I guru ideologici della dottrina economica che va sotto il
nome di “neoliberismo” sono giustamente convinti che la effettiva libertà di
mercato, basata sulla libera concorrenza e sulla libera iniziativa, con la sua
capacità di assicurare la produzione di beni e di servizi in condizioni
vantaggiose, abbia svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del progresso civile
e materiale delle società occidentali. Grazie alla “mano invisibile” – metafora
creata da Adam Smith – gli individui nel perseguire il proprio interesse
personale, senza volerlo generano anche ordine sociale e sviluppo. Esiste insomma
una mano invisibile che fa sì che le società e le loro economie tendano
spontaneamente ad uno stato di “omeostasi”: gli esseri umani, mossi dai loro
impulsi fondamentali, tendono naturalmente al raggiungimento di un relativo
stato di equilibrio, in grado di mantenere stabilità sociale.
Quando dicono questo, vedono però soltanto una faccia della
medaglia: dimenticano – o fanno finta di dimenticare – che c’è l’altra faccia.
Giunti
ad un certo grado di sviluppo, non sempre i princìpi dell’economia di mercato,
della concorrenza e della libera iniziativa, funzionano a vantaggio di tutti. Continuano
sì a funzionare, ma nell’esclusivo interesse di pochi a detrimento di molti. Ed
è quello che oggi sperimentiamo: la crescente divaricazione tra ricchissimi e
sempre più poveri.
A un determinato grado di sviluppo le società crollano sotto
il peso delle contraddizioni che via via generano. Cosa vuol dire?
Per rispondere alla domanda, chiediamoci cos’è il pilastro
fondamentale di ogni società. Possiamo riconoscerlo nella produzione dei mezzi
di sussistenza, che assicurano l’esistenza degli uomini: l’uomo non campa d’aria!
L’uomo ha bisogno di cose fondamentali come il cibo, i
vestiti, una casa, eccetera, che ne assicurano la sussistenza. Sulla base di
questi bisogni fondamentali, ne sono stati creati, ad arte dall’industria
consumistica, altri più voluttuari: beni non necessari, ma comunque diretti
alla soddisfazione di particolari bisogni, diciamo psicologici.
Se compriamo un’automobile
per soddisfare il nostro bisogno di mobilità è un conto; ma se acquistiamo una
particolare automobile, dal costo inaccessibile per la maggioranza degli
individui, è probabile che siamo affetti da “disturbo narcisistico di personalità”.
Ci riteniamo persone speciali ed uniche; siamo intimamente convinte di possedere
qualità superiori, almeno rispetto allo sfigato chi va in giro con una “Panda”.
Cosicché il bene non svolge più solo la funzione di soddisfare ad un bisogno
necessario, ma è finalizzato ad ottenere considerazione e ammirazione da parte di
tutti quelli che nella scala gerarchica nel possesso di beni sono un gradino al
di sotto del nostro.
Da ciò ne deriva la convinzione che più beni materiali
possediamo, più il nostro valore personale si accresce. E tutto questo andrebbe
anche bene, se restasse confinato nel personale delirio di un mentecatto; non
va bene invece quando l’infermità mentale di tali soggetti li porta ad esigere trattamenti
di favore, nonché la soddisfazione immediata delle loro priorità. E quando questo
non si verifica, diventano furiosi e sprezzanti.
Incontriamo tutti i giorni
esempi di tali soggetti, che sulla massima dell’invidia sociale traspongono sugli
altri la loro follia, ritenendoli tutti invidiosi della loro fortuna;
trascurando la circostanza che se uno attende pazientemente il proprio turno o
il proprio merito, essere poi scalzati dalla loro prepotenza e dalla loro
arroganza, non può che indurre un sentimento di ragionevole e legittima indignazione,
e non certo di invidia. Anche se sono disposto ad ammettere che taluni sono veramente mossi da sentimenti di invidia.
Dopo questa breve digressione, torniamo all’uomo che non
campa d’aria, ma ha bisogno di beni essenziali per la sua sussistenza.
I beni è ovvio non si creano da soli: essi vengono prodotti dal lavoro dell’uomo. È altrettanto
vero che per produrre tali beni è necessario disporre di mezzi di produzione. Ebbene,
poiché la vita umana è un costante divenire, anche il modo di produrre varia e
con esso anche l’organizzazione sociale.
Ora, fintantoché le forze produttive materiali
della società sono compatibili con l’organizzazione sociale del lavoro, nel
senso che sono in grado di assicurare massimamente la sussistenza degli individui
di una società, la società tutta intera evolverà, assicurando benessere e prosperità
a fasce sempre più larghe di popolazione. Ma quando le forze che tengono uniti
interi gruppi di persone, al centro di valori comunemente condivisi, e quelle che
invece l’agitano nella direzione di una sua disgregazione prevalgono nel verso
di queste ultime, le società collassano, come collassa una stella quando ha
esaurito il suo combustibile nucleare.
Il liberismo economico, che fino ad un certo punto ha reso
possibile lo sviluppo delle forze produttive e il miglioramento delle
condizioni economiche per tanti soggetti, con il crollo finanziario del 2008 –
2009 la crisi del sistema di idee economiche, generalmente compendiato nel
termine “neoliberismo”, che dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso a
oggi è stato dominante nel mondo occidentale, appare in tutta la sua evidenza. Il
crescente divario nella distribuzione della ricchezza, il crollo dei consumi e
la disoccupazione ad esso associato, la drastica riduzione dei servizi sociale
e più in generale della spesa pubblica, per salvare il sistema bancario privato
dal collasso, mostrano inequivocabilmente i segni della sua senescenza.
Di fronte a quella che appare una crisi irreversibile,
continuare a credere che più libertà dei mercati sia il mezzo migliore per
fronteggiarla è tanto assurdo quanto l'idea di curare un paziente affetto da
cirrosi epatica somministrandogli dosi maggiori di alcool.
L’intrinseca instabilità del
capitalismo, dovuta soprattutto al laissez-faire finanziario, impone al
contrario l’intervento degli Stati a sostegno della piena occupazione, attraverso
politiche espansive di investimenti pubblici.
In pochi sembrano ricordarlo che, quando le contraddizioni
sociali giungono a un punto di insanabilità, scoppiano le rivoluzioni, che
portano all’assalto del Palazzo d’Inverno, o le guerre.
I “fanatici” del mercato sembrano disposti a
non riconoscere che la crisi del ’29 portò in America al New Deal, grazie al
quale gli Stati Uniti riuscirono a superare la grande depressione, e in Europa
al nazifascismo, che scaraventò l’umanità nella Seconda guerra mondiale.
Non riconoscere che il funzionamento del mercato, lasciato a
sé stesso, va incontro a limiti molto seri – che sono la precarizzazione del
lavoro, la mancanza di diritti e tutele, la crescente povertà … - è non solo da
ciechi, ma anche da irresponsabili.
Peraltro, se ci trovassimo dinanzi a un vero
libero mercato, cuore del liberismo economico, è assai probabile che diverso sarebbe
lo scenario politico e sociale attuale.
La verità è che il “neoliberismo” –
quello realmente esistente – sebbene in teoria esalti la libertà dei mercati, nella
prassi lo osteggia, tendendo piuttosto a posizioni di oligopolio. Provate a
giocare con uno a Poker che ha risorse illimitate – in termini di denaro e di
esperienza – e ditemi poi se può valere la regola che un mercato siffatto tende
a rendere più omogenea la società e ad attenuarne le disparità.
L’oligopolista può anche permettersi di non confrontare la
sua curva dei costi con la curva di domanda, come fa invece chi vende in regime
di concorrenza pura. Questa posizione di vantaggio lo mette in condizione di
vendere il suo prodotto ad un prezzo decisamente più basso (dumping), col
risultato di eliminare il potenziale competitor dal mercato. E una volta
eliminatolo, potrà rifarsi tranquillamente delle perdite sostenute durante
la fase di dumping, imponendo il suo prezzo, senza più ovviamente temere la
concorrenza.
A lungo andare il predominio delle imprese giganti soppianterà il
regime di libera concorrenza, con buona pace del padre fondatore del liberismo
classico (Adam Smith).
Quando infine il potere economico di queste poche imprese gigantesche
arriva a dimensioni incalcolabili, il potere politico diventa il suo obiettivo
successivo.
La capacità infatti di queste imprese di scegliere su scala
mondiale quei paesi con il regime giuridico a loro più favorevole per
localizzarvi i propri investimenti, condiziona di fatto le scelte e le
decisioni politiche, facendo come ultima vittima la “Democrazia” e con essa la “Giustizia”.
Questo sta accadendo, giorno dopo giorno. E mi meraviglia
che tanti altri non avvertano, con la mia stessa intensità, le nubi minacciose
che all’orizzonte preannunciano la tempesta perfetta.
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