Un ragazzo si è suicidato!
Non ha importanza chi fosse: potrebbe essere nostro figlio,
un nostro amico, il vicino della porta accanto, l’uomo che incrociamo per la
strada e che non degniamo di uno sguardo.
Luca, questo era il suo nome.
Era buono. E tutto quello che voleva era porre fine alla
lacerante e straziante sofferenza che nel suo cuore divorava come un cancro il
suo desiderio di vivere, di amare.
Alcuni l’hanno amato tantissimo. Ma non è bastato!
È compito immane, per un singolo uomo, una singola donna, trasformare
un deserto in un giardino.
Luca voleva vivere. E la sua voglia di vivere era tanto smisurata
che soffocava nella gabbia in cui la “gente perbene” voleva confinarlo:
obblighi, prigioni, farmaci.
Un destino imposto dalle consuetudini: così si fa, così si
dice, così ci si comporta.
Il suo “mal di vivere”, una sorta di tatuaggio
incancellabile, si rifletteva nello sguardo inquisitore di chi, ancora prima di
amarlo per la sua tenera fragilità, lo giudicava implacabilmente e sbrigativamente
definiva depressione.
Dietro l’etichetta medica della nostra società antropofaga,
che prima alimenta la follia e poi ne prende le distanze, si scopre tutta l’incapacità
di dare una risposta di solidarietà alla fragilità umana.
Addio Luca, o meglio arrivederci.
Che l’agognato abbraccio di tua madre ti sia ora di conforto
e ti accompagni in quella regione dai cui confini nessuno è mai tornato.
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