martedì 1 maggio 2018

PRIMO MAGGIO: CHE COSA C’È DA FESTEGGIARE?


Ci si può chiedere se abbia ancora senso festeggiare il I° maggio. Se si valuta il diritto del lavoro in senso attuale, vale a dire di protezione, difesa del lavoratore e della sua dignità, direi di NO.

Il I° maggio del 1886 i sindacati americani decisero di indire per il primo Maggio '86 uno sciopero generale, per rivendicare migliori e più umane condizioni di lavoro. Nella sola città di Chicago riunì oltre 50.000 lavoratori. La protesta operaia andò avanti per tre giorni, quando il 4 maggio la polizia, chiamata a reprimere l'assembramento, sparò sui manifestanti. Undici persone persero la vita in quello che sarebbe passato alla storia come il massacro di Haymarket, dal nome della piazza nella quale si tenne la manifestazione. Tre anni più tardi, a Parigi, nel corso del congresso fondativo della Seconda internazionale socialista, si decise di proclamare, in ricordo del massacro dell'Haymarket square, il primo maggio come Festa internazionale dei lavoratori.

Non c’è pagina della storia che non riveli come la conquista dei diritti da parte degli oppressi e degli sfruttati sia sempre passata attraverso il sacrificio del sangue, per la feroce repressione posta puntualmente in atto dalle classi dominanti per impedirne l’emancipazione e la conquista della libertà. Gli straccioni nel mondo devono restare straccioni, per il capriccio e il sollazzo di quei pochi che vantano un chimerico dominio sul resto dell’umanità e che alacremente lavorano per impedire che la situazione concreta di ingiustizia non arrivi a essere chiaramente percepita dalla coscienza di coloro che la subiscono.

La precarizzazione di ogni forma di lavoro riflette i nuovi rapporti di forza oggi esistenti: da una parte gli sfruttati, dall’altra gli sfruttatori; da una parte gli oppressi, dall’altra gli oppressori. E la narrazione della crisi economica – pur in presenza di un costante aumento del Pil mondiale – è stata opportunamente assoldata per giustificare e imporre antidemocraticamente dosi massicce di flessibilità del mercato del lavoro, intesa soprattutto come flessione verso il basso dei salari e libertà di licenziamento.

Dovrebbero infatti spiegarci i sapientoni, che dall’alto impongono pesanti fardelli, e che loro stessi non sarebbero in grado di portare, perché mai aziende che fatturano centinaia di milioni di euro l’anno, e i cui manager sono pagati come nababbi, devono poi pagare i lavoratori con una miseria, senza riconoscergli alcun diritto, né ferie, né malattia? E che dire del sistema delle cooperative, che forniscono a grandi e medie imprese lavoratori, cui vengono non solo negati i contratti collettivi nazionali, ma l’intera organizzazione del lavoro rasenta spesso la schiavitù? E che dire dei lavoratori in affitto, anche per qualche ora? Che se fanno felici imprese e agenzie, scaricano però sui lavoratori condizioni sociali di disagio che spesso sfociano in vere e proprie malattie. 

Sono ormai ampiamente dimostrati e documentati i casi di malattie mentali (depressioni) correlate al lavoro discontinuo e flessibile; vi è poi una stretta correlazione tra tipologia di impiego precario e malattie cardiovascolari. Se almeno questo fosse compensato sul piano economico, ma no! 

I lavoratori in affitto non sono solo precari, ma anche poveri: difficilmente superano la soglia di povertà e, secondo i dati Inps, lavorano mediamente 118 giorni l’anno per una retribuzione media annuale di 8.364 euro, ovvero 8 euro lordi l’ora. E se alla gravosità delle condizioni di lavoro, aggiungiamo il numero inaccettabile di infortuni nei luoghi di lavoro, così come la carenza dei servizi sociali, dagli asili per l’infanzia ai trasporti pubblici, la difficoltà di reperire alloggi ad affitti ragionevoli – in conseguenza del fatto che l’Italia spende lo 0% del Pil in diritto alla casa, offrendo il destro ai tanti proprietari di case di speculare e arricchirsi sui bisogni degli altri – il quadro è completo.  

Il mantra è: abbattere il costo del lavoro!

Se poi la Dichiarazione Universale dei Diritti umani recita all’art. 23 che “Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto a eguale retribuzione per eguale lavoro. Ogni individuo che lavora ha diritto a una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana e integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale”. Se la nostra Costituzione all’art. 1 dice che “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e all’art. 36 rafforza questo concetto affermando che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.

A quanto pare sono queste solo farneticazioni di visionari convinti che una società democraticamente all’avanguardia ed economicamente più equa fosse realizzabile. Ma i visionari – proprio perché tali – pongono traguardi ambiziosi alle generazioni successive che dovrebbero farsene carico, dimenticando spesso che se esiste un lato nobile dell’uomo, coesiste pure una natura fondamentalmente egoistica, che cerca di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei suoi desideri.

Ai nostri giorni le condizioni di vita e di lavoro conquistate dalle generazioni precedenti sono state cancellate. Così in questa ricorrenza, che vede i lavoratori sempre più umiliati e degradati a merce, mentre segna il trionfo del capitalismo padronale, non c’è nulla da festeggiare. Nella situazione che è venuta nel corso degli anni determinandosi, anche per la colpevole quiescenza dei lavoratori, che nulla hanno fatto per impedire che questo accadesse, è più utile prendere consapevolezza che dalla condizione di oppressione e sfruttamento si esce soltanto diventando una forza capace di catalizzare il proprio rifiuto verso chi li vuole “addomesticare” alla propria disumanizzazione.   

Chi sostiene che la lotta di classe è un triste relitto d’un sistema comunista per sempre morto e sepolto, non tiene in alcun conto l’esperienza di vita in cui sono costretti miliardi di precari, migranti, operai. Il modo in cui è andato sviluppandosi l’attuale sistema economico mondiale dovrebbe indurci a sostenere senza ombra di dubbio che nessun miglioramento è possibile nell'ambito del cosiddetto regime capitalistico. La lotta di classe non l’hanno mai cessata i capitalisti. Far credere a tutti gli altri che fosse cessata è stato simile al peggior inganno del diavolo che è quello di persuaderci che egli non esiste. Warren Buffett il terzo uomo più ricco al mondo ebbe a dire: “La lotta di classe esiste da venti anni e la mia classe l'ha vinta”.

C’è poco da fare, le cose stanno così: o consentiremo il perpetuarsi dei dogmi disegualitari, condannando noi stessi e i nostri figli, o, prendendo consapevolezza che dietro la falsa generosità dell’attuale ordine sociale si cela un sistema profondamente ingiusto, ritrovare la perduta solidarietà con quanti realmente lavorano e trasformano il mondo: uomini e popoli che lottano per l’affermazione della propria umanità contro l’oppressione e lo sfruttamento.

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