venerdì 8 dicembre 2017

L’ORRORE DEI MIGRANTI DETENUTI IN LIBIA E LA FETIDA IPOCRISIA DI NOI OCCIDENTALI

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite ai Diritti Umani ha denunciato il deterioramento delle condizioni di detenzione dei migranti in Libia, giudicando scellerata e “disumana” la cooperazione dell’Unione Europea con questo Paese per arrestare i migranti in mare.

Le immagini mostrate in Tv di uno dei campi di detenzione, dove finiscono i migranti che non riescono a raggiungere l'Italia e l'Europa, svelano tutto l’orrore inimmaginabile di cui solo l’essere umano è capace: migranti picchiati e venduti all’asta come schiavi, altri torturati e abusati sessualmente; accalcati e ammassati in spazi angusti, dove non c’è ventilazione e la luce filtra da finestre molto piccole, uomini donne e bambini che vivono tra i propri escrementi; partorienti che partoriscono da sole in condizioni di sovraffollamento e di scarsa igiene.

Ciò che accade in quel luogo è trasponibile per ferocia e orrore ai campi di concentramento nazisti, nei quali più che il trionfo dello spirito umano se ne celebrò l’abiezione. Durante e dopo il processo di Norimberga, anche su quella parte di popolo tedesco che non si era macchiata di crimini gravò la condanna per “gli orrori del nazismo”. Una condanna giustificata per non aver avuto occhi per vedere, orecchie per ascoltare, per aver tollerato ingiustizie e malvagità inflitte ad altri esseri umani, e non aver fatto nulla per impedirlo.

La colpa di quella parte di tedeschi segue la logica del debito morale comunque da saldare. Essi furono moralmente colpevoli perché non ebbero il coraggio di chiedere spiegazioni su quello che realmente succedeva agli ebrei. 

Ma se proviamo ad immaginare quel mondo, non è difficile comprendere quanto fosse completamente diverso dal nostro; non si può paragonare a quello di oggi.

La televisione non c’era; la stampa e la radio erano diretti esclusivamente dal Ministero della Propaganda. Gli apparecchi radio a buon mercato di quel tempo non consentivano di ascoltare trasmissioni estere; solo con apparecchi più grandi e molto più costosi, ciò era possibile.

Quando Hitler andò al potere nel 1933 oltre 6 milioni di persone (il 20 % della forza lavoro) erano disoccupate ed al limite della soglia della malnutrizione. Nel giro di pochi anni aveva riscatto la Germania dall’umiliante Trattato di Versailles del 1919; fra il 1933 ed il 1939, con l’avvio del programma di industrializzazione teso al riarmo, riassorbì la disoccupazione e nessun tedesco pativa più il freddo e la fame. L’iperinflazione del 1923, quando per acquistare un chilo di pane erano necessari 428 miliardi di marchi, era un lontano ricordo.

Dinanzi a tali notevoli progressi economici, che avevano del miracolistico, è facile comprendere come Hitler godesse non solo dell'ampio consenso politico del popolo tedesco, ma anche la fiducia in lui era immensa.

Se l’esistenza dei campi di concentramento era localmente nota, non lo era alla maggior parte dei tedeschi, che consideravano i detenuti, nella loro divisa di carcerati, solo colpevoli di gravi delitti. Il normale cittadino berlinese ignorava che in quei campi vi fossero dissidenti del regime, quindi prigionieri politici. Pertanto, il fatto che ad autentici criminali lo Stato infliggesse pesanti pene era molto apprezzato dalla popolazione, che poteva vantare così città più sicure. Si poteva infatti camminare anche con il buio pesto per le strade di Berlino senza temere di essere aggrediti.

Completamente ignoto era il fatto che esistessero campi di sterminio come ad esempio Auschwitz, Dachau, Buchenwald, eccetera. Nessuno aveva la minima idea dell’uccisione sistematica di ebrei nelle camere a gas.

Qualche notizia trapelava, giravano sì delle voci, ma il regime si preoccupava subito di metterle a tacere raccontando che gli ebrei che scomparivano da Berlino venivano sistemati in una particolare riserva nell’Est (a Warthegau, il territorio polacco annesso al Reich) dove lavorando come agricoltori si sarebbero potuti fare una nuova vita. Insomma, una forma di genocidio incruento.

Poiché i campi di concentramento erano tenuti ermeticamente chiusi al mondo esterno, è lecito credere che fosse ben difficile per la maggioranza della popolazione tedesca conoscere le reali condizioni in cui i detenuti erano costretti a vivere.

Ma oggi che la stampa, la televisione, la radio, il web ci sbattono in faccia tutto l’orrore che diuturnamente si compie sotto i nostri occhi (ormai assuefatti), quale scusa, quale attenuante potremo mai levare noi, popolazioni occidentali cosiddette civili e democratiche, a discolpa della nostra ignavia e indifferenza, quando qualcuno ce ne chiederà conto?

Se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, non ci siamo liberati da ciò che lo ha reso possibile: l’indifferenza dinanzi alla sofferenza dell’uomo. Non ci si può dichiarare esseri umani ed essere complici silenziosi della distruzione di altri esseri umani; non ci si può dichiarare esseri umani e tollerare l’ingiustizia in qualunque luogo essa venga perpetrata; non ci si può dichiarare esseri umani e accettare la discriminazione di migranti, carcerati, nomadi, omosessuali; non ci si può dichiarare esseri umani e moltiplicare le ragioni dell’intolleranza, del disprezzo, dell’odio.

Nell’ultima lettera al figlio, Nazim Hikmet (poeta e scrittore turco) scrive: «Ama le nuvole, le macchine, i libri, ma prima di tutto ama l'uomo. Senti la tristezza del ramo che secca, dell'astro che si spegne, dell'animale ferito che rantola, ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore dell'uomo».

Questi versi sono la mirabile sintesi di ciò che io intendo per essere un “ESSERE UMANO”.

Di fronte a quelle immagini che arrivano dalla Libia non posso non pensare alle riflessioni di Hannah Arendt  sul male e la sua banalità. E, in particolare, all’affermazione che il male peggiore compiuto dagli uomini non riguarda tanto la sfera metafisica, ovvero quella che investe ciascun uomo che tollera ingiustizie e malvagità per semplice vigliaccheria, quanto quella del banale.

Come Eichmann non riusciva a trovare in sé alcuna colpa, se non quella di aver obbedito agli ordini e di aver ottimizzato l’eliminazione degli ebrei, così ministri e capi di governo si compiacciono di aver ridotto gli arrivi di migranti via mare dalle coste libiche, pagando il governo libico per il lavoro sporco che il nostro non vuole fare. Cosa c’è, del resto, di più banale del mettere la polvere sotto il tappeto per non vedere lo sporco?

Quanti vissero sulla propria pelle l’esperienza dell’orrore consumatosi nei campi di concentramento nazisti, dissero: MAI PIÙ! Ci chiesero di scolpire nella nostra mente l'inferno dei Lager; di non tollerare mai che l'umiliazione, l'offesa, la degradazione dell'uomo, restassero senza una risposta, sepolte dall’indifferenza e dall’ignavia.

È forse assai diverso da quello l’orrore che oggi si consuma davanti ai nostri occhi e che urla alle nostre orecchie? 20 mila migranti, rinchiusi nei centri in Libia, trattati come bestie e oggetti di compra-vendita.


E se ci fossimo noi o uno dei nostri figli?!

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