C’è un’inchiesta che riguarda l’investimento di Benigni a
Papigno, una frazione del Comune di Terni. La trasmissione televisiva Report, condotta
ora da Sigfrido Ranucci, successore di Milena Gabanelli, ci ha messo il naso e
domani dovrebbe andare in onda.
Appena vista l’anticipazione, al termine della puntata di
lunedì scorso, Roberto Benigni ha fatto scrivere dal suo avvocato una lettera
per diffidare la Rai dal mandare in onda il servizio.
La puntata di domani narrerà la vicenda degli studi
di Papigno nell’Umbria, dove Benigni ha girato “La vita è bella” e il meno fortunato
“Pinocchio”.
Pare che il suo progetto fosse quello di fare di Papigno un polo
cinematografico simile, se non più importante, a quello di Cinecittà.
Sembra però che l’impresa si riveli un flop, malgrado investimenti pubblici,
tra fondi europei, statali e locali, che Report stima in 16 milioni di euro. E Papigno
si trasforma in breve in un pozzo senza fondo: Roberto Benigni e la consorte,
Nicoletta Braschi, accumulano – secondo Report – un passivo di ben 5 milioni di
euro.
Dinanzi a un tale passivo, la società Cinecittà Studios, di
Abete, De Laurentiis e Della Valle, rileva gli studi e si fa carico dei debiti
di Benigni, senza però rilanciare Papigno. A Papigno non solo non si gira più un film, ma scompaiono anche i posti di lavoro (almeno 200 secondo l’indagine Report).
Dove sta l’intrallazzo?
L’intrallazzo sta nel fatto che presto Cinecittà tornerà in
mani pubbliche. E tutti i guasti si riverseranno ancora una volta sulla collettività,
secondo la prassi inveterata della privatizzazione dei profitti e collettivizzazione
delle perdite. Troppo semplice e facile fare l’imprenditore in Italia, quando
fai parte del cerchio magico: se le cose vanno bene il merito è tuo e intaschi;
quando vanno male lasci il conto da pagare allo Stato. Così ora oltre all’imponente
mole di debiti accumulati da Abete e soci, lo Stato si ritroverà sul groppone
anche l’investimento in perdita di Benigni e Braschi. È forse questa la ragione dell’endorsement di
Roberto Benigni a Renzi sul passato referendum costituzionale?
L’ambiguità di certi personaggi è ben più profonda di quanto
possa apparire in un primo momento, pronti a liberarsi della propria coscienza
quando sia di impaccio. Nel 2011, quando la minaccia della censura berlusconiana
aleggiava sulla Rai, Roberto Benigni fu tra i primi firmatari di un appello
lanciato da Articolo 21 che si intitolava “Nessuno tocchi Report”, ritenendolo
il programma di approfondimento giornalistico con i più alti riconoscimenti sia
in Italia che all'estero. Contro ogni bavaglio, la trasmissione Report, che conta
oltre 150 querele, con richieste di risarcimento danni per 60 milioni di euro, si
è sempre battuta per affermare i principi contenuti nell’articolo 21 della Costituzione,
quello dedicato alla libertà di stampa e di espressione. E che proprio Benigni,
in altri tempi, definiva la più bella del mondo.
Nessun commento:
Posta un commento