I due candidati che l’8 novembre si contendono la “stanza
ovale” sono i peggiori candidati che forse la storia americana abbia mai avuto.
Entrambi riflettono l’immagine di un mondo in ostaggio delle oligarchie
economiche e sull’orlo del collasso.
L’elezione di Barack Obama fu accolta da molti come il
riscatto della politica dai dettati delle oligarchie economico finanziarie. Con
Obama, e soprattutto con i messaggi della moglie Michelle, si pensava che fosse
giunta l’ora che la politica avrebbe riconquistato la sua autonomia e la sua
centralità rispetto alle lobby, depotenziandone la presenza nella sfera
pubblica. Ma dietro la maschera progressista e pacifista, Barack Obama si è
rivelato molto più reazionario di quanto possa apparire a prima vista.
Uno come Trump non sarebbe mai arrivato alle soglie della
Casa Bianca se non ci fosse stato Barack Obama: Trump è una esplicita reazione
alle speranze suscitate da Obama. Otto anni dopo, gli afroamericani sono più
distanti dai bianchi di quanto non lo fossero prima della sua presidenza. La
divaricazione tra ricchi e poveri è aumentata. E i suoi effetti sono una
crescente mortalità infantile, una diminuzione nella speranza di vita, un
aumento della popolazione carceraria e del numero di morti afroamericani ammazzati
dalla polizia, una crescente riduzione nei redditi da lavoro dipendente. Con il
primo presidente di colore s’ipotizzava che il razzismo fosse finalmente messo
ai margini, ma non è stato così: la polizia continua a uccidere neri e ispanici
come se fossero zanzare. Sul fronte della politica interna ha proclamato
l'austerità e il sacrificio per le famiglie dei lavoratori americani per
salvare dal fallimento i finanzieri di Wall Street, mentre a livello
internazionale ha lavorato per portare allo scontro le Potenze avversarie con
tutti i mezzi possibili. Durante i suoi due mandati dal 2009 al 2016 ha usato
con poca parsimonia gli aerei da guerra, anzi è proprio durante la sua
presidenza che è esplosa la commercializzazione dei famigerati droni
telecomandati e in generale della vendita d’armamenti bellici. Insomma, Obama è
stato fondamentalmente un politico di destra e una creatura di Wall Street.
Dalla padella alla brace!
Se a vincere sarà Hillary Clinton, c’è il rischio che i
rapporti con la Russia potrebbe ulteriormente degenerare. Pensare che Putin sia
ancora disposto a ingoiare bocconi amari è un azzardo della politica estera
americana. Ora, poiché Putin è consapevole che militarmente il suo Paese,
rispetto alla Nato, è nettamente inferiore, potrebbe optare per l’unica guerra
in cui può essere ancora competitivo e cioè quella nucleare. Le forze armate
russe sono dotate di un nuovo missile balistico intercontinentale, il
famigerato Satan-2, la cui testata nucleare, disegnata per essere impossibile
da intercettare, è in grado di distruggere l’intera Francia o l’intero Texas. Peraltro,
la Clinton, nonostante i proclami d’indipendenza, è il volto delle
multinazionali e di banche speculative come la Goldman Sacks, che ha finanziato
la sua campagna elettorale. Dunque è perfettamente normale che le persone di
sinistra più disilluse temono che Clinton non manterrà le promesse dopo le
elezioni.
Donald Trump, d’altro canto, è la dimostrazione vivente che non
sempre la ricchezza si accompagna all’intelligenza. È un uomo insolente e arrogante, con una visione
darwinista e calvinista della società che lo avvicina a posizioni tipicamente
fasciste. Come lo fu il movimento fascista in Italia, Trump è l’espressione
della rabbia della piccola borghesia e dei ceti più popolari, quelli dei “quartieri
difficili” e delle periferie, che una volta si chiamavano sottoproletariato
urbano. Intolleranti nei confronti dell’immigrazione che, sebbene prodotto
delle politiche neoliberiste, è considerata la causa della scarsità delle
risorse destinate agli americani. È
un copione già visto in Francia con Marine Le Pen, in Italia con Matteo
Salvini, In Ungheria con Orbàn, in Grecia con Alba Dorata e che in termini di
consenso dà molto.
Karl Marx definì il sottoproletariato la palude che privo di
un potenziale rivoluzionario, per l'incapacità di organizzarsi politicamente e
socialmente, costituisce nella storia il vero serbatoio di manovalanza del
braccio armato del capitalismo contro le sacrosante pretese dei lavoratori. Ladri
e delinquenti, privi di mestieri, senza scrupoli e lazzaroni, sono sempre
pronti a mettere le camice nere e armarsi di manganello per picchiare i
contestatori, in cambio dell’osso gettato dalla tavola del Padrone.
Donald Trump merita l’appellativo di “fascista”, perché come
Mussolini, finge di essere un anti-sistema, un avversario dell’establishment,
un pacifista, un anticapitalista al servizio dei più bisognosi, ma in realtà è
al servizio di chi lo ha sempre sostenuto: il sistema delle banche. Dice di
voler tassare Wall Street, colpendo gli edge funds, e poi dice anche che abolirà
la tassa sull’eredità e intende tagliare dal 40 al 25% la tassa sui guadagni.
Alla proposta di aumentare il salario minimo che attualmente è di 7,25 dollari,
risponde che una tale proposta non gli piace affatto. Nei suoi progetti c’è una
redistribuzione dei redditi, ma a favore dei più ricchi. Una cosa però sembra
certa, in tema di politica estera, Trump ha dimostrato di essere decisamente
più isolazionista e questa è la ragione dell'endorsement di Vladimir Putin alla
sua elezione.
Contro le idee di Trump servirebbe più sinistra, ovvero una visione
più umana e socialdemocratica, che se applicata migliorerebbe la vita dei
poveri, restituirebbe dignità ai lavoratori e garantirebbe ai giovani un futuro
migliore. Ma la sinistra sullo scenario mondiale è la vera grande assente!
La scelta migliore per i democratici statunitensi sarebbe
quella di spostarsi a sinistra e adottare un programma che faccia i conti con
le reali necessità, paure e aspirazioni delle persone che lavorano, attraverso
una vera assistenza sanitaria pubblica, un’istruzione pubblica di qualità, sostanziosi
sussidi di maternità e paternità e asili nido accessibili a tutti, in modo da
aiutare le giovani famiglie. Ma questa non sembra essere la politica che piace
ai mercati e alla finanza e quindi è anche inutile parlarne.
Pertanto, se fossi un cittadino americano non voterei né la Clinton né Trump, perché sia che vinca l’uno sia che vinca l’altro, il potere, quello vero, rimarrà comunque nel pieno arbitrio di pochi prepotenti. Occorre ammettere che siamo società bloccate sul piano politico, incapaci di esprimere attraverso l'unico strumento che ci è dato - il voto - una vera alternativa di governo. Lo siamo anche su quello culturale, non riusciamo ad andare oltre il modello capitalistico e neoliberista. E, quel che è peggio, lo siamo anche sul piano della speranza, incapaci di immaginare un futuro nel quale la classe operaia e più in generale quella dei lavoratori si imponga come nuovo soggetto storico capace di imporre innovazioni radicali che ci liberi dalla dittatura di quell'1% della popolazione mondiale.
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