Quello che in altri paesi civili è considerato un disvalore, in Italia è un tratto distintivo – assunto come carattere positivo – da tutti gli altri che sono i “fessi”. Poiché nessuno vuol essere “fesso”, ciascuno farà a gara per essere più furbo dell’altro. E così ci sarà sempre uno più furbo dell’altro e un fesso più fesso dell’altro. Poiché, come dicevo, la furbizia nel nostro Paese è un valore, accade che i furbi anziché essere messi all’indice dalla generale esecrazione popolare, sono fatti al contrario oggetto di stima e di ammirazione. Si dice infatti di uno “in gamba” che è un “gran furbo”, non certo una brava persona: generosa, colta, intelligente, sensibile. Il “gran furbo” è un soggetto da imitare; la “brava persona”, se con le sue qualità non ha fatto quattrini o raggiunto una condizione economica ideale o una posizione di successo, è un “fessacchiotto” che al massimo suscita un sentimento di compassione mista a pietà.
Ora, dal momento che – come disse Aristotele circa 2500 anni fa – ogni popolo ha i governanti che si merita, noi abbiamo quelli che meritiamo, avendo un tale culto per la “furbizia”. E la furbizia piace anche se di cognome fa Berlusconi, Matteo Renzi, Luca Lotti, Augusto Minzolini, Calisto Tanzi, Sergio Cragnotti, Boschi, ecc. ecc. … E l’elenco sarebbe così lungo e tedioso da riempire un’intera enciclopedia. Quando i furbi polverizzano i risparmi di migliaia di famiglie, noi: zitti e muti! Quando i furbi cancellano il nostro futuro e quello dei nostri figli, in nome di una finta democrazia, noi anziché indignarci e ribellarci, come sarebbe giusto, comprimiamo la rabbia, salvo veicolarla – per una sorta di rivalsa – verso chi è più sventurato di noi; verso gli immigrati – per esempio – funesta cagion d’ogni male che flagella il nostro “bel Paese”!
La gestione diretta di Alitalia da parte dello Stato è stata un autentico disastro, al cui esito hanno partecipato – indistintamente – tutte le forze sociali e politiche. Nonostante il fiume di denaro pubblico finora profuso – si calcola che, tra il 1974 e il 2014, Alitalia sia costata 7,4 miliardi di soldi pubblici –, l’attuale governo Gentiloni si appresta a varare l’ennesimo salvataggio con un decreto ad hoc per il finanziamento ponte di 600 milioni di euro.
Questo vuol dire che, ancora una volta, a pagare sarà “Pantalone”, senza peraltro che nessuno faccia i nomi dei responsabili e soprattutto ci spieghi com’è stato possibile che una montagna di denaro non sia bastata a impedirne il collasso. Noi cittadini, solo pagare e zitti!
Che fine hanno fatto poi i cosiddetti “capitani coraggiosi”, cui non solo è stata data un’azienda ad un prezzo decisamente inferiore a quello offerto Air France-Klm, ma anche depurata dai debiti, scaricati sulle spalle della collettività (4 miliardi di euro)?
Malgrado le condizioni estremamente favorevoli che sono state loro accordate non solo non hanno risanato la Compagnia aerea, ma l’hanno anche “schettinamente” abbandonata: quando a rischio erano i loro soldi, anziché investire fino all’ultimo euro nella loro azienda per salvarla, molto più astutamente hanno chiesto l’intervento dello Stato.
Se questi sono i “patrioti”, i “coraggiosi”, i grandi manager, come sarà il resto dell’imprenditoria italiana? A quanto pare, agli imprenditori italiani piace “vincere facile”! E con una tale imprenditoria qualcuno pensa addirittura che la nostra economia si riprenderebbe uscendo dall’euro? Ma non diciamo cazzate!
I venti cavalieri che hanno privatizzato l'Alitalia, dopo aver preso la polpa, lasciando i debiti ai contribuenti italiani, hanno dato il colpo di grazia a un'azienda che veniva già da decenni di scorrerie e saccheggi.
E, come se non bastasse, dobbiamo risorbirci pure le rodomontate colossali di Matteo Renzi che, dopo aver vinto le primarie del Pd, torna di nuovo alla carica e ci dice che con lui Alitalia risorgerà “più bella e più superba che pria”. Come ha già fatto con la vicenda della Banca Etruria e quella del Monte dei Paschi di Siena?
Se Dio rendesse muti tutti quelli che sparano menzogne e cazzate, mi raserei il capo, indosserei un saio e farei l’asceta, pur di non sentirli più.
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