Egregio signor Presidente della Repubblica,
ho appreso che Lei ha autorizzato la traslazione delle
spoglie di Re Vittorio Emanuele III da Alessandria d’Egitto in Italia, nel santuario
di Vicoforte, in provincia di Cuneo.
Se Emanuele Filiberto si è detto «felice» e la ringrazia per
aver reso possibile il rientro della salma del bisnonno in Italia, le dico
subito che come italiano mi dissocio dal suo gesto, che offende non solo il
ricordo di mio padre, ma quello di tantissimi altri italiani (soldati e civili)
che scontarono l’ira dei tedeschi per il tradimento del Re e di Badoglio consumatosi l’8
settembre del 1943.
Badoglio e il Re si mostrarono campioni di doppiezza quel settembre del 1943. Infatti, quell’8 settembre, dopo aver siglato segretamente il
3 settembre l’Armistizio con gli anglo-americani a Cassibile, il re Vittorio
Emanuele ricevette a Villa Savoia l’ambasciatore tedesco Rahn, rassicurandolo e
ribadendo che l’Italia era “legata alla Germania per la vita e per la morte”.
Ci sarebbero stati gli eccidi di Sant'Anna di Stazzema, di
Marzabotto, ed altri lungo le direttrici della ritirata tedesca, se i capi di stato
maggiore e il re, dopo aver siglato l’armistizio, non si fossero comportati in
modo così indegno e dati alla fuga?
Non ebbero pudore alcuno a scaricare il
popolo e tradire i loro soldati per salvare sé stessi, inaugurando quella che
io definisco l’etica di Schettino.
L’etica di Schettino definisce il comportamento di quel
comandante che anziché abbandonare la nave per ultimo, dopo aver messo in salvo
l’equipaggio, salta per primo nella scialuppa di salvataggio, lasciando tutti
gli altri al proprio destino.
Nella Seconda guerra mondiale, mio padre era un giovanissimo
soldato (19 anni) del genio distaccato in Grecia, quando la mattina del 9
settembre 1943 truppe tedesche fecero irruzione nella caserma in cui era di
stanza, ordinando a lui e agli altri commilitoni di deporre le armi e salire
sui camion.
Furono quindi portati ad un binario ferroviario, dove sostava un
convoglio merci. Su quel treno fu ordinato di salire, sotto la minaccia delle
armi. I vagoni furono ben presto pieni, ma i soldati tedeschi continuavano a
spingere da fuori gli altri perché salissero, stipandoli a colpi di calcio di
fucile. E dopo che furono fatti salire tutti sul treno, i soldati sbarrarono le
porte dei vagoni, lasciandoli al buio e in una confusione indescrivibile; non
capivano cosa stesse accadendo.
Quindi il treno sussultò e si mise in marcia. Per
due giorni e due notti viaggiò, e i soldati italiani, stipati come sardine e
senza cibo, segnavano il trascorrere del tempo dalla poca luce del giorno al
buio della notte.
All’alba del terzo giorno il treno si fermò; le porte dei
vagoni si aprirono. In basso, i soldati tedeschi ordinarono ai soldati italiani
di scendere. Quindi li misero in fila e li condussero nel lager di Buchenwald,
dove con la costante minaccia di percosse e di punizioni furono costretti a
lavorare come schiavi. Le durezze delle condizioni di vita minarono la resistenza
di molti compagni di mio padre, che persero la vita.
Dovette attendere diciannove mesi prima che il campo fosse sgombrato
dalle SS per l’arrivo imminente delle truppe americane. Diciannove mesi che
rappresentarono un’eternità.
Solo con gli espedienti, di cui mio padre era capace,
riuscì a trovare la forza per sopravvivere a quell’inferno e a non smarrire la
sua dignità.
Egli mi raccontava tutto questo nei lunghi viaggio in treno
o in auto per smorzare la noia; o – ancora – quando mi vedeva avvilito o afflitto.
La sua voce suadente e affabile, quasi ipnotica, raccontava e raccontava. E all’ascolto
dei suoi racconti, mi era difficile staccarmi dai luoghi e dalle vicende della
sua vita, che diventavano miei.
Provavo allora un’infinita tenerezza e
compassione per quel giovane soldato, gettato nel tritacarne della guerra per l’irresponsabilità
e l’arroganza di altri uomini che non hanno mai patito un giorno di fame o di
freddo. Uomini – se può valere definirli tali – che per la propria mania di
grandezza hanno trascinato un popolo in guerra, senza minimamente tener conto
di quale prezzo gli altri avrebbero dovuto pagare per la loro sete di potere e
ambizione.
Nella nostra Costituzione lei – signor Presidente – rappresenta
l’unità nazionale, e quindi tutti gli italiani. Accogliendo in terra d’Italia
l’uomo che più d’ogni altro la tradì, le dico che io non mi sento rappresentato
da lei: il dovere di dare testimonianza alla memoria di mio padre me lo impedisce.
Cordiali saluti.
Un cittadino.
Nessun commento:
Posta un commento