martedì 2 maggio 2017

AL PRIMO MAGGIO GLI HAN FATTO LA FESTA

Ma ha ancora senso festeggiare il Primo maggio come festa dei lavoratori? Francamente non capisco cosa ci fosse da festeggiare: il lavoro che non c’è o quello che, quando c’è, è sempre più sfruttato, precario, mal pagato e senza diritti?

Sempre più patetiche le manifestazioni del Primo maggio: i soliti discorsi pronunciati dalle alte cariche dello Stato e dai sindacati nel ribadire i valori del lavoro e della democrazia. Quasi che tutte le riforme del lavoro che si sono succedute dal pacchetto Treu sino al Jobs act di Matteo Renzi si siano materializzate da sole per generazione spontanea.

Qualcuno le ha volute; non le hanno volute certo i lavoratori, ai quali sono state imposte obtorto collo con la promessa di rilanciare l'economia produttiva e i livelli di occupazione nel Paese. Il rilancio dell’economia non c’è stato e neppure l’occupazione: la disoccupazione in Italia è passata dal 6,9% del 2009 al 12% del dicembre 2016. E nonostante i tanto annunciati successi del Jobs Act, le statistiche fotografano una realtà diversa: il precariato continua a crescere e ha raggiunto ormai il suo massimo storico.

Il quadro è sotto gli occhi di tutti, a condizione di non averli foderati di prosciutto: il numero di “lavoratori poveri” aumenta sempre di più, già perché anche chi ha un lavoro resta povero; le diseguaglianze crescono; chi perde il lavoro dopo i 55 anni incontra serie difficoltà a trovarne un altro. Siamo già in una emergenza sociale, ma i nostri politici pare non se ne siano ancora accorti.

Se continua così, presto le condizioni di lavoro non saranno assai dissimili da quelle tratteggiate dal grande Steinbeck in “Furore” che descrive le migliaia e migliaia di americani, in penosa marcia verso la California, alla ricerca di un lavoro sfruttato e mal pagato, in cui ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d'infamia”.

Cosa sarà dei nostri giovani che, sperimentando lunghi periodi di disoccupazione, rischiano di rimanere svantaggiati per il resto della loro vita?

Doveva essere chiaro a tutti che lo spostamento di reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite, avrebbe presto o tardi contribuito alla contrazione della domanda interna: quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, chi è ricco non potrà mai eguagliare la domanda di duecento, trecento o mille lavoratori. Doveva essere chiaro a tutti che aumentare le disuguaglianze tra gli stessi lavoratori avrebbe contribuito a creare conflitti generazionali inediti: anziani meglio tutelati e più ricchi contro giovani sempre meno tutelati e più poveri. Doveva essere chiaro a tutti che la facoltà conferita alle imprese di regolare mediante accordi sindacali locali sia il salario sia altre condizioni del rapporto di lavoro, avrebbe avuto come generale conseguenza un’ulteriore riduzione dei salari reali e con essi la contrazione della domanda interna.

In Italia coloro che guadagnano, pur lavorando, meno di mille euro al mese oscillano tra i sei e i sette milioni di persone. Il salario netto mensile medio  di un lavoratore italiano è pari a circa 1.300 euro. Con un tale salario, una famiglia monoreddito può contare di arrivare a fine mese solo attraverso una contrazione della spesa e uno spostamento dei consumi alimentari verso beni a qualità inferiore.


Cosa c’era dunque da festeggiare ieri: la cancellazione dell’art. 18; le nuove norme sui licenziamenti contenute nel Jobs Act; la precarizzazione crescente; i nuovi salari da poveri; la spietata competizione tra lavoratori per la conservazione del posto di lavoro; la disumanizzazione del lavoro che rende sempre  più simili gli uomini a ingranaggi di una macchina; l’espansione dello sfruttamento che rischia di riportare i nuovi lavoratori a quella condizione di schiavitù dalla quale sembravano essersi emancipati?

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