I fatti relativi alla razza, così come la scienza li
conosce, negano che le differenze biologiche tra gli uomini siano così grandi e
importanti da giustificare che se ne faccia un pretesto per discriminazioni
sociali di qualsiasi genere.
Il razzismo è stato un’importante arma ideologica del
periodo colonialista, apertosi nel XV secolo, con la scoperta dell'America da
parte di Cristoforo Colombo nel 1492 e conclusosi solo dopo la Seconda guerra
mondiale. Esso serviva a giustificare da una parte lo sfruttamento dei
territori occupati, dall’altra la riduzione in schiavitù delle popolazioni
autoctone.
Per anni e anni le ricchezze dei paesi colonizzati vennero impiegate
per riempire le tasche degli Europei.
Poiché lo sfruttamento calcolato di
milioni di schiavi richiedeva una dottrina ideologica per tacitare la coscienza
della colpa di quanti lo perpetravano, si creò l’ideologia del razzismo.
Sebbene
fosse un’ideologia assurda da cima a fondo, trovò tuttavia un numero sempre più
alto di persone disposte a credervi e, come osserva Voltaire, «fino a quando
gli uomini crederanno nelle assurdità, continueranno a commettere delitti
atroci».
Con la fine del colonialismo venne meno per il Padrone
Bianco la funzione della dottrina ideologica del razzismo, ma – come spesso
accade – l’infezione nel tessuto sociale era stata trasmessa e i rimedi atti a
guarirlo si rivelarono incapaci ad estirpare il germe del razzismo ormai
incistato nel cuore e nella mente dell’uomo bianco.
Negli Stati Uniti, per esempio, la terra delle grandi opportunità
per tutti, cosa poteva esserci di meglio per un bianco povero fallito sapere
intimamente che un “negro”, sia pure in doppio petto, gli era comunque
inferiore?
Il film di Alan Parker, “Mississippi Burning”, ambientato nel
1964 nel sud razzista degli Stati Uniti, mette molto bene in evidenza questo
aspetto: gli stereotipi e i pregiudizi razziali servono a fare dei neri il
capro espiatorio delle ragioni della povertà della comunità bianca.
La radice
dell’odio verso i neri è spiegata assai efficacemente, con una breve ma incisiva
frase, da Anderson (Gene Hackman), agente dell’FBI affiancato al detective Alan
Ward (Willem Dafoe): «Se non sei meglio di un nero, di cosa vuoi essere migliore?».
La scienza ha ormai assodato che dividere gli uomini in “gruppi”
per il colore della pelle o altre caratteristiche, traendo da queste ragioni di
superiorità o inferiorità, è non solo scorretto sul piano scientifico, ma anche
indice di profonda ignoranza. Nessun colore della pelle, nessuna caratteristica
biologica particolare rende un bianco superiore ad un nero o a un giallo, e viceversa.
Tutti gli uomini – indistintamente – che popolano la Terra,
dall’Artico all’Antartide, discendono dall’unica specie Homo Sapiens, comparsa
in Africa 200mila anni fa e che intorno a 60-70mila anni fa cominciò la grande
migrazione e la colonizzazione dei vari continenti, sostituendosi ad ondate
successive alle altre popolazione con caratteri più primitivi (come ad esempio,
l’Homo Neanderthalensis o Uomo di Neandertal in Europa).
Ci piaccia o no, in
origine eravamo tutti africani!
Oggi, come allora, il fenomeno così tristemente diffuso del
razzismo serve a scaricare sulla parte più debole di una società le ragioni
della povertà. E chi è più debole di un povero? Chi è più indifeso di un povero?
Sempre svilito, mandato al massacro, depauperato della sua
fatica e del suo lavoro. I reietti, le persone private dei loro modi e mezzi di
sopravvivenza, i rifugiati, gli sfollati, i richiedenti asilo sono il bersaglio
facile della “cultura dello scarto”, prodotta dalla globalizzazione economica, che
considera i poveri come appestati.
La loro colpa? Sono troppi e fanno troppi figli! Invece di
contribuire al funzionamento senza intoppi dell'economia, lo rendono molto più
difficile invocando politiche assistenziali che tolgono, non ai più ricchi come
sarebbe sensato e giusto, ma ai meno poveri per dare ai più poveri, scatenando
il sistema collaudato della «guerra del povero contro il povero», tanto utile
ai veri responsabili della perpetuazione ad infinitum della miseria, in cui aggressori
e aggrediti sono vittime simmetriche.
Disperati posti da una parte della
barricata che si scagliano contro i disperati posti dall’altra, per il sollazzo
dei ricchi che scongiurano così l’assalto al Palazzo d'inverno.
Gli italiani sono razzisti?
Io non so se lo siano davvero; non credo si possa comprendere
l’intera popolazione italiana nel giudizio generale e omologante di razzista. Peraltro,
l’orientamento tipicamente razzista alla base di una cultura o un’ideologia
strutturate, come ho già detto, dalla fine del colonialismo non esiste più:
nessuna costituzione, nessuna legge – almeno sinora – opera discriminazioni in
ordine al sesso, alla razza o alla religione.
Ma è pur vero che una componente sempre
più rilevante della società riproduce fattori che agevolano il diffondersi di
sentimenti razzistici, senza peraltro incontrare resistenza da parte delle
autorità istituzionali. E questo atteggiamento delle autorità ricorda molto la
tolleranza, e la relativa impunità, di cui godevano gli squadroni fascisti o
gli squadroni della morte nazisti prima dell’avvento dei rispettivi regimi.
Dunque, io non so se quella parte di italiani – che simpatizza
per certe formazioni politiche, che raccontano fake news intorno al fatto che il
governo preferisce gli immigrati ai poveri italiani – sono francamente razzisti.
Se non lo sono, sono certamente pateticamente stupidi e ingenui, consumatori
acritici di ogni bufala venga messa in giro finalizzata a confermare le loro
preoccupazioni: la casa che viene data agli immigrati e non agli italiani, il
lavoro che gli extracomunitari tolgono loro, e altre panzane simili.
Tonti facili
da abbindolare per ogni demagogo che prometta loro di riportare gli extracomunitari
nei paesi d’origine o di fermare gli sbarchi. Incapaci di comprendere la
complessità del fenomeno migratorio, conseguenza diretta di una globalizzazione
dalle conseguenze nefaste per tutti.
Fintantoché ci saranno fame, dittature, guerre, masse di diseredati
continueranno ad ammassarsi e a premere ai nostri confini e nulla varrà a
fermarli. La loro logica, e di conseguenza la loro intelligenza, è tanto avvilente
quanto quella di un automobilista imbottigliato nel traffico che se la prende
con quello che gli sta davanti perché non si muove.
Se i mentecatti identificassero le vere minacce (ma per
definizione non sarebbero tali), allora molto più di tanti migranti
comprenderebbero che basta un uomo come Donald Trump per ridurre questo mondo in
un grande falò.
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