invece che sappiano risolvere i problemi reali, e per fare questo ci vuole un buon assetto dei poteri. Occorre un riequilibrio e una riaffermazione della logica della rappresentanza, che è esattamente il contrario di quello che si è fatto e si voleva fare.


Lo so che è una strada problematica e difficile da percorrere, ma non vedo altre soluzioni.

sabato 3 dicembre 2016

LA VERA RIFORMA NON E' CAMBIARLA, MA ATTUARLA

Chi è davvero Matteo Renzi e, soprattutto, chi sono le persone intorno a lui?

Dovrebbe essere chiaro oramai a tutti, dopo oltre due anni del suo governo, che lui è soltanto un bluff, una grande illusione dietro la quale si celano una smisurata ambizione e un sistema di potere che in realtà vorrebbe realizzare un modello di governo tanto caro a quello che a suo tempo Licio Gelli propose.

Quanto alla massoneria, già due anni fa l’allora direttore del Corriere della Sera De Bortoli parlò di odore di massoneria intorno al governo Renzi. Un fatto certo è che tra progetto renziano della riforma costituzionale e progetto P2 ci sono molti elementi di somiglianza. E il più importante fra questi è proprio la centralità del governo sul parlamento.

Un altro elemento di somiglianza del renzismo con il pensiero politico gelliano è l’insofferenza verso i corpi intermedi che ostacolano i suoi fini. 

Renzi non li ama! La sua concezione del potere è “cesaristica”, con il codazzo di consulenti e consiglieri. Egli ama rivolgersi direttamente al popolo e lo blandisce con false promesse per raccogliere il consenso.

Lo spot elettorale degli ottanta euro, che non ha prodotto alcun impatto strutturale sull’economia italiana, in prossimità delle elezioni europee del 2014.

Lo spot del “se vince il Sì” risparmieremo – con l’eliminazione del Senato elettivo, l’abrogazione delle provincie e del CNEL – cinquecento milioni, da dare ai «poveri». Ma, come in tutti i populismi, argomentazioni simili si reggono sul nulla: abolire il CNEL, il Senato elettivo e le provincie significa solo abolire gli stipendi di senatori e consiglieri, ma non le spese per i dipendenti, per le sedi, per gli arredi ecc., che costituiscono più dell’ottanta per cento del costo complessivo e che per la gran parte resteranno.

Quindi in vicinanza del referendum costituzionale la marchetta elettorale dell’intesa sul pubblico impiego, i cui contratti erano bloccati dal 2009, con l’impegno da parte del governo ad aumentare di 85 euro lordi lo stipendio mensile. La cifra che il governo deve trovare per coprire gli aumenti è di cinque miliardi, ma i soldi non ci sono: il governo dovrebbe trovare 5 miliardi e dispari proprio nello stesso periodo in cui con la manovra s’è impegnato ad attuare una stretta sui conti da 35 miliardi (oltre a tagliare l’Irpef). 

L'ennesima riprova che la demagogia di Renzi non conosce confini: ora bisogna incassare il Sì, domani si vedrà.

Poniamoci ora la domanda: chi è veramente Matteo Renzi?

Un uomo che tra giravolte e promesse mancate ricalca tutti i metodi di quella “vecchia politica” che lui sosteneva di voler rottamare. 

Si è affermato come rottamatore, ma non ha esitato a mettersi insieme ai rottamati; si diceva indignato per i doppi incarichi degli altri e poi, una volta giunto al potere, non ha fatto altro che collezionare poltrone; nell’aprile del 2013, ospite a "Che tempo che fa" rispondendo a Fabio Fazio che gli chiedeva se intendesse fare il segretario del Pd, aveva detto: "Non sono la persona adatta", e poi sappiamo com’è andata: si è fatto eleggere; aveva giurato che non sarebbe mai andato al governo senza passare prima dal voto, e poi, pugnalando alle spalle l’amico Letta, ha fatto tutto l'opposto.

Ci possiamo fidare di un tale personaggio? Quali inganni nasconde la sua riforma costituzionale, non scritta dai partigiani che caddero per essa, ma dai banchieri e confindustria?

Non chiedetevi se con il Sì l’Italia cambia. Chiedetevi piuttosto se i dettati costituzionali nel nostro Paese siano mai stati pienamente attuati.

È stato forse pienamente realizzato il diritto al lavoro, esplicitamente enunciato tra i principi fondamentali della Costituzione?

È stato forse pienamente realizzato l’articolo 3 della Costituzione che dispone che: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono [...] la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»?


La vera riforma, la vera rivoluzione non è cambiarla ma attuarla.

domenica 27 novembre 2016

MA QUALE DEMOCRAZIA?

A quanti sostengono che nei paesi occidentali avanzati viga la democrazia, io oppongo che queste società cosiddette democratiche non sono meno regime di quelle dispotico-oligarchiche. Se davvero i popoli dei paesi occidentali potessero veramente scegliere dentro le urne chi li governerà, come mai allora i poveri, che sono la maggioranza, diventano sempre più poveri e i ricchi, che sono sempre più pochi, diventano sempre più ricchi?

Mi è impossibile credere che una società davvero libera possa commettere sempre lo stesso errore di farsi governare da chi, tradendo puntualmente le aspettative proprio di quella maggioranza che gli ha conferito il potere, opera sempre a favore delle minoranze.

La realtà sotto i nostri occhi ci induce a prendere atto che il mondo non è governato dai popoli, ma da un unico grande potere rappresentato dalle grandi Corporation e dalla Finanza che, in barba alle istituzioni democratiche di questo o quel paese, esercitano un potere illimitato e una dominazione economica dispotica. 

Il capitalismo non è pertanto dissimile dagli altri regimi totalitari e liberticidi. 

Lo strumento di persuasione di questi era la forza delle armi, lo strumento di persuasione del capitalismo sta invece nel controllo del denaro. Arrestandone la circolazione quando loro convenga, tengono di fatto in pugno la moltitudine di quanti dipendono dal lavoro per assicurare a sé stessi e ai propri cari un’esistenza dignitosa, dimodoché nessuno osi ribellarsi alla loro volontà.

Ma il denaro non basta per perpetuare il loro dominio. 

Se l’uomo della strada sapesse che il denaro è solo un’entità astratta, un’entità puramente numerica atta ad esprimere e misurare il valore dei beni scambiati tra gli individui in un dato mercato, che non ha nulla a che vedere con i beni reali, si ribellerebbe. 

Henry Ford, fondatore della Ford Motor Company, disse: «Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione».

Dubito che la maggioranza delle persone sappiano che le banche fabbricano il denaro dal nulla. E che le privazioni che sono costrette a patire in nome delle politiche di austerità per una crisi economica che non accenna a diminuire, ma al contrario s’inasprisce, non sono diverse dai sacrifici umani che la casta sacerdotale imponeva per placare la presunta ira degli dei.

Cosicché se la siccità bruciava i raccolti, i tiranni non aprivano i granai dov’era stipato il raccolto eccedente dei periodi di abbondanza per i tempi di magra, ma imbambolavano il popolo convincendolo che la carestia era la punizione divina per le azioni malvagie commesse dall'uomo.

Così mentre la casta continuava a vivere negli agi e nell’ozio, al popolo toccava placare i morsi della fame e piegare la schiena.

Come lo spauracchio dell’ira divina serviva a convincere il popolo ad obbedire al tiranno, quale emanazione del volere degli dei, così nelle nostre società dominate dalle multinazionali è necessaria un’uguale manipolazione dell’opinione pubblica per costruire un “consenso senza consenso” e piegare le masse “stupide” alla volontà di pochi “illuminati”.


Gli elementi fondanti di questo potere sono la cultura e l’informazione fornite dalle tecno-intellighenzie di turno: uomini delle istituzioni, giornalisti, intellettuali, stampa, televisione. Tutti “volenterosi carnefici” che agiscono per assoggettare i popoli e fare gli interessi di pochi, ripetendo il mantra che se i popoli non accetteranno i sacrifici loro imposti, la furia dei mercati si abbatterà sopra di loro “con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno”.

Nel mondo moderno esistono materie prime a sufficienza, lavoro, impianti, mano qualificata, nozioni scientifiche e tecnologiche adeguate e, in generale, ricchezze sufficienti ad alimentare – anzi, a sovralimentare – i suoi abitanti. Non v’è mai stata tanta ricchezza e abbondanza nella storia dell’uomo così mal distribuita. Le politiche di austerità che continuano ad imporci sono solo l’inganno dei ricchi per limitare i diritti e il potere politico delle grandi masse. E se al prossimo referendum il Sì passerà, i ricchi ringrazieranno e brinderanno ancora una volta alla provvidenziale stupidità delle masse.

sabato 26 novembre 2016

UN BRUTALE DITTATORE?

Fidel Castro è morto! Poche ore dopo, Donald Trump, il presidente eletto Usa, ha diffuso una nota in cui ha dichiarato: “Oggi il mondo segna la scomparsa di un dittatore brutale”.

Ma, Fidel Castro fu davvero un “dittatore brutale”?

Prima della caduta del regime di Fulgencio Batista e l'ascesa al potere di Fidel Castro, il volto dell’Avana e dell’intera Isola era assai diverso: territorio esclusivo di yacht-club nordamericani, spiagge private, casinò, bordelli e quartieri esclusivi per i bianchi. Il tasso di analfabetismo era assai alto, specie nelle aree rurali, su due cubani solo uno sapeva leggere. E il tasso di mortalità infantile e di morti rispetto alle nascite era assai elevato. Non esisteva un sistema unico di sanità; il numero di letti nelle sale di pediatria era insufficiente ed anche il personale medico specializzato, che lavorava soprattutto nei capoluoghi delle province al servizio dei ricchi americani. La denutrizione e le pessime condizioni di vita nella maggior parte della popolazione erano endemiche.

Ma la dittatura di Batista non appariva così “brutale” al governo americano, forse perché vicino agli interessi delle grandi compagnie statunitensi nell’isola. Quando Batista nel 1952, con l'appoggio delle grandi compagnie statunitensi dello zucchero e di Washington, prese il controllo dell'isola con un colpo di Stato, gli Stati Uniti riconobbero subito il suo governo.

Così Batista, con la garanzia del suo arricchimento personale, svendette agli americani il 90% delle miniere di nichel e delle proprietà terriere, l'80% dei servizi pubblici e il 50% delle ferrovie. E Cuba divenne la capitale del gioco d'azzardo e della prostituzione, ospitando anche esponenti della mafia americana che si impadronirono di alberghi, case da gioco e di prostituzione, per trarre il massimo dei vantaggi dal turismo statunitense. 

Gli speculatori speculavano, i trafficanti trafficavano, i turisti si inebriavano, mentre i contadini, denutriti e divorati dalla febbre e dai parassiti, lavoravano sulla terra degli altri un giorno su tre.

Questa era Cuba fino al primo gennaio del 1959. Un’isola nella quale la ricchezza di pochi era costruita sulla miseria di tutti gli altri, e dove i figli dei poveri nascevano nella miseria ed erano destinati a diventare più poveri dei padri.

Quando Fidel Castro rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista, il suo attacco al dominio coloniale americano fu deciso ed implacabile: confiscò i beni di proprietà straniera, nazionalizzò l’industria e collettivizzò l’agricoltura a beneficio dei lavoratori.

Iniziò un’intensa campagna per l’alfabetizzazione. Quasi 270.000 insegnanti e studenti vennero utilizzati per l’alfabetizzazione dell’isola. E nell’arco di pochi anni ridusse significativamente il tasso di analfabetismo: nel 1961 il tasso di analfabetismo fu ridotto al 3,9%. 

Combatté le malattie e la malnutrizione e il tasso di mortalità infantile raggiunse in breve un livello più basso di quello degli Stati Uniti. Oggi il tasso di mortalità infantile a Cuba è pari a 4,2 per mille nati vivi. Un dato questo che inserisce il Paese dell'America centrale tra le nazioni con il tasso di mortalità infantile più basso. 

Adottò un sistema sanitario esclusivamente pubblico che garantisse cure e programmi di prevenzione di buona qualità a tutta la popolazione. Oggi a Cuba l’assistenza di primo livello è garantita da oltre 32.000 medici di famiglia. Ogni medico ha in carico circa 120-160 famiglie e, affiancato da un’infermiera, svolge attività di prevenzione e di cura sia ambulatorialmente che a domicilio. Il secondo livello di assistenza è fornito da 491 policlinici (poliambulatori o cliniche di comunità) disseminati su tutto il territorio, in cui un team multidisciplinare (geriatri, ginecologi, ostetriche di comunità, psichiatri e operatori sociali) collabora con il medico di famiglia. Le prestazioni ivi erogate, in regime prevalentemente di day hospital, sono di tipo diagnostico, terapeutico e riabilitativo. Il terzo livello di assistenza è assicurato da 222 ospedali a elevata specializzazione, alcuni dei quali di rilievo internazionale. Nell’isola inoltre esistono circa 200 strutture residenziali per anziani.


Se questo fu un “brutale dittatore”, allora prego Dio che per amore di umanità ce ne dia altri come lui.