Ma ha ancora senso festeggiare il Primo maggio come festa
dei lavoratori? Francamente non capisco cosa ci fosse da festeggiare: il lavoro
che non c’è o quello che, quando c’è, è sempre più sfruttato, precario, mal
pagato e senza diritti?
Sempre più patetiche le manifestazioni del Primo maggio: i
soliti discorsi pronunciati dalle alte cariche dello Stato e dai sindacati nel
ribadire i valori del lavoro e della democrazia. Quasi che tutte le riforme del
lavoro che si sono succedute dal pacchetto Treu sino al Jobs act di Matteo Renzi
si siano materializzate da sole per generazione spontanea.
Qualcuno le ha volute; non le hanno volute certo i
lavoratori, ai quali sono state imposte obtorto collo con la promessa di rilanciare
l'economia produttiva e i livelli di occupazione nel Paese. Il rilancio dell’economia
non c’è stato e neppure l’occupazione: la disoccupazione in Italia è passata
dal 6,9% del 2009 al 12% del dicembre 2016. E nonostante i tanto annunciati
successi del Jobs Act, le statistiche fotografano una realtà diversa: il
precariato continua a crescere e ha raggiunto ormai il suo massimo storico.
Il quadro è sotto gli occhi di tutti, a condizione di non
averli foderati di prosciutto: il numero di “lavoratori poveri” aumenta sempre
di più, già perché anche chi ha un lavoro resta povero; le diseguaglianze
crescono; chi perde il lavoro dopo i 55 anni incontra serie difficoltà a
trovarne un altro. Siamo già in una emergenza sociale, ma i nostri politici pare
non se ne siano ancora accorti.
Se continua così, presto le condizioni di lavoro non saranno
assai dissimili da quelle tratteggiate dal grande Steinbeck in “Furore” che
descrive le migliaia e migliaia di americani, in penosa marcia verso la
California, alla ricerca di un lavoro sfruttato e mal pagato, in cui ciascuno
porta con sé la propria miseria “come un marchio d'infamia”.
Cosa sarà dei nostri giovani che, sperimentando lunghi
periodi di disoccupazione, rischiano di rimanere svantaggiati per il resto
della loro vita?
Doveva essere chiaro a tutti che lo spostamento di reddito
dal lavoro ai profitti e alle rendite, avrebbe presto o tardi contribuito alla
contrazione della domanda interna: quanto a consumi quotidiani, dagli
alimentari ai trasporti, chi è ricco non potrà mai eguagliare la domanda di
duecento, trecento o mille lavoratori. Doveva essere chiaro a tutti che
aumentare le disuguaglianze tra gli stessi lavoratori avrebbe contribuito a
creare conflitti generazionali inediti: anziani meglio tutelati e più ricchi contro
giovani sempre meno tutelati e più poveri. Doveva essere chiaro a tutti che la
facoltà conferita alle imprese di regolare mediante accordi sindacali locali
sia il salario sia altre condizioni del rapporto di lavoro, avrebbe avuto come
generale conseguenza un’ulteriore riduzione dei salari reali e con essi la
contrazione della domanda interna.
In Italia coloro che guadagnano, pur lavorando, meno di mille
euro al mese oscillano tra i sei e i sette milioni di persone. Il salario netto
mensile medio di un lavoratore italiano
è pari a circa 1.300 euro. Con un tale salario, una famiglia monoreddito può
contare di arrivare a fine mese solo attraverso una contrazione della spesa e
uno spostamento dei consumi alimentari verso beni a qualità inferiore.
Cosa c’era dunque da festeggiare ieri: la cancellazione dell’art.
18; le nuove norme sui licenziamenti contenute nel Jobs Act; la precarizzazione
crescente; i nuovi salari da poveri; la spietata competizione tra lavoratori
per la conservazione del posto di lavoro; la disumanizzazione del lavoro che
rende sempre più simili gli uomini a
ingranaggi di una macchina; l’espansione dello sfruttamento che rischia di riportare
i nuovi lavoratori a quella condizione di schiavitù dalla quale sembravano
essersi emancipati?
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