sabato 30 giugno 2018

L’IRRESISTIBILE ASCESA DI SALVINI E LE RESPONSABILITÀ DEL PD


Come in passato il Pd ha spianato la strada ai governi di Berlusconi, oggi spiana quella dei prossimi governi Salvini. La domanda è: c’è del metodo in questa follia? Se l’intento era quello di consentire alla Lega di fagocitare a poco a poco il M5S e di preparare il futuro governo a guida Salvini, bisogna ammettere che ci sta riuscendo egregiamente: i sondaggi parlano chiaro, mentre la Lega aumenta i consensi, il M5S li perde.

Cosa dicono le rilevazioni dopo la formazione del governo presieduto da Giuseppe Conte? La Lega tocca quota 31%, mentre il M5S cede e cala al 29,8%. Il partito guidato da Salvini succhia consensi non solo dagli altri partiti di centrodestra (Forza Italia è all’8,3%, Fratelli d’Italia crolla al 2,3%), ma anche dal M5S.

La Lega, stando ai sondaggi, è il primo partito del Paese. E di questo bisogna ringraziare Matteo Renzi e i suoi accoliti, che dopo aver fatto strame della sinistra in Italia, si adoperano con sagace idiozia per condurre Salvini alla guida del prossimo governo.

Se il Pd si fosse reso disponibile a sostenere un governo monocolore dei grillini, non temeremmo oggi la deriva autoritaria impressa da Salvini: pugno forte con i migranti, censimento dei Rom, legittima difesa estesa, ecc. ecc. Il Pd, chiudendo con i pentastellati, ha di fatto consentito che la Lega di Salvini divenisse l’azionista di maggioranza del governo. E questo nonostante le urne avessero accreditato i grillini di un risultato quasi doppio a quello della Lega, che ha senz’altro tratto un enorme vantaggio dalla cecità della sinistra, che non ha visto e continua a non vedere.

Ma forse questo è accaduto perché tra i due Matteo c’è più somiglianza che diversità. Come l’altro Matteo, Salvini è accecato dall’egocentrismo e dall’ambizione. Caratteristiche comuni nei demagoghi e tiranni, che acquisiscono il potere ergendosi a difensori degli ultimi e degli arrabbiati, ma poi lo piegano ai propri biechi interessi. Il loro scontato successo confida nel fatto che non sempre l’elettorato riflette sulle conseguenze del voto. E quando alfine scopre l’inghippo, sovente è troppo tardi e pentirsene non serve certo a cambiare il corso degli eventi.

Salvini esaltato dai sondaggi e dal successo che ha riscosso per aver costretto la nave Aquarius della flotta della Ong Medici Senza Frontiere a fare rotta verso Valencia, ci ha riprovata anche con l’altra nave Ong Lifeline e il suo carico di “carne umana”. E se la prova di forza paga in termini di consensi, possiamo anche dolerci per le sorti degli innocenti, ma resta il fatto che in democrazia vince il numero maggiore. E nulla è più triste che vedere dei morti in questa massa di vivi. È la democrazia, bellezza!

Osservando quanto sta accadendo, non possiamo non concludere che una gran parte di italiani – almeno quelli che condividono le idee di Salvini – si dimostra incapace di gesti e sentimenti di solidarietà. Pensare che il problema migratorio sia stato gestito male nel nostro Paese è un conto, abbracciare tout court la tesi di Salvini che i migranti, quantunque esseri umani, rappresentino un problema di cui disfarsi chiudendo loro la porta in faccia e lasciandoli morire è di un cinismo che non ha dell’umano. 

Se viene meno la solidarietà umana, è la società che è condannata; la solidarietà – che è altra cosa dall’altruismo – è il collante che impedisce che una società collassi nella barbarie. E se oggi s’individua nell’extracomunitario il nemico, una volta debellato questo, domani toccherà ai vecchi, e poi ai disabili e poi ancora ai mentecatti. La solidarietà umana esige che dalla condizione di precarietà esistenziale si esca tutti o nessuno. Quando si utilizza un linguaggio incendiario e barbaro, come fa Salvini, si dovrebbe essere consapevoli delle tante farse della storia mutate in tragedie.

Ma forse il nocciolo della questione è che una gran parte di italiani, ancor prima che di destra, ha una mentalità fascista, perché ignorante nel vero senso della parola. Si rotola gioiosa nel fango dell’ignoranza come i maiali nel trogolo. E anche quei tanti che si dichiarano comunisti, e quindi di sinistra, strizzano poi l’occhio a chi sui temi dell’immigrazione sparge benzina, senza peraltro approfondire criticamente la questione. È forse da questo nucleo fascista che deriva il largo consenso attribuito a Salvini.

Se questa parte di italiani che osanna Salvini si prendesse la briga di leggere e ragionare, si renderebbe conto che la Lega è il partito che, da tangentopoli in avanti, può vantare il periodo più lungo trascorso al governo del Paese con Berlusconi. E che dopo aver puntato l’indice contro “Roma ladrona”, gli stessi suoi leader sono diventati i commensali al banchetto dei ladroni con una fame raddoppiata per il tempo in cui ne erano stati esclusi. 

La Lega occupa ormai da anni un sottobosco di potere a livello di enti e società di emanazione pubblica o a partecipazione pubblica: banche, autostrade, ospedali, Rai, Expo 2015, Finmeccanica, Cinecittà. 

Non parliamo poi delle tante leggi ad personam, volute e fatte licenziare dalle Camere da Berlusconi. 

E questo sarebbe “il nuovo che avanza”? 

Un partito sommerso dagli scandali, dai diplomi comprati in Albania; un partito che ha fatto sparire 48 milioni di euro messi sotto sequestro dal tribunale di Genova dopo la condanna di Bossi per truffa ai danni dello Stato. Che non ha disdegnato il contributo di 250mila euro dell’immobiliarista Parnasi, arrestato per corruzione, secondo l'inveterata logica dell’intreccio perverso tra politica e affari.  

Poveri sciocchi italiani! Pronti a bersi qualunque stronzata loro si racconti. Convinti – a torto – che l’immigrazione sia il male assoluto del nostro Paese, perché toglie case e lavoro agli italiani. Ebbene, se questo fosse il vero problema dell’Italia, varrebbe pure con un pianto e un lamento affrontarlo. 

Ma purtroppo così non è: ben altri sono i problemi che funestano il Paese, e la classe politica ben si guarda dall’evidenziare. Il problema migratorio se è un tema, caro a un certo populismo, utile a guadagnare facili consensi, non lo è affatto per risolvere i mali che ci affliggono. E, come si dice, quando la diagnosi è sbagliata, lo è anche la terapia, che può rivelarsi assai dannosa. Il problema non è l’immigrazione, ma la xenofobia, così sapientemente alimentata ad uso e consumo dei cretini.

Se i cretini riflettessero che la xenofobia non solo peggiora la vita dei migranti, ma anche quella degli autoctoni, perché crea spaccature e tensioni gravi nel territorio e nella società, si guarderebbero bene dal farsi deprimere ulteriormente quel poco di intelligenza, che loro rimane, dai seminatori di odio.

Concludo con una frase di Albert Einstein: «Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l'inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare».

lunedì 18 giugno 2018

ADDIO LUCA, UOMO DAL CUORE DI FANCIULLO

Un ragazzo si è suicidato!

Non ha importanza chi fosse: potrebbe essere nostro figlio, un nostro amico, il vicino della porta accanto, l’uomo che incrociamo per la strada e che non degniamo di uno sguardo.

Luca, questo era il suo nome.

Era buono. E tutto quello che voleva era porre fine alla lacerante e straziante sofferenza che nel suo cuore divorava come un cancro il suo desiderio di vivere, di amare.

Alcuni l’hanno amato tantissimo. Ma non è bastato!

È compito immane, per un singolo uomo, una singola donna, trasformare un deserto in un giardino.

Luca voleva vivere. E la sua voglia di vivere era tanto smisurata che soffocava nella gabbia in cui la “gente perbene” voleva confinarlo: obblighi, prigioni, farmaci.

Un destino imposto dalle consuetudini: così si fa, così si dice, così ci si comporta.

Il suo “mal di vivere”, una sorta di tatuaggio incancellabile, si rifletteva nello sguardo inquisitore di chi, ancora prima di amarlo per la sua tenera fragilità, lo giudicava implacabilmente e sbrigativamente definiva depressione.

Dietro l’etichetta medica della nostra società antropofaga, che prima alimenta la follia e poi ne prende le distanze, si scopre tutta l’incapacità di dare una risposta di solidarietà alla fragilità umana.

Addio Luca, o meglio arrivederci.


Che l’agognato abbraccio di tua madre ti sia ora di conforto e ti accompagni in quella regione dai cui confini nessuno è mai tornato.

domenica 17 giugno 2018

IL LATO OSCURO DEL GOVERNO CONTE


È ancora troppo presto per esprimere valutazioni sul neo governo Conte. Sarà davvero il governo del cambiamento? Da italiano non posso che augurarmelo. Per la verità, non ci vorrà molto: i governi di centrodestra e quelli di centrosinistra sono stati così negletti nella gestione politica del Paese che basterà lavorare con onestà e buona volontà, per portarlo fuori dal pantano in cui l’hanno cacciato la rapacità e l’avidità di uomini più mossi da calcoli e interessi privati che dall’interesse per il bene comune.


“Al tramonto anche i nani proiettano ombre gigantesche”, diceva Karl Kraus. La lezione della storia e dell’esperienza comune ci dice che quando la condotta politica non è ispirata a un senso di moralità le nazioni falliscono: il grado di evoluzione e di sviluppo di una società dipende ancor di più dalla sua classe politica che da fattori economici contingenti. 

Se l’Italia del dopoguerra non avesse avuto statisti della levatura morale di Ferruccio Parri, Alcide De Gasperi, Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Sandro Pertini, eccetera, eccetera, non sarebbe mai uscita dalle gravissime condizioni in cui versava: un paese ridotto allo stremo, una produzione agricola dimezzata rispetto al 1938 e industriale scesa addirittura a meno di un terzo, servizi pubblici inesistenti, strade e ferrovie interrotte in più punti, cumuli di macerie dovunque. Nel giro di un decennio l’Italia passò dalle macerie del dopoguerra al boom economico, di cui ancora oggi ne godiamo i frutti.

Oggi, se ci guardiamo intorno, non vediamo più quella desolazione e quelle macerie, vediamo un altro tipo di desolazione – ben più triste: la desolazione di una parte del genere umano, che pur avendo tutto vuole ancor di più; guidata e dominata dall’egoismo, dalla falsità, dalla cupidigia. E non parlo solo dell’élite, parlo anche di quella parte di popolo minuto che dinanzi alle tante emergenze umanitarie gira la testa dall’altra parte per non vedere, per non essere distolta dalla ricerca laboriosa e incessante del proprio personale piacere. Troppo preoccupata della propria immagine e del proprio benessere per accorgersi della sofferenza di quanti – non per loro colpa – cercano una via per sfuggirla.

Mi è piaciuta l’arringa tenuta in Parlamento dal neo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ha definito sé stesso l’«avvocato dei cittadini italiani». Riprendendo un concetto, a me caro, secondo il quale il potere in una società democratica si esercita al servizio dei cittadini e non il contrario. Quando il potere soggiace alla forza del diritto e alla sovranità popolare, è benedetto; quando invece è al servizio di potenti e privilegiati, è non solo osceno ma anche dannoso. Giuseppe Conte ha quindi spiegato che l’idea guida dell’esecutivo sarà il primato del mandato elettorale, ripristinando quel principio assai spesso vituperato nel nostro Paese della “separazione dei poteri”, che vuole che, in uno stato di diritto, l’esecutivo in prima istanza realizzi le politiche pubbliche proposte all’elettorato e da questo approvate con le votazioni.

Di ben altro intendimento sono stati, infatti, i governi succedutisi finora. Con il frequente e facile ricorso ai decreti leggi, hanno svilito la funzione parlamentare alla semplice ratifica degli atti governativi. Governi oligarchici che, proni al ricatto dei mercati finanziari, hanno affondato l'Italia. Con la retorica del “ce lo chiedono i mercati” sono state fatte riforme che anziché migliorare lo stato di salute del Paese l’hanno aggravato. 

È un fatto inoppugnabile che negli ultimi vent’anni Pil, disoccupazione, produzione industriale, inflazione, deficit, debito siano andati via via peggiorando, dimostrando che le terapie adottate sin qui si sono rivelate peggiori del male. In nome dei “mercati” si è mandata in soffitta pure la democrazia al motto “ubi major minor cessat”. 

Ora, se al periodo di vacche magre fosse seguito quello delle vacche grasse, potremmo ragionevolmente e umilmente ammettere che la scarsa attenzione degli esecutivi ai bisogni della gente aveva pure una ragione superiore: portare fuori il Paese dalla tormenta economica e finanziaria, che abbattendosi ne impediva lo sviluppo. Non si può infatti dire ad un chirurgo di non amputare un arto, se quell’amputazione è resa necessaria per salvare il resto del corpo. Ma se il chirurgo amputa l’arto sano e lascia quello malato, allora a quel chirurgo deve essere impedito di continuare ad operare. Riforme inutili, se non dannose, hanno messo in ginocchio il Paese. E chiunque fosse in grado di rimetterlo almeno in piedi merita tutto il nostro sostegno e rispetto. 

Il nuovo governo promette di essere ambizioso e riformatore, all’insegna della discontinuità col passato, ma la strada che ha davanti è tutta in salita, per le inadeguatezze dei governi che l’hanno preceduto, l’enorme debito pubblico preso in ostaggio dagli speculatori finanziari e, dulcis in fundo, le scarse simpatie dei partner europei che, secondo loro, metterebbe a rischio l’Ue e le sue riforme. 

Se il neo presidente del Consiglio saprà mantenere la barra del timone dritta, e non si farà intimorire come Tsipras dalla Troika, non solo riuscirà ad accrescere il raccordo tra istituzioni e popolo, ma dimostrerà che uscire dalla crisi è possibile solo stracciando le ricette neoliberiste e aumentando gli investimenti pubblici. 

Il New Deal, inaugurato dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt per uscire dalla crisi iniziata nel 1929 con il crollo di Wall Street, grazie a una politica di investimenti pubblici, tassazione progressiva e protezione sociale risollevò l’economia americana e garantì un sempre maggior benessere per tutti fino agli anni ’70. L’abbandono di quelle politiche, da Reagan e Thatcher in poi, ci ha portato ad oggi: diseguaglianze sempre più gravi che sono, sì esse, la causa principale della crisi economica infinita.

Il reddito di cittadinanza a chi non ha lavoro, per quanto possa apparire ad uno sguardo superficiale un costo per lo Stato, va nella direzione di stimolare l’economia. La profonda crisi economica del ’29 fu dovuta soprattutto ad un’insufficienza di domanda di beni di consumo: il basso livello della spesa per i consumi determinò la contrazione degli investimenti da parte delle imprese, e il conseguente allontanamento del sistema dalla piena occupazione. La crescente disoccupazione depresse ulteriormente la domanda aggregata di beni di consumi, e così via come in una spirale perversa.

In contrasto con la teoria neoliberista, il cui unico risultato indiscutibile è l’accumulazione del capitale nelle mani di pochi, quella keynesiana – per intenderci quella del New Deal, che ha consentito all’America di uscire dalla grande crisi del ’29 – parte invece dal presupposto che “il capitalismo non è intelligente” e non è affatto vero che il mercato, lasciato a sé stesso, sia in grado di raggiungere da solo l’equilibrio e la massima occupazione. 

Secondo la teoria economica di Keynes, infatti, solo un aumento dei consumi, stimolato dalla spesa pubblica, è in grado di far ripartire gli investimenti. Se questi non ripartono, sarà assai difficile creare buona occupazione. Forse l’attuale teoria neoliberista – oggi tanto in voga e che ha creato tanti danni – è difesa a spada tratta dall’establishment, come fosse verità di fede, perché di fatto massimizza la valorizzazione del capitale (bassa inflazione, moneta forte, accesso al mercato internazionale delle merci e dei capitali, quadro giudiziario-istituzionale sempre più adattato agli interessi dei soli detentori del potere economico) e svuota lo Stato delle sue funzioni di garante dello stato sociale e dei diritti fondamentali alla libertà e alla dignità dei cittadini, in nome della maggiore superiorità dei mercati. 

Nella direzione opposta va invece la cosiddetta Flat Tax, sbandierata in campagna elettorale da Salvini e che si prepara ad entrare nel programma di governo. Avvantaggiare i ricchi senza penalizzare i poveri è come pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Non capisco proprio perché fare quest’altro regalo ai ricchi, come se finora se la fossero passata male! La Flat Tax determinerà un gigantesco trasferimento di ricchezza a favore dei più abbienti, mentre i poveri continueranno a fare la fame.

Il grande economista italiano Luigi Einaudi, che è stato anche dal 1948 al 1955 Presidente della Repubblica, faceva osservare, a chi voleva mettere in discussione il principio di progressività delle imposte contenuto nell’art. 53 della nostra Costituzione, che le stesse dieci lire non hanno lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e per il ricco che ci compra la poltrona al teatro. Dunque mi sembra giusto che le tasse siano ispirate al principio di progressività.

Oltre al fatto che l’introduzione della Flat Tax ha un costo stimato per le casse dello Stato di circa 40 miliardi di euro, è tutto da dimostrare il fatto che alla riduzione delle aliquote fiscale per i ricchi corrisponda poi una minore evasione fiscale. In Russia, con la flat tax sono aumentate le famiglie povere. 

Il cosiddetto valore dissuasivo della flat tax nella riduzione dell’evasione fiscale non regge: chi continua a evadere, pur sapendo che una quota sempre più importante di cittadini è costretta a rinunciare alle cure per impossibilità a sostenere i costi, è privo del più elementare senso di solidarietà. Non sarà certo la riduzione delle aliquote fiscali a renderli d’un tratto solidali con i più sfortunati.

A parte i pochi casi in cui l’evasione è una necessità imposta dalla sopravvivenza (persone che pur volendo pagare le tasse non riescono a farlo perché non hanno i soldi), la grossa evasione è rappresentata da comportamenti (evasivi ed elusivi) deliberatamente messi in atto per massimizzare l’utile atteso. 

In Italia chi evade le tasse non solo potrebbe permettersi di pagarle, ma l’aspetto più ignobile è che se ne vanta pure. L’evasione fiscale in Italia è costume, mentalità. E pertanto continuerà ad evadere anche quando le aliquote fiscali dovessero essere così basse da indurlo a fare il suo dovere di contribuente. 

La scarsa frequenza dei controlli e il ripetersi dei condoni poi rendono la scelta di evadere una scommessa con zero rischi. Chi non ricorda lo “scudo fiscale”, varato nel 2009 – 2010 dal governo di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, per favorire il rimpatrio di capitali detenuti all'estero derivanti da redditi non denunciati? L’ennesima beffa ai contribuenti attenti e onesti.

Esso non solo ha consentito ai grandi evasori di pacificarsi con il fisco, ma ha anche consentito di legalizzare fondi neri pagando un misero obolo del 5%. Senza lo scudo, quegli evasori avrebbero dovuto pagare, prima di tutto, le imposte dovute, tenendo conto delle diverse aliquote, quindi le sanzioni e gli interessi. Non c’è che dire, proprio un bel regalo!

Negli altri paesi, in cui hanno adottato lo scudo fiscale (Francia, Regno Unito, Stati Uniti), agli evasori che detenevano illegalmente capitali nei cosiddetti “paradisi fiscali” non è stato garantito l’anonimato e neppure una decurtazione delle tasse evase. Al contrario, agli evasori è stato chiesto di pagare le tasse arretrate con gli interessi, ricevendo in cambio la decadenza delle conseguenze penali ed uno sconto nelle sanzioni. Questo per due ragioni: la prima di ordine pedagogico, il perdono non cancella il mal fatto; la seconda, consentire ai governi di comprendere tutti i meccanismi di evasione utilizzati dai propri concittadini

La vera riforma fiscale non passa dalla riduzione o meno delle aliquote e degli scaglioni, ma allargare la base imponibile per ridurre il carico tributario su lavoratori e pensionati. Occorre infatti sottolineare che sul totale Irpef la quota di contribuzione riferita a lavoratori dipendenti e pensionati è del 94%; i lavoratori dipendenti ne pagano 99 miliardi (il 60%), i pensionati ne pagano 58 miliardi (il 34%).

Peraltro, la cedolare secca che cos’è se non già una Flat Tax, che andrebbe reintrodotta nei redditi Irpef per le ragioni invocate dall’art. 53 della Costituzione (progressività dell’imposta) e anche per stimolare la domanda interna. 

È indegno di un paese civile, prima ancora che democratico, che ci si possa arricchire sul bisogno degli altri. Le disuguaglianze crescenti nel nostro Paese (il 10% delle famiglie più ricche possiede il 46,6% delle ricchezza netta familiare totale) non sono la manifestazione, secondo la teologia calviniana, dell’elezione dei ricchi alla Grazia di Dio, ma il frutto di politiche orientate a privilegiare il reddito da rendite finanziarie e immobiliari piuttosto che quello da lavoro. 

Il proprietario di una casa, di pochi metri quadrati, che l’affitta per mille euro a un lavoratore, di fatto sposta il reddito da lavoro a quello della rendita. Se il lavoratore pagasse meno di affitto, una parte di quei soldi finirebbe in consumi, e quindi in domanda aggregata che innalzerebbe il Pil; il proprietario che incassa l’affitto (quando non in nero) non solo ha una tassazione più favorevole (20% nella cedolare secca) rispetto al lavoratore (che produce ricchezza reale), ma reinvestirà il cespite in prodotti finanziari, utili per incrementare il potere già smisurato delle società di fondi di investimenti, che così potranno ancora tenere sotto scacco intere nazioni e popoli. E questo dovrebbe indurci a riflettere sull’opportunità di introdurre la Flat Tax in Italia.

Ecco dunque la fondamentale criticità del neo governo Conte: un governo affetto da disturbo dissociativo d’identità tra istanze di destra e di sinistra. La Flat Tax è senza dubbio di destra perché avvantaggia i ricchi, il reddito di cittadinanza è di sinistra perché avvantaggia i poveri. Ora che idee di destra e di sinistra possano trovare un felice connubio lo trovo assai difficile da prospettare; presto o tardi lo scontro, il cozzo tra queste due diverse sollecitazioni si manifesterà. In altre parole, come possono convivere nella stessa compagine governativa l’anima di Salvini e gli elettori di sinistra che hanno votato per il M5S?

Per Salvini il criterio prevalente nella distribuzione delle risorse è il merito dell’appartenenza più che il bisogno: la gente che lavora contro i fannulloni … prima gli italiani … è finita la pacchia … la cuccagna è finita … legittima difesa senza se e senza ma … gli italiani schiacciati dalla crisi mentre gli extracomunitari fanno crollare il costo del lavoro … le case che dovrebbero essere date agli italiani vengono date agli extracomunitari. Su questo refrain e sullo sfruttamento politico della xenofobia guadagna facile consenso fra gli arrabbiati, e l’esito sarà una feroce guerra tra poveri.

Per la sinistra invece è il bisogno più che il merito a guidare l’azione politica. Per la sinistra è l’inclusione più che l’esclusione la condizione imprescindibile per lo sviluppo della società e quindi della nazione. Una società pacificata è una società collaborativa in cui vale il principio «A ciascuno secondo i propri bisogni». In base al presupposto che uomini affrancati dal bisogno sono più eguali e, quindi, più liberi. Quanto più è inclusiva una società, tanto più ne beneficiano tutti. E in definitiva dunque la nazione intera. 

A differenza di Salvini, per la sinistra, l’arricchimento di pochi non è la via maestra per il benessere di tutti, ma l’equa distribuzione delle risorse, condizione essenziale per la pacifica convivenza degli uomini. L’evidenza dei fatti dimostra, infatti, che quanto più si acuiscono le diseguaglianze, tanto più le società sono lacerate e conflittuali al loro interno. 

L’argomentazione – di reageniana memoria e su cui si fonda la Flat Tax – che le persone in cima alla scala economica siano quelle che danno un maggiore contributo all’economia, svolgendo il ruolo di «creatori di posti di lavoro», non trova conferma nella realtà ed è stata clamorosamente smentita dalla crisi economica del 2008. I fatti ci dicono tutt’altro: questi stessi individui non solo hanno portato l’economia al precipizio, arricchendo sé stessi e impoverendo tutti gli altri, trafugando i risparmi di lavoratori onesti accumulati nel corso di una vita, ma hanno anche allungato la fila dei lavoratori in esubero. 

Credere alla storiella – ben narrata dai neoliberisti – che la ricchezza di pochi avvantaggia tutti è come credere alla teoria creazionista, secondo la quale gli esseri viventi sono stati creati direttamente da Dio con le attuali fattezze, negando la più verosimile, e in accordo con i dati, teoria evolutiva delle specie viventi di Darwin.

In conclusione, se la disuguaglianza sta aumentando in quasi tutto il mondo è perché leggi fatte da uomini eletti dagli oppressi, ma che poi operano a favore degli oppressori, consentono ai ricchi di diventare più ricchi, mentre i poveri, e soprattutto i molto poveri, diventano sempre più poveri.

È da questa stortura che bisogna partire e non dal problema migranti, che sta al dramma delle crisi che si annunciano sul nostro pianeta come un foruncolo sta ad un cancro. 

domenica 20 maggio 2018

PERCHÉ NON PARLARE ANCHE DEL TERRORISMO SIONISTA


Mentre in Italia siamo alle prese con le difficoltà per la formazione del governo, che è stato definito un “ircocervo”, termine utilizzato da Aristotele per indicare “cose che non esistono” e ripreso da Benedetto Croce nel 1942 per bocciare la tesi del filosofo antifascista Guido Calogero, secondo la quale gli ideali liberali e quelli socialisti possono essere compatibili.

Quelli di sinistra (Pd) – si fa per dire – lo bollano come un governo di destra che più a destra non si può; parimenti quelli di destra (Berlusconi e affini) lo definiscono un governo di sinistra, che riesuma dalla tomba la sepolta ideologia comunista.

Nessuno può sapere se gli impegni sul reddito di cittadinanza o quelli sulla riforma Fornero verranno mantenuti, ma bollarli – come fa il Pd – come premesse ad un nuovo fascismo è davvero comico. Più realistici e meno farseschi sono i dubbi sulla fattibilità del programma: Carlo Cottarelli, commissario straordinario per la Spending Review nel governo Letta, ha stimato in oltre cento miliardi di euro il costo del programma messo nero su bianco da Lega e M5s; le coperture individuate sarebbero invece un’inezia: solo 0,5 miliardi di euro.

Che il Pd esprima oggi le sue preoccupazioni sulle coperture finanziare sarebbe lodevole, se non fosse stato proprio il suo gruppo dirigente che infilò la testa sotto la sabbia per non vedere lo scialacquio di Renzi che bruciò dieci miliardi per il bonus di 80 euro, che non spostarono un millimetro i consumi, quattro miliardi per sospendere l’Imu sulla prima casa anche ai ricchi, diciotto miliardi in un triennio di decontribuzione per il Jobs Act, con risultati assai discutibili sul piano della tutela e dei diritti dei lavoratori.

Farebbe pertanto bene il sedicente partito di sinistra Pd a tacere, e a discendere silenziosamente le scale verso l’oblio. La sua classe dirigente non solo ha decretato la fine della sinistra, in un Paese che vantava il più grande partito comunista della storia, ma ha anche segnato il trionfo del mercato senza coniugarlo con l’emancipazione economica dei molti e lo stato sociale. Il suo corpus ideologico – oggi – è costituito di elementi che ci si aspetterebbe di trovare a destra, e non certo a sinistra.

Bene, dicevo: mentre in Italia fervono i preparativi del nuovo governo, a Gaza continua la repressione da parte israeliana dei manifestanti palestinesi: il bilancio è di almeno di 59 morti e più di 1350 feriti da colpi di arma da fuoco. Ciò che oggi sta accadendo in Palestina non fa notizia. I grandi mezzi di comunicazione ignorano o rimuovono deliberatamente le complesse radici del conflitto in atto. Una latente ostilità nei confronti del mondo islamico e la sapiente strumentalizzazione a fini politici dell'Olocausto impediscono una chiara visione delle responsabilità politiche degli attori coinvolti: Stati Uniti, Israele, paesi arabi, organizzazioni palestinesi.

La Striscia di Gaza è un enorme campo profughi, circondato da una barriera elettrificata; a qualunque palestinese tentasse di superare la barriera i soldati israeliani risponderebbero con il fuoco. Da oltre dieci anni due milioni di persone sono imprigionati in quel lembo di terra senza nessuna possibilità di uscita e senza speranza. Dimenticati da Dio e dagli uomini. I bambini vivono in condizioni di indigenza e senza cure mediche; più di un terzo di loro ha subito e subisce abusi sessuali. I loro genitori, alle prese con una guerra per la sopravvivenza e a loro volta vittime di depressione, non sono in grado di proteggerli. Gli orrori che gli ebrei scontarono nei campi di concentramento nazisti sono gli stessi che quotidianamente scontano i palestinesi ingabbiati nella Striscia di Gaza. Adulti e bambini vivono un dolore terribile che non ha fine. Dire che il blocco della Striscia di Gaza è un crimine di guerra simile a quello perpetrato nei campi di Mauthausen non è esagerato.

Si può dunque concludere che il rifiuto dello Stato di Israele non solo di convivere pacificamente con il popolo palestinese, ma persino di gestire la propria egemonia in modi non repressivi, coloniali e sostanzialmente razzisti, lo rende non meno aberrante di quei regimi che – in nome della purezza della razza – attuarono un sistematico genocidio nei confronti degli ebrei.

L’ideologia sionista – favorita dalla persecuzione antiebraica e dalla tragedia della Shoah – vuole far credere che l’elemento indigeno sia costituito dagli ebrei e che i veri stranieri siano i palestinesi, ma la Storia ci dice che le cose non stanno proprio così: un popolo palestinese esisteva in Palestina prima ancora della costituzione dello Stato di Israele.

domenica 13 maggio 2018

LA PREPOTENZA E L’ASTUZIA VINCONO SEMPRE

Che la giustizia sia roba per ricchi lo sappiamo da sempre; la riabilitazione di Silvio Berlusconi da parte del Tribunale di Milano ne è l’ennesima prova. La realtà di come funziona la giustizia, qui da noi, è riflessa dall’impietoso quadro della popolazione carceraria: strabocca di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari. I benestanti assai raramente finiscono in carcere; ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l’eccezione. Per questi l’unica sanzione è la parcella salata del loro dell’avvocato.

Per esempio, per i tanti Stefano Cucchi la loro poco colpa è sempre un caso da forca; mentre con i politici, banchieri, amministratori delegati, la giustizia è tanto garantista – oltre ogni limite segnato dalla decenza e dal buon senso – da indurre molte persone a ritenere che i ricchi (i potenti) sono per loro natura brave persone; al contrario dei poveri che hanno inscritto nel loro DNA la natura delinquenziale.

Se vale l’equazione povero-delinquente, e pertanto non ci si dà molto da fare per offrire anche ai poveri quelle garanzie che con abbondanza vengono invece offerte ai ricchi, non può esserci parimenti l’equazione ricco-delinquente: deve esserci allora senz’altro un vulnus, un intento persecutorio, se questi compare davanti a un giudice. E quel vulnus va trovato, costi quel che costi! Così nell’ineguagliabile abbondanza di gradi di giudizio ogni processo nasce già morto. Come Kronos che divorava i suoi figli, la prescrizione divora i processi a carico dei ricchi che, potendosi permettere di percorrere dal primo all’ultimo grado di giudizio, non pagano mai fio.

Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa la classe dominante della proposta di riforma della giustizia di abolire l’automatismo del secondo grado di giudizio, e comunque di interrompere i termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Peraltro, perché mai nel nostro ordinamento giuridico trova ancora posto il divieto di “reformatio in pejus”, che di fatto è un incentivo per l’imputato a ricorrere in appello, sapendo che quando l’appello venga chiesto solo da questo e non anche dal pubblico ministero, la modificazione della sentenza potrà essere soltanto più favorevole e non sfavorevole per l’imputato.

Insomma, avremmo bisogno di una significativa riforma della giustizia che consideri davvero i cittadini uguali dinanzi alla Legge; ma le uniche riforme fatte sono quelle sulle intercettazioni, per garantire ancora più impunità ai ricchi, che si sa sono “brave persone” per definizione, e dunque non possono delinquere.

È in questo solco che si situa l’ordinanza dei giudici del Tribunale di Milano di far scattare per Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva a 4 anni (di cui 3 abbonati da indulto) per frode fiscale, l'estinzione anticipata dell’incandidabilità voluta dalla Legge Severino. Così nel miglior spirito giolittiano (“Le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici”), ecco sortire il coniglio dal cilindro dei prestigiatori Franco Coppi e Niccolò Ghedini (il gatto e la volpe). Stabilendo la Legge Severino all’articolo 15 che “La sentenza di riabilitazione, ai sensi degli articoli 178 e seguenti del codice penale, è l’unica causa di estinzione anticipata dell’incandidabilità e ne comporta la cessazione per il periodo di tempo residuo”, è ora possibile – grazie alla sentenza emessa dal Tribunale di Milano – interrompere gli effetti della Legge e rendere dunque candidabile Silvio Berlusconi. Che tempismo! Quale chiaro esempio di doppio binario della giustizia in questo Paese: a seconda dello stato sociale di chi è portato alla sbarra, la giustizia darà pena o assoluzione!

Se l’istituto della riabilitazione, previsto dall’art. 178 del codice penale, permette alla persona che abbia subito una condanna, e che abbia manifestato segni di ravvedimento, di ottenere l’estinzione anticipata della pena e di ogni altro effetto penale della condanna, quale folgore sulla via di Damasco ha trasformato Silvio Berlusconi da “delinquente naturale” (così definito nella sentenza di primo grado Tribunale di Milano del 26 ottobre 2012) in uomo probo?

Un’ultima ragione della difficile associazione tra la riabilitazione concessa a Silvio Berlusconi e l’autenticità di questa è che normalmente il destinatario del provvedimento di riabilitazione non dovrebbe avere ancora carichi pendenti con la giustizia. Sarebbe di cattivo gusto se dopo aver concesso la riabilitazione dal Tribunale di Milano per il reato di frode fiscale, risultasse condannato per: 1) corruzione di testimoni nell’inchiesta Ruby Ter, 2) induzione a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria nel processo escort, 3) finanziamenti illeciti erogati al Movimento Italiani nel Mondo, 4) corruzione dei due senatori Razzi e Scilipoti dell'IdV per passare al PdL, 5) concorso in strage nell'inchiesta sui mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993.

Molti dei reati commessi da Berlusconi, pur essendo stati acclarati, non hanno portato a sentenza solo perché prescritti. Si pensi alla corruzione di Sergio De Gregori, pagato con 3 milioni di euro per determinare la caduta del governo Prodi, ma la Corte d’appello non ha potuto far altro che sancire la prescrizione.

È questo l’uomo onesto e carico di ravvedimento – che allo scopo di perseguire i suoi fini (non sempre legali) e farla sempre franca non esita a mentire, corrompere, mettersi dalla parte dei mafiosi, piegare le leggi ai sui biechi interessi – cui i giudici del Tribunale di Milano hanno conferito la riabilitazione, convinti, come lo sono, che sia stato privato di un diritto illegittimamente.

La mia opinione è che se questa è giustizia, allora essa è gestita malvagiamente e beffardamente a danno dei poveri per la maggior gloria dei ricchi.

domenica 6 maggio 2018

TRUMP, UNA TENDENZA GIÀ PRESENTE IN TUTTE LE DEMOCRAZIE OCCIDENTALI


Se non sono cretini, il popolo, inteso come massa e non come collettività, non li vota: Donald Trump ne è il più eloquente esempio. La categoria di cretino veniva un tempo usata per indicare gli individui con un quoziente intellettivo di poco superiore a quello di imbecille. Se questo aveva un QI compreso tra 26 e 50, il cretino si posizionava tra 51 e 70. Dunque il cretino non è messo poi così male. Ma i problemi cominciano quando soggetti del genere sono chiamati dal popolo a governarne le sorti.

Come definire altrimenti chi non solo insiste per armare e addestrare gli insegnanti – per evitare il ripetersi di stragi come quella del liceo di Parkland, in Florida, dove un ex studente ha fatto fuoco all’impazzata, provocando 17 morti e decine di feriti –, ma ripete il suo mantra sul diritto all’autodifesa e sulla libertà di detenere armi prendendo perfino spunto dalla tragedia del Bataclan, dove tre terroristi hanno fatto irruzione e sparato sulla folla, affermando che “se le vittime del Bataclan fossero state armate ci sarebbero stati meno morti”.

Al suo esordio sembrava un cretino, e il guaio per tutti noi è che lo è sul serio. Ha già dato prova della sua cretinaggine quando ha affermato che il riscaldamento globale è una bufala partorita dalle menti degli ecologisti senza nessun supporto scientifico, e che il concetto di riscaldamento globale è stato creato dai cinesi per colpire la produzione degli Stati Uniti ("The concept of global warming was created by and for the Chinese in order to make U.S. manufacturing non-competitive"). Dunque, per Trump il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici non sono le sfide fondamentali con cui deve fare i conti oggi l’umanità, ma fake news. E questo nonostante sia oramai opinione comune nella comunità scientifica che siamo entrati in una nuova era geologica: quella dell’Antropocene, in cui la mano dell’uomo sta modificando così radicalmente il clima terrestre e il pianeta da rendere insostenibile la vita umana organizzata secondo modalità per noi tollerabili.

E non parliamo poi del rischio reale di un conflitto nucleare, se Donald Trump dovesse decidere di tirare troppo la corda con la Corea del Nord e l’Iran. Siamo sopravvissuti al rischio nucleare della Guerra Fredda tra blocco americano e blocco sovietico. Ma, sopravvivremo all’era Trump?

È opinione condivisa che il cambiamento climatico e la guerra nucleare siano i due rischi maggiori con cui la civiltà umana deve confrontarsi oggi. Il paradosso è che per risolvere problemi così complessi avremmo bisogno di leader politici dotati di abilità intellettive e competenze tecniche, coniugate alla difficile arte dell'autocontrollo, quando si dispone di un potere immenso. E invece – quasi dappertutto – ci ritroviamo una leadership mediocre e narcisista, che manca completamente di coraggio e di forza. La cui unica preoccupazione è solo il potere fine a sé stesso e il controllo su tutti gli altri, per nascondere a sè stessi e agli altri la propria vulnerabilità e soprattutto la propria mediocrità.

Bisogna ammettere, con una certa amarezza, che questi soggetti non ce li manda Dio per castigarci dei nostri peccati, ma è il popolo a scremarli – per chissà quale fine masochistico – non tra i migliori, ma tra i mediocri, anzi tra i peggiori.

martedì 1 maggio 2018

PRIMO MAGGIO: CHE COSA C’È DA FESTEGGIARE?


Ci si può chiedere se abbia ancora senso festeggiare il I° maggio. Se si valuta il diritto del lavoro in senso attuale, vale a dire di protezione, difesa del lavoratore e della sua dignità, direi di NO.

Il I° maggio del 1886 i sindacati americani decisero di indire per il primo Maggio '86 uno sciopero generale, per rivendicare migliori e più umane condizioni di lavoro. Nella sola città di Chicago riunì oltre 50.000 lavoratori. La protesta operaia andò avanti per tre giorni, quando il 4 maggio la polizia, chiamata a reprimere l'assembramento, sparò sui manifestanti. Undici persone persero la vita in quello che sarebbe passato alla storia come il massacro di Haymarket, dal nome della piazza nella quale si tenne la manifestazione. Tre anni più tardi, a Parigi, nel corso del congresso fondativo della Seconda internazionale socialista, si decise di proclamare, in ricordo del massacro dell'Haymarket square, il primo maggio come Festa internazionale dei lavoratori.

Non c’è pagina della storia che non riveli come la conquista dei diritti da parte degli oppressi e degli sfruttati sia sempre passata attraverso il sacrificio del sangue, per la feroce repressione posta puntualmente in atto dalle classi dominanti per impedirne l’emancipazione e la conquista della libertà. Gli straccioni nel mondo devono restare straccioni, per il capriccio e il sollazzo di quei pochi che vantano un chimerico dominio sul resto dell’umanità e che alacremente lavorano per impedire che la situazione concreta di ingiustizia non arrivi a essere chiaramente percepita dalla coscienza di coloro che la subiscono.

La precarizzazione di ogni forma di lavoro riflette i nuovi rapporti di forza oggi esistenti: da una parte gli sfruttati, dall’altra gli sfruttatori; da una parte gli oppressi, dall’altra gli oppressori. E la narrazione della crisi economica – pur in presenza di un costante aumento del Pil mondiale – è stata opportunamente assoldata per giustificare e imporre antidemocraticamente dosi massicce di flessibilità del mercato del lavoro, intesa soprattutto come flessione verso il basso dei salari e libertà di licenziamento.

Dovrebbero infatti spiegarci i sapientoni, che dall’alto impongono pesanti fardelli, e che loro stessi non sarebbero in grado di portare, perché mai aziende che fatturano centinaia di milioni di euro l’anno, e i cui manager sono pagati come nababbi, devono poi pagare i lavoratori con una miseria, senza riconoscergli alcun diritto, né ferie, né malattia? E che dire del sistema delle cooperative, che forniscono a grandi e medie imprese lavoratori, cui vengono non solo negati i contratti collettivi nazionali, ma l’intera organizzazione del lavoro rasenta spesso la schiavitù? E che dire dei lavoratori in affitto, anche per qualche ora? Che se fanno felici imprese e agenzie, scaricano però sui lavoratori condizioni sociali di disagio che spesso sfociano in vere e proprie malattie. 

Sono ormai ampiamente dimostrati e documentati i casi di malattie mentali (depressioni) correlate al lavoro discontinuo e flessibile; vi è poi una stretta correlazione tra tipologia di impiego precario e malattie cardiovascolari. Se almeno questo fosse compensato sul piano economico, ma no! 

I lavoratori in affitto non sono solo precari, ma anche poveri: difficilmente superano la soglia di povertà e, secondo i dati Inps, lavorano mediamente 118 giorni l’anno per una retribuzione media annuale di 8.364 euro, ovvero 8 euro lordi l’ora. E se alla gravosità delle condizioni di lavoro, aggiungiamo il numero inaccettabile di infortuni nei luoghi di lavoro, così come la carenza dei servizi sociali, dagli asili per l’infanzia ai trasporti pubblici, la difficoltà di reperire alloggi ad affitti ragionevoli – in conseguenza del fatto che l’Italia spende lo 0% del Pil in diritto alla casa, offrendo il destro ai tanti proprietari di case di speculare e arricchirsi sui bisogni degli altri – il quadro è completo.  

Il mantra è: abbattere il costo del lavoro!

Se poi la Dichiarazione Universale dei Diritti umani recita all’art. 23 che “Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto a eguale retribuzione per eguale lavoro. Ogni individuo che lavora ha diritto a una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana e integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale”. Se la nostra Costituzione all’art. 1 dice che “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e all’art. 36 rafforza questo concetto affermando che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.

A quanto pare sono queste solo farneticazioni di visionari convinti che una società democraticamente all’avanguardia ed economicamente più equa fosse realizzabile. Ma i visionari – proprio perché tali – pongono traguardi ambiziosi alle generazioni successive che dovrebbero farsene carico, dimenticando spesso che se esiste un lato nobile dell’uomo, coesiste pure una natura fondamentalmente egoistica, che cerca di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei suoi desideri.

Ai nostri giorni le condizioni di vita e di lavoro conquistate dalle generazioni precedenti sono state cancellate. Così in questa ricorrenza, che vede i lavoratori sempre più umiliati e degradati a merce, mentre segna il trionfo del capitalismo padronale, non c’è nulla da festeggiare. Nella situazione che è venuta nel corso degli anni determinandosi, anche per la colpevole quiescenza dei lavoratori, che nulla hanno fatto per impedire che questo accadesse, è più utile prendere consapevolezza che dalla condizione di oppressione e sfruttamento si esce soltanto diventando una forza capace di catalizzare il proprio rifiuto verso chi li vuole “addomesticare” alla propria disumanizzazione.   

Chi sostiene che la lotta di classe è un triste relitto d’un sistema comunista per sempre morto e sepolto, non tiene in alcun conto l’esperienza di vita in cui sono costretti miliardi di precari, migranti, operai. Il modo in cui è andato sviluppandosi l’attuale sistema economico mondiale dovrebbe indurci a sostenere senza ombra di dubbio che nessun miglioramento è possibile nell'ambito del cosiddetto regime capitalistico. La lotta di classe non l’hanno mai cessata i capitalisti. Far credere a tutti gli altri che fosse cessata è stato simile al peggior inganno del diavolo che è quello di persuaderci che egli non esiste. Warren Buffett il terzo uomo più ricco al mondo ebbe a dire: “La lotta di classe esiste da venti anni e la mia classe l'ha vinta”.

C’è poco da fare, le cose stanno così: o consentiremo il perpetuarsi dei dogmi disegualitari, condannando noi stessi e i nostri figli, o, prendendo consapevolezza che dietro la falsa generosità dell’attuale ordine sociale si cela un sistema profondamente ingiusto, ritrovare la perduta solidarietà con quanti realmente lavorano e trasformano il mondo: uomini e popoli che lottano per l’affermazione della propria umanità contro l’oppressione e lo sfruttamento.