sabato 22 agosto 2020

ESEMPIO DEL PERCHÉ NON HO ALCUNA FIDUCIA NEL SISTEMA ITALIA E DEL PERCHÉ HO LA SENSAZIONE CHE CI PRENDANO TUTTI PER IL CULO

Per il crac di Banca Etruria, il 21/08/2020, il GIP di Arezzo – Fabio Lombardo – ha archiviato l'accusa di bancarotta semplice nei confronti di Pier Luigi Boschi, padre dell’ex ministro Maria Elena, e di altri 11 membri dell'ultimo consiglio d’amministrazione di Banca Etruria.

Maria Elena Boschi, figlia di Pier Luigi, scrive su Twitter: “La verità è più forte del fango … ancora un'archiviazione per mio padre su Banca Etruria. Chissà dove sono ora coloro che in questi anni ci hanno insultato, offeso, minacciato. Ma oggi è un giorno bello: la verità è più forte del fango”.

Per Pier Luigi Boschi dunque archiviata la bancarotta fraudolenta e archiviata anche quella semplice.

I lettori del Fatto quotidiano, che per anni sono stati “informati” con copiose pagine scritte dal paladino della correttezza e della trasparenza Marco Travaglio sui misfatti del management di Banca Etruria, devono accontentarsi ora di un trafiletto di diciotto righe a pagina 10. Sui sospetti e sulle ricostruzioni che hanno alimentato lo scandalo di Banca Etruria cala un velo d’ignoranza, segno che i tempi sono cambiati.

E allora: chi sono i responsabili del dissesto di Banca Etruria?

Un interessante articolo di Fabio Pavese, pubblicato su “Il Sole 24 Ore” del maggio 2016, ricostruisce la crisi di Banca Etruria. L’articolo consente anche ai “profani” della finanza di comprendere a grandi linee come sia accaduto che tanta spazzatura sia finita nel portafoglio dei piccoli investitori, che hanno dovuto dire addio ai loro risparmi.

Dalla ricostruzione che ne fa Pavese, sembra evidente che la crisi di Banca Etruria durasse almeno dal 2012.

Il crac dell’Istituto toscano non fu pertanto “un fulmine a ciel sereno”, ma fu sapientemente preparato e orchestrato per scaricare sui risparmiatori-soci, del tutto ignari della gravità della situazione in cui versava la Banca, i costi che avrebbero invece dovuto pagare amministratori e dirigenti, in prima persona, ai grandi investitori bancari e finanziari.

Insomma, dovendo scegliere contro chi combattere, piccoli risparmiatori da una parte o grandi investitori istituzionali dall’altra, è sembrato più opportuno scegliere i primi, scaricando i costi degli eventuali risarcimenti sui contribuenti italiani (ricordate il FIR – Fondo Indennizzo Risparmiatori – istituito per indennizzare i risparmiatori danneggiati dalle banche?).

Il management di Banca Etruria, quando “ordinava” ai propri dipendenti di filiali di piazzare le obbligazioni subordinate ai loro clienti, era perfettamente a conoscenza della propria difficile situazione patrimoniale.

Le due ispezioni della Banca d’Italia, effettuate tra il 2012 e il 2013, avevano infatti già portato alla luce che, rispetto agli importi segnalati alla Banca d’Italia, in realtà Banca Etruria deteneva maggiori sofferenze per 187,4 milioni, maggiori incagli per 85,5 milioni e, soprattutto, maggiori perdite su crediti per 136,7 milioni, ed altre gravi inadempienze nella segnalazione del deterioramento dei crediti. Insomma, un buco di oltre tre miliardi.

Sapevano Bankitalia, Consob e management; non sapevano nulla gli incauti risparmiatori, che avrebbero invece dovuto sapere, secondo l’allora Presidente della Consob Giuseppe Vegas, che si trattava di investimento a rischio.

Domande: perché se il presidente Vegas sapeva fin dal 6 dicembre 2013 che Etruria “era sull’orlo del commissariamento”, non ha bloccato la vendita delle obbligazioni subordinate ai clienti da parte della Banca? Perché Visco, Governatore di Bankitalia, tra i cui compiti v’è proprio quello della tutela del risparmio, non ha impedito che quella gigantesca truffa fosse portata a termine in sordina?

La risposta a queste due domande è semplice: o furono conniventi o furono incapaci. In entrambi i casi, dopo il crac di Banca Etruria, avrebbero dovuto con effetto immediato essere rimossi. Ma questo non è accaduto.

Hanno mandato in rovina dodicimila persone, fatto fallire la banca, distribuito soldi agli amici. Ma nessun colpevole.

Alla fine – come da inveterata tradizione italiana – tutto finirà in una bolla di sapone e toccherà come sempre ai contribuenti pagare il conto.

Viva l’Italia.

 

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