martedì 26 dicembre 2017

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

I guru ideologici della dottrina economica che va sotto il nome di “neoliberismo” sono giustamente convinti che la effettiva libertà di mercato, basata sulla libera concorrenza e sulla libera iniziativa, con la sua capacità di assicurare la produzione di beni e di servizi in condizioni vantaggiose, abbia svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del progresso civile e materiale delle società occidentali. Grazie alla “mano invisibile” – metafora creata da Adam Smith – gli individui nel perseguire il proprio interesse personale, senza volerlo generano anche ordine sociale e sviluppo. Esiste insomma una mano invisibile che fa sì che le società e le loro economie tendano spontaneamente ad uno stato di “omeostasi”: gli esseri umani, mossi dai loro impulsi fondamentali, tendono naturalmente al raggiungimento di un relativo stato di equilibrio, in grado di mantenere stabilità sociale.

Quando dicono questo, vedono però soltanto una faccia della medaglia: dimenticano – o fanno finta di dimenticare – che c’è l’altra faccia. 

Giunti ad un certo grado di sviluppo, non sempre i princìpi dell’economia di mercato, della concorrenza e della libera iniziativa, funzionano a vantaggio di tutti. Continuano sì a funzionare, ma nell’esclusivo interesse di pochi a detrimento di molti. Ed è quello che oggi sperimentiamo: la crescente divaricazione tra ricchissimi e sempre più poveri.

A un determinato grado di sviluppo le società crollano sotto il peso delle contraddizioni che via via generano. Cosa vuol dire?

Per rispondere alla domanda, chiediamoci cos’è il pilastro fondamentale di ogni società. Possiamo riconoscerlo nella produzione dei mezzi di sussistenza, che assicurano l’esistenza degli uomini: l’uomo non campa d’aria!

L’uomo ha bisogno di cose fondamentali come il cibo, i vestiti, una casa, eccetera, che ne assicurano la sussistenza. Sulla base di questi bisogni fondamentali, ne sono stati creati, ad arte dall’industria consumistica, altri più voluttuari: beni non necessari, ma comunque diretti alla soddisfazione di particolari bisogni, diciamo psicologici. 

Se compriamo un’automobile per soddisfare il nostro bisogno di mobilità è un conto; ma se acquistiamo una particolare automobile, dal costo inaccessibile per la maggioranza degli individui, è probabile che siamo affetti da “disturbo narcisistico di personalità”. 

Ci riteniamo persone speciali ed uniche; siamo intimamente convinte di possedere qualità superiori, almeno rispetto allo sfigato chi va in giro con una “Panda”. Cosicché il bene non svolge più solo la funzione di soddisfare ad un bisogno necessario, ma è finalizzato ad ottenere considerazione e ammirazione da parte di tutti quelli che nella scala gerarchica nel possesso di beni sono un gradino al di sotto del nostro. 

Da ciò ne deriva la convinzione che più beni materiali possediamo, più il nostro valore personale si accresce. E tutto questo andrebbe anche bene, se restasse confinato nel personale delirio di un mentecatto; non va bene invece quando l’infermità mentale di tali soggetti li porta ad esigere trattamenti di favore, nonché la soddisfazione immediata delle loro priorità. E quando questo non si verifica, diventano furiosi e sprezzanti. 

Incontriamo tutti i giorni esempi di tali soggetti, che sulla massima dell’invidia sociale traspongono sugli altri la loro follia, ritenendoli tutti invidiosi della loro fortuna; trascurando la circostanza che se uno attende pazientemente il proprio turno o il proprio merito, essere poi scalzati dalla loro prepotenza e dalla loro arroganza, non può che indurre un sentimento di ragionevole e legittima indignazione, e non certo di invidia. Anche se sono disposto ad ammettere che taluni sono veramente mossi da sentimenti di invidia.

Dopo questa breve digressione, torniamo all’uomo che non campa d’aria, ma ha bisogno di beni essenziali per la sua sussistenza. 

I beni è ovvio non si creano da soli: essi vengono prodotti dal lavoro dell’uomo. È altrettanto vero che per produrre tali beni è necessario disporre di mezzi di produzione. Ebbene, poiché la vita umana è un costante divenire, anche il modo di produrre varia e con esso anche l’organizzazione sociale.

Ora, fintantoché le forze produttive materiali della società sono compatibili con l’organizzazione sociale del lavoro, nel senso che sono in grado di assicurare massimamente la sussistenza degli individui di una società, la società tutta intera evolverà, assicurando benessere e prosperità a fasce sempre più larghe di popolazione. Ma quando le forze che tengono uniti interi gruppi di persone, al centro di valori comunemente condivisi, e quelle che invece l’agitano nella direzione di una sua disgregazione prevalgono nel verso di queste ultime, le società collassano, come collassa una stella quando ha esaurito il suo combustibile nucleare.

Il liberismo economico, che fino ad un certo punto ha reso possibile lo sviluppo delle forze produttive e il miglioramento delle condizioni economiche per tanti soggetti, con il crollo finanziario del 2008 – 2009 la crisi del sistema di idee economiche, generalmente compendiato nel termine “neoliberismo”, che dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso a oggi è stato dominante nel mondo occidentale, appare in tutta la sua evidenza. Il crescente divario nella distribuzione della ricchezza, il crollo dei consumi e la disoccupazione ad esso associato, la drastica riduzione dei servizi sociale e più in generale della spesa pubblica, per salvare il sistema bancario privato dal collasso, mostrano inequivocabilmente i segni della sua senescenza.

Di fronte a quella che appare una crisi irreversibile, continuare a credere che più libertà dei mercati sia il mezzo migliore per fronteggiarla è tanto assurdo quanto l'idea di curare un paziente affetto da cirrosi epatica somministrandogli dosi maggiori di alcool.

L’intrinseca instabilità del capitalismo, dovuta soprattutto al laissez-faire finanziario, impone al contrario l’intervento degli Stati a sostegno della piena occupazione, attraverso politiche espansive di investimenti pubblici.

In pochi sembrano ricordarlo che, quando le contraddizioni sociali giungono a un punto di insanabilità, scoppiano le rivoluzioni, che portano all’assalto del Palazzo d’Inverno, o le guerre.  

I “fanatici” del mercato sembrano disposti a non riconoscere che la crisi del ’29 portò in America al New Deal, grazie al quale gli Stati Uniti riuscirono a superare la grande depressione, e in Europa al nazifascismo, che scaraventò l’umanità nella Seconda guerra mondiale.

Non riconoscere che il funzionamento del mercato, lasciato a sé stesso, va incontro a limiti molto seri – che sono la precarizzazione del lavoro, la mancanza di diritti e tutele, la crescente povertà … - è non solo da ciechi, ma anche da irresponsabili. 

Peraltro, se ci trovassimo dinanzi a un vero libero mercato, cuore del liberismo economico, è assai probabile che diverso sarebbe lo scenario politico e sociale attuale. 

La verità è che il “neoliberismo” – quello realmente esistente – sebbene in teoria esalti la libertà dei mercati, nella prassi lo osteggia, tendendo piuttosto a posizioni di oligopolio. Provate a giocare con uno a Poker che ha risorse illimitate – in termini di denaro e di esperienza – e ditemi poi se può valere la regola che un mercato siffatto tende a rendere più omogenea la società e ad attenuarne le disparità.

L’oligopolista può anche permettersi di non confrontare la sua curva dei costi con la curva di domanda, come fa invece chi vende in regime di concorrenza pura. Questa posizione di vantaggio lo mette in condizione di vendere il suo prodotto ad un prezzo decisamente più basso (dumping), col risultato di eliminare il potenziale competitor dal mercato. E una volta eliminatolo, potrà rifarsi tranquillamente delle perdite sostenute durante la fase di dumping, imponendo il suo prezzo, senza più ovviamente temere la concorrenza. 

A lungo andare il predominio delle imprese giganti soppianterà il regime di libera concorrenza, con buona pace del padre fondatore del liberismo classico (Adam Smith).

Quando infine il potere economico di queste poche imprese gigantesche arriva a dimensioni incalcolabili, il potere politico diventa il suo obiettivo successivo. 

La capacità infatti di queste imprese di scegliere su scala mondiale quei paesi con il regime giuridico a loro più favorevole per localizzarvi i propri investimenti, condiziona di fatto le scelte e le decisioni politiche, facendo come ultima vittima la “Democrazia” e con essa la “Giustizia”.


Questo sta accadendo, giorno dopo giorno. E mi meraviglia che tanti altri non avvertano, con la mia stessa intensità, le nubi minacciose che all’orizzonte preannunciano la tempesta perfetta.

Nessun commento:

Posta un commento