Ci si può chiedere se abbia ancora senso festeggiare il I°
maggio. Se si valuta il diritto del lavoro in senso attuale, vale a dire di
protezione, difesa del lavoratore e della sua dignità, direi di NO.
Il I° maggio del 1886 i sindacati americani decisero di
indire per il primo Maggio '86 uno sciopero generale, per rivendicare migliori
e più umane condizioni di lavoro. Nella sola città di Chicago riunì oltre
50.000 lavoratori. La protesta operaia andò avanti per tre giorni, quando il 4
maggio la polizia, chiamata a reprimere l'assembramento, sparò sui manifestanti.
Undici persone persero la vita in quello che sarebbe passato alla storia come
il massacro di Haymarket, dal nome della piazza nella quale si tenne la
manifestazione. Tre anni più tardi, a Parigi, nel corso del congresso
fondativo della Seconda internazionale socialista, si decise di proclamare, in
ricordo del massacro dell'Haymarket square, il primo maggio come Festa
internazionale dei lavoratori.
Non c’è pagina della storia che non riveli come la conquista
dei diritti da parte degli oppressi e degli sfruttati sia sempre passata
attraverso il sacrificio del sangue, per la feroce repressione posta puntualmente
in atto dalle classi dominanti per impedirne l’emancipazione e la conquista
della libertà. Gli straccioni nel mondo devono restare straccioni, per il
capriccio e il sollazzo di quei pochi che vantano un chimerico dominio sul
resto dell’umanità e che alacremente lavorano per impedire che la situazione
concreta di ingiustizia non arrivi a essere chiaramente percepita dalla
coscienza di coloro che la subiscono.
La precarizzazione di ogni forma di lavoro riflette i nuovi
rapporti di forza oggi esistenti: da una parte gli sfruttati, dall’altra gli
sfruttatori; da una parte gli oppressi, dall’altra gli oppressori. E la
narrazione della crisi economica – pur in presenza di un costante aumento del
Pil mondiale – è stata opportunamente assoldata per giustificare e imporre
antidemocraticamente dosi massicce di flessibilità del mercato del lavoro,
intesa soprattutto come flessione verso il basso dei salari e libertà di
licenziamento.
Dovrebbero infatti spiegarci i sapientoni, che dall’alto impongono
pesanti fardelli, e che loro stessi non sarebbero in grado di portare, perché
mai aziende che fatturano centinaia di milioni di euro l’anno, e i cui manager sono
pagati come nababbi, devono poi pagare i lavoratori con una miseria, senza
riconoscergli alcun diritto, né ferie, né malattia? E che dire del sistema delle
cooperative, che forniscono a grandi e medie imprese lavoratori, cui vengono non solo negati i contratti collettivi nazionali, ma l’intera organizzazione del lavoro
rasenta spesso la schiavitù? E che dire dei lavoratori in affitto, anche per
qualche ora? Che se fanno felici imprese e agenzie, scaricano però sui lavoratori
condizioni sociali di disagio che spesso sfociano in vere e proprie malattie.
Sono
ormai ampiamente dimostrati e documentati i casi di malattie mentali (depressioni)
correlate al lavoro discontinuo e flessibile; vi è poi una stretta correlazione
tra tipologia di impiego precario e malattie cardiovascolari. Se almeno questo
fosse compensato sul piano economico, ma no!
I lavoratori in affitto non sono
solo precari, ma anche poveri: difficilmente superano la soglia di povertà e,
secondo i dati Inps, lavorano mediamente 118 giorni l’anno per una retribuzione
media annuale di 8.364 euro, ovvero 8 euro lordi l’ora. E se alla gravosità
delle condizioni di lavoro, aggiungiamo il numero inaccettabile di infortuni
nei luoghi di lavoro, così come la carenza dei servizi sociali, dagli asili per
l’infanzia ai trasporti pubblici, la difficoltà di reperire alloggi ad affitti
ragionevoli – in conseguenza del fatto che l’Italia spende lo 0% del Pil in
diritto alla casa, offrendo il destro ai tanti proprietari di case di speculare
e arricchirsi sui bisogni degli altri – il quadro è completo.
Il mantra è: abbattere il costo del lavoro!
Se poi la Dichiarazione Universale dei Diritti umani recita
all’art. 23 che “Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta
dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione
contro la disoccupazione. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto a eguale
retribuzione per eguale lavoro. Ogni individuo che lavora ha diritto a una remunerazione
equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza
conforme alla dignità umana e integrata, se necessario, da altri mezzi di
protezione sociale”. Se la nostra Costituzione all’art. 1 dice che “L'Italia è
una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e all’art. 36 rafforza questo
concetto affermando che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione
proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente
ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.
A quanto pare sono queste solo farneticazioni di visionari convinti che una
società democraticamente all’avanguardia ed economicamente più equa fosse realizzabile.
Ma i visionari – proprio perché tali – pongono traguardi ambiziosi alle
generazioni successive che dovrebbero farsene carico, dimenticando spesso che
se esiste un lato nobile dell’uomo, coesiste pure una natura fondamentalmente
egoistica, che cerca di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di
ostacolo al soddisfacimento dei suoi desideri.
Ai nostri giorni le condizioni di vita e di lavoro
conquistate dalle generazioni precedenti sono state cancellate. Così in questa
ricorrenza, che vede i lavoratori sempre più umiliati e degradati a merce, mentre
segna il trionfo del capitalismo padronale, non c’è nulla da festeggiare. Nella
situazione che è venuta nel corso degli anni determinandosi, anche per la
colpevole quiescenza dei lavoratori, che nulla hanno fatto per impedire che
questo accadesse, è più utile prendere consapevolezza che dalla condizione di oppressione
e sfruttamento si esce soltanto diventando una forza capace di catalizzare il proprio
rifiuto verso chi li vuole “addomesticare” alla propria disumanizzazione.
Chi sostiene che la lotta di classe è un triste relitto d’un
sistema comunista per sempre morto e sepolto, non tiene in alcun conto l’esperienza
di vita in cui sono costretti miliardi di precari, migranti, operai. Il modo in
cui è andato sviluppandosi l’attuale sistema economico mondiale dovrebbe
indurci a sostenere senza ombra di dubbio che nessun miglioramento è possibile
nell'ambito del cosiddetto regime capitalistico. La lotta di classe non l’hanno
mai cessata i capitalisti. Far credere a tutti gli altri che fosse cessata è
stato simile al peggior inganno del diavolo che è quello di persuaderci che
egli non esiste. Warren Buffett il terzo uomo più ricco al mondo
ebbe a dire: “La lotta di classe esiste da venti anni e la mia
classe l'ha vinta”.
C’è poco da fare, le cose stanno così: o consentiremo il
perpetuarsi dei dogmi disegualitari, condannando noi stessi e i nostri figli, o,
prendendo consapevolezza che dietro la falsa generosità dell’attuale ordine sociale
si cela un sistema profondamente ingiusto, ritrovare la perduta solidarietà con
quanti realmente lavorano e trasformano il mondo: uomini e popoli che lottano
per l’affermazione della propria umanità contro l’oppressione e lo
sfruttamento.
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