sabato 9 dicembre 2017

BREVI CONSIDERAZIONI SUL RAZZISMO E DEL PERCHÉ SERVE ALIMENTARLO

I fatti relativi alla razza, così come la scienza li conosce, negano che le differenze biologiche tra gli uomini siano così grandi e importanti da giustificare che se ne faccia un pretesto per discriminazioni sociali di qualsiasi genere.

Il razzismo è stato un’importante arma ideologica del periodo colonialista, apertosi nel XV secolo, con la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492 e conclusosi solo dopo la Seconda guerra mondiale. Esso serviva a giustificare da una parte lo sfruttamento dei territori occupati, dall’altra la riduzione in schiavitù delle popolazioni autoctone. 

Per anni e anni le ricchezze dei paesi colonizzati vennero impiegate per riempire le tasche degli Europei. 

Poiché lo sfruttamento calcolato di milioni di schiavi richiedeva una dottrina ideologica per tacitare la coscienza della colpa di quanti lo perpetravano, si creò l’ideologia del razzismo. 

Sebbene fosse un’ideologia assurda da cima a fondo, trovò tuttavia un numero sempre più alto di persone disposte a credervi e, come osserva Voltaire, «fino a quando gli uomini crederanno nelle assurdità, continueranno a commettere delitti atroci».

Con la fine del colonialismo venne meno per il Padrone Bianco la funzione della dottrina ideologica del razzismo, ma – come spesso accade – l’infezione nel tessuto sociale era stata trasmessa e i rimedi atti a guarirlo si rivelarono incapaci ad estirpare il germe del razzismo ormai incistato nel cuore e nella mente dell’uomo bianco.

Negli Stati Uniti, per esempio, la terra delle grandi opportunità per tutti, cosa poteva esserci di meglio per un bianco povero fallito sapere intimamente che un “negro”, sia pure in doppio petto, gli era comunque inferiore?

Il film di Alan Parker, “Mississippi Burning”, ambientato nel 1964 nel sud razzista degli Stati Uniti, mette molto bene in evidenza questo aspetto: gli stereotipi e i pregiudizi razziali servono a fare dei neri il capro espiatorio delle ragioni della povertà della comunità bianca. 

La radice dell’odio verso i neri è spiegata assai efficacemente, con una breve ma incisiva frase, da Anderson (Gene Hackman), agente dell’FBI affiancato al detective Alan Ward (Willem Dafoe): «Se non sei meglio di un nero, di cosa vuoi essere migliore?».

La scienza ha ormai assodato che dividere gli uomini in “gruppi” per il colore della pelle o altre caratteristiche, traendo da queste ragioni di superiorità o inferiorità, è non solo scorretto sul piano scientifico, ma anche indice di profonda ignoranza. Nessun colore della pelle, nessuna caratteristica biologica particolare rende un bianco superiore ad un nero o a un giallo, e viceversa.

Tutti gli uomini – indistintamente – che popolano la Terra, dall’Artico all’Antartide, discendono dall’unica specie Homo Sapiens, comparsa in Africa 200mila anni fa e che intorno a 60-70mila anni fa cominciò la grande migrazione e la colonizzazione dei vari continenti, sostituendosi ad ondate successive alle altre popolazione con caratteri più primitivi (come ad esempio, l’Homo Neanderthalensis o Uomo di Neandertal in Europa). 

Ci piaccia o no, in origine eravamo tutti africani!

Oggi, come allora, il fenomeno così tristemente diffuso del razzismo serve a scaricare sulla parte più debole di una società le ragioni della povertà. E chi è più debole di un povero? Chi è più indifeso di un povero?

Sempre svilito, mandato al massacro, depauperato della sua fatica e del suo lavoro. I reietti, le persone private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza, i rifugiati, gli sfollati, i richiedenti asilo sono il bersaglio facile della “cultura dello scarto”, prodotta dalla globalizzazione economica, che considera i poveri come appestati.

La loro colpa? Sono troppi e fanno troppi figli! Invece di contribuire al funzionamento senza intoppi dell'economia, lo rendono molto più difficile invocando politiche assistenziali che tolgono, non ai più ricchi come sarebbe sensato e giusto, ma ai meno poveri per dare ai più poveri, scatenando il sistema collaudato della «guerra del povero contro il povero», tanto utile ai veri responsabili della perpetuazione ad infinitum della miseria, in cui aggressori e aggrediti sono vittime simmetriche. 

Disperati posti da una parte della barricata che si scagliano contro i disperati posti dall’altra, per il sollazzo dei ricchi che scongiurano così l’assalto al Palazzo d'inverno.

Gli italiani sono razzisti?

Io non so se lo siano davvero; non credo si possa comprendere l’intera popolazione italiana nel giudizio generale e omologante di razzista. Peraltro, l’orientamento tipicamente razzista alla base di una cultura o un’ideologia strutturate, come ho già detto, dalla fine del colonialismo non esiste più: nessuna costituzione, nessuna legge – almeno sinora – opera discriminazioni in ordine al sesso, alla razza o alla religione. 

Ma è pur vero che una componente sempre più rilevante della società riproduce fattori che agevolano il diffondersi di sentimenti razzistici, senza peraltro incontrare resistenza da parte delle autorità istituzionali. E questo atteggiamento delle autorità ricorda molto la tolleranza, e la relativa impunità, di cui godevano gli squadroni fascisti o gli squadroni della morte nazisti prima dell’avvento dei rispettivi regimi.

Dunque, io non so se quella parte di italiani – che simpatizza per certe formazioni politiche, che raccontano fake news intorno al fatto che il governo preferisce gli immigrati ai poveri italiani – sono francamente razzisti. 

Se non lo sono, sono certamente pateticamente stupidi e ingenui, consumatori acritici di ogni bufala venga messa in giro finalizzata a confermare le loro preoccupazioni: la casa che viene data agli immigrati e non agli italiani, il lavoro che gli extracomunitari tolgono loro, e altre panzane simili. 

Tonti facili da abbindolare per ogni demagogo che prometta loro di riportare gli extracomunitari nei paesi d’origine o di fermare gli sbarchi. Incapaci di comprendere la complessità del fenomeno migratorio, conseguenza diretta di una globalizzazione dalle conseguenze nefaste per tutti.


Fintantoché ci saranno fame, dittature, guerre, masse di diseredati continueranno ad ammassarsi e a premere ai nostri confini e nulla varrà a fermarli. La loro logica, e di conseguenza la loro intelligenza, è tanto avvilente quanto quella di un automobilista imbottigliato nel traffico che se la prende con quello che gli sta davanti perché non si muove. 

Se i mentecatti identificassero le vere minacce (ma per definizione non sarebbero tali), allora molto più di tanti migranti comprenderebbero che basta un uomo come Donald Trump per ridurre questo mondo in un grande falò.


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