La vicenda Moro affonda nei troppi intollerabili segreti
d'Italia. Tanti sono i risvolti oscuri. E quello che è emerso dalla Commissione
d’inchiesta parlamentare è solo la punta dell’iceberg : troppo poco per capire
quel che è davvero accaduto. E per quanto possa essere sintetico, non basterebbero
le pagine di un libro per spiegare quel che purtroppo non verrà mai provato
processualmente.
Cinque indagini giudiziarie e quattro processi non sono
giunti a niente di concreto: i registi del delitto Moro hanno cancellato tutte
le prove. Non resta dunque che la verità storica secondo il procedimento del
cui prodest, ovvero ricomporre il complesso puzzle dimodoché risulti almeno comprensibile
la ragione per la quale occorreva eliminare Moro.
Il delitto Moro non lo si comprende se non lo si colloca nel
particolare scenario storico della contrapposizione dei due blocchi, quello
americano e quello sovietico, con le rispettive sfere di influenza. Agli occhi
degli americani, il disgelo nella politica interna tra Dc e Pci rappresentava un pericolo gravissimo per gli equilibri mondiali. Probabilmente il compromesso
storico non avrebbe affatto alterato gli assetti internazionali, ma si sa gli
americani hanno da sempre un’idiosincrasia verso tutto ciò che puzza anche
lontanamente di socialismo e comunismo.
Dopo l’esperienza cilena del governo di S. Allende,
Berlinguer s’era infatti affatto convinto che senza la collaborazione fra le
forze popolari di ispirazione comunista e quelle di ispirazione cattolico-democratica,
il Partito comunista – anche quando avesse conseguito la maggioranza dei voti
per governare – non avrebbe avuto vita facile con la CIA fra i piedi. Pertanto,
al fine di dar vita a uno schieramento politico capace di realizzare un
programma di rinnovamento della società e dello Stato italiani, s’imponeva
un’alleanza con quella parte della Democrazia cristiana di radice popolare. E Moro
rappresentava la figura politica utile alla strategia politica elaborata, tra
il 1973 e il 1979, dall’allora segretario del Partito comunista italiano,
Enrico Berlinguer, passata alla storia col nome di “compromesso storico”.
Per Moro, la Dc e il Pci sapevano quali “mondi” rappresentare;
e non erano quelli del mondo finanziario e del capitalismo industriale. Insomma,
quel mondo rappresentato da Don Camillo e Peppone. La personificazione di due
istanze forti solo apparentemente contrapposte: da una parte il cattolicesimo
battagliero, ma dalla parte del popolo; dall’altra il comunismo intransigente, ma
animato dall’ansia di giustizia. Don Camillo e Peppone, pur divisi dalle
quotidiane battaglie, trovano nelle ragioni del popolo un sentimento di
reciproca simpatia e comprensione.
Moro parlava infatti di “convergenze
parallele”, un accordo nel quale nessuno avrebbe perso la sua identità, ma il
cui fine tendeva a convergere verso la costruzione di un nuovo assetto sociale
ed economico.
La linea di Moro che andava verso il coinvolgimento del Pci
nell’area di governo non era però condivisa dai suoi compagni di partito, tra cui Giulio
Andreotti e Francesco Cossiga. E men che mai dagli americani, che vedevano nel
“compromesso storico” una minaccia ai loro interessi nel Mediterraneo. All’epoca infatti si pensava che il Pci fosse legato a Mosca e il
coinvolgimento del Pci nel governo dell’Italia avrebbe spostato l’asse della
politica italiana nella direzione dell’ex Unione Sovietica. Nonostante Berlinguer
avesse fatto già capire di sentirsi più tranquillo e sicuro sotto l’ombrello
protettivo della Nato, all’America non bastava e non era disposta a correre il
rischio. Pare che Kissinger avesse già avvertito Moro sull'inopportunità del compromesso storico: “attento a quello che
fai con il Pci, noi ne trarremo le conseguenze …”.
Ecco perché Moro doveva morire: era scomodo per i suoi
compagni di partito e lo era ancor di più per l’alleato americano.
Noi sappiamo che a rapire e uccidere materialmente Moro furono le Brigate
Rosse, ma sappiamo anche che lo Stato, che poteva intervenire per tentare di
liberare il presidente Dc, non fece nulla, non alzò un dito. Steve Pieczenik,
il consulente Usa che partecipò, su invito di Cossiga, al Comitato di Crisi
istituito dopo il rapimento Moro, una volta dichiarò: “noi abbiamo
ucciso Moro”. Volendo intendere che se le Br
furono gli esecutori materiali dell’assassinio, lo Stato ne fu il responsabile
morale per non aver fatto nulla per impedire che quella morte avvenisse: di
fatto le Br furono messe nelle condizione di non poter fare altro.
L’assassinio di Moro è stato un delitto politico maturato
nel contesto internazionale dell’epoca e consumatosi con la complicità della
criminalità organizzata servente (Br, Cosa Nostra, ‘ndrangheta calabrese, ecc.)
e di una parte del mondo politico supina agli ordini degli americani.
Per quanto riguarda le Br, già nel 1978 in Italia si
ipotizzò che la CIA fosse dietro le azioni più eclatanti delle Brigate Rosse,
sostenendole e dirigendole nella logica degli opposti estremismi: isolando e
marginalizzando i consensi nei confronti degli estremismi di destra e di
sinistra si convogliava l’elettorato verso forze moderate e centriste. Sembra che
lo stesso Moro avesse confidato a Giovanni Galloni, tra i fondatori della
corrente di sinistra della Democrazia Cristiana, poche settimane prima del suo
rapimento e assassinio da parte delle Brigate Rosse, di essere certo di
infiltrazioni dei servizi segreti della CIA e del Mossad (servizio segreto
dello Stato di Israele) nelle stesse BR. Questo forse aiuta a spiegare perché
restano senza risposta i tanti punti ancora oscuri del sequestro Moro.
Le domande senza risposte restano. Per esempio:
Perché in via Fani c’era un colonnello dei servizi segreti militari
(Sismi)?
Chi erano i due uomini a bordo di una moto Honda mai identificati?
Chi
era l’uomo che, da professionista militare super addestrato, sparò da solo 49
colpi su un totale di 92, portando di fatto a termine e quasi da solo l’azione
militare in soli tre minuti, dalle 9.02 alle 9.05, quando le armi dei
brigatisti si erano inceppate?
Perché Alessio Casimirri, che prese parte
all'agguato di via Fani, è ancora latitante in Nicaragua e lo Stato italiano
non ha fatto nessuna richiesta di estradizione, mentre si è battuto senza sosta per ottenere quella di Battisti?
Perché dopo 41 anni resta il
mistero sul luogo in cui Moro rimase effettivamente detenuto, ovvero perché
nonostante le numerose segnalazioni la polizia non fece mai irruzione? Forse è
il caso di ricordare che negli anni di piombo quando le forze dell’ordine, nel
corso delle azioni, non trovavano gli inquilini non esitavano a buttar giù le
porte.
E poi, che fine hanno fatto le carte scritte dal presidente democristiano
durante i cinquantacinque giorni di prigionia? Che fine hanno fatto le
registrazioni dei suoi interrogatori? Chi ha sottratto la lunga lista degli
appartenenti a Gladio stilata da Moro durante la prigionia?
Possibile che i servizi segreti italiani di allora non fossero in grado di infiltrare o di
avere un informatore nell’organizzazione terroristica?
Il rapimento Moro nasconde ancora trame imperscrutabili che
coinvolgono la CIA, il Mossad, la P2, i servizi italiani deviati, Gladio, lo
IOR vaticano, la mafia, la ‘ndrangheta, la banda della Magliana, e un
misterioso servizio supersegreto detto “anello”, una sorta di servizio segreto
parallelo alla Gladio composto da ex ufficiali della Repubblica di Salò,
imprenditori, industriali, soggetti del mondo politico ed economico, della
malavita e della criminalità organizzata, uniti allora nella comune lotta al comunismo.
In tanti sostengono che scegliere di non trattare con i
terroristi fu una discutibile ma legittima decisione politica. E che la
fermezza fu presa in nome di un bene superiore: la resistenza dello Stato al
ricatto dei terroristi, non un metodo per portare alla morte Moro e gli oscuri
segreti di cui era custode.
Strano però che quella stessa fermezza non sia
stata poi adottata nel rapimento di Ciro Cirillo (esponente della corrente di
Antonio Gava della Democrazia Cristiana), quando la DC non esitò a trattare, sottobanco
e senza carattere di ufficialità, non solo con le Br, ma anche con la Nuova
Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e i servizi segreti, in quel momento
ancora affidati a funzionari e ufficiali iscritti alla P2, con la mediazione
del faccendiere Francesco Pazienza, legato al SISMI.
Così quegli stessi che nel 1978 erano stati i fautori della
strategia della fermezza (ritenendola un principio sacro e inviolabile: lo
Stato non può subire alcuna forma di ricatto), non ebbero poi molte remore morali a
fare per Cirillo quello che non fecero per Moro. Trasgredirono tranquillamente
pochi anni dopo (1981) a quell’imperativo categorico che fu la cagione della
morte di Aldo Moro.
Oggi il Pci e la Dc non esistono più: c’è il Pd. La
formazione del Governo Letta (aprile 2013 – febbraio 2014), incoraggiata dall’allora
presidente Napolitano, inaugurò nel nostro Paese il governo delle larghe
intese. E quelli del Pd videro in questo l’eredità della linea Moro, ignorando –
colposamente o dolosamente – che tra la situazione di allora e quella di oggi
c’è un abisso: il compromesso storico era il frutto di un accordo che puntava
alla tutela del lavoro; le larghe intese del governo Letta avevano invece come
preoccupazione principale la salvaguardia degli interessi della finanza e
dell’élite politica dominante.
Sono trascorsi ormai molti anni dalla caduta del muro di Berlino, e dovrebbe essere chiaro a molti che c’è
qualcosa di peggiore del comunismo. Ma nessuno sembra accorgersene. La scomparsa di così tanti regimi legati
all’immagine di una rivoluzione del popolo per il popolo è il rintocco funebre
per la promessa di progresso radicale dalla disuguaglianza e dall’ingiustizia
sociale. Molti hanno dovuto risvegliarsi dall’illusione che lo spodestamento
del presente capitalismo per mano del futuro socialista fosse non solo qualcosa
di auspicabile, ma di inevitabile. Insomma dal sogno che la storia, sia pure con qualche
battuta di arresto, si muovesse comunque nella direzione giusta dell’eguaglianza degli
uomini. E che, per quanto indigesto fosse il presente, il futuro non poteva non
essere che la narrazione della progressiva libertà dal giogo dell’uomo
sull’altro uomo. Ma le cose non stanno affatto così: mentre i paesi comunisti sono crollati uno dopo l’altro, e con essi l'idea che li sottendeva, l’ideologia
conservatrice non solo è sopravvissuta senza problemi, ma è diventata più
forte, lasciando uno spazio vuoto e sterile ad una sinistra ormai incapace di
esprimere sé stessa.
Tutto quello che resta è la politica dell’interesse,
dell’invidia, e della rielezione secondo la legge del pendolo: alla sinistra
succede la destra, alla destra la sinistra, senza che nulla di veramente
significativo avvenga nella società. La politica si è ridotta ad una forma
di contabilità sociale, all’amministrazione di uomini e cose.
Ora, se l’uomo mediocre e superficiale può sopravvivere senza
problemi in un tale scenario, per l’uomo nell’accezione classica del termine –
ovvero quello il cui sguardo va oltre il misero presente, pronto a battersi per
ideali come libertà, giustizia, eguaglianza, costi quel che costi – è una
catastrofe. Esso diventa allora il “gabbiano ipotetico” di cui parla Gaber: «che
attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana
e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai
il sogno si è rattrappito».