La puntata di Report, andata in onda lunedì scorso, sui presunti problemi di sicurezza di uno dei vaccini più promettenti degli ultimi anni ha sollevato un autentico vespaio. Report è stato accusato di aver diffuso “paura raccontando bugie”, nonostante il conduttore della trasmissione, Sigfrido Ranucci, nel presentare il servizio, abbia precisato che la puntata non verteva tanto a demonizzare l’uso del vaccino contro l’HPV, quanto informare sulla poca trasparenza esistente sul sistema delle vaccinazioni contro l’HPV.
L’infezione genitale da Papilloma virus umano (HPV) si trasmette essenzialmente attraverso i rapporti sessuali. È infatti una delle più frequenti malattie sessualmente trasmesse. Nella maggior parte dei casi le lesioni guariscono spontaneamente; negli altri casi è stato osservato che, se non curate, progrediscono lentamente verso forme tumorali del collo dell'utero. L'infezione da Papilloma virus, contratta attraverso rapporti sessuali con partner infetti, è causa di oltre il 90% dei casi diagnosticati di tumore al collo dell'utero. Per contrastare l’ingresso del Papilloma virus nelle cellule del collo dell'utero, la vaccinazione – somministrata prima dell'esposizione al virus – consente di ridurre notevolmente la possibilità di sviluppare una neoplasia maligna. Uno studio, scientifico pubblicato sulla rivista Clinical Infectious Diseases, ha concluso che la protezione offerta dal vaccino, contro le infezioni dai ceppi di HPV e la formazione di lesioni precancerose, è stata valutata intorno al 95% per le donne vaccinate. Poiché il vaccino si rivela totalmente inefficace se assunto dopo aver contratto il virus, l'OMS consiglia la vaccinazione di tutte le ragazze prima dell'inizio dell'attività sessuale. E dato che le statistiche dimostrano che una percentuale non bassa di ragazze ha il primo rapporto sessuale intorno ai 13 anni, l'Italia, come molti Paesi europei, ha stabilito che la vaccinazione debba essere fatta a 12 anni.
Il servizio di Report non ha messo in dubbio l’efficacia dei vaccini HPV. Il conduttore della trasmissione in studio ha infatti premesso: «La prima cosa importante che diciamo è che questa inchiesta non è contro l’utilità dei vaccini, si tratta in tema di prevenzione probabilmente della scoperta più importante degli ultimi 300 anni». Il tema della puntata verteva essenzialmente sulla farmacovigilanza: ovvero cosa accade in caso di reazione avversa al vaccino? «La legge prevede che il medico, appena venuto a conoscenza, debba informare l’ufficio di farmacovigilanza entro 36 ore. Ma in quanti lo fanno?».
Ma tale precisazione non ha impedito che una falange armata sollevasse le proprie spade all’attacco di una delle ormai pochissime trasmissioni televisive che continua, con testarda ostinazione, a fare informazione. Tutti contro Report: governo, Pd e lobby dei farmaci.
Diceva Voltaire: “Datemi una frase e vi impiccherò un uomo”. E così il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha parlato di “tesi prive di fondamento scientifico”; i parlamentari del Pd di “grave disinformazione”; la Società italiana di virologia di “affermazioni sconcertanti di alcuni medici, ricercatori e soggetti vaccinati”; il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi, di “sospetti faziosi”.
Ma dove sta la disinformazione se la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara che lo 0,07% dei soggetti vaccinati accusa reazioni avverse? Perché bisogna tacere sulle storie di quelle ragazze e delle loro famiglie, che raccontano di aver sviluppato uno stato cronico di malessere dopo il ciclo di vaccini e, soprattutto, delle difficoltà che hanno incontrato nel comunicarlo ai medici e nel far arrivare le loro segnalazioni alla farmacovigilanza? Siamo già “al bavaglio dell’informazione” per impedire che scomode verità vengano alla luce, danneggiando così gli interessi ultramiliardari delle case farmaceutiche?
Dal 2000 al 2013 il valore del mercato dei vaccini è più che quadruplicato, passando da 5 miliardi di dollari a quasi 24 miliardi di dollari, dominato da un oligopolio di quattro imprese multinazionali, che fa schizzare verso l’alto il prezzo dei farmaci. GlaxoSmithKline, Sanofi Pasteur, MerckSharpDohme e Pfizer detengono oltre l’80% in valore delle vendite complessive dei vaccini. Si calcola che solo in Italia, nel biennio 2016-2018 la spesa annua per i vaccini raddoppierà, passando da 300 a 600 milioni di euro. Un aumento legato al crescente numero di vaccinazioni raccomandate.
Il vaccino anti-papilloma virus è tra i più costosi in età pediatrica: il prezzo al pubblico è di 188 euro per una dose. E per il ciclo completo di tre dosi è di 565 euro. Gli ultimi dati disponibili, fino al 2015, parlano di un costo per il Sistema sanitario nazionale di 306 milioni di euro. Non c’è che dire! Dinanzi a tali cifre, è fondato o meno il sospetto che l’introduzione delle vaccinazioni, obbligatorie in alcuni casi per frequentare la scuola, siano – in alcuni casi – più a vantaggio delle case farmaceutiche che dei cittadini?
Nessuno può pensare e vuole credere che le aziende farmaceutiche siano enti di beneficenza. Ma nessuno è disposto a mettere a rischio la propria salute e quella dei propri cari per farle arricchire grazie all’allarme malattie infettive. Nel 2009 l’influenza suina, causata da una variante fino ad allora sconosciuta del virus H1N1, spaventò l’Italia e l’Europa. Si temette un ritorno della spagnola, che alla fine della Prima Guerra Mondiale arrivò ad uccidere circa 50 milioni di persone. Sull'onda della speculazione emotiva, il governo italiano autorizzò l'acquisto di vaccini per 50milioni di euro, rimasti poi inutilizzati, secondo una cinica strategia commerciale: amplificare il pericolo di diffusione e i rischi per l'uomo, per spingere poi le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d'urgenza.
Riguardo le reazioni avverse al vaccino anti-papilloma, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato finora oltre 71mila casi. Ma la stessa OMS stima che solo il 10 per cento di chi ha effetti collaterali li denunci. Pertanto, se quest’ultimo dato fosse vero, il numero dei casi avversi sale a 710mila! Il dottor Sin Hang Lee, Direttore del Laboratorio Molecolare di Milford USA e che da tempo studia le reazioni avverse insorte dopo la somministrazione del vaccino anti-papillomavirus, il 14 gennaio 2016 ha inviato una lettera aperta al Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Dr.ssa Margaret Chan, per denunciare la manipolazione dei dati e la soppressione della verità riguardo la sicurezza del vaccino HPV. In Giappone la vaccinazione è stata sospesa a causa dell’elevato numero di danni segnalati dalle ragazze vaccinate. Il Ministero della Sanità danese, allarmato dai numeri, ha chiesto all’EMA, l’Agenzia Europea dei Medicinali, la revisione del vaccino.
Ma la dottoressa Enrica Alteri, a capo del Comitato di valutazione dei medicinali per l’Agenzia europea del farmaco, dopo aver studiato i dati, ha concluso che il vaccino si può continuare a somministrare: è da escludersi una correlazione causale tra i vaccini anti-HPV e le due sindromi, Pots (tachicardia posturale ortostatica) e Cprs (sindrome dolorosa regionale complessa). Solo coincidenze!
Noi tutti saremmo però più tranquilli se tra l’EMA e le case farmaceutiche non vi fosse un importante conflitto di interessi: praticamente l’82% delle entrate dell’EMA derivano dalle industrie farmaceutiche, che finanziano anche tutti gli studi clinici. Insomma, i controllori si mantengono di fatto con i soldi dei controllati. Ora, siccome il dossier per un farmaco può essere presentato solo dall’industria farmaceutica, appare ovvio che questa ha interesse a mettere in evidenza gli aspetti positivi e a trascurare quelli negativi. Va da sé che, in assenza di replicazione da parte dell’EMA dei dati forniti dalle aziende farmaceutiche, i benefici risultano sempre prevalenti sui rischi.
Se poi il più importante farmacologo italiano, Silvio Garattini, conferma che nel sistema della farmacovigilanza vi sono delle criticità, proponendo da tempo, sul modello dei ricercatori danesi e del professor Shoenfeld in Israele, che almeno uno degli studi clinici prima dell’immissione di un farmaco sul mercato, venga fatto da un ente indipendente, come cittadini dobbiamo conoscerli o no questi retroscena? Evidentemente per il governo, per il Pd e per le lobby del farmaco, la risposta è no, perché potrebbero creare inutili allarmismi e fornire un’immagine negativa dei vaccini.
È importante ricordare che quando gli interessi economici in gioco sono così importanti, non si possono escludere tout court pressioni delle multinazionali sul potere politico nelle scelte di sanità pubblica. E questo è tanto ovvio quanto risaputo. Il mercato dei vaccini in Italia è un affare da 300 milioni, destinato presto a salire a 600 milioni. La multinazionale britannica del farmaco, la GlaxoSmithKline (Gsk) conta di incrementare il proprio business nel nostro Paese, grazie alla grande risonanza data dai mass media sui casi di meningite meningococcica e alla conseguente campagna di vaccinazione. Quello che l’informazione “ufficiale” non si è mai preoccupata di dire è che in Italia l’incidenza della meningite da meningococco è minore rispetto al resto d’Europa: ogni anno vengono segnalati circa 200 casi, pari a 3 casi per milione di abitanti; la media europea è di 14 casi per milione. Comunque sia, il procurato allarme ha spiegato i suoi effetti e le industrie farmaceutiche ringraziano.
Appare evidente – al di là del fatto dell’utilità indiscussa di alcuni vaccini – che promuovere campagne vaccinali anche per l’unghia incarnita è un affare colossale. E la censura operata dai big del farmaco punta a ridurre al silenzio le inchieste “scomode” come quella di Report dello scorso lunedì. Per le industrie farmaceutiche dovremmo vaccinarci per ogni malattia e lo sbandierato successo delle vaccinazioni si basa più sui loro studi che su quelli condotti da enti indipendenti. E non è certo solo un caso che, quando gli stuti sono stati condotti da enti di ricerca indipendenti, siano saltati i potenziali effetti nocivi dei vaccini. La tanto decantata sicurezza dei vaccini è solo un miraggio fuorviante ed illusorio, basata fondamentalmente su "teorie" che si danno per scontate, senza controllarle.
Per la trasmissione Report si cerca solo un pretesto per ridurla al silenzio. E il “casus belli” si è appalesato attribuendo alla trasmissione quello che non era sua intenzione né dire né fare: una campagna di demonizzazione contro i vaccini in genere. Insomma, colpirne uno per educarne cento. Perché in Italia non si vuole un’informazione libera, ma un’informazione addomesticata ai diktat del potere. E quando si tratta di potenti, tutti proni al loro servizio al grido: «L’inchiesta della trasmissione “Report” riguardante il vaccino contro il papilloma virus (Hpv) ha rappresentato un grave atto di disinformazione … Falsità intollerabili».
Se diffondere la paura raccontando bugie è un atto grave e intollerabile, lo è anche nascondere la verità. Se un’inchiesta giornalistica dice che non tutti i controlli sulla sicurezza dei vaccini sono fatti a regola d’arte, mi attendo che il governo e una parte del mondo scientifico accendano i riflettori su come funzionano le multinazionali del farmaco e gli enti di controllo preposti alla sua sicurezza; non un’alzata di scudi a difesa della loro non sempre specchiata onestà. È intollerabile come politici e testate giornalistiche si siano alacremente impegnati in una campagna denigratoria contro uno dei migliori programmi d'informazione, citando come argomenti accusatori e aggravanti solo frammenti di notizie.
La comunità scientifica, quella seria e non al soldo di questa o quella casa farmaceutica, sa che le vaccinazioni costituiscono il capitolo più misterioso della storia della medicina. Prove inoppugnabili che ne dimostrino la reale efficacia non sono ancora state trovate: solo dati statistici. Ma questi dati, presi dalle statistiche ufficiali dell'OMS, potrebbero essere più ascrivibili al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e dell'alimentazione, piuttosto che alla protezione indotta dai vaccini. Ma le vaccinazioni sono state pubblicizzate così abilmente e aggressivamente, che chiunque vi si opponga è considerato alla stregua di un eretico al tempo dell’inquisizione. E il pediatra che osasse contestarle equivarrebbe a un prete che negasse il dogma dell'infallibilità del papa.
La parzialità delle notizie che arrivano ai cittadini e insinua dubbi sulla pioggia di rassicurazioni che accompagnano sempre i ritrovati medico-farmaceutici, non dovrebbe scatenare un atteggiamento di caccia alle streghe, una campagna di delegittimazione e denigrazione contro chi queste cose – in un mondo di lecchini, adulatori e lustrascarpe dei potenti – ha ancora il coraggio di denunciarle. Mettere a tacere le voci fuori dal coro è sempre stata l’arma usata dagli “oppressori” contro gli “oppressi”.
Non si può bollare la trasmissione di Report, come ha fatto la ministra Lorenzin: «Diffondere paura propugnando tesi prive di fondamento e anti scientifiche è un atto di grave disinformazione». E poi restare in silenzio alla domanda formulata da Report – fin dal 2016 – circa la posizione di quel funzionario beccato con la mazzetta e poi promosso. Quel funzionario è Pasqualino Rossi, promosso dal ministero della Salute alla Rappresentanza permanente dell’Italia presso l’UE.
Pasqualino Rossi nel 2008, quando rivestiva il ruolo di dirigente dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), fu sottoposto ad arresto dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello, per aver passato “informazioni riservate agli informatori farmaceutici e agevolato le pratiche per l’approvazione dei farmaci in commercio”. Questa attività sarebbe stata ricompensata con denaro e regali. Esiste un video dei Nas che mostra il passaggio di mano di una bustarella da parte di un dirigente di una società farmaceutica a Rossi. Ma poiché in Italia i ricchi e i potenti sono sempre brave persone e non vanno mai a finire in galera, il Tribunale di Roma nel settembre del 2015 ha emesso la sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Rossi e di tutti gli imputati. E così Pasqualino Rossi dopo aver intascato mazzette, fregandosene altamente della tutela della salute pubblica, anziché essere stato rimosso è stato pure assegnato, dopo la sentenza di non luogo a procedere per decorsi termini di prescrizione, dal ministero della Salute alla Rappresentanza permanente dell’Italia presso l’Unione Europea.
Per quali merito ha ottenuto tale incarico? Non è dato saperlo: la ministra tace.
I deputati del M5S nell'interrogazione a prima firma Andrea Vallascas hanno posto un’interrogazione parlamentare per conoscere quali siano stati iter, criteri e requisiti, per la selezione e designazione del dirigente per l’incarico presso la rappresentanza. La ministra Lorenzin risponde che c'è un'opportunità politica che va oltre quella giudiziaria. Quale? Forse le lobby del farmaco, con le quali il dirigente ha intrattenuto ottime relazioni? E se così fosse, chi ci assicura poi che i criteri di oggettività assoluta, che dovrebbero guidare la medicina, non siano poi piegati a ragioni estranee alla tutela della salute dei cittadini?
Raccontare agli italiani anche verità che non piacciono alla “casta” è un dovere non solo di qualche eroico giornalista, ma di tutta la categoria degli operatori dell’informazione pubblica. Ai politici italiani, che godono privilegi più compatibili con una monarchia assoluta che con una democrazia, occorrerebbe ricordare la sentenza 105/1972 della Corte Costituzionale.
La libertà d’informazione, in un “regime di libera democrazia”, implica “la pluralità delle fonti di informazione, il libero accesso alle medesime, l’assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla circolazione delle notizie e delle idee”.
Nessun commento:
Posta un commento