sabato 27 gennaio 2018

LA FARSA DELLE ELEZIONI

Mi piace immaginare che il prossimo 4 marzo (2018), al momento dello scrutinio, nonostante la grande affluenza ai seggi, il numero delle schede bianche superasse l’80%. Sarebbe l’unica scelta politica consapevole per “punire” un’intera classe dirigente che, con bieco disinteresse nei riguardi della dignità dei cittadini, ne offende l’intelligenza con promesse elettorali che sanno di non poter mantenere. E il gioco di “spararle grosse” trova riparo nella consapevolezza che, grazie al Rosatellum, nessuna coalizione otterrà la maggioranza. E quindi sarà facile poi per i partiti recitare il mantra dell’avremmo voluto, ma gli elettori non ci hanno premiato. Salvando ancora una volta la loro faccia di bronzo!

Siamo al mercato delle promesse elettorali. Quelle del centrodestra, secondo stima del Credit Suisse (società leader di mercato a livello mondiale nell'ambito dei servizi finanziari), costerebbero circa 100 miliardi; quella del M5S, basata sulla riduzione delle tasse e il reddito di cittadinanza per famiglie a basso reddito, costerebbe – sempre secondo il Credit Suisse – dai 53 ai 59 miliardi di euro; quelle del centrosinistra si aggirerebbe tra i 18 e i 21 miliardi di euro. Insomma, «tutto va bene, madama la marchesa»! Nella generale euforia da campagna elettorale, l’enorme debito pubblico italiano, che viaggia verso i 2500 miliardi di euro, e gli impegni finanziari stabiliti con l’Unione europea sembrano – al momento – problemi trascurabili. Così al mercato delle promesse elettorali ciascun partito blandisce, corteggia, vezzeggia i potenziali elettori: se uno promette la riduzione delle tasse, l’altro l’abolizione della Legge Fornero; a chi promette l’abolizione del bollo auto, gli fa eco quello che se andrà al governo cancellerà il canone rai, anche se viene dallo stesso pulpito di chi lo ha inserito a forza nella bolletta elettrica; a chi promette la flat tax, ovvero un’aliquota fiscale unica del 23% per tutti i contribuenti, c’è un altro che arringa le folle promettendo di estendere gli 80 euro anche alle famiglie con figli e (sentite, sentite!) aggiunge anche il “bonus bebè” da elargire a tutte le mamme indistintamente, che siano indigenti o miliardarie.

Se questo stato di cose non dovesse presto trasformarsi presto in veleno e penosa schiavitù, potremmo dire che mai nella storia del nostro Paese la classe politica ha dato dimostrazione di tanta verve comica. Beppe Grillo, che è un comico, fa l’uomo politico; Vincenzo De Luca, che è un politico, fa il comico. Il presidente della Regione Campania è meglio di Crozza. Insomma, in Italia i politici fanno ridere più dei comici. E potrebbe anche andarci bene se tutti questi personaggi non decidessero poi del nostro destino, menandoci alla perdizione.

Dopo l’eccitazione della campagna elettorale, la “farsa” lascerà il posto alla “tragedia”; d'altronde già nell'antica Grecia comico e tragico erano le due facce della stessa medaglia. La realtà si parerà di nuovo dinanzi a noi in tutta la sua drammaticità. Finita la festa elettorale, ci si scorderà presto delle promesse fatte in campagna elettorale e si ricomincerà a parlare di “spread”, di banche in crisi, di rischio default, e della necessità di nuove manovre finanziarie – e quindi nuovi tagli e tasse – per rispondere ai diktat della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), che elargisce prestiti solo alle sue condizioni e non a quelle proposte dai partiti politici, che sovente – per ammansire i propri elettori – fanno i conti senza l’oste: Grecia e Tsipras docent!

Tanto più che la prossima fine del Quantitative Easing potrebbe portare ad un rialzo dei tassi e a un brusco aumento dello Spread, riportando questo indice sotto i riflettori dell'attenzione pubblica. È bene ricordare che non le (non)riforme attuate dal Pd, ma solo la massiccia droga monetaria del QE voluta da Draghi ha fatti sì che il differenziale tra titoli di Stato italiani e tedeschi si mantenesse al disotto della soglia psicologica dei 150 punti. Dopo anni di calma assoluta (dal marzo 2015), da quando cioè la Bce (a guida Draghi) ha comprato decine di miliardi di titoli pubblici ogni mese, l’indice potrebbe ricominciare a salire, riaprendo scenari simili a quelli del novembre 2011, quando il differenziale di rendimento registrò quota 553 punti.

Dopo il 4 marzo (2018), di fronte all’impossibilità di creare un governo di maggioranza, e stante la resistenza del M5S a scendere sul terreno delle alleanze, Mattarella, dopo il consueto teatrino delle consultazioni, potrebbe conferire il mandato nuovamente a Gentiloni. Perché?

Ma perché ce lo chiede l’Europa! Un Gentiloni è considerato dalla Commissione europea la soluzione migliore possibile. Lo ha detto il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici. E ce lo chiedono anche i mercati!

E dunque se le cose stanno così: se le ragioni dei mercati, delle banche, della finanza sono prevalenti, perché ci ostiniamo a tenere in piedi qualcosa che continuiamo a chiamare democrazia? Da una parte si intensificano le misure per coinvolgere i cittadini nella vita pubblica e alleviare le diseguaglianze sociali, dall’altra si subordinano quelle stesse decisioni politiche ai desiderata della finanza internazionale.


Io direi più semplicemente di farla finita con questa farsa delle elezioni: si mobilitano milioni di persone con l’illusione di poter essere artefici del proprio destino, quando la realtà è ben altra.

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