sabato 30 dicembre 2017

LETTERA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SERGIO MATTARELLA

Egregio signor Presidente della Repubblica,

ho appreso che Lei ha autorizzato la traslazione delle spoglie di Re Vittorio Emanuele III da Alessandria d’Egitto in Italia, nel santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo.

Se Emanuele Filiberto si è detto «felice» e la ringrazia per aver reso possibile il rientro della salma del bisnonno in Italia, le dico subito che come italiano mi dissocio dal suo gesto, che offende non solo il ricordo di mio padre, ma quello di tantissimi altri italiani (soldati e civili) che scontarono l’ira dei tedeschi per il tradimento del Re e di Badoglio consumatosi l’8 settembre del 1943.

Badoglio e il Re si mostrarono campioni di doppiezza quel settembre del 1943. Infatti, quell’8 settembre, dopo aver siglato segretamente il 3 settembre l’Armistizio con gli anglo-americani a Cassibile, il re Vittorio Emanuele ricevette a Villa Savoia l’ambasciatore tedesco Rahn, rassicurandolo e ribadendo che l’Italia era “legata alla Germania per la vita e per la morte”.

Ci sarebbero stati gli eccidi di Sant'Anna di Stazzema, di Marzabotto, ed altri lungo le direttrici della ritirata tedesca, se i capi di stato maggiore e il re, dopo aver siglato l’armistizio, non si fossero comportati in modo così indegno e dati alla fuga? 

Non ebbero pudore alcuno a scaricare il popolo e tradire i loro soldati per salvare sé stessi, inaugurando quella che io definisco l’etica di Schettino.

L’etica di Schettino definisce il comportamento di quel comandante che anziché abbandonare la nave per ultimo, dopo aver messo in salvo l’equipaggio, salta per primo nella scialuppa di salvataggio, lasciando tutti gli altri al proprio destino.

Nella Seconda guerra mondiale, mio padre era un giovanissimo soldato (19 anni) del genio distaccato in Grecia, quando la mattina del 9 settembre 1943 truppe tedesche fecero irruzione nella caserma in cui era di stanza, ordinando a lui e agli altri commilitoni di deporre le armi e salire sui camion. 

Furono quindi portati ad un binario ferroviario, dove sostava un convoglio merci. Su quel treno fu ordinato di salire, sotto la minaccia delle armi. I vagoni furono ben presto pieni, ma i soldati tedeschi continuavano a spingere da fuori gli altri perché salissero, stipandoli a colpi di calcio di fucile. E dopo che furono fatti salire tutti sul treno, i soldati sbarrarono le porte dei vagoni, lasciandoli al buio e in una confusione indescrivibile; non capivano cosa stesse accadendo. 

Quindi il treno sussultò e si mise in marcia. Per due giorni e due notti viaggiò, e i soldati italiani, stipati come sardine e senza cibo, segnavano il trascorrere del tempo dalla poca luce del giorno al buio della notte. 

All’alba del terzo giorno il treno si fermò; le porte dei vagoni si aprirono. In basso, i soldati tedeschi ordinarono ai soldati italiani di scendere. Quindi li misero in fila e li condussero nel lager di Buchenwald, dove con la costante minaccia di percosse e di punizioni furono costretti a lavorare come schiavi. Le durezze delle condizioni di vita minarono la resistenza di molti compagni di mio padre, che persero la vita.

Dovette attendere diciannove mesi prima che il campo fosse sgombrato dalle SS per l’arrivo imminente delle truppe americane. Diciannove mesi che rappresentarono un’eternità. 

Solo con gli espedienti, di cui mio padre era capace, riuscì a trovare la forza per sopravvivere a quell’inferno e a non smarrire la sua dignità.

Egli mi raccontava tutto questo nei lunghi viaggio in treno o in auto per smorzare la noia; o – ancora – quando mi vedeva avvilito o afflitto. La sua voce suadente e affabile, quasi ipnotica, raccontava e raccontava. E all’ascolto dei suoi racconti, mi era difficile staccarmi dai luoghi e dalle vicende della sua vita, che diventavano miei. 

Provavo allora un’infinita tenerezza e compassione per quel giovane soldato, gettato nel tritacarne della guerra per l’irresponsabilità e l’arroganza di altri uomini che non hanno mai patito un giorno di fame o di freddo. Uomini – se può valere definirli tali – che per la propria mania di grandezza hanno trascinato un popolo in guerra, senza minimamente tener conto di quale prezzo gli altri avrebbero dovuto pagare per la loro sete di potere e ambizione.

Nella nostra Costituzione lei – signor Presidente – rappresenta l’unità nazionale, e quindi tutti gli italiani. Accogliendo in terra d’Italia l’uomo che più d’ogni altro la tradì, le dico che io non mi sento rappresentato da lei: il dovere di dare testimonianza alla memoria di mio padre me lo impedisce.

Cordiali saluti.


Un cittadino.

martedì 26 dicembre 2017

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

I guru ideologici della dottrina economica che va sotto il nome di “neoliberismo” sono giustamente convinti che la effettiva libertà di mercato, basata sulla libera concorrenza e sulla libera iniziativa, con la sua capacità di assicurare la produzione di beni e di servizi in condizioni vantaggiose, abbia svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del progresso civile e materiale delle società occidentali. Grazie alla “mano invisibile” – metafora creata da Adam Smith – gli individui nel perseguire il proprio interesse personale, senza volerlo generano anche ordine sociale e sviluppo. Esiste insomma una mano invisibile che fa sì che le società e le loro economie tendano spontaneamente ad uno stato di “omeostasi”: gli esseri umani, mossi dai loro impulsi fondamentali, tendono naturalmente al raggiungimento di un relativo stato di equilibrio, in grado di mantenere stabilità sociale.

Quando dicono questo, vedono però soltanto una faccia della medaglia: dimenticano – o fanno finta di dimenticare – che c’è l’altra faccia. 

Giunti ad un certo grado di sviluppo, non sempre i princìpi dell’economia di mercato, della concorrenza e della libera iniziativa, funzionano a vantaggio di tutti. Continuano sì a funzionare, ma nell’esclusivo interesse di pochi a detrimento di molti. Ed è quello che oggi sperimentiamo: la crescente divaricazione tra ricchissimi e sempre più poveri.

A un determinato grado di sviluppo le società crollano sotto il peso delle contraddizioni che via via generano. Cosa vuol dire?

Per rispondere alla domanda, chiediamoci cos’è il pilastro fondamentale di ogni società. Possiamo riconoscerlo nella produzione dei mezzi di sussistenza, che assicurano l’esistenza degli uomini: l’uomo non campa d’aria!

L’uomo ha bisogno di cose fondamentali come il cibo, i vestiti, una casa, eccetera, che ne assicurano la sussistenza. Sulla base di questi bisogni fondamentali, ne sono stati creati, ad arte dall’industria consumistica, altri più voluttuari: beni non necessari, ma comunque diretti alla soddisfazione di particolari bisogni, diciamo psicologici. 

Se compriamo un’automobile per soddisfare il nostro bisogno di mobilità è un conto; ma se acquistiamo una particolare automobile, dal costo inaccessibile per la maggioranza degli individui, è probabile che siamo affetti da “disturbo narcisistico di personalità”. 

Ci riteniamo persone speciali ed uniche; siamo intimamente convinte di possedere qualità superiori, almeno rispetto allo sfigato chi va in giro con una “Panda”. Cosicché il bene non svolge più solo la funzione di soddisfare ad un bisogno necessario, ma è finalizzato ad ottenere considerazione e ammirazione da parte di tutti quelli che nella scala gerarchica nel possesso di beni sono un gradino al di sotto del nostro. 

Da ciò ne deriva la convinzione che più beni materiali possediamo, più il nostro valore personale si accresce. E tutto questo andrebbe anche bene, se restasse confinato nel personale delirio di un mentecatto; non va bene invece quando l’infermità mentale di tali soggetti li porta ad esigere trattamenti di favore, nonché la soddisfazione immediata delle loro priorità. E quando questo non si verifica, diventano furiosi e sprezzanti. 

Incontriamo tutti i giorni esempi di tali soggetti, che sulla massima dell’invidia sociale traspongono sugli altri la loro follia, ritenendoli tutti invidiosi della loro fortuna; trascurando la circostanza che se uno attende pazientemente il proprio turno o il proprio merito, essere poi scalzati dalla loro prepotenza e dalla loro arroganza, non può che indurre un sentimento di ragionevole e legittima indignazione, e non certo di invidia. Anche se sono disposto ad ammettere che taluni sono veramente mossi da sentimenti di invidia.

Dopo questa breve digressione, torniamo all’uomo che non campa d’aria, ma ha bisogno di beni essenziali per la sua sussistenza. 

I beni è ovvio non si creano da soli: essi vengono prodotti dal lavoro dell’uomo. È altrettanto vero che per produrre tali beni è necessario disporre di mezzi di produzione. Ebbene, poiché la vita umana è un costante divenire, anche il modo di produrre varia e con esso anche l’organizzazione sociale.

Ora, fintantoché le forze produttive materiali della società sono compatibili con l’organizzazione sociale del lavoro, nel senso che sono in grado di assicurare massimamente la sussistenza degli individui di una società, la società tutta intera evolverà, assicurando benessere e prosperità a fasce sempre più larghe di popolazione. Ma quando le forze che tengono uniti interi gruppi di persone, al centro di valori comunemente condivisi, e quelle che invece l’agitano nella direzione di una sua disgregazione prevalgono nel verso di queste ultime, le società collassano, come collassa una stella quando ha esaurito il suo combustibile nucleare.

Il liberismo economico, che fino ad un certo punto ha reso possibile lo sviluppo delle forze produttive e il miglioramento delle condizioni economiche per tanti soggetti, con il crollo finanziario del 2008 – 2009 la crisi del sistema di idee economiche, generalmente compendiato nel termine “neoliberismo”, che dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso a oggi è stato dominante nel mondo occidentale, appare in tutta la sua evidenza. Il crescente divario nella distribuzione della ricchezza, il crollo dei consumi e la disoccupazione ad esso associato, la drastica riduzione dei servizi sociale e più in generale della spesa pubblica, per salvare il sistema bancario privato dal collasso, mostrano inequivocabilmente i segni della sua senescenza.

Di fronte a quella che appare una crisi irreversibile, continuare a credere che più libertà dei mercati sia il mezzo migliore per fronteggiarla è tanto assurdo quanto l'idea di curare un paziente affetto da cirrosi epatica somministrandogli dosi maggiori di alcool.

L’intrinseca instabilità del capitalismo, dovuta soprattutto al laissez-faire finanziario, impone al contrario l’intervento degli Stati a sostegno della piena occupazione, attraverso politiche espansive di investimenti pubblici.

In pochi sembrano ricordarlo che, quando le contraddizioni sociali giungono a un punto di insanabilità, scoppiano le rivoluzioni, che portano all’assalto del Palazzo d’Inverno, o le guerre.  

I “fanatici” del mercato sembrano disposti a non riconoscere che la crisi del ’29 portò in America al New Deal, grazie al quale gli Stati Uniti riuscirono a superare la grande depressione, e in Europa al nazifascismo, che scaraventò l’umanità nella Seconda guerra mondiale.

Non riconoscere che il funzionamento del mercato, lasciato a sé stesso, va incontro a limiti molto seri – che sono la precarizzazione del lavoro, la mancanza di diritti e tutele, la crescente povertà … - è non solo da ciechi, ma anche da irresponsabili. 

Peraltro, se ci trovassimo dinanzi a un vero libero mercato, cuore del liberismo economico, è assai probabile che diverso sarebbe lo scenario politico e sociale attuale. 

La verità è che il “neoliberismo” – quello realmente esistente – sebbene in teoria esalti la libertà dei mercati, nella prassi lo osteggia, tendendo piuttosto a posizioni di oligopolio. Provate a giocare con uno a Poker che ha risorse illimitate – in termini di denaro e di esperienza – e ditemi poi se può valere la regola che un mercato siffatto tende a rendere più omogenea la società e ad attenuarne le disparità.

L’oligopolista può anche permettersi di non confrontare la sua curva dei costi con la curva di domanda, come fa invece chi vende in regime di concorrenza pura. Questa posizione di vantaggio lo mette in condizione di vendere il suo prodotto ad un prezzo decisamente più basso (dumping), col risultato di eliminare il potenziale competitor dal mercato. E una volta eliminatolo, potrà rifarsi tranquillamente delle perdite sostenute durante la fase di dumping, imponendo il suo prezzo, senza più ovviamente temere la concorrenza. 

A lungo andare il predominio delle imprese giganti soppianterà il regime di libera concorrenza, con buona pace del padre fondatore del liberismo classico (Adam Smith).

Quando infine il potere economico di queste poche imprese gigantesche arriva a dimensioni incalcolabili, il potere politico diventa il suo obiettivo successivo. 

La capacità infatti di queste imprese di scegliere su scala mondiale quei paesi con il regime giuridico a loro più favorevole per localizzarvi i propri investimenti, condiziona di fatto le scelte e le decisioni politiche, facendo come ultima vittima la “Democrazia” e con essa la “Giustizia”.


Questo sta accadendo, giorno dopo giorno. E mi meraviglia che tanti altri non avvertano, con la mia stessa intensità, le nubi minacciose che all’orizzonte preannunciano la tempesta perfetta.

sabato 23 dicembre 2017

C’ERA UNA VOLTA IL NATALE

C’era una volta il Natale, e c’era gente di buona volontà. Gente, che quando arrivava Natale, metteva da parte – anche se solo per un giorno – invidia, odio, rancore, astio. E si ricordava – almeno in quel giorno – di essere fatta a immagine e somiglianza di Dio; gente che non guardava la pagliuzza nell’occhio del fratello, ma la trave nel proprio. E anche chi cristiano non era, si faceva avvolgere da quel clima di tradizioni, costumi e valori.

Il magico potere del Natale evocava mondi e ricordi antichi: un bambino deposto sulla greppia in una stalla; un bue e un asinello tenevano calda la mangiatoia in cui il neonato dormiva sereno; i pastori – avvertiti dall’angelo che il Salvatore era nato – in adorazione; gli angeli che cantavano le parole “Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”; la cometa che guidava i Re Magi fino alla capanna di Betlemme.

Gli angeli sono spariti, i pastori hanno deciso di dedicarsi al loro gregge, il bue e l’asinello ci riferiscono sono una bufala (un errore di trascrizione dall’ebraico al greco e da lì in latino), i Re Magi hanno smarrito la cometa. E, non restando neppure il bambin gesù, il Natale è diventato un guscio di lumaca vuoto.

All’ingenua bellezza e al significato profondo, misterioso, della Natività si è sostituita la celebrazione del “consumismo” e del turbocapitalismo che lo rende possibile.  Strade congestionate, traffico intasato per ultimare gli acquisti; carelli della spesa pieni di ogni ben di dio e strabordanti. Mentre la pubblicità s’incarica di fare da grancassa, per invogliare anche gli ultimi riottosi o distratti consumatori a fare acquisti per la grande festa dei soldi che il Natale è diventato.

Spogliato della sua dimensione spirituale, non restano che i panettoni, i cosmetici, i profumi, i viaggi, i cellulari, eccetera, eccetera. Un natale da dieci miliardi di euro! Questa la stima di Codacons.

Dall’attesa del Natale come momento celebrativo della nascita di Gesù, siamo passati alla frenesia del consumismo, della pubblicità, del rumore. Dal Natale povero – Gesù nacque in una stalla e fu deposto in una mangiatoia – siamo passati al natale opulento dei banchetti e degli acquisti, dettati non dal buon gusto o dal cervello, ma dalla tendenza a muoversi “come un branco di pecore”. Persone, senza cervello, che si muovono in blocco verso una direzione, seguendo le altre senza neppure sapere il perché. Proprio come fanno le pecore!

E se l’obiettivo degli spot pubblicitari era quello di trasformare ogni uomo e ogni donna in pecora. Beh, bisogna ammettere che l’obiettivo è stato centrato, con buona pace di quanti ritengono che l’evoluzione dell’uomo tenda verso il miglioramento della specie. 

Quando i futuri paleontologi – altra specie intelligente non umana – studieranno il processo di origine ed evoluzione dall’Homo sapiens all’Homo stultus, tracceranno questi passaggi intermedi: Homo sapiens -> Homo Oeconomicus -> Homo videns -> Homo stultus.

Quando la diffusione sulla Terra di quest’ultima specie sarà massima, allora si estinguerà. Con grande gaudio del Pianeta e di tutte quelle specie animali in via di estinzione, proprio a causa della stupidità umana. Tanto stupida da credere che, continuare a comprare oggetti inutili, nell’illusione, un giorno, di riuscire ad assomigliare ai modelli irreali della televisione possa essere davvero realizzabile. Ah, poveri sciocchi, perennemente insoddisfatti!

Credere che, per essere felici, basti possedere un’automobile bellissima, una casa lussuosa, una donna strafica (per lui), un uomo strafico (per lei), significa non aver capito niente di cosa significa veramente la vita, e soprattutto cosa sia l’essere uomini o donne.

Cosa fa di un uomo, un uomo? Ce lo dice Shakespeare, in una celebre pagina tratta dal “Giulio Cesare”, quando Antonio, dopo aver battuto Bruto, che aveva ucciso il Cesare tiranno in nome della libertà e della costituzione repubblicana, di fronte al suo cadavere, suicidatosi poco prima, esclama: «Gli elementi erano così composti in lui, che la natura potrebbe levarsi e proclamare a tutto il mondo: “Costui fu un uomo!”.

Quel che fa di qualcuno “un uomo” è la tragica grandezza di chi, pur soverchiato da forze gigantesche, combatte pur sapendo di soccombere; di chi, pur lacerato nel dilemma se seguire la corrente o scegliere di rendere la propria vita libera e dunque autentica, sceglie quest’ultima, pur sapendo che il prezzo da pagare è l’incomprensione e la solitudine. 

Quel che fa di un uomo, un uomo, e di una donna, una donna è la scelta della libertà: tutto dipende dalla libertà. Che non consiste nella libertà di decidere dove passeremo l’ultimo dell’anno, o quale viaggio faremo. Ma è libertà da ciò che impedisce alla nostra vita di essere autentica: libertà dalla paura, libertà dalle menzogne, che diciamo a noi stessi e che diciamo agli altri. E ancora libertà da sé stessi; da quell’insostenibile e insopprimibile narcisismo che ci rende finti, attori di noi stessi; come se le nostre azioni venissero sempre preparate e provate; e quindi trasmesse ad un pubblico invisibile, o conservate – come nei selfie – per un attento esame in futuro.

Trovare oggi una persona davvero libera e dunque autentica è assai raro. Sembrano tutti fatti con lo stesso stampo. Chirurgia estetica e plastica, fitness a gogò, perché non ci si può permettere di non apparire in forma; donne con seni e labbra abnormi; uomini iperpompati senza neppure una ruga d’espressione. Insomma, manichini – senz’anima – in vetrina, che di umano hanno veramente ben poco. Nessun valore, nessun ideale per cui battersi, se non l’identità individuale elevata ad unico valore assoluto. Incapaci di relazioni veramente umane, ridotte a solo strumento di autoaffermazione.

L’assenza totale di una cultura del limite, in cui tutto è permesso, tutto è consentito, stanno realizzando la profezia di George Orwell: un potere tanto anonimo e invisibile, quanto pervasivo manipola tutti e riduce l'uomo in schiavitù. Gli esseri umani hanno smesso di pensare e di essere propriamente umani. E se qualcuno osasse porsi delle domande che non avrebbe dovuto porsi, non c’è bisogno di alcuna azione repressiva; ci pensa la società ad ostracizzarlo: è un diverso; non è normale.

Come tanti bidoni aspiratutto, vecchi e giovani succhiano tutta la spazzatura dei programmi televisivi, fino a mandare in pappa il loro cervello.

Il Natale, che reggeva come ultimo baluardo alla deriva consumistica, è capitolato. Gli imperativi commerciali hanno scardinato e stravolto ciò che restava del significato intimo del Natale: l’occasione per ritrovare i propri cari, il momento dell’anno in cui – sia pure per un giorno – l’uomo faceva pace con sé stesso e poneva una tregua ai tanti disappunti della vita quotidiana. 

I preparativi culinari trasmettevano serenità e non l’ansia da prestazione; il presepe era molto semplice; la messa di mezzanotte riscaldava i cuori; i doni erano modesti, ma regalavano tanta felicità.

Se un augurio posso fare a chi mi legge è questo.


Possiate voi vivere quel Natale che io conobbi e non ritroverò mai più. Un Natale rappresentato da un presepe da poveri. Quando con l’animo ingenuo del fanciullo credevo che Gesù nascesse e non finiva mai di nascere e non finiva mai di morire, e non finiva mai di risorgere, nella carne e nel mondo. 

domenica 17 dicembre 2017

IL LAVORO MIGLIORE È STATO SEMPRE FATTO DALLE MINORANZE

Non v’è alcun dubbio che l’attuale crisi, che investe tutti i popoli, ancor prima che economica, finanziaria e politica, è culturale, antropologica e spirituale.

Il neoliberismo, contrariamente a quanto vogliono farci credere, non è soltanto una teoria economica: esso permea ogni aspetto della nostra vita sociale. Mauro Scardovelli, uomo dalla mente eclettica (giurista, psicoterapeuta, musicoterapeuta, fondatore di Aleph), nel corso della conferenza “Costituzione, Non violenza, Ripudio della guerra”, tenutasi a Firenze lo scorso 16 dicembre al Circolo Arci Andreoni, lo ha detto chiaramente: il neoliberismo incarna un tipo pensiero, relazione, cultura e antropologia, che distrugge democrazia, diritti umani e ambiente.

Se da una parte la crisi economico-finanziaria ha dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, il fallimento del modello neoliberista, dall’altra le decisioni politiche non sembrano averne preso atto, e continuano a propinare terapie in linea con l’agenda liberista. È questo un paradosso che i capi di stato delle nazioni più sviluppate, democraticamente eletti, dovrebbero spiegarci.

Il trionfo del capitalismo è diventato talmente oneroso e insostenibile per la maggior parte dell’umanità che non si capisce come mai, nessun leader di stato lo abbia ancora dichiarato e approntato i rimedi per uscire dalla transizione liberista. Al contrario, si insiste nella direzione sbagliata, nonostante i rimedi sin qui adottati si sono rivelati puntualmente peggiori del male: i mutamenti climatici sono sotto i nostri occhi, la crescente disuguaglianza nella distribuzione delle ricchezze, legata all’incremento della povertà, aumento della disoccupazione, ritorno allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, eccetera, eccetera.

A dispetto di questo scenario apocalittico, il neoliberismo, strabordando gli originari argini economici, continua il suo massacro sociale, con la nostra complicità. È infatti diventato così diffuso nella mente di tutti noi che è finito per diventare una teoria del tutto: pervasivo e immanente come una religione.

È chiaro come la luce del sole che per ritrovare una dimensione più umana del lavoro e delle relazioni sociali occorrerebbe liberarci dal neoliberismo. Ma gemiti e lamenti sono sepolti dalla tracotanza del sistema mediatico, che con l’approssimarsi del Natale ci invita a consumare festosamente.

Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di pensiero, che sostituisca quello attualmente dominante. Questo tipo di pensiero avrebbe dovuto elaborarlo la sinistra storica, che però nel tentativo di conciliare la destra e la sinistra ha finito per smarrire il suo compito, e con esso sé stessa, contribuendo all’ascesa del neoliberismo e della nuova destra.

Così per ovviare a questo “horror vacui” persone come Mauro Scardovelli e Paolo Maddalena (ex giudice ed ex vicepresidente della Corte costituzionale) tengono conferenze in tutta Italia per spiegare come la nostra Costituzione e la nostra Democrazia siano state tradite per servire gli interessi di banche e multinazionali. E che istituzioni come il Fondo monetario internazionale, Commissione europea e Bce (la troika) ancorché essere al servizio degli interessi di stati e nazioni, lo sono a quelle dodici grandissime banche private, quali Rotschild, Goldman Sachs e JPMorgan … con le quali sono collegate 600 mila banche che eseguono immediatamente su impulso di computer quello che comandano.

La ricetta per uscire dall’attuale crisi planetaria è tanto semplice quanto difficile, proprio come la vita di talune persone che pur avendo ogni cosa per goderne, mettono altrettanto ardore per renderla complicata e infelice.

Se non si pone l’economia al servizio dell’Uomo, e non viceversa; se non si riscopre un nuovo umanesimo politico, che ponga al centro dell’agire politico le qualità dell’Essere e non quelle dell’Avere. Le nostre società per quanto tecnologicamente avanzate collasseranno, come collassarono altre civiltà che sembravano intramontabili. Se qualità dell’essere come la benevolenza, l’empatia, la compassione, l’umiltà, la generosità, l’onestà, la lealtà … non saranno il fine politico, nessun progetto, basato sia pure sull’efficienza tecnologica, servirà a mantenere uniti gli uomini all’interno di una società.

Lo spettro seducente dell’inganno perpetrato dalla società dei consumi non basterà ad un certo punto a impedire la catastrofe del “bellum omnium contra omnes”, ovvero della guerra di tutti contro tutti.  Sono le qualità dell’Essere, le sole capaci di dare senso alla vita e all’esistenza, che salveranno l’Uomo dall’abominio in cui siamo precipitati. Non le qualità dell’Avere: il possesso individuale di beni materiali rende ciascuno “homo homini lupus”. E nessuna società può reggersi se nell’altro vediamo un sopraffattore. Non possiamo alzarci la mattina con il pensiero: chi sbraneremo oggi per sopravvivere?

Il progresso tecnologico e scientifico oggi è tale da affrancare completamente l’uomo dallo sfruttamento e dalla miseria, eppure le istituzioni di potere perpetuano – senza giustificazione alcuna – ingiustizia e diseguaglianze, matrici della violenza che legittimano poi l’altra violenza. Quella non meno terroristica degli stati che possono così motivare le ingenti spese militari, a detrimento di quelle per la salute e il benessere dei propri cittadini. Diceva Pertini, quello che rimane di gran lunga il miglior presidente della Repubblica che l’Italia abbia avuto: “Svuotate gli arsenali; riempite i granai”! Ed ebbe il coraggio di dirlo quando, in piena corsa agli armamenti fra i blocchi contrapposti occidentale e sovietico, non era proprio politically correct.

Dice una storiella – di cui non ricordo l’autore – che l’uomo non trova Dio, perché lo cerca nel posto sbagliato. Esso è più semplicemente dentro di noi, nella nostra mente, nel nostro cuore. Così pensiamo che sia impossibile rendere questo nostro pianeta un luogo di pace e di serenità. E questa impossibilità non deriva tanto dall’impossibilità del fatto in sé, quanto dalla nostra mente che incapace di pensare liberamente si rende schiava e facilmente manipolabile dagli oppressori.

Ecco perché le rivoluzioni armate non hanno mai cambiato definitivamente lo stato delle cose. La prima rivoluzione da farsi è liberare la mente degli uomini dalle pastoie di quanti per vincolarlo ad uno stato di schiavitù riescono a fargli credere che la Terra è piatta o che sta ferma e tutto le gira intorno. Eppure questo fu! E fino al Rinascimento nessuno osò contestare queste verità. Almeno fino a quando lo spirito libero di alcuni uomini, libero dagli inquinanti del potere costituito, non osò metterla in discussione, rivelando che un’altra era la realtà.

Così oggi fintantoché la maggioranza degli uomini non si renderà conto che l’unica difesa per opporsi al dominio degli oppressori è liberare la propria mente, ci saranno sempre sfruttati e sfruttatori. Senza la consapevolezza e senza la volontà di credere che un altro mondo è possibile, solo che lo si voglia, lo scempio del nostro e di molti altri Paesi continuerà ad offrirsi alla nostra vista cieca e alle nostre orecchie sorde.


Un grazie di cuore a persone come Mauro Scardovelli che con impegno e abnegazione dedicano la loro vita a illuminare le nostre coscienze intorpidite.

domenica 10 dicembre 2017

SIAMO GLI UOMINI VUOTI / SIAMO GLI UOMINI IMPAGLIATI

La decisione di Trump di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, e il riconoscimento di quest’ultima come capitale di Israele scatena l'ira araba, il guanto di sfida alla Corea del Nord rende sempre più palpabile il pericolo di una nuova guerra mondiale. 

L'escalation della tensione, innescata da Trump, rischia di provocare il classico caso della goccia che fa traboccare il vaso.

Ma noi, aiutati dal sistema mediatico, ci preoccupiamo dei preparativi natalizi, che - ci suggeriscono - devono essere avviati per tempo per non rischiare di ritrovarsi a dover fare tutto all’ultimo momento e soprattutto di restare insoddisfatti dal risultato finale.

Abbiamo smesso di partecipare al processo politico in maniera concreta, ma siamo diventati consumatori attivi e partecipativi. E se come “consumatori” boicottassimo il marketing natalizio? 

Forse solo allora la politica sarebbe costretta a tenere il passo con le richieste di uno sviluppo socioeconomico misurato con il benessere di tutti e non di pochi; con la qualità della vita e non con la quantità di cose possedute.

Quello che non siamo in grado di ottenere come cittadini elettori, l’otterremo forse orientando i nostri consumi nella direzione che tanto più i governi attuano politiche di equità, tanto più i consumatori sono disposti a consumare. Insomma, potremmo fare da consumatori quello che da cittadini elettori non possiamo fare.

La mia è una chiara provocazione, tesa solo a dimostrare che non è vero che siamo affatto impotenti di fronte al potere che perpetra diseguaglianze e iniquità. La verità è che la maggioranza degli uomini non ama affatto la libertà. Se fossimo capaci di atti autentici di libertà, operando scelte consapevoli, solo allora daremmo un senso a un mondo che non ha alcun senso. 

Solo ribellandosi, l’esistenza può acquistare un significato; solo comportandosi attraverso scelte consapevoli l’uomo fa aumentare il valore e la dignità della sua persona.

Peccato però che il nostro sistema mediatico, per intenderci quello dei paesi occidentali a “democrazia avanzata”, sia costruito, istruito e gestito proprio per evitare che gli uomini si ribellino. 

E noi più che uomini siamo diventati “uomini impagliati” manipolati e facilmente manipolabili; più simili a polli in una fabbrica di polli, che mangiano senza sosta solo per l’ingrasso e la macellazione.

Se solo fossimo capaci di pensiero: vero, autentico. Troveremmo tutti insieme la forza di scacciare il macellaio a forza di cornate, realizzando finalmente un mondo più a misura d’uomo. Scacceremmo coloro che le crisi le creano: i tecnocrati che agiscono solo nell’interesse di una superclass (l’élite dell’élite), capi di governo, ministri, segretari e sottosegretari che ai diktat dei tecnocrati si piegano per fare carriera, politici che, pur potendo e dovendo intervenire in modo pragmatico per arrestare il perpetuarsi di ignominiose ingiustizie, non fanno altro che parlare e parlare.

Politici sempre più simili a imbonitori che all’uomo politico dotato di passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Più adatti a vendere pentole in una trasmissione di telemarketing che ad assumere responsabilità di comando. Politici televenditori che cercano di attirare, con la telegenia e le frasi ad effetto, un pubblico ignaro per ottenerne il consenso. Simili a strilloni, che all’ingresso di baracche da fiera allettano la gente ad entrare, annunciando e promettendo prebende per tutti: innalzamento delle pensioni, abbassamento delle tasse, reddito d’inclusione, pensioni per i giovani ancor prima che comincino a lavorare, reintegro dell’articolo 18, eccetera, eccetera. E chi più ne ha, più ne metta.

Peccato che proprio quelli che danno ad intendere queste cose, siano poi le stesse persone che ci hanno fin qui condotti, i quali di occasioni per tradurre le loro promesse in fatti concreti ne hanno avute più d’una. 

Dimenticato il passato, ci allettano – per non dire ci imbrogliano ancora una volta – con false promesse e poi, una volta ottenuto il loro scopo, ci tradiscono impudicamente.

Per loro la parola vergogna è aliena; ha ceduto il passo alla spudoratezza, all’insolenza, alla sfacciataggine che rasenta l’indecenza e l’arroganza: «Con la faccia tosta si va a cavallo e in carrozza». 

Eh già, perché la civiltà dell’immagine, dell’apparenza, ha divorato la vergogna, defraudandoci così anche degli ultimi scampoli di onestà, stima, onore.

Se un tempo il senso della vergogna impediva agli uomini di compiere atti disdicevoli, perché la comunità li ostracizzava, invogliandoli altresì ad apparire forti e valorosi agli occhi degli altri per la conquista della stima collettiva. Oggi, vivere nel culto della bellezza, della bontà, della generosità e nella piena difesa del proprio onore è obsoleto.

Un tempo, per non vergognarsi di sé era necessario essere leali. E la lealtà imponeva di mantenere le promesse fatte anche quando tenervi fede era difficile; la lealtà ancora imponeva di obbedire ai valori di correttezza e sincerità nei riguardi degli altri. Si era leali nella misura in cui il grado di coerenza tra gli ideali professati e il comportamento tenuto era costante come le stelle fisse nel firmamento.

Oggi invece prevale l’etica dei maiali: nessuna virtù. Faccio solo quel che mi conviene e mi piace. Il resto del mondo può andare a farsi benedire.


Nessun conflitto interiore di fronte al bene e al male, al giusto e all’ingiusto, al vero e al falso. Nessun riscatto, nessuna riscossa dall’intorpidimento morale che ci lascia del tutto indifferenti di fronte agli orrori mostrati quotidianamente dal sistema mediatico.

“È questo il modo in cui finisce il mondo / Non già con uno schianto ma con un lamento”.

sabato 9 dicembre 2017

BREVI CONSIDERAZIONI SUL RAZZISMO E DEL PERCHÉ SERVE ALIMENTARLO

I fatti relativi alla razza, così come la scienza li conosce, negano che le differenze biologiche tra gli uomini siano così grandi e importanti da giustificare che se ne faccia un pretesto per discriminazioni sociali di qualsiasi genere.

Il razzismo è stato un’importante arma ideologica del periodo colonialista, apertosi nel XV secolo, con la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492 e conclusosi solo dopo la Seconda guerra mondiale. Esso serviva a giustificare da una parte lo sfruttamento dei territori occupati, dall’altra la riduzione in schiavitù delle popolazioni autoctone. 

Per anni e anni le ricchezze dei paesi colonizzati vennero impiegate per riempire le tasche degli Europei. 

Poiché lo sfruttamento calcolato di milioni di schiavi richiedeva una dottrina ideologica per tacitare la coscienza della colpa di quanti lo perpetravano, si creò l’ideologia del razzismo. 

Sebbene fosse un’ideologia assurda da cima a fondo, trovò tuttavia un numero sempre più alto di persone disposte a credervi e, come osserva Voltaire, «fino a quando gli uomini crederanno nelle assurdità, continueranno a commettere delitti atroci».

Con la fine del colonialismo venne meno per il Padrone Bianco la funzione della dottrina ideologica del razzismo, ma – come spesso accade – l’infezione nel tessuto sociale era stata trasmessa e i rimedi atti a guarirlo si rivelarono incapaci ad estirpare il germe del razzismo ormai incistato nel cuore e nella mente dell’uomo bianco.

Negli Stati Uniti, per esempio, la terra delle grandi opportunità per tutti, cosa poteva esserci di meglio per un bianco povero fallito sapere intimamente che un “negro”, sia pure in doppio petto, gli era comunque inferiore?

Il film di Alan Parker, “Mississippi Burning”, ambientato nel 1964 nel sud razzista degli Stati Uniti, mette molto bene in evidenza questo aspetto: gli stereotipi e i pregiudizi razziali servono a fare dei neri il capro espiatorio delle ragioni della povertà della comunità bianca. 

La radice dell’odio verso i neri è spiegata assai efficacemente, con una breve ma incisiva frase, da Anderson (Gene Hackman), agente dell’FBI affiancato al detective Alan Ward (Willem Dafoe): «Se non sei meglio di un nero, di cosa vuoi essere migliore?».

La scienza ha ormai assodato che dividere gli uomini in “gruppi” per il colore della pelle o altre caratteristiche, traendo da queste ragioni di superiorità o inferiorità, è non solo scorretto sul piano scientifico, ma anche indice di profonda ignoranza. Nessun colore della pelle, nessuna caratteristica biologica particolare rende un bianco superiore ad un nero o a un giallo, e viceversa.

Tutti gli uomini – indistintamente – che popolano la Terra, dall’Artico all’Antartide, discendono dall’unica specie Homo Sapiens, comparsa in Africa 200mila anni fa e che intorno a 60-70mila anni fa cominciò la grande migrazione e la colonizzazione dei vari continenti, sostituendosi ad ondate successive alle altre popolazione con caratteri più primitivi (come ad esempio, l’Homo Neanderthalensis o Uomo di Neandertal in Europa). 

Ci piaccia o no, in origine eravamo tutti africani!

Oggi, come allora, il fenomeno così tristemente diffuso del razzismo serve a scaricare sulla parte più debole di una società le ragioni della povertà. E chi è più debole di un povero? Chi è più indifeso di un povero?

Sempre svilito, mandato al massacro, depauperato della sua fatica e del suo lavoro. I reietti, le persone private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza, i rifugiati, gli sfollati, i richiedenti asilo sono il bersaglio facile della “cultura dello scarto”, prodotta dalla globalizzazione economica, che considera i poveri come appestati.

La loro colpa? Sono troppi e fanno troppi figli! Invece di contribuire al funzionamento senza intoppi dell'economia, lo rendono molto più difficile invocando politiche assistenziali che tolgono, non ai più ricchi come sarebbe sensato e giusto, ma ai meno poveri per dare ai più poveri, scatenando il sistema collaudato della «guerra del povero contro il povero», tanto utile ai veri responsabili della perpetuazione ad infinitum della miseria, in cui aggressori e aggrediti sono vittime simmetriche. 

Disperati posti da una parte della barricata che si scagliano contro i disperati posti dall’altra, per il sollazzo dei ricchi che scongiurano così l’assalto al Palazzo d'inverno.

Gli italiani sono razzisti?

Io non so se lo siano davvero; non credo si possa comprendere l’intera popolazione italiana nel giudizio generale e omologante di razzista. Peraltro, l’orientamento tipicamente razzista alla base di una cultura o un’ideologia strutturate, come ho già detto, dalla fine del colonialismo non esiste più: nessuna costituzione, nessuna legge – almeno sinora – opera discriminazioni in ordine al sesso, alla razza o alla religione. 

Ma è pur vero che una componente sempre più rilevante della società riproduce fattori che agevolano il diffondersi di sentimenti razzistici, senza peraltro incontrare resistenza da parte delle autorità istituzionali. E questo atteggiamento delle autorità ricorda molto la tolleranza, e la relativa impunità, di cui godevano gli squadroni fascisti o gli squadroni della morte nazisti prima dell’avvento dei rispettivi regimi.

Dunque, io non so se quella parte di italiani – che simpatizza per certe formazioni politiche, che raccontano fake news intorno al fatto che il governo preferisce gli immigrati ai poveri italiani – sono francamente razzisti. 

Se non lo sono, sono certamente pateticamente stupidi e ingenui, consumatori acritici di ogni bufala venga messa in giro finalizzata a confermare le loro preoccupazioni: la casa che viene data agli immigrati e non agli italiani, il lavoro che gli extracomunitari tolgono loro, e altre panzane simili. 

Tonti facili da abbindolare per ogni demagogo che prometta loro di riportare gli extracomunitari nei paesi d’origine o di fermare gli sbarchi. Incapaci di comprendere la complessità del fenomeno migratorio, conseguenza diretta di una globalizzazione dalle conseguenze nefaste per tutti.


Fintantoché ci saranno fame, dittature, guerre, masse di diseredati continueranno ad ammassarsi e a premere ai nostri confini e nulla varrà a fermarli. La loro logica, e di conseguenza la loro intelligenza, è tanto avvilente quanto quella di un automobilista imbottigliato nel traffico che se la prende con quello che gli sta davanti perché non si muove. 

Se i mentecatti identificassero le vere minacce (ma per definizione non sarebbero tali), allora molto più di tanti migranti comprenderebbero che basta un uomo come Donald Trump per ridurre questo mondo in un grande falò.


venerdì 8 dicembre 2017

L’ORRORE DEI MIGRANTI DETENUTI IN LIBIA E LA FETIDA IPOCRISIA DI NOI OCCIDENTALI

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite ai Diritti Umani ha denunciato il deterioramento delle condizioni di detenzione dei migranti in Libia, giudicando scellerata e “disumana” la cooperazione dell’Unione Europea con questo Paese per arrestare i migranti in mare.

Le immagini mostrate in Tv di uno dei campi di detenzione, dove finiscono i migranti che non riescono a raggiungere l'Italia e l'Europa, svelano tutto l’orrore inimmaginabile di cui solo l’essere umano è capace: migranti picchiati e venduti all’asta come schiavi, altri torturati e abusati sessualmente; accalcati e ammassati in spazi angusti, dove non c’è ventilazione e la luce filtra da finestre molto piccole, uomini donne e bambini che vivono tra i propri escrementi; partorienti che partoriscono da sole in condizioni di sovraffollamento e di scarsa igiene.

Ciò che accade in quel luogo è trasponibile per ferocia e orrore ai campi di concentramento nazisti, nei quali più che il trionfo dello spirito umano se ne celebrò l’abiezione. Durante e dopo il processo di Norimberga, anche su quella parte di popolo tedesco che non si era macchiata di crimini gravò la condanna per “gli orrori del nazismo”. Una condanna giustificata per non aver avuto occhi per vedere, orecchie per ascoltare, per aver tollerato ingiustizie e malvagità inflitte ad altri esseri umani, e non aver fatto nulla per impedirlo.

La colpa di quella parte di tedeschi segue la logica del debito morale comunque da saldare. Essi furono moralmente colpevoli perché non ebbero il coraggio di chiedere spiegazioni su quello che realmente succedeva agli ebrei. 

Ma se proviamo ad immaginare quel mondo, non è difficile comprendere quanto fosse completamente diverso dal nostro; non si può paragonare a quello di oggi.

La televisione non c’era; la stampa e la radio erano diretti esclusivamente dal Ministero della Propaganda. Gli apparecchi radio a buon mercato di quel tempo non consentivano di ascoltare trasmissioni estere; solo con apparecchi più grandi e molto più costosi, ciò era possibile.

Quando Hitler andò al potere nel 1933 oltre 6 milioni di persone (il 20 % della forza lavoro) erano disoccupate ed al limite della soglia della malnutrizione. Nel giro di pochi anni aveva riscatto la Germania dall’umiliante Trattato di Versailles del 1919; fra il 1933 ed il 1939, con l’avvio del programma di industrializzazione teso al riarmo, riassorbì la disoccupazione e nessun tedesco pativa più il freddo e la fame. L’iperinflazione del 1923, quando per acquistare un chilo di pane erano necessari 428 miliardi di marchi, era un lontano ricordo.

Dinanzi a tali notevoli progressi economici, che avevano del miracolistico, è facile comprendere come Hitler godesse non solo dell'ampio consenso politico del popolo tedesco, ma anche la fiducia in lui era immensa.

Se l’esistenza dei campi di concentramento era localmente nota, non lo era alla maggior parte dei tedeschi, che consideravano i detenuti, nella loro divisa di carcerati, solo colpevoli di gravi delitti. Il normale cittadino berlinese ignorava che in quei campi vi fossero dissidenti del regime, quindi prigionieri politici. Pertanto, il fatto che ad autentici criminali lo Stato infliggesse pesanti pene era molto apprezzato dalla popolazione, che poteva vantare così città più sicure. Si poteva infatti camminare anche con il buio pesto per le strade di Berlino senza temere di essere aggrediti.

Completamente ignoto era il fatto che esistessero campi di sterminio come ad esempio Auschwitz, Dachau, Buchenwald, eccetera. Nessuno aveva la minima idea dell’uccisione sistematica di ebrei nelle camere a gas.

Qualche notizia trapelava, giravano sì delle voci, ma il regime si preoccupava subito di metterle a tacere raccontando che gli ebrei che scomparivano da Berlino venivano sistemati in una particolare riserva nell’Est (a Warthegau, il territorio polacco annesso al Reich) dove lavorando come agricoltori si sarebbero potuti fare una nuova vita. Insomma, una forma di genocidio incruento.

Poiché i campi di concentramento erano tenuti ermeticamente chiusi al mondo esterno, è lecito credere che fosse ben difficile per la maggioranza della popolazione tedesca conoscere le reali condizioni in cui i detenuti erano costretti a vivere.

Ma oggi che la stampa, la televisione, la radio, il web ci sbattono in faccia tutto l’orrore che diuturnamente si compie sotto i nostri occhi (ormai assuefatti), quale scusa, quale attenuante potremo mai levare noi, popolazioni occidentali cosiddette civili e democratiche, a discolpa della nostra ignavia e indifferenza, quando qualcuno ce ne chiederà conto?

Se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, non ci siamo liberati da ciò che lo ha reso possibile: l’indifferenza dinanzi alla sofferenza dell’uomo. Non ci si può dichiarare esseri umani ed essere complici silenziosi della distruzione di altri esseri umani; non ci si può dichiarare esseri umani e tollerare l’ingiustizia in qualunque luogo essa venga perpetrata; non ci si può dichiarare esseri umani e accettare la discriminazione di migranti, carcerati, nomadi, omosessuali; non ci si può dichiarare esseri umani e moltiplicare le ragioni dell’intolleranza, del disprezzo, dell’odio.

Nell’ultima lettera al figlio, Nazim Hikmet (poeta e scrittore turco) scrive: «Ama le nuvole, le macchine, i libri, ma prima di tutto ama l'uomo. Senti la tristezza del ramo che secca, dell'astro che si spegne, dell'animale ferito che rantola, ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore dell'uomo».

Questi versi sono la mirabile sintesi di ciò che io intendo per essere un “ESSERE UMANO”.

Di fronte a quelle immagini che arrivano dalla Libia non posso non pensare alle riflessioni di Hannah Arendt  sul male e la sua banalità. E, in particolare, all’affermazione che il male peggiore compiuto dagli uomini non riguarda tanto la sfera metafisica, ovvero quella che investe ciascun uomo che tollera ingiustizie e malvagità per semplice vigliaccheria, quanto quella del banale.

Come Eichmann non riusciva a trovare in sé alcuna colpa, se non quella di aver obbedito agli ordini e di aver ottimizzato l’eliminazione degli ebrei, così ministri e capi di governo si compiacciono di aver ridotto gli arrivi di migranti via mare dalle coste libiche, pagando il governo libico per il lavoro sporco che il nostro non vuole fare. Cosa c’è, del resto, di più banale del mettere la polvere sotto il tappeto per non vedere lo sporco?

Quanti vissero sulla propria pelle l’esperienza dell’orrore consumatosi nei campi di concentramento nazisti, dissero: MAI PIÙ! Ci chiesero di scolpire nella nostra mente l'inferno dei Lager; di non tollerare mai che l'umiliazione, l'offesa, la degradazione dell'uomo, restassero senza una risposta, sepolte dall’indifferenza e dall’ignavia.

È forse assai diverso da quello l’orrore che oggi si consuma davanti ai nostri occhi e che urla alle nostre orecchie? 20 mila migranti, rinchiusi nei centri in Libia, trattati come bestie e oggetti di compra-vendita.


E se ci fossimo noi o uno dei nostri figli?!