Mi piace immaginare che il prossimo 4 marzo (2018), al momento
dello scrutinio, nonostante la grande affluenza ai seggi, il numero delle
schede bianche superasse l’80%. Sarebbe l’unica scelta politica consapevole per
“punire” un’intera classe dirigente che, con bieco disinteresse nei riguardi
della dignità dei cittadini, ne offende l’intelligenza con promesse elettorali
che sanno di non poter mantenere. E il gioco di “spararle grosse” trova riparo
nella consapevolezza che, grazie al Rosatellum, nessuna coalizione otterrà la
maggioranza. E quindi sarà facile poi per i partiti recitare il mantra
dell’avremmo voluto, ma gli elettori non ci hanno premiato. Salvando ancora una
volta la loro faccia di bronzo!
Siamo al mercato delle promesse elettorali. Quelle del
centrodestra, secondo stima del Credit Suisse (società leader di mercato a
livello mondiale nell'ambito dei servizi finanziari), costerebbero circa 100
miliardi; quella del M5S, basata sulla riduzione delle tasse e il reddito di
cittadinanza per famiglie a basso reddito, costerebbe – sempre secondo il
Credit Suisse – dai 53 ai 59 miliardi di euro; quelle del centrosinistra si
aggirerebbe tra i 18 e i 21 miliardi di euro. Insomma, «tutto va bene, madama
la marchesa»! Nella generale euforia da campagna elettorale, l’enorme debito
pubblico italiano, che viaggia verso i 2500 miliardi di euro, e gli impegni
finanziari stabiliti con l’Unione europea sembrano – al momento – problemi
trascurabili. Così al mercato delle promesse elettorali ciascun partito blandisce,
corteggia, vezzeggia i potenziali elettori: se uno promette la riduzione delle
tasse, l’altro l’abolizione della Legge Fornero; a chi promette l’abolizione
del bollo auto, gli fa eco quello che se andrà al governo cancellerà il canone
rai, anche se viene dallo stesso pulpito di chi lo ha inserito a forza nella bolletta
elettrica; a chi promette la flat tax, ovvero un’aliquota fiscale unica del 23%
per tutti i contribuenti, c’è un altro che arringa le folle promettendo di
estendere gli 80 euro anche alle famiglie con figli e (sentite, sentite!)
aggiunge anche il “bonus bebè” da elargire a tutte le mamme indistintamente,
che siano indigenti o miliardarie.
Se questo stato di cose non dovesse presto trasformarsi
presto in veleno e penosa schiavitù, potremmo dire che mai nella storia del
nostro Paese la classe politica ha dato dimostrazione di tanta verve comica. Beppe
Grillo, che è un comico, fa l’uomo politico; Vincenzo De Luca, che è un
politico, fa il comico. Il presidente della Regione Campania è meglio di
Crozza. Insomma, in Italia i politici fanno ridere più dei comici. E potrebbe
anche andarci bene se tutti questi personaggi non decidessero poi del nostro
destino, menandoci alla perdizione.
Dopo l’eccitazione della campagna elettorale, la “farsa”
lascerà il posto alla “tragedia”; d'altronde già nell'antica Grecia comico e
tragico erano le due facce della stessa medaglia. La realtà si parerà di nuovo
dinanzi a noi in tutta la sua drammaticità. Finita la festa elettorale, ci si
scorderà presto delle promesse fatte in campagna elettorale e si ricomincerà a
parlare di “spread”, di banche in crisi, di rischio default, e della necessità
di nuove manovre finanziarie – e quindi nuovi tagli e tasse – per rispondere ai
diktat della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo
Monetario Internazionale), che elargisce prestiti solo alle sue condizioni e
non a quelle proposte dai partiti politici, che sovente – per ammansire i
propri elettori – fanno i conti senza l’oste: Grecia e Tsipras docent!
Tanto più che la prossima fine del Quantitative Easing potrebbe
portare ad un rialzo dei tassi e a un brusco aumento dello Spread, riportando
questo indice sotto i riflettori dell'attenzione pubblica. È bene ricordare che
non le (non)riforme attuate dal Pd, ma solo la massiccia droga monetaria del QE
voluta da Draghi ha fatti sì che il differenziale tra titoli di Stato italiani
e tedeschi si mantenesse al disotto della soglia psicologica dei 150 punti.
Dopo anni di calma assoluta (dal marzo 2015), da quando cioè la Bce (a guida
Draghi) ha comprato decine di miliardi di titoli pubblici ogni mese, l’indice
potrebbe ricominciare a salire, riaprendo scenari simili a quelli del novembre
2011, quando il differenziale di rendimento registrò quota 553 punti.
Dopo il 4 marzo (2018), di fronte all’impossibilità di
creare un governo di maggioranza, e stante la resistenza del M5S a scendere sul
terreno delle alleanze, Mattarella, dopo il consueto teatrino delle
consultazioni, potrebbe conferire il mandato nuovamente a Gentiloni. Perché?
Ma perché ce lo chiede l’Europa! Un Gentiloni è considerato
dalla Commissione europea la soluzione migliore possibile. Lo ha detto il
commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici. E ce lo chiedono anche i
mercati!
E dunque se le cose stanno così: se le ragioni dei mercati, delle
banche, della finanza sono prevalenti, perché ci ostiniamo a tenere in piedi qualcosa
che continuiamo a chiamare democrazia? Da una parte si intensificano le misure
per coinvolgere i cittadini nella vita pubblica e alleviare le diseguaglianze sociali,
dall’altra si subordinano quelle stesse decisioni politiche ai desiderata della
finanza internazionale.
Io direi più semplicemente di farla finita con questa farsa
delle elezioni: si mobilitano milioni di persone con l’illusione di poter
essere artefici del proprio destino, quando la realtà è ben altra.
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