La decisione di Trump di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a
Gerusalemme, e il riconoscimento di quest’ultima come capitale di Israele
scatena l'ira araba, il guanto di sfida alla Corea del Nord rende sempre più
palpabile il pericolo di una nuova guerra mondiale.
L'escalation della
tensione, innescata da Trump, rischia di provocare il classico caso della
goccia che fa traboccare il vaso.
Ma noi, aiutati dal sistema mediatico, ci preoccupiamo dei
preparativi natalizi, che - ci suggeriscono - devono essere avviati per tempo
per non rischiare di ritrovarsi a dover fare tutto all’ultimo momento e
soprattutto di restare insoddisfatti dal risultato finale.
Abbiamo smesso di partecipare al processo politico in
maniera concreta, ma siamo diventati consumatori attivi e partecipativi. E se
come “consumatori” boicottassimo il marketing natalizio?
Forse solo allora la
politica sarebbe costretta a tenere il passo con le richieste di uno sviluppo
socioeconomico misurato con il benessere di tutti e non di pochi; con la
qualità della vita e non con la quantità di cose possedute.
Quello che non siamo in grado di ottenere come cittadini
elettori, l’otterremo forse orientando i nostri consumi nella direzione che
tanto più i governi attuano politiche di equità, tanto più i consumatori sono
disposti a consumare. Insomma, potremmo fare da consumatori quello che da cittadini elettori non possiamo fare.
La mia è una chiara provocazione, tesa solo a dimostrare che
non è vero che siamo affatto impotenti di fronte al potere che perpetra
diseguaglianze e iniquità. La verità è che la maggioranza degli uomini non ama affatto
la libertà. Se fossimo capaci di atti autentici di libertà, operando scelte
consapevoli, solo allora daremmo un senso a un mondo che non ha alcun senso.
Solo
ribellandosi, l’esistenza può acquistare un significato; solo comportandosi attraverso
scelte consapevoli l’uomo fa aumentare il valore e la dignità della sua persona.
Peccato però che il nostro sistema mediatico, per intenderci
quello dei paesi occidentali a “democrazia avanzata”, sia costruito, istruito e
gestito proprio per evitare che gli uomini si ribellino.
E noi più che uomini
siamo diventati “uomini impagliati” manipolati e facilmente manipolabili; più
simili a polli in una fabbrica di polli, che mangiano senza sosta solo per l’ingrasso
e la macellazione.
Se solo fossimo capaci di pensiero: vero, autentico.
Troveremmo tutti insieme la forza di scacciare il macellaio a forza di cornate,
realizzando finalmente un mondo più a misura d’uomo. Scacceremmo coloro che le
crisi le creano: i tecnocrati che agiscono solo nell’interesse di una
superclass (l’élite dell’élite), capi di governo, ministri, segretari e
sottosegretari che ai diktat dei tecnocrati si piegano per fare carriera,
politici che, pur potendo e dovendo intervenire in modo pragmatico per
arrestare il perpetuarsi di ignominiose ingiustizie, non fanno altro che
parlare e parlare.
Politici sempre più simili a imbonitori che all’uomo
politico dotato di passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Più adatti
a vendere pentole in una trasmissione di telemarketing che ad assumere
responsabilità di comando. Politici televenditori che cercano di attirare, con
la telegenia e le frasi ad effetto, un pubblico ignaro per ottenerne il
consenso. Simili a strilloni, che all’ingresso di baracche da fiera allettano
la gente ad entrare, annunciando e promettendo prebende per tutti: innalzamento
delle pensioni, abbassamento delle tasse, reddito d’inclusione, pensioni per i
giovani ancor prima che comincino a lavorare, reintegro dell’articolo 18,
eccetera, eccetera. E chi più ne ha, più ne metta.
Peccato che proprio quelli che danno ad intendere queste
cose, siano poi le stesse persone che ci hanno fin qui condotti, i quali di
occasioni per tradurre le loro promesse in fatti concreti ne hanno avute più
d’una.
Dimenticato il passato, ci allettano – per non dire ci imbrogliano
ancora una volta – con false promesse e poi, una volta ottenuto il loro scopo,
ci tradiscono impudicamente.
Per loro la parola vergogna è aliena; ha ceduto il passo
alla spudoratezza, all’insolenza, alla sfacciataggine che rasenta l’indecenza e
l’arroganza: «Con la faccia tosta si va a cavallo e in carrozza».
Eh già,
perché la civiltà dell’immagine, dell’apparenza, ha divorato la vergogna,
defraudandoci così anche degli ultimi scampoli di onestà, stima, onore.
Se un tempo il senso della vergogna impediva agli uomini di
compiere atti disdicevoli, perché la comunità li ostracizzava, invogliandoli
altresì ad apparire forti e valorosi agli occhi degli altri per la conquista
della stima collettiva. Oggi, vivere nel culto della bellezza, della bontà,
della generosità e nella piena difesa del proprio onore è obsoleto.
Un tempo, per non vergognarsi di sé era necessario essere
leali. E la lealtà imponeva di mantenere le promesse fatte anche quando tenervi
fede era difficile; la lealtà ancora imponeva di obbedire ai valori di
correttezza e sincerità nei riguardi degli altri. Si era
leali nella misura in cui il grado di coerenza tra gli ideali professati e il
comportamento tenuto era costante come le stelle fisse nel firmamento.
Oggi invece prevale l’etica dei maiali: nessuna virtù. Faccio
solo quel che mi conviene e mi piace. Il resto del mondo può andare a farsi benedire.
Nessun conflitto interiore di fronte al bene e al male, al
giusto e all’ingiusto, al vero e al falso. Nessun riscatto, nessuna riscossa
dall’intorpidimento morale che ci lascia del tutto indifferenti di fronte agli
orrori mostrati quotidianamente dal sistema mediatico.
“È questo il modo in cui finisce il mondo / Non già con uno
schianto ma con un lamento”.
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