domenica 21 maggio 2017

IL MORBILLO NON È LA NUOVA PESTE!

Mi consta che nell’ordinamento giuridico italiano un decreto legge è un atto normativo, avente forza di legge, la cui adozione da parte del Governo è giustificata solo quando ricorrono casi straordinari di necessità e urgenza. Nonostante che gli articoli 72 e 77 della Costituzione siano assai chiari in materia di emanazione dei decreti leggi, la prassi ormai invalsa dal 1996 è quella di bypassare i tempi parlamentari ricorrendo allo strumento del decreto legge. Voluto dai Padri costituenti per affrontare situazioni di emergenza e urgenza, l’uso sempre più frequente di tale strumento configura un abuso nei confronti dell’ufficio parlamentare. Dai primi anni ’90 a oggi, il numero dei decreti legge si è così esponenzialmente accresciuto, tanto da superare quello delle leggi approvate dal Parlamento.

Una prima sentenza, la n. 360 del 1996, della Corte costituzionale ha tentato di arginare tale fenomeno, ribadendo che l'abuso dello strumento normativo del decreto legge, impiegato fuori dei presupposti di necessità e di urgenza, è incostituzionale in quanto vizio in procedendo. Quindi le due recenti sentenze della Corte costituzionale (220 del 2013 e 22 del 2012) in tema di limiti all'utilizzo dei decreti leggi da parte del Governo (soprattutto quando si tratti di riforme ordinamentali). Ma a quanto pare anche le pronunce della Corte costituzionale sono divenute “grida manzoniane”: tanto altisonanti, quanto inefficaci!

Qualche giorno fa il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Paolo Gentiloni e della Ministra della salute Beatrice Lorenzin, ha approvato un decreto legge contenente misure urgenti in materia di prevenzione vaccinale. Il decreto reintroduce l'obbligatorietà delle vaccinazioni a scuola.
I bambini da 0 a sei anni che non siano stati vaccinati non potranno accedere ad asili nido e scuole materne; per quelli dai 6 ai 16 anni, i genitori dovranno presentare alla scuola il certificato di vaccinazione, in mancanza del quale il dirigente scolastico ha l’obbligo di segnalazione alla Asl, la quale contatterà la famiglia e darà un arco di tempo entro il quale effettuare la vaccinazione al proprio figlio. Se non lo farà andrà incontro a multe pesanti, fino a 7.500 euro e non solo: chi continuerà a violare l'obbligo sarà segnalato dalla ASL al Tribunale dei Minorenni per la sospensione della potestà genitoriale. Tali misure entreranno in vigore dal prossimo anno scolastico.

Dunque, se partiamo dal presupposto che l’adozione di un decreto legge è solo giustificata dall’urgenza e dalla necessità di un provvedimento per fronteggiare un’emergenza; se consideriamo il conto salato delle sanzioni da una parte e la sospensione della patria potestà dall’altra. Dobbiamo concludere allora che in Italia è in atto un’epidemia di proporzioni bibliche e nessuno ce l’ha ancora detto?

Nel linguaggio medico scientifico si parla di epidemia quando ci troviamo in presenza di una malattia che colpisce un numero di individui (casi) significativamente superiore a quanto ci si sarebbe atteso in quella zona e in quel periodo di tempo. Per esempio, sebbene si parli di epidemia influenzale, tutti sanno che ogni anno, durante i mesi invernali, si verificano casi di influenza nell'uomo. Pertanto, in base alla definizione sopra riportata (“in quella zona e in quel periodo di tempo”), non è esatto parlare di epidemia: l’influenza si ripete in maniera simile ogni anno, e quindi non è affatto inaspettata.

Per quanto riguarda il morbillo, siamo davvero in presenza di un’epidemia in Italia?

Secondo un comunicato del Ministero della Salute pubblicato il 16 marzo scorso, dall’inizio dell’anno nel nostro Paese si sono registrati oltre 700 casi di morbillo; nello stesso periodo dello scorso anno i casi erano stati 220: l’aumento è stato quindi di «oltre il 230 per cento»! È dunque in corso un’epidemia?

Per la definizione data di epidemia, dovremmo concludere che sì, è in atto un’epidemia di morbillo. Ma proseguendo nella lettura del comunicato del Ministero della Salute si legge che: la maggior parte dei casi è concentrata in sole quattro regioni (Piemonte, Lazio, Lombardia e Toscana); più della metà dei casi rientra nella fascia d’età 15-39 anni.

Secondo alcuni autori, quando un evento morboso si verifica in una area geografica molto limitata e colpisce una particolare fascia di età, è più esatto parlare di “focolaio”; così, nonostante l’aumento del numero dei casi, il termine “epidemia” non è corretto. 

In Italia il virus è sempre circolato; in passato, quando nessuno si vaccinava, era usuale contrarlo da bambini, quando la malattia è molto meno pericolosa. Se consideriamo che gli anticorpi indotti dalla vaccinazione diminuiscono con il passare del tempo, fino a diventare non più dosabili e facendo perdere la protezione. È stato calcolato infatti che il declino degli anticorpi antimorbillo dopo vaccinazione sia del 5,6% ogni anno, con un tempo di dimezzamento (emivita) di 12 anni. Ne consegue che l’aumento nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 39 anni ricalca quanto si registra in Paesi con programmi vaccinali non obbligatori.

Peraltro, il sistema nazionale di sorveglianza del morbillo, istituito a partire dal gennaio 2014, dimostra come l’andamento dei casi sia piuttosto variabile. Dal 2013 al 2015 il trend era decrescente: ci sono stati infatti 2.258 casi nel 2013, 1.696 nel 2014 e soli 258 nel 2015; quindi la curva è salita nel 2016, con 862 casi segnalati. Sino a giungere all’aumento del 2017, quando confrontato con i dati dello stesso periodo del 2016. Se l’andamento dovesse conservare la stessa variabilità, potremmo ragionevolmente attenderci nei prossimi anni una flessione dei casi, che per l’introduzione del decreto legge sarebbe attribuito falsamente al programma di vaccinazione obbligatoria.

Per concludere, sull’opportunità delle coperture vaccinali in età pediatrica non voglio esprimere alcun parere definitivo: vi sono alcuni eminenti scienziati che insistono sull’importanza di vaccinare, ma ve ne sono altri – altrettanto autorevoli – che sollevano da tempo numerosi dubbi e fondate perplessità sulle vaccinazioni pediatriche. 

Poiché la questione a quanto pare non è ancora chiusa, ritengo che una revisione delle conoscenze si imponga; un confronto aperto e chiaro, che vada oltre i dogmi e i pregiudizi, sia necessario. Soprattutto per diradare il sospetto che certe prese di posizione inamovibili possano essere guidate, più che dalla tutela della salute dei cittadini, da interessi economici molto potenti.

Quello che voglio dire è che il morbillo non è la peste e il diritto alla libertà di scelta individuale sul tema delle vaccinazioni non può essere calpestato in nome di un’emergenza che emergenza non è! Una maggiore scientificità e trasparenza, una migliore informazione e chiarezza, credo siano il modo migliore per ottenere consenso. Credo che i genitori, prima del governo, siano i primi responsabili della salute dei loro figli. E nessun metodo coercitivo può tagliare il nodo gordiano, decidendo d'imperio sulla reale necessità e beneficio di ciascun vaccino pediatrico. Questo nel rispetto della Costituzione Italiana, per garantire la vera tutela della salute. 


martedì 16 maggio 2017

NON DIRE BUGIE, BABBO!

Collodi, autore del celeberrimo Pinocchio, sosteneva che esistono due tipi di bugie: quelle dal naso lungo e quelle dalle gambe corte. Le prime sono le più veniali: si manifestano subito, tutte le volte che si raccontano frottole, il naso si allunga; le seconde sono le più gravi: non si manifestano subito, ma poiché hanno le “gambe corte”, presto o tardi saltano fuori. La nostra classe politica fa uso della menzogna del secondo tipo, confidando soprattutto nella scarsa memoria e nell’imbecillità dei suoi elettori. Ma poiché Voltaire diceva che: «Tre cose occorrono per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e avere una buona salute; ma se vi manca la prima, tutto è finito». Allora, viva gli imbecilli!

Bene, l’ex premier – Matteo Renzi – sostiene che l’inchiesta Consip sia una bufala diretta a screditarne l’immagine e a colpire un onest’uomo come il suo papà: tutto casa e chiesa. Tutta un’invenzione di Woodcock e del NOE (Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri). Insomma la solita “macchina del fango” messa in moto per delegittimare e ledere l'onore e la credibilità di probi e onesti individui, quali loro sono.

Ma ad usare un minimo d’intelletto, e ad onor del vero, si deve pur riconoscere che a trascinare il papà di Renzi nella cloaca “Consip” non sono state le invenzioni dei Pm ma le dichiarazioni dell’amministratore delegato della Consip dal 2015 e renziano di ferro, Luigi Marroni, che lo scorso 20 dicembre ha dichiarato a quegli stessi Pm napoletani quanto segue: «Carlo Russo mi ha chiesto di intervenire sui commissari di gara per conto del babbo di Matteo e del parlamentare di Ala. Mi dissero che loro erano "arbitri" del mio destino professionale».

Come se non bastasse – come una ciliegia tira l’altra – dalla cloaca aperta dell’inchiesta Consip, esalano altri fetentissimi miasmi che coinvolgono anche il Consiglio di Stato, cuore della giustizia amministrativa, sulle presunte compravendite di sentenze nella giustizia amministrativa. Insomma, un vero e proprio supermarket dove le sentenze si acquistavano e si vendevano ad uso e consumo di faccendieri, politici conniventi, giudici e professionisti che, dentro ai tribunali e al Consiglio di Stato, sembra facessero il bello e il cattivo tempo.

Personalmente vorrei non credere che nel Paese in cui vivo, quanti dovrebbero essere i garanti delle istituzioni democratiche, quanti dovrebbero con il loro esempio mostrarci le virtù civili e democratiche, sono in realtà quanto di peggio la natura abbia mai prodotto: uomini che recano sdegno al genere umano, le cui uniche caratteristiche sono avidità, cupidigia, rapacità, della cui dignità di persone hanno fatto strame.

Dicevo, vorrei non credere che l’abiezione di quanti dovrebbero rappresentare degnamente questo nostro umiliato Paese, arrivi a tanto. E tuttavia non si può far torto alla ragione, fingendo che tutto questo letamaio non esista e trascorrendo le giornate come se il fetore non ammorbasse l’aria. Il mio naso non si è abituato e non si abituerà mai al miasma pestilenziale.

Nel libro di Marco Lillo “Di padre in figlio” è riportata un’intercettazione del 02/03/2017 in cui Matteo esorta il padre Tiziano a non mentire sui suoi rapporti con l’ad di Consip Marroni (perché “non è più la questione della Madonnina e del giro di merda di Firenze per Medjugorje”) e sull’incontro sempre negato con l’imprenditore Romeo (“non ti credo.. non è credibile che non ricordi di aver incontrato uno come Romeo ... devi dire se hai incontrato Romeo una o più volte e riferire tutto quello che vi siete detti”). Quindi lo istruisce su cosa dire e non dire ai pm (“non dire che c’era mamma altrimenti interrogano anche lei”).

Dio, che desolazione! 

"Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!".

giovedì 11 maggio 2017

LA FEDELTÀ, LA DISCIPLINA E L’ONORE VERSO LO STATO!

In una democrazia compiuta e civile, i politici e le figure istituzionali, lambite solo dal sospetto che certe loro azioni o certi loro comportamenti non siano del tutto in sintonia col ruolo che rivestono, si dimettono; in una democrazia compiuta e civile, i cittadini-elettori non sopportano che coloro che li rappresentano nelle più alte cariche dello stato e, più in generale, nelle istituzioni pubbliche offrano diuturnamente uno spettacolo deprimente e miserevole: prima si incazzano e quando ne hanno la possibilità non li votano.

Nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, i cittadini-elettori dimenticano presto e sopportano tutto: la corruzione, il malaffare, l'evasione fiscale, le mafie e le camorre. Senza neppure un gemito! Nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, una parte cospicua della classe politica e istituzionale non ritiene evidentemente di adempiere al proprio ruolo con “disciplina ed onore”, come dispone l’art. 54 della nostra Costituzione. Giurano fedeltà alla Costituzione, ma poi la disattendono nei fatti.

I Padri costituzionali non a caso usarono la parola “onore” in luogo di “virtù”. Già Tocqueville aveva colto questo punto, mettendo in evidenza che, mentre “la virtù vive per se stessa e si accontenta della propria testimonianza”, l’onore è un “valore aggiunto” alla virtù. Esso gode del riconoscimento pubblico, essendo il premio di una virtù costante, la ricompensa data dal giudizio e dal favore dei cittadini a chi è degno della carica e insignito di quella.

L’onore pertanto non si trova negli angusti spazi del diritto penale: comportamenti moralmente censurabili, non sempre costituiscono reato, ma nondimeno sono disdicevoli e disonorevoli. Il comportamento di alcuni contribuenti che, pur nel rispetto alla lettera della normativa fiscale, si sottraggono agli obblighi fiscali a danno della collettività, sebbene non penalmente perseguibile resta tuttavia ignobile. Il comportamento di alcune alte cariche dello stato sebbene penalmente non rilevante o non perseguibile, resta tuttavia disonorevole.

Il comportamento della Boschi, Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, è – per esempio – in contrasto con il dettato dell’art. 54 della Costituzione, pur avendo giurato fedeltà ad essa. Se è sacrosanto il diritto di difendersi secondo le garanzie previste dalla legge, non è verosimile che di fronte alla conferma dell’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, che ammette l’ingerenza della Boschi sull’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, continui a proclamare semplicemente che è tutto falso, mentre proprio la Unicredit conferma l’avvenuta apertura di un’istruttoria per valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria, l’istituto di cui il padre Pierluigi era vicepresidente. Irritante poi che Pd e governo facciano quadrato attorno alla Boschi, dimenticando le centinaia di migliaia di risparmiatori, che si sono visti azzerare i loro risparmi dalla notte al giorno, per l’incuria di quelle stesse figure istituzionali preposte a tutelari, come la Costituzione all’art. 47 dispone, ma preoccupate solo di coprire le difficoltà degli “amici” e degli “amici degli amici”.

In una democrazia matura e civile, una tale figura istituzionale rassegnerebbe immediatamente le dimissioni; in una democrazia matura e civile, i cittadini-elettori, trascurando ogni altra cosa, esigerebbero le dimissioni e mostrerebbero sdegno. Ma nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, lo sdegno è passione difficile! 

giovedì 4 maggio 2017

ALITALIA È LA FOTOGRAFIA DI COME FUNZIONA L'ITALIA

Alitalia è l’emblema di come una società fondata sui vizi privati non può produrre politici abili che amministrino accortamente nell’interesse generale i beni pubblici. Sembra che l’Italia, prima ancora che essere fondata sul lavoro, come recita l’art. 1 della Costituzione, sia fondata sulla fregatura. Fottere è l'attività che riesce meglio a una buona parte di italiani; gran parte dei politici, nonché amici e parenti che essi rappresentano, appartengono a questa categoria di italiani.

Quello che in altri paesi civili è considerato un disvalore, in Italia è un tratto distintivo – assunto come carattere positivo – da tutti gli altri che sono i “fessi”. Poiché nessuno vuol essere “fesso”, ciascuno farà a gara per essere più furbo dell’altro. E così ci sarà sempre uno più furbo dell’altro e un fesso più fesso dell’altro. Poiché, come dicevo, la furbizia nel nostro Paese è un valore, accade che i furbi anziché essere messi all’indice dalla generale esecrazione popolare, sono fatti al contrario oggetto di stima e di ammirazione. Si dice infatti di uno “in gamba” che è un “gran furbo”, non certo una brava persona: generosa, colta, intelligente, sensibile. Il “gran furbo” è un soggetto da imitare; la “brava persona”, se con le sue qualità non ha fatto quattrini o raggiunto una condizione economica ideale o una posizione di successo, è un “fessacchiotto” che al massimo suscita un sentimento di compassione mista a pietà.

Ora, dal momento che – come disse Aristotele circa 2500 anni fa – ogni popolo ha i governanti che si merita, noi abbiamo quelli che meritiamo, avendo un tale culto per la “furbizia”. E la furbizia piace anche se di cognome fa Berlusconi, Matteo Renzi, Luca Lotti, Augusto Minzolini, Calisto Tanzi, Sergio Cragnotti, Boschi, ecc. ecc. … E l’elenco sarebbe così lungo e tedioso da riempire un’intera enciclopedia. Quando i furbi polverizzano i risparmi di migliaia di famiglie, noi: zitti e muti! Quando i furbi cancellano il nostro futuro e quello dei nostri figli, in nome di una finta democrazia, noi anziché indignarci e ribellarci, come sarebbe giusto, comprimiamo la rabbia, salvo veicolarla – per una sorta di rivalsa – verso chi è più sventurato di noi; verso gli immigrati – per esempio – funesta cagion d’ogni male che flagella il nostro “bel Paese”!

La gestione diretta di Alitalia da parte dello Stato è stata un autentico disastro, al cui esito hanno partecipato – indistintamente – tutte le forze sociali e politiche. Nonostante il fiume di denaro pubblico finora profuso – si calcola che, tra il 1974 e il 2014, Alitalia sia costata 7,4 miliardi di soldi pubblici –, l’attuale governo Gentiloni si appresta a varare l’ennesimo salvataggio con un decreto ad hoc per il finanziamento ponte di 600 milioni di euro.

Questo vuol dire che, ancora una volta, a pagare sarà “Pantalone”, senza peraltro che nessuno faccia i nomi dei responsabili e soprattutto ci spieghi com’è stato possibile che una montagna di denaro non sia bastata a impedirne il collasso. Noi cittadini, solo pagare e zitti!

Che fine hanno fatto poi i cosiddetti “capitani coraggiosi”, cui non solo è stata data un’azienda ad un prezzo decisamente inferiore a quello offerto Air France-Klm, ma anche depurata dai debiti, scaricati sulle spalle della collettività (4 miliardi di euro)?

Malgrado le condizioni estremamente favorevoli che sono state loro accordate non solo non hanno risanato la Compagnia aerea, ma l’hanno anche “schettinamente” abbandonata: quando a rischio erano i loro soldi, anziché investire fino all’ultimo euro nella loro azienda per salvarla, molto più astutamente hanno chiesto l’intervento dello Stato. 

Se questi sono i “patrioti”, i “coraggiosi”, i grandi manager, come sarà il resto dell’imprenditoria italiana?  A quanto pare, agli imprenditori italiani piace “vincere facile”! E con una tale imprenditoria qualcuno pensa addirittura che la nostra economia si riprenderebbe uscendo dall’euro? Ma non diciamo cazzate!

I venti cavalieri che hanno privatizzato l'Alitalia, dopo aver preso la polpa, lasciando i debiti ai contribuenti italiani, hanno dato il colpo di grazia a un'azienda che veniva già da decenni di scorrerie e saccheggi. 

E, come se non bastasse,  dobbiamo risorbirci pure le rodomontate colossali di Matteo Renzi che, dopo aver vinto le primarie del Pd, torna di nuovo alla carica e ci dice che con lui Alitalia risorgerà “più bella e più superba che pria”. Come ha già fatto con la vicenda della Banca Etruria e quella del Monte dei Paschi di Siena? 

Se Dio rendesse muti tutti quelli che sparano menzogne e cazzate, mi raserei il capo, indosserei un saio e farei l’asceta, pur di non sentirli più.

martedì 2 maggio 2017

AL PRIMO MAGGIO GLI HAN FATTO LA FESTA

Ma ha ancora senso festeggiare il Primo maggio come festa dei lavoratori? Francamente non capisco cosa ci fosse da festeggiare: il lavoro che non c’è o quello che, quando c’è, è sempre più sfruttato, precario, mal pagato e senza diritti?

Sempre più patetiche le manifestazioni del Primo maggio: i soliti discorsi pronunciati dalle alte cariche dello Stato e dai sindacati nel ribadire i valori del lavoro e della democrazia. Quasi che tutte le riforme del lavoro che si sono succedute dal pacchetto Treu sino al Jobs act di Matteo Renzi si siano materializzate da sole per generazione spontanea.

Qualcuno le ha volute; non le hanno volute certo i lavoratori, ai quali sono state imposte obtorto collo con la promessa di rilanciare l'economia produttiva e i livelli di occupazione nel Paese. Il rilancio dell’economia non c’è stato e neppure l’occupazione: la disoccupazione in Italia è passata dal 6,9% del 2009 al 12% del dicembre 2016. E nonostante i tanto annunciati successi del Jobs Act, le statistiche fotografano una realtà diversa: il precariato continua a crescere e ha raggiunto ormai il suo massimo storico.

Il quadro è sotto gli occhi di tutti, a condizione di non averli foderati di prosciutto: il numero di “lavoratori poveri” aumenta sempre di più, già perché anche chi ha un lavoro resta povero; le diseguaglianze crescono; chi perde il lavoro dopo i 55 anni incontra serie difficoltà a trovarne un altro. Siamo già in una emergenza sociale, ma i nostri politici pare non se ne siano ancora accorti.

Se continua così, presto le condizioni di lavoro non saranno assai dissimili da quelle tratteggiate dal grande Steinbeck in “Furore” che descrive le migliaia e migliaia di americani, in penosa marcia verso la California, alla ricerca di un lavoro sfruttato e mal pagato, in cui ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d'infamia”.

Cosa sarà dei nostri giovani che, sperimentando lunghi periodi di disoccupazione, rischiano di rimanere svantaggiati per il resto della loro vita?

Doveva essere chiaro a tutti che lo spostamento di reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite, avrebbe presto o tardi contribuito alla contrazione della domanda interna: quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, chi è ricco non potrà mai eguagliare la domanda di duecento, trecento o mille lavoratori. Doveva essere chiaro a tutti che aumentare le disuguaglianze tra gli stessi lavoratori avrebbe contribuito a creare conflitti generazionali inediti: anziani meglio tutelati e più ricchi contro giovani sempre meno tutelati e più poveri. Doveva essere chiaro a tutti che la facoltà conferita alle imprese di regolare mediante accordi sindacali locali sia il salario sia altre condizioni del rapporto di lavoro, avrebbe avuto come generale conseguenza un’ulteriore riduzione dei salari reali e con essi la contrazione della domanda interna.

In Italia coloro che guadagnano, pur lavorando, meno di mille euro al mese oscillano tra i sei e i sette milioni di persone. Il salario netto mensile medio  di un lavoratore italiano è pari a circa 1.300 euro. Con un tale salario, una famiglia monoreddito può contare di arrivare a fine mese solo attraverso una contrazione della spesa e uno spostamento dei consumi alimentari verso beni a qualità inferiore.


Cosa c’era dunque da festeggiare ieri: la cancellazione dell’art. 18; le nuove norme sui licenziamenti contenute nel Jobs Act; la precarizzazione crescente; i nuovi salari da poveri; la spietata competizione tra lavoratori per la conservazione del posto di lavoro; la disumanizzazione del lavoro che rende sempre  più simili gli uomini a ingranaggi di una macchina; l’espansione dello sfruttamento che rischia di riportare i nuovi lavoratori a quella condizione di schiavitù dalla quale sembravano essersi emancipati?

domenica 23 aprile 2017

REPORT E LA CAMPAGNA DI DELEGITTIMAZIONE

La puntata di Report, andata in onda lunedì scorso, sui presunti problemi di sicurezza di uno dei vaccini più promettenti degli ultimi anni ha sollevato un autentico vespaio. Report è stato accusato di aver diffuso “paura raccontando bugie”, nonostante il conduttore della trasmissione, Sigfrido Ranucci, nel presentare il servizio, abbia precisato che la puntata non verteva tanto a demonizzare l’uso del vaccino contro l’HPV, quanto informare sulla poca trasparenza esistente sul sistema delle vaccinazioni contro l’HPV. 

L’infezione genitale da Papilloma virus umano (HPV) si trasmette essenzialmente attraverso i rapporti sessuali. È infatti una delle più frequenti malattie sessualmente trasmesse. Nella maggior parte dei casi le lesioni guariscono spontaneamente; negli altri casi è stato osservato che, se non curate, progrediscono lentamente verso forme tumorali del collo dell'utero. L'infezione da Papilloma virus, contratta attraverso rapporti sessuali con partner infetti, è causa di oltre il 90% dei casi diagnosticati di tumore al collo dell'utero. Per contrastare l’ingresso del Papilloma virus nelle cellule del collo dell'utero, la vaccinazione – somministrata prima dell'esposizione al virus – consente di ridurre notevolmente la possibilità di sviluppare una neoplasia maligna. Uno studio, scientifico pubblicato sulla rivista Clinical Infectious Diseases, ha concluso che la protezione offerta dal vaccino, contro le infezioni dai ceppi di HPV e la formazione di lesioni precancerose, è stata valutata intorno al 95% per le donne vaccinate. Poiché il vaccino si rivela totalmente inefficace se assunto dopo aver contratto il virus, l'OMS consiglia la vaccinazione di tutte le ragazze prima dell'inizio dell'attività sessuale. E dato che le statistiche dimostrano che una percentuale non bassa di ragazze ha il primo rapporto sessuale intorno ai 13 anni, l'Italia, come molti Paesi europei, ha stabilito che la vaccinazione debba essere fatta a 12 anni.

Il servizio di Report non ha messo in dubbio l’efficacia dei vaccini HPV. Il conduttore della trasmissione in studio ha infatti premesso: «La prima cosa importante che diciamo è che questa inchiesta non è contro l’utilità dei vaccini, si tratta in tema di prevenzione probabilmente della scoperta più importante degli ultimi 300 anni». Il tema della puntata verteva essenzialmente sulla farmacovigilanza: ovvero cosa accade in caso di reazione avversa al vaccino? «La legge prevede che il medico, appena venuto a conoscenza, debba informare l’ufficio di farmacovigilanza entro 36 ore. Ma in quanti lo fanno?».

Ma tale precisazione non ha impedito che una falange armata sollevasse le proprie spade all’attacco di una delle ormai pochissime trasmissioni televisive che continua, con testarda ostinazione, a fare informazione. Tutti contro Report: governo, Pd e lobby dei farmaci. 

Diceva Voltaire: “Datemi una frase e vi impiccherò un uomo”. E così il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha parlato di “tesi prive di fondamento scientifico”; i parlamentari del Pd di “grave disinformazione”; la Società italiana di virologia di “affermazioni sconcertanti di alcuni medici, ricercatori e soggetti vaccinati”; il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi, di “sospetti faziosi”.

Ma dove sta la disinformazione se la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara che lo 0,07% dei soggetti vaccinati accusa reazioni avverse? Perché bisogna tacere sulle storie di quelle ragazze e delle loro famiglie, che raccontano di aver sviluppato uno stato cronico di malessere dopo il ciclo di vaccini e, soprattutto, delle difficoltà che hanno incontrato nel comunicarlo ai medici e nel far arrivare le loro segnalazioni alla farmacovigilanza? Siamo già “al bavaglio dell’informazione” per impedire che scomode verità vengano alla luce, danneggiando così gli interessi ultramiliardari delle case farmaceutiche?

Dal 2000 al 2013 il valore del mercato dei vaccini è più che quadruplicato, passando da 5 miliardi di dollari a quasi 24 miliardi di dollari, dominato da un oligopolio di quattro imprese multinazionali, che fa schizzare verso l’alto il prezzo dei farmaci. GlaxoSmithKline, Sanofi Pasteur, MerckSharpDohme e Pfizer detengono oltre l’80% in valore delle vendite complessive dei vaccini. Si calcola che solo in Italia, nel biennio 2016-2018 la spesa annua per i vaccini raddoppierà, passando da 300 a 600 milioni di euro. Un aumento legato al crescente numero di vaccinazioni raccomandate.

Il vaccino anti-papilloma virus è tra i più costosi in età pediatrica: il prezzo al pubblico è di 188 euro per una dose. E per il ciclo completo di tre dosi è di 565 euro. Gli ultimi dati disponibili, fino al 2015, parlano di un costo per il Sistema sanitario nazionale di 306 milioni di euro. Non c’è che dire! Dinanzi a tali cifre, è fondato o meno il sospetto che l’introduzione delle vaccinazioni, obbligatorie in alcuni casi per frequentare la scuola, siano – in alcuni casi – più a vantaggio delle case farmaceutiche che dei cittadini?

Nessuno può pensare e vuole credere che le aziende farmaceutiche siano enti di beneficenza. Ma nessuno è disposto a mettere a rischio la propria salute e quella dei propri cari per farle arricchire grazie all’allarme malattie infettive. Nel 2009 l’influenza suina, causata da una variante fino ad allora sconosciuta del virus H1N1, spaventò l’Italia e l’Europa. Si temette un ritorno della spagnola, che alla fine della Prima Guerra Mondiale arrivò ad uccidere circa 50 milioni di persone. Sull'onda della speculazione emotiva, il governo italiano autorizzò l'acquisto di vaccini per 50milioni di euro, rimasti poi inutilizzati, secondo una cinica strategia commerciale: amplificare il pericolo di diffusione e i rischi per l'uomo, per spingere poi le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d'urgenza.

Riguardo le reazioni avverse al vaccino anti-papilloma, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato finora oltre 71mila casi. Ma la stessa OMS stima che solo il 10 per cento di chi ha effetti collaterali li denunci. Pertanto, se quest’ultimo dato fosse vero, il numero dei casi avversi sale a 710mila! Il dottor Sin Hang Lee, Direttore del Laboratorio Molecolare di Milford USA e che da tempo studia le reazioni avverse insorte dopo la somministrazione del vaccino anti-papillomavirus, il 14 gennaio 2016 ha inviato una lettera aperta al Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Dr.ssa Margaret Chan, per denunciare la manipolazione dei dati e la soppressione della verità riguardo la sicurezza del vaccino HPV. In Giappone la vaccinazione è stata sospesa a causa dell’elevato numero di danni segnalati dalle ragazze vaccinate. Il Ministero della Sanità danese, allarmato dai numeri, ha chiesto all’EMA, l’Agenzia Europea dei Medicinali, la revisione del vaccino. 

Ma la dottoressa Enrica Alteri, a capo del Comitato di valutazione dei medicinali per l’Agenzia europea del farmaco, dopo aver studiato i dati, ha concluso che il vaccino si può continuare a somministrare: è da escludersi una correlazione causale tra i vaccini anti-HPV e le due sindromi, Pots (tachicardia posturale ortostatica) e Cprs (sindrome dolorosa regionale complessa). Solo coincidenze!

Noi tutti saremmo però più tranquilli se tra l’EMA e le case farmaceutiche non vi fosse un importante conflitto di interessi: praticamente l’82% delle entrate dell’EMA derivano dalle industrie farmaceutiche, che finanziano anche tutti gli studi clinici. Insomma, i controllori si mantengono di fatto con i soldi dei controllati. Ora, siccome il dossier per un farmaco può essere presentato solo dall’industria farmaceutica, appare ovvio che questa ha interesse a mettere in evidenza gli aspetti positivi e a trascurare quelli negativi. Va da sé che, in assenza di replicazione da parte dell’EMA dei dati forniti dalle aziende farmaceutiche, i benefici risultano sempre prevalenti sui rischi.

Se poi il più importante farmacologo italiano, Silvio Garattini, conferma che nel sistema della farmacovigilanza vi sono delle criticità, proponendo da tempo, sul modello dei ricercatori danesi e del professor Shoenfeld in Israele, che almeno uno degli studi clinici prima dell’immissione di un farmaco sul mercato, venga fatto da un ente indipendente, come cittadini dobbiamo conoscerli o no questi retroscena? Evidentemente per il governo, per il Pd e per le lobby del farmaco, la risposta è no, perché potrebbero creare inutili allarmismi e fornire un’immagine negativa dei vaccini.

È importante ricordare che quando gli interessi economici in gioco sono così importanti, non si possono escludere tout court pressioni delle multinazionali sul potere politico nelle scelte di sanità pubblica. E questo è tanto ovvio quanto risaputo. Il mercato dei vaccini in Italia è un affare da 300 milioni, destinato presto a salire a 600 milioni. La multinazionale britannica del farmaco, la GlaxoSmithKline (Gsk) conta di incrementare il proprio business nel nostro Paese, grazie alla grande risonanza data dai mass media sui casi di meningite meningococcica e alla conseguente campagna di vaccinazione. Quello che l’informazione “ufficiale” non si è mai preoccupata di dire è che in Italia l’incidenza della meningite da meningococco è minore rispetto al resto d’Europa: ogni anno vengono segnalati circa 200 casi, pari a 3 casi per milione di abitanti; la media europea è di 14 casi per milione. Comunque sia, il procurato allarme ha spiegato i suoi effetti e le industrie farmaceutiche ringraziano.

Appare evidente – al di là del fatto dell’utilità indiscussa di alcuni vaccini – che promuovere campagne vaccinali anche per l’unghia incarnita è un affare colossale. E la censura operata dai big del farmaco punta a ridurre al silenzio le inchieste “scomode” come quella di Report dello scorso lunedì. Per le industrie farmaceutiche dovremmo vaccinarci per ogni malattia e lo sbandierato successo delle vaccinazioni si basa più sui loro studi che su quelli condotti da enti indipendenti. E non è certo solo un caso che, quando gli stuti sono stati condotti da enti di ricerca indipendenti, siano saltati i potenziali effetti nocivi dei vaccini. La tanto decantata sicurezza dei vaccini è solo un miraggio fuorviante ed illusorio, basata fondamentalmente su "teorie" che si danno per scontate, senza controllarle.

Per la trasmissione Report si cerca solo un pretesto per ridurla al silenzio. E il “casus belli” si è appalesato attribuendo alla trasmissione quello che non era sua intenzione né dire né fare: una campagna di demonizzazione contro i vaccini in genere. Insomma, colpirne uno per educarne cento. Perché in Italia non si vuole un’informazione libera, ma un’informazione addomesticata ai diktat del potere. E quando si tratta di potenti, tutti proni al loro servizio al grido: «L’inchiesta della trasmissione “Report” riguardante il vaccino contro il papilloma virus (Hpv) ha rappresentato un grave atto di disinformazione … Falsità intollerabili». 

Se diffondere la paura raccontando bugie è un atto grave e intollerabile, lo è anche nascondere la verità. Se un’inchiesta giornalistica dice che non tutti i controlli sulla sicurezza dei vaccini sono fatti a regola d’arte, mi attendo che il governo e una parte del mondo scientifico accendano i riflettori su come funzionano le multinazionali del farmaco e gli enti di controllo preposti alla sua sicurezza; non un’alzata di scudi a difesa della loro non sempre specchiata onestà. È intollerabile come politici e testate giornalistiche si siano alacremente impegnati in una campagna denigratoria contro uno dei migliori programmi d'informazione, citando come argomenti accusatori e aggravanti solo frammenti di notizie. 

La comunità scientifica, quella seria e non al soldo di questa o quella casa farmaceutica, sa che le vaccinazioni costituiscono il capitolo più misterioso della storia della medicina. Prove inoppugnabili che ne dimostrino la reale efficacia non sono ancora state trovate: solo dati statistici. Ma questi dati, presi dalle statistiche ufficiali dell'OMS, potrebbero essere più ascrivibili al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e dell'alimentazione, piuttosto che alla protezione indotta dai vaccini. Ma le vaccinazioni sono state pubblicizzate così abilmente e aggressivamente, che chiunque vi si opponga è considerato alla stregua di un eretico al tempo dell’inquisizione. E il pediatra che osasse contestarle equivarrebbe a un prete che negasse il dogma dell'infallibilità del papa. 

La parzialità delle notizie che arrivano ai cittadini e insinua dubbi sulla pioggia di rassicurazioni che accompagnano sempre i ritrovati medico-farmaceutici, non dovrebbe scatenare un atteggiamento di caccia alle streghe, una campagna di delegittimazione e denigrazione contro chi queste cose – in un mondo di lecchini, adulatori e lustrascarpe dei potenti – ha ancora il coraggio di denunciarle. Mettere a tacere le voci fuori dal coro è sempre stata l’arma usata dagli “oppressori” contro gli “oppressi”.

Non si può bollare la trasmissione di Report, come ha fatto la ministra Lorenzin: «Diffondere paura propugnando tesi prive di fondamento e anti scientifiche è un atto di grave disinformazione». E poi restare in silenzio alla domanda formulata da Report – fin dal 2016 – circa la posizione di quel funzionario beccato con la mazzetta e poi promosso. Quel funzionario è Pasqualino Rossi, promosso dal ministero della Salute alla Rappresentanza permanente dell’Italia presso l’UE.

Pasqualino Rossi nel 2008, quando rivestiva il ruolo di dirigente dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), fu sottoposto ad arresto dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello, per aver passato “informazioni riservate agli informatori farmaceutici e agevolato le pratiche per l’approvazione dei farmaci in commercio”. Questa attività sarebbe stata ricompensata con denaro e regali. Esiste un video dei Nas che mostra il passaggio di mano di una bustarella da parte di un dirigente di una società farmaceutica a Rossi. Ma poiché in Italia i ricchi e i potenti sono sempre brave persone e non vanno mai a finire in galera, il Tribunale di Roma nel settembre del 2015 ha emesso la sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Rossi e di tutti gli imputati. E così Pasqualino Rossi dopo aver intascato mazzette, fregandosene altamente della tutela della salute pubblica, anziché essere stato rimosso è stato pure assegnato, dopo la sentenza di non luogo a procedere per decorsi termini di prescrizione, dal ministero della Salute alla Rappresentanza permanente dell’Italia presso l’Unione Europea. 

Per quali merito ha ottenuto tale incarico? Non è dato saperlo: la ministra tace.

I deputati del M5S nell'interrogazione a prima firma Andrea Vallascas hanno posto un’interrogazione parlamentare per conoscere quali siano stati iter, criteri e requisiti, per la selezione e designazione del dirigente per l’incarico presso la rappresentanza. La ministra Lorenzin risponde che c'è un'opportunità politica che va oltre quella giudiziaria. Quale? Forse le lobby del farmaco, con le quali il dirigente ha intrattenuto ottime relazioni? E se così fosse, chi ci assicura poi che i criteri di oggettività assoluta, che dovrebbero guidare la medicina, non siano poi piegati a ragioni estranee alla tutela della salute dei cittadini?

Raccontare agli italiani anche verità che non piacciono alla “casta” è un dovere non solo di qualche eroico giornalista, ma di tutta la categoria degli operatori dell’informazione pubblica. Ai politici italiani, che godono privilegi più compatibili con una monarchia assoluta che con una democrazia, occorrerebbe ricordare la sentenza 105/1972 della Corte Costituzionale. 

La libertà d’informazione, in un “regime di libera democrazia”, implica “la pluralità delle fonti di informazione, il libero accesso alle medesime, l’assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla circolazione delle notizie e delle idee”.

domenica 16 aprile 2017

ROBERTO BENIGNI DIFFIDA REPORT

C’è un’inchiesta che riguarda l’investimento di Benigni a Papigno, una frazione del Comune di Terni. La trasmissione televisiva Report, condotta ora da Sigfrido Ranucci, successore di Milena Gabanelli, ci ha messo il naso e domani dovrebbe andare in onda.

Appena vista l’anticipazione, al termine della puntata di lunedì scorso, Roberto Benigni ha fatto scrivere dal suo avvocato una lettera per diffidare la Rai dal mandare in onda il servizio.

La puntata di domani narrerà la vicenda degli studi di Papigno nell’Umbria, dove Benigni ha girato “La vita è bella” e il meno fortunato “Pinocchio”. 

Pare che il suo progetto fosse quello di fare di Papigno un polo cinematografico simile, se non più importante, a quello di Cinecittà. 

Sembra però che l’impresa si riveli un flop, malgrado investimenti pubblici, tra fondi europei, statali e locali, che Report stima in 16 milioni di euro. E Papigno si trasforma in breve in un pozzo senza fondo: Roberto Benigni e la consorte, Nicoletta Braschi, accumulano – secondo Report – un passivo di ben 5 milioni di euro.

Dinanzi a un tale passivo, la società Cinecittà Studios, di Abete, De Laurentiis e Della Valle, rileva gli studi e si fa carico dei debiti di Benigni, senza però rilanciare Papigno. A Papigno non solo non si gira più un film, ma scompaiono anche i posti di lavoro (almeno 200 secondo l’indagine Report).

Dove sta l’intrallazzo?

L’intrallazzo sta nel fatto che presto Cinecittà tornerà in mani pubbliche. E tutti i guasti si riverseranno ancora una volta sulla collettività, secondo la prassi inveterata della privatizzazione dei profitti e collettivizzazione delle perdite. Troppo semplice e facile fare l’imprenditore in Italia, quando fai parte del cerchio magico: se le cose vanno bene il merito è tuo e intaschi; quando vanno male lasci il conto da pagare allo Stato. Così ora oltre all’imponente mole di debiti accumulati da Abete e soci, lo Stato si ritroverà sul groppone anche l’investimento in perdita di Benigni e Braschi. È forse questa la ragione dell’endorsement di Roberto Benigni a Renzi sul passato referendum costituzionale?

L’ambiguità di certi personaggi è ben più profonda di quanto possa apparire in un primo momento, pronti a liberarsi della propria coscienza quando sia di impaccio. Nel 2011, quando la minaccia della censura berlusconiana aleggiava sulla Rai, Roberto Benigni fu tra i primi firmatari di un appello lanciato da Articolo 21 che si intitolava “Nessuno tocchi Report”, ritenendolo il programma di approfondimento giornalistico con i più alti riconoscimenti sia in Italia che all'estero. Contro ogni bavaglio, la trasmissione Report, che conta oltre 150 querele, con richieste di risarcimento danni per 60 milioni di euro, si è sempre battuta per affermare i principi contenuti nell’articolo 21 della Costituzione, quello dedicato alla libertà di stampa e di espressione. E che proprio Benigni, in altri tempi, definiva la più bella del mondo.