sabato 2 dicembre 2017

LA POLITICA NON È UN FATTO MORALE, MA UN FATTO DI GOVERNABILITÀ?

La politica va esercitata con un “senso etico” o, al contrario, l’etica, la morale sono accessori del tutto inutili alla buona azione politica? Insomma, dobbiamo sposare la tesi della giornalista sportiva Ilaria D’Amico, secondo la quale è “Meglio un corrotto che uno Stato rotto”, o piuttosto quella del magistrato Piercamillo Davigo, per il quale l’essere onesto è invece la condizione prioritaria per ricoprire qualsiasi carica pubblica?

Il rapporto fra etica e politica è sempre stato, fin dall'antichità, un rapporto difficile. Per taluni, essendo la politica immorale per sua stessa natura, il comportamento pratico dei politici deve improntarsi alla massima machiavellica del fine che giustifica i mezzi (sebbene dal Machiavelli non sia stata mai pronunciata); per altri invece la politica non può essere separata dalla morale, e chi la esercita deve rispettare, come tutti gli uomini e anzi più degli altri, i suoi principi.

Ragionare dunque su cosa sia meglio per un politico è un argomento che rischia di essere appesantito da riflessioni di natura filosofica. E nelle dispute filosofiche, si sa, non sempre la verità sta da una sola parte. La filosofia resta sempre una scienza imperfetta; è solo un’affannosa ricerca della perfezione, della verità, in cui la frustrazione è garantita. Forse perché dinanzi alle pretese dell’uomo di pervenire alla verità assoluta, essa continua a ripeterci fino alla noia che l’unica verità è che non esiste quella perfezione che l’uomo reclama. Perché noi stessi siamo esseri imperfetti, la nostra stessa fisiologia è imperfetta. E allora, perché questa ossessiva ricerca di perfezione?

Mettiamo allora da parte le questioni filosofiche, che ci porterebbero assai lontano, e poniamoci la più semplice domanda: Chi è il buon politico?

Non credo di sbagliarmi se tento la seguente risposta: il buon politico è colui che persegue il massimo utile per la comunità. Così come diremmo di un medico che è un buon medico, nella misura in cui consegue il massimo vantaggio per il paziente che ha in cura.

Come si vede ho sgombrato il campo da ogni orpello attinente l’onestà, la virtù del singolo; insomma, il suo bagaglio morale.

Non mi attendo infatti che il mio medico sia uomo ispirato ai più sani principi morali; la sua vita privata esula dal mio giudizio morale. Mi attendo solo che mi curi al meglio delle sue possibilità. E queste possibilità sono la sua intelligenza, la sua bravura e le più recenti conoscenze acquisite dal più generale progresso scientifico e tecnico. Questo è quello che mi attendo da un buon medico.

Cosa non ci attendiamo da un buon medico? Non ci attendiamo che sfrutti la nostra malattia per conseguire un profitto privato. Per esempio, i medici della clinica Santa Rita di Milano, che hanno alterato i documenti sanitari, sottoponendo i loro pazienti a operazioni chirurgiche inutili, per scopi estranei alla loro salute, sono assai sicuramente bravi chirurghi, ma in nome di interessi privati hanno prodotto lesioni gravissime ed irreversibili a quanti fiduciosamente si sono a loro affidati. 

Questi medici sono da considerarsi ancora “buoni medici” o piuttosto associabili – più propriamente – ai medici aguzzini dei lager nazisti che hanno condotto tanto terribili quanto inutili esperimenti sugli uomini?

E qui, pur volendone sbarazzarci, entra in campo prepotentemente la questione etica. Eh, già! Perché, ci piaccia o no, tutte le volte che l’uomo è posto dinanzi ad una scelta, la decisione che alfine prende è sempre di natura etica: tra bene e male!

Così pure da un politico che rivesta cariche pubbliche ci attendiamo che, al di là delle sue condotte di vita privata e sulle quali nessuno è autorizzato a proferire giudizi morali, la sua azione sia finalizzata al benessere della comunità e non a quello personale. Non si può essere buon politico se si antepongono gli interessi personali a quelli dell’intera collettività.

Considerare bravi e buoni politici quelli che hanno contribuito a portare il nostro Paese al degrado sociale ed economico è un ossimoro. Considerare bravo un politico, che seppur corrotto, fa bene il suo mestiere è come considerare ugualmente degno di rispetto quel prete che dopo aver celebrato messa si dedica per il proprio godimento a pratiche pedofile. In entrambi i casi, si tratta di comportamenti abusivi che ledono l’esistenza altrui.

Dunque, alla base di qualunque decisione o azione c’è sempre la propria coscienza, che fa sì che o rispettiamo quelle leggi morali che ci permettono di intrecciare rapporti sani col prossimo e di diventare parte attiva e benefica della comunità in cui viviamo, o al contrario ce ne discostiamo per il nostro personale tornaconto, senza preoccuparci affatto delle conseguenze per gli altri. 

Vivere in una società, significa riconoscere che esistono delle norme che regolano e limitano la condotta di ogni cittadino e permettono di godere tutti i vantaggi della vita associata. Quanto più sono chiari e trasparenti questi rapporti (ovvero onesti), tanto più la comunità godrà di prosperità e felicità; quanto più sono ambigui e torbidi, tanto più la comunità sarà divisa dalla competizione dell’uno con l’altro per possedere con qualsiasi mezzo – lecito o no – quello che si vorrebbero avere e non si ha.

Le norme che regolano e limitano la condotta di ciascun cittadino rappresentano l'Etica. 

Se viene meno il ruolo pedagogico della politica e quindi il suo senso etico – ovvero se chi ha la pretesa di guidare e comandare tutti gli altri disattende per primo quei valori che hanno mobilitato le migliori energie di spiriti nobili, che hanno colto la necessità di una “ricostruzione” non solo materiale, ma anche morale e civile –, come pretendere poi che nella società non si innestino sentimenti come il rancore, l’invidia, l’astio, che al senso di responsabilità di ciascuno verso gli altri sostituisce l’unica morale pagante del “mors tua vita mea”, che rappresenta molto  bene il mondo decaduto nel quale ci troviamo?

Se il fallimento di alcuni costituisce il requisito indispensabile per il successo di altri, come potremo mai far emergere la coscienza come unica via ad un’autentica libertà? L’azione che scaturisce come atto libero e volontario della propria coscienza, sarà subordinato al solo calcolo opportunistico dei vantaggi personali, indipendentemente dalle conseguenze nefaste che avrà su tutti gli altri.

Insomma, se alla norma etica non uccidere, che scaturisce libera dalla coscienza, sostituisco un mero calcolo opportunistico, secondo il quale non uccido solo perché rischio di essere privato della mia libertà, vuol dire che se ho la possibilità di assoldare un killer, che mi consenta di procurarmi un alibi a prova di bomba, posso anche mettere nel bilancio della mia vita un omicidio.

Secondo questa logica, non pagare per un delitto equivale a non averlo commesso. Questa è la logica sottesa a molti comportamenti tenuti da uomini simili a  Berlusconi e campioni del nostro tempo. I quali sono convinti che basti un restyling estetico, mettersi a dieta e fare dello sport tutti i giorni per cancellare tutte le nefandezze compiute. 

A tal proposito, mi fa specie che un uomo come Eugenio Scalfari, che stimavo fino a qualche tempo fa saggio, dopo aver paragonato Berlusconi al criminale londinese Mackie Messer, dall'Opera da tre soldi di Brecht, abbia dichiarato, nel corso della trasmissione "Di Martedì" che messo di fronte alla scelta tra votare Berlusconi o il rappresentante del M5S, sceglierebbe il primo. 

Perché? Perché a suo giudizio la politica non è un fatto morale, ma un fatto di governabilità.

Dunque, seguendo la logica di un tale pensiero, trovandoci nell’Italia del ’22 Scalfari avrebbe votato Mussolini e nella Germania del ’33 Adolf Hitler: la situazione nei rispettivi paesi era ingovernabile e non si riuscivano a formare maggioranze stabili. Entrambi però, Mussolini in Italia e Hitler in Germania, garantirono governabilità! 

Ma quale fu il prezzo di quella governabilità per l’intera umanità? La Storia ha qualcosa da raccontarci a proposito.

Oggi, nella società del benessere consumistico, il moralista è considerato un intransigente, un guastafeste, un gufo, uno che non sa stare al gioco, che non sa vivere. Moralista è diventato sinonimo di fustigatore dei costumi; un predicatore inascoltato e anche un po’ ridicolo; tanto noioso quanto, fortunatamente, innocuo.


Pertanto se si vuole far tacere la giusta indignazione del cittadino dinanzi alle tante Sodoma e Gomorra dei quartieri delle nostre società, della depravazione della classe politica, dell’indifferenza di una sparuta minoranza di ricchissimi di fronte all’indigenza di molti, basta dirgli che fa del moralismo. 

E così lo si mette a tacere, dimenticando però che ogni dramma dell’umanità parte sempre da un problema di ordine morale: ignorare l’etica non è possibile, perché essa sempre s’impone con la tragica conseguenza di chi l’ha ignorata o violata.

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