domenica 23 aprile 2017

REPORT E LA CAMPAGNA DI DELEGITTIMAZIONE

La puntata di Report, andata in onda lunedì scorso, sui presunti problemi di sicurezza di uno dei vaccini più promettenti degli ultimi anni ha sollevato un autentico vespaio. Report è stato accusato di aver diffuso “paura raccontando bugie”, nonostante il conduttore della trasmissione, Sigfrido Ranucci, nel presentare il servizio, abbia precisato che la puntata non verteva tanto a demonizzare l’uso del vaccino contro l’HPV, quanto informare sulla poca trasparenza esistente sul sistema delle vaccinazioni contro l’HPV. 

L’infezione genitale da Papilloma virus umano (HPV) si trasmette essenzialmente attraverso i rapporti sessuali. È infatti una delle più frequenti malattie sessualmente trasmesse. Nella maggior parte dei casi le lesioni guariscono spontaneamente; negli altri casi è stato osservato che, se non curate, progrediscono lentamente verso forme tumorali del collo dell'utero. L'infezione da Papilloma virus, contratta attraverso rapporti sessuali con partner infetti, è causa di oltre il 90% dei casi diagnosticati di tumore al collo dell'utero. Per contrastare l’ingresso del Papilloma virus nelle cellule del collo dell'utero, la vaccinazione – somministrata prima dell'esposizione al virus – consente di ridurre notevolmente la possibilità di sviluppare una neoplasia maligna. Uno studio, scientifico pubblicato sulla rivista Clinical Infectious Diseases, ha concluso che la protezione offerta dal vaccino, contro le infezioni dai ceppi di HPV e la formazione di lesioni precancerose, è stata valutata intorno al 95% per le donne vaccinate. Poiché il vaccino si rivela totalmente inefficace se assunto dopo aver contratto il virus, l'OMS consiglia la vaccinazione di tutte le ragazze prima dell'inizio dell'attività sessuale. E dato che le statistiche dimostrano che una percentuale non bassa di ragazze ha il primo rapporto sessuale intorno ai 13 anni, l'Italia, come molti Paesi europei, ha stabilito che la vaccinazione debba essere fatta a 12 anni.

Il servizio di Report non ha messo in dubbio l’efficacia dei vaccini HPV. Il conduttore della trasmissione in studio ha infatti premesso: «La prima cosa importante che diciamo è che questa inchiesta non è contro l’utilità dei vaccini, si tratta in tema di prevenzione probabilmente della scoperta più importante degli ultimi 300 anni». Il tema della puntata verteva essenzialmente sulla farmacovigilanza: ovvero cosa accade in caso di reazione avversa al vaccino? «La legge prevede che il medico, appena venuto a conoscenza, debba informare l’ufficio di farmacovigilanza entro 36 ore. Ma in quanti lo fanno?».

Ma tale precisazione non ha impedito che una falange armata sollevasse le proprie spade all’attacco di una delle ormai pochissime trasmissioni televisive che continua, con testarda ostinazione, a fare informazione. Tutti contro Report: governo, Pd e lobby dei farmaci. 

Diceva Voltaire: “Datemi una frase e vi impiccherò un uomo”. E così il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha parlato di “tesi prive di fondamento scientifico”; i parlamentari del Pd di “grave disinformazione”; la Società italiana di virologia di “affermazioni sconcertanti di alcuni medici, ricercatori e soggetti vaccinati”; il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi, di “sospetti faziosi”.

Ma dove sta la disinformazione se la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara che lo 0,07% dei soggetti vaccinati accusa reazioni avverse? Perché bisogna tacere sulle storie di quelle ragazze e delle loro famiglie, che raccontano di aver sviluppato uno stato cronico di malessere dopo il ciclo di vaccini e, soprattutto, delle difficoltà che hanno incontrato nel comunicarlo ai medici e nel far arrivare le loro segnalazioni alla farmacovigilanza? Siamo già “al bavaglio dell’informazione” per impedire che scomode verità vengano alla luce, danneggiando così gli interessi ultramiliardari delle case farmaceutiche?

Dal 2000 al 2013 il valore del mercato dei vaccini è più che quadruplicato, passando da 5 miliardi di dollari a quasi 24 miliardi di dollari, dominato da un oligopolio di quattro imprese multinazionali, che fa schizzare verso l’alto il prezzo dei farmaci. GlaxoSmithKline, Sanofi Pasteur, MerckSharpDohme e Pfizer detengono oltre l’80% in valore delle vendite complessive dei vaccini. Si calcola che solo in Italia, nel biennio 2016-2018 la spesa annua per i vaccini raddoppierà, passando da 300 a 600 milioni di euro. Un aumento legato al crescente numero di vaccinazioni raccomandate.

Il vaccino anti-papilloma virus è tra i più costosi in età pediatrica: il prezzo al pubblico è di 188 euro per una dose. E per il ciclo completo di tre dosi è di 565 euro. Gli ultimi dati disponibili, fino al 2015, parlano di un costo per il Sistema sanitario nazionale di 306 milioni di euro. Non c’è che dire! Dinanzi a tali cifre, è fondato o meno il sospetto che l’introduzione delle vaccinazioni, obbligatorie in alcuni casi per frequentare la scuola, siano – in alcuni casi – più a vantaggio delle case farmaceutiche che dei cittadini?

Nessuno può pensare e vuole credere che le aziende farmaceutiche siano enti di beneficenza. Ma nessuno è disposto a mettere a rischio la propria salute e quella dei propri cari per farle arricchire grazie all’allarme malattie infettive. Nel 2009 l’influenza suina, causata da una variante fino ad allora sconosciuta del virus H1N1, spaventò l’Italia e l’Europa. Si temette un ritorno della spagnola, che alla fine della Prima Guerra Mondiale arrivò ad uccidere circa 50 milioni di persone. Sull'onda della speculazione emotiva, il governo italiano autorizzò l'acquisto di vaccini per 50milioni di euro, rimasti poi inutilizzati, secondo una cinica strategia commerciale: amplificare il pericolo di diffusione e i rischi per l'uomo, per spingere poi le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d'urgenza.

Riguardo le reazioni avverse al vaccino anti-papilloma, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato finora oltre 71mila casi. Ma la stessa OMS stima che solo il 10 per cento di chi ha effetti collaterali li denunci. Pertanto, se quest’ultimo dato fosse vero, il numero dei casi avversi sale a 710mila! Il dottor Sin Hang Lee, Direttore del Laboratorio Molecolare di Milford USA e che da tempo studia le reazioni avverse insorte dopo la somministrazione del vaccino anti-papillomavirus, il 14 gennaio 2016 ha inviato una lettera aperta al Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Dr.ssa Margaret Chan, per denunciare la manipolazione dei dati e la soppressione della verità riguardo la sicurezza del vaccino HPV. In Giappone la vaccinazione è stata sospesa a causa dell’elevato numero di danni segnalati dalle ragazze vaccinate. Il Ministero della Sanità danese, allarmato dai numeri, ha chiesto all’EMA, l’Agenzia Europea dei Medicinali, la revisione del vaccino. 

Ma la dottoressa Enrica Alteri, a capo del Comitato di valutazione dei medicinali per l’Agenzia europea del farmaco, dopo aver studiato i dati, ha concluso che il vaccino si può continuare a somministrare: è da escludersi una correlazione causale tra i vaccini anti-HPV e le due sindromi, Pots (tachicardia posturale ortostatica) e Cprs (sindrome dolorosa regionale complessa). Solo coincidenze!

Noi tutti saremmo però più tranquilli se tra l’EMA e le case farmaceutiche non vi fosse un importante conflitto di interessi: praticamente l’82% delle entrate dell’EMA derivano dalle industrie farmaceutiche, che finanziano anche tutti gli studi clinici. Insomma, i controllori si mantengono di fatto con i soldi dei controllati. Ora, siccome il dossier per un farmaco può essere presentato solo dall’industria farmaceutica, appare ovvio che questa ha interesse a mettere in evidenza gli aspetti positivi e a trascurare quelli negativi. Va da sé che, in assenza di replicazione da parte dell’EMA dei dati forniti dalle aziende farmaceutiche, i benefici risultano sempre prevalenti sui rischi.

Se poi il più importante farmacologo italiano, Silvio Garattini, conferma che nel sistema della farmacovigilanza vi sono delle criticità, proponendo da tempo, sul modello dei ricercatori danesi e del professor Shoenfeld in Israele, che almeno uno degli studi clinici prima dell’immissione di un farmaco sul mercato, venga fatto da un ente indipendente, come cittadini dobbiamo conoscerli o no questi retroscena? Evidentemente per il governo, per il Pd e per le lobby del farmaco, la risposta è no, perché potrebbero creare inutili allarmismi e fornire un’immagine negativa dei vaccini.

È importante ricordare che quando gli interessi economici in gioco sono così importanti, non si possono escludere tout court pressioni delle multinazionali sul potere politico nelle scelte di sanità pubblica. E questo è tanto ovvio quanto risaputo. Il mercato dei vaccini in Italia è un affare da 300 milioni, destinato presto a salire a 600 milioni. La multinazionale britannica del farmaco, la GlaxoSmithKline (Gsk) conta di incrementare il proprio business nel nostro Paese, grazie alla grande risonanza data dai mass media sui casi di meningite meningococcica e alla conseguente campagna di vaccinazione. Quello che l’informazione “ufficiale” non si è mai preoccupata di dire è che in Italia l’incidenza della meningite da meningococco è minore rispetto al resto d’Europa: ogni anno vengono segnalati circa 200 casi, pari a 3 casi per milione di abitanti; la media europea è di 14 casi per milione. Comunque sia, il procurato allarme ha spiegato i suoi effetti e le industrie farmaceutiche ringraziano.

Appare evidente – al di là del fatto dell’utilità indiscussa di alcuni vaccini – che promuovere campagne vaccinali anche per l’unghia incarnita è un affare colossale. E la censura operata dai big del farmaco punta a ridurre al silenzio le inchieste “scomode” come quella di Report dello scorso lunedì. Per le industrie farmaceutiche dovremmo vaccinarci per ogni malattia e lo sbandierato successo delle vaccinazioni si basa più sui loro studi che su quelli condotti da enti indipendenti. E non è certo solo un caso che, quando gli stuti sono stati condotti da enti di ricerca indipendenti, siano saltati i potenziali effetti nocivi dei vaccini. La tanto decantata sicurezza dei vaccini è solo un miraggio fuorviante ed illusorio, basata fondamentalmente su "teorie" che si danno per scontate, senza controllarle.

Per la trasmissione Report si cerca solo un pretesto per ridurla al silenzio. E il “casus belli” si è appalesato attribuendo alla trasmissione quello che non era sua intenzione né dire né fare: una campagna di demonizzazione contro i vaccini in genere. Insomma, colpirne uno per educarne cento. Perché in Italia non si vuole un’informazione libera, ma un’informazione addomesticata ai diktat del potere. E quando si tratta di potenti, tutti proni al loro servizio al grido: «L’inchiesta della trasmissione “Report” riguardante il vaccino contro il papilloma virus (Hpv) ha rappresentato un grave atto di disinformazione … Falsità intollerabili». 

Se diffondere la paura raccontando bugie è un atto grave e intollerabile, lo è anche nascondere la verità. Se un’inchiesta giornalistica dice che non tutti i controlli sulla sicurezza dei vaccini sono fatti a regola d’arte, mi attendo che il governo e una parte del mondo scientifico accendano i riflettori su come funzionano le multinazionali del farmaco e gli enti di controllo preposti alla sua sicurezza; non un’alzata di scudi a difesa della loro non sempre specchiata onestà. È intollerabile come politici e testate giornalistiche si siano alacremente impegnati in una campagna denigratoria contro uno dei migliori programmi d'informazione, citando come argomenti accusatori e aggravanti solo frammenti di notizie. 

La comunità scientifica, quella seria e non al soldo di questa o quella casa farmaceutica, sa che le vaccinazioni costituiscono il capitolo più misterioso della storia della medicina. Prove inoppugnabili che ne dimostrino la reale efficacia non sono ancora state trovate: solo dati statistici. Ma questi dati, presi dalle statistiche ufficiali dell'OMS, potrebbero essere più ascrivibili al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e dell'alimentazione, piuttosto che alla protezione indotta dai vaccini. Ma le vaccinazioni sono state pubblicizzate così abilmente e aggressivamente, che chiunque vi si opponga è considerato alla stregua di un eretico al tempo dell’inquisizione. E il pediatra che osasse contestarle equivarrebbe a un prete che negasse il dogma dell'infallibilità del papa. 

La parzialità delle notizie che arrivano ai cittadini e insinua dubbi sulla pioggia di rassicurazioni che accompagnano sempre i ritrovati medico-farmaceutici, non dovrebbe scatenare un atteggiamento di caccia alle streghe, una campagna di delegittimazione e denigrazione contro chi queste cose – in un mondo di lecchini, adulatori e lustrascarpe dei potenti – ha ancora il coraggio di denunciarle. Mettere a tacere le voci fuori dal coro è sempre stata l’arma usata dagli “oppressori” contro gli “oppressi”.

Non si può bollare la trasmissione di Report, come ha fatto la ministra Lorenzin: «Diffondere paura propugnando tesi prive di fondamento e anti scientifiche è un atto di grave disinformazione». E poi restare in silenzio alla domanda formulata da Report – fin dal 2016 – circa la posizione di quel funzionario beccato con la mazzetta e poi promosso. Quel funzionario è Pasqualino Rossi, promosso dal ministero della Salute alla Rappresentanza permanente dell’Italia presso l’UE.

Pasqualino Rossi nel 2008, quando rivestiva il ruolo di dirigente dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), fu sottoposto ad arresto dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello, per aver passato “informazioni riservate agli informatori farmaceutici e agevolato le pratiche per l’approvazione dei farmaci in commercio”. Questa attività sarebbe stata ricompensata con denaro e regali. Esiste un video dei Nas che mostra il passaggio di mano di una bustarella da parte di un dirigente di una società farmaceutica a Rossi. Ma poiché in Italia i ricchi e i potenti sono sempre brave persone e non vanno mai a finire in galera, il Tribunale di Roma nel settembre del 2015 ha emesso la sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Rossi e di tutti gli imputati. E così Pasqualino Rossi dopo aver intascato mazzette, fregandosene altamente della tutela della salute pubblica, anziché essere stato rimosso è stato pure assegnato, dopo la sentenza di non luogo a procedere per decorsi termini di prescrizione, dal ministero della Salute alla Rappresentanza permanente dell’Italia presso l’Unione Europea. 

Per quali merito ha ottenuto tale incarico? Non è dato saperlo: la ministra tace.

I deputati del M5S nell'interrogazione a prima firma Andrea Vallascas hanno posto un’interrogazione parlamentare per conoscere quali siano stati iter, criteri e requisiti, per la selezione e designazione del dirigente per l’incarico presso la rappresentanza. La ministra Lorenzin risponde che c'è un'opportunità politica che va oltre quella giudiziaria. Quale? Forse le lobby del farmaco, con le quali il dirigente ha intrattenuto ottime relazioni? E se così fosse, chi ci assicura poi che i criteri di oggettività assoluta, che dovrebbero guidare la medicina, non siano poi piegati a ragioni estranee alla tutela della salute dei cittadini?

Raccontare agli italiani anche verità che non piacciono alla “casta” è un dovere non solo di qualche eroico giornalista, ma di tutta la categoria degli operatori dell’informazione pubblica. Ai politici italiani, che godono privilegi più compatibili con una monarchia assoluta che con una democrazia, occorrerebbe ricordare la sentenza 105/1972 della Corte Costituzionale. 

La libertà d’informazione, in un “regime di libera democrazia”, implica “la pluralità delle fonti di informazione, il libero accesso alle medesime, l’assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla circolazione delle notizie e delle idee”.

domenica 16 aprile 2017

ROBERTO BENIGNI DIFFIDA REPORT

C’è un’inchiesta che riguarda l’investimento di Benigni a Papigno, una frazione del Comune di Terni. La trasmissione televisiva Report, condotta ora da Sigfrido Ranucci, successore di Milena Gabanelli, ci ha messo il naso e domani dovrebbe andare in onda.

Appena vista l’anticipazione, al termine della puntata di lunedì scorso, Roberto Benigni ha fatto scrivere dal suo avvocato una lettera per diffidare la Rai dal mandare in onda il servizio.

La puntata di domani narrerà la vicenda degli studi di Papigno nell’Umbria, dove Benigni ha girato “La vita è bella” e il meno fortunato “Pinocchio”. 

Pare che il suo progetto fosse quello di fare di Papigno un polo cinematografico simile, se non più importante, a quello di Cinecittà. 

Sembra però che l’impresa si riveli un flop, malgrado investimenti pubblici, tra fondi europei, statali e locali, che Report stima in 16 milioni di euro. E Papigno si trasforma in breve in un pozzo senza fondo: Roberto Benigni e la consorte, Nicoletta Braschi, accumulano – secondo Report – un passivo di ben 5 milioni di euro.

Dinanzi a un tale passivo, la società Cinecittà Studios, di Abete, De Laurentiis e Della Valle, rileva gli studi e si fa carico dei debiti di Benigni, senza però rilanciare Papigno. A Papigno non solo non si gira più un film, ma scompaiono anche i posti di lavoro (almeno 200 secondo l’indagine Report).

Dove sta l’intrallazzo?

L’intrallazzo sta nel fatto che presto Cinecittà tornerà in mani pubbliche. E tutti i guasti si riverseranno ancora una volta sulla collettività, secondo la prassi inveterata della privatizzazione dei profitti e collettivizzazione delle perdite. Troppo semplice e facile fare l’imprenditore in Italia, quando fai parte del cerchio magico: se le cose vanno bene il merito è tuo e intaschi; quando vanno male lasci il conto da pagare allo Stato. Così ora oltre all’imponente mole di debiti accumulati da Abete e soci, lo Stato si ritroverà sul groppone anche l’investimento in perdita di Benigni e Braschi. È forse questa la ragione dell’endorsement di Roberto Benigni a Renzi sul passato referendum costituzionale?

L’ambiguità di certi personaggi è ben più profonda di quanto possa apparire in un primo momento, pronti a liberarsi della propria coscienza quando sia di impaccio. Nel 2011, quando la minaccia della censura berlusconiana aleggiava sulla Rai, Roberto Benigni fu tra i primi firmatari di un appello lanciato da Articolo 21 che si intitolava “Nessuno tocchi Report”, ritenendolo il programma di approfondimento giornalistico con i più alti riconoscimenti sia in Italia che all'estero. Contro ogni bavaglio, la trasmissione Report, che conta oltre 150 querele, con richieste di risarcimento danni per 60 milioni di euro, si è sempre battuta per affermare i principi contenuti nell’articolo 21 della Costituzione, quello dedicato alla libertà di stampa e di espressione. E che proprio Benigni, in altri tempi, definiva la più bella del mondo.


martedì 11 aprile 2017

L'IRRESPONSABILITA' DI TRUMP E IL RISCHIO DI UNA TERZA GUERRA MONDIALE

La guerra in Siria, iniziata nel 2011, ha causato più di 300.000 vittime e migliaia di profughi. Dentro questo conflitto, che non conosce tregua e regole, le responsabilità sono di tutti e soprattutto nessuno è innocente.

Dell’immane carneficina, che si consuma ininterrottamente sotto i nostri occhi da cinque anni, è colpevole il regime di Bashar al-Assad, che ha represso con ferocia quanti, stanchi di subire, trovarono il coraggio di ribellarsi alla corruzione, all’assenza di libertà, alla costante violazione dei diritti umani, creando così le condizioni di una guerra civile nella quale una fazione combatte contro l'altra, come un branco di iene sulla carcassa di una Siria ormai smembrata.

È colpevole l’Europa, perché incapace di rompere la propria cortina di indifferenza verso un conflitto tanto drammatico e sanguinoso. Come il personaggio de I Promessi Sposi, Don Abbondio, si piega all’inganno e si fa complice dell’arroganza del potere americano su quell’area, preoccupandosi solo di non esporsi troppo. Non sostiene i ribelli contro il regime di Bashar al-Assad, perché li ritiene inaffidabili democraticamente; e neppure Assad, perché lo giudica un autocrate senza scrupoli.

È colpevole Putin che in Siria persegue cinicamente solo i suoi interessi economici e strategici nel Mediterraneo. E tanto basta per capire perché Putin resti profondamente legato al suo amico Bashar.

È colpevole l’amministrazione americana che continua a dominare il mondo con l’inganno, l’arroganza e la violenza. L'atteggiamento di somma tracotanza con cui riveste di scopi umanitari quelli che sono soltanto biechi interessi è intollerabile. Gli stati Uniti continuano a considerare tutto il mondo come territorio sottomesso che possono e perfino debbono controllare e modificare secondo i propri interessi. L’attacco americano in Siria con 59 missili Tomahawk se da una parte segna l’ingresso degli Stati Uniti nella lotta diretta contro il regime siriano, dall’altra svela le vere intenzioni di Washington sulla necessità di por fine al regime di Assad: per le petrolmonarchie sunnite del Golfo, la fine di Assad viene prima della lotta all'Isis.

Non a caso nel maggio 2015 i re sunniti chiesero a Barack Obama piani concreti per abbattere subito il presidente siriano e sancire il pieno ritorno della supremazia regionale agli arabi e ai musulmani sunniti. Ma la contropartita all'accordo tra gli Usa e l'Iran sul programma nucleare di Teheran, impedì ad Obama di rispondere alle richieste dei sauditi.

La strage di Khan Sheikhun ha offerto all'amministrazione Trump l’occasione di rispondere finalmente ai desiderata dei re sauditi. Nonostante che le forze di Bashar al Assad abbiano negato di aver fatto uso di armi chimiche, la Casa Bianca, sia pure in mancanza di prove concrete, ha concluso sulla colpevolezza di Assad e dei russi.

Ora, un semplice ragionamento, logico e militare, porta ad escludere la responsabilità del governo di Damasco per almeno tre motivi: in Siria l’esercito è sotto stretta tutela strategica dei militari russi, improbabile pensare che all’indomani della strage di San Pietroburgo, la Russia possa aver autorizzato un bombardamento con gas tossici, tenuto conto delle implicazioni umanitarie che questo comporta; è un fatto che a Khan Sheikhun i ribelli salafiti e qaedisti di Jabath Fatah al-Sham erano in possesso di un deposito di armi chimiche; la stessa Russia ha affermato che gli aerei del governo di Assad avrebbero colpito dei depositi di armi appartenenti ai ribelli e i gas che avrebbero provocato la strage di bambini apparterrebbero all’opposizione di Assad. Pertanto sarebbe stato assolutamente legittimo dubitare della verità unilaterale delle opposizioni, che invece è stata subito accettata dalle cancellerie europee e dagli Stati uniti, senza neppure un supplemento di indagine.

Paradossale poi che a suffragare le accuse ad Assad, per l’uso del gas sarin, ci sia la Turchia dell’«umanitario» Erdogan; l’Egitto dell’«umanitario» presidente egiziano Al Sisi, nelle cui carceri Giulio Regeni è stato torturato fino alla morte.


Mentre Hollande, Merkel e Gentiloni firmano uniti il loro apprezzamento per l’attacco americano, la terza guerra mondiale sta per essere servita a tutti noi dall’irresponsabilità di Trump.

domenica 2 aprile 2017

IN FONDO CE LI MERITIAMO

Con tutti i problemi che ci sono in Italia, è davvero così importante accanirsi sul dettaglio marginale che l’attuale ministro della pubblica amministrazione – Marianna Madia – abbia copiato parti rilevanti della sua tesi di dottorato?

Io credo di sì. E la prima ragione che mi viene in mente è che un ministro non può varare un “decreto fannulloni” – che inasprisce le sanzioni e accelera i licenziamenti nei confronti dei tanti furbetti della pubblica amministrazione, che dopo aver timbrato il cartellino si assentano dal posto di lavoro, magari per andare a svolgere un secondo lavoro remunerato al nero – quando il suo comportamento non è affatto diverso da quei “furbetti” che intende colpire!

Da chi prende decisioni per tutti gli altri, ci si attende – o ci si dovrebbe attendere – una correttezza superiore, o almeno pari, a quella che si richiede all'ultimo dei dipendenti dello Stato.

Al ministro tedesco dell’Istruzione, Annette Schavan, il plagio della sua tesi di dottorato è costato non solo le sue dimissioni, ma anche la revoca del titolo da parte dell’università di Dusseldorf, per aver “simulato in maniera sistematica e intenzionale prestazioni intellettuali che lei stessa non ha prodotto”.

Qui non solo i grandi giornali hanno ignorato sistematicamente la questione, ma la si minimizza alla stregua di una “birichinata”.  Per Pietro Pietrini, direttore dell’IMT di Lucca, dove la Madia ha ottenuto il dottorato nel 2008, si tratta della dimenticanza di “quattro parentesi”!

Insomma la solita logica italiana dei “due pesi e due misure”: grave la condotta dell’impiegato che in mutande timbra il cartellino; lieve quella di un ministro che in modo scorretto si attribuisce un titolo, alla faccia di quanti con lacrime e sudore quel titolo se lo sono guadagnato, e magari lavorano in un fast food, perché non appartengono alle conventicole che contano. Si può giudicare l’impiegato dalla timbratura in mutande, ma non si può e non si deve valutare l’etica e la correttezza di un ministro dalla sua tesi di dottorato.

Dall’ex ministro Claudio Scajola, cui qualcuno aveva comprato la casa, con vista mozzafiato sul Colosseo, a “sua insaputa”, a Roberto Formigoni, cui qualcuno aveva pagato le vacanze, anche qui a “sua insaputa”, siamo giunti alfine alla presa del potere da parte dei mediocri.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, è un perito agrario; il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, non ha neppure il diploma di scuola media superiore; il ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin, non ha alcuna esperienza nel settore sanitario e annovera il solo diploma di maturità classica. Ma chi ci metti ai Beni Culturali: Dorina Bianchi, medico specializzato in neuro radiologia, che con i Beni Culturali c’entra come il cavolo a merenda. 

L’elenco continua: Antonello Soro, dermatologo, come garante della privacy; Alessandro Profumo, da banchiere ad amministratore delegato di Leonardo – Finmeccanica, dove sarebbe stato più opportuno metterci un ingegnere o un project manager; Angelino Alfano, che da ministro degli interni ha già avuto modo di dimostrare tutta la sua incompetenza nel modo come ha gestito il caso Shalabayeva, come ministro degli Esteri. E infine quelli voluti dall’ex premier Matteo Renzi, occupati in settori che non hanno nulla a che fare con il loro curriculum o le loro precedenti esperienze. Potrei continuare ancora perché l’elenco non finisce qua.

E qualcuno si meraviglia ancora se con questa genia di politici non riusciamo a venir fuori dal pantano in cui ci hanno cacciati?!

Qualcuno poi osa anche criticare la Germania e la sua politica rigorista, senza tener in alcun conto che la stessa Germania, nei primi anni 2000 era considerata il malato d’Europa: cinque milioni di disoccupati e miliardi di marchi bruciati nel tentativo di riunificare, anche economicamente, le due Germanie. E oggi è il primo paese in Europa.

Se avessimo la loro classe politica i nostri problemi sarebbero già tutti risolti. E invece assistiamo quotidianamente ad aziende che abbassano le saracinesche, in quanto strozzate dalle tasse e da una burocrazia pachidermica; coppie che non fanno più figli perché non hanno la possibilità economica per mantenerli; poveri che crescono di numero, perché se perdi il posto di lavoro non hai alcuna speranza di trovarne un altro; giovani costretti a scappare all'estero per trovare lavoro; immigrazione fuori controllo; percezione della sicurezza per i cittadini pari a zero; leggi antiquate e nessuna certezza della pena, per una macchina della giustizia lenta ed obsoleta. 

Di tutto questo dobbiamo ringraziare una classe politica non solo incapace ma anche avida, tesa solo a curare il proprio interesse personale anziché della collettività. Ma dobbiamo tener conto anche che essi non ci sono stati dati per qualche divino castigo, ma perché – direttamente o indirettamente – li tolleriamo, consentendo loro di perpetrare i danni.


Fintantoché non dimostreremo lo stesso interesse che mettiamo nella nostra sfera privata in quella pubblica, a vincere saranno sempre loro: i cattivi politici di destra e di sinistra.

venerdì 17 marzo 2017

OGGI MI VERGOGNO D'ESSERE ITALIANO!

Dopo aver salvato il culo al ministro dello Sport Luca Lotti, per sinallagma si salva anche quello di Augusto Minzolini.

Neanche alla corte del Re sole, penso, si sia arrivati a tanta impudenza come nel Parlamento ieri e l’altro ieri. E solo gli sciocchi possono ancora credere che la legge sia eguale per tutti, che non distingua fra ricchi e poveri, potenti ed emarginati.

La lezione dei giorni scorsi in Parlamento è chiara: se sei potente ti salvi sempre, se sei sfigato soccombi sempre. Bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori, politici disonorevoli con le patrie galere hanno poco a che fare. Queste sono desinate solo a ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari.

Per gli emarginati vale la regola: dura lex, sed lex (dura è la legge, ma è legge); per la casta e i benestanti vale invece il garantismo, la presunzione d’innocenza fino al terzo grado di giudizio, e quand'anche la legge non lascia scappatoie, perché fatta proprio da quegli stessi che occupano gli scranni parlamentari, ecco che quello stesso Parlamento che le leggi le fa, si arroga anche il potere di eluderle a proprio piacimento, quando non convengono.

L’art. 54 della nostra Costituzione recita che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Ho la sensazione che abbia più onore nel suo mignolo sinistro il rapinatore di banche, che almeno rischia la vita, di quanti – forti del loro potere e della loro carica – si fanno vanto di essere "onorevoli". Essi sono più simili a sepolcri imbiancati: belli a vedersi all'esterno, ma per l'interno putridi!

Per questi il carcere è l’eccezione e l’unica sanzione che pagano è la parcella salata dell’avvocato per tirarli fuori dalla merda in cui sguazzano.

Per il senatore Augusto Minzolini, condannato in Cassazione a 2 anni e mezzo per peculato, la decisione del Senato di rifiutare la decadenza, prevista dalla legge Severino, obbedisce non al potere della legge ma all'arroganza di una casta, che non ha neppure più il pudore di mascherare l'impudicizia e che, ancorché curarsi degli interessi generali, coltiva i propri secondo uno schema di stampo tipicamente mafioso, potendo decidere a proprio piacimento di sottrarsi a quelle stesse regole che essa stessa si è data.

Che dire poi del ministro Luca Lotti che, nonostante le dichiarazioni di Marroni e Vannoni, continua a proclamarsi estraneo ai fatti riguardanti il mega appalto in odore di corruzione della Consip. Senza spiegarci poi perché non abbia ancora intrapreso un’azione di querela per diffamazione e calunnia nei confronti degli stessi suoi accusatori che restano nelle posizioni apicali della Società, cui lo stesso Matteo Renzi li ha destinati.

È a questa rappresentanza che dobbiamo dare il nostro rispetto? A una casta, non dissimile da una monarchia di vecchio stampo, che, godendo di una forte rendita di posizione, difende solo e unicamente se stessa, danneggiando peraltro il Paese?

Un Parlamento che agisce in questo modo è per definizione eversore.


Italiani, non sono gli immigrati, non sono gli zingari il vero nostro problema. Il nostro vero problema è questa “casta” e i loro rampolli messi a capo di banche, assicurazioni, televisioni, gruppi editoriali, società sportive, ecc. ecc., che non solo ci affamano ma rubano anche il futuro dei nostri figli.

domenica 12 marzo 2017

STUDIARE PER CAPIRE, CAPIRE PER GIUDICARE

Senza una descrizione condivisa della realtà, del mondo in cui si svolge la nostra vita, non perverremo mai ad alcun tipo di conoscenza. L’obiettività dei dati non può essere stravolta dal diritto tout court alla libertà di opinione e di espressione. Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero è sacrosanto a condizione però che prenda avvio dal dato oggettivo della realtà, si compia attraverso la conoscenza razionale e non stravolga o confligga col dato reale: se così non fosse anche il raglio degli asini potrà a giusta ragione essere definito “opinione”.

Se la verità dei fatti è costantemente stravolta. Se di essa i media danno un’immagine frammentata e manipolata in funzione del messaggio che si vuole trasmettere, possiamo veramente credere che una tale condizione giovi a un sano e vero confronto democratico? Senza un punto di riferimento certo da cui partire, tutto è vero e tutto è ugualmente falso. Senza mediazione alcuna.

Esaminiamo, per esempio, la posizione assunta da certe formazioni politiche nel nostro Paese riguardo gli immigrati. Molti italiani danno per scontato che i migranti ci rubano il lavoro. Ma è vero?

Una ricerca curata dal CNEL dice che gli stranieri non “rubano il lavoro” degli italiani. La loro presenza non influenza la probabilità che un italiano diventi disoccupato.

Si dice anche che la loro presenza influenza al ribasso i salari degli dipendenti italiani. I dati al contrario dimostrano che per gli italiani che svolgono un lavoro dipendente, a parità di altre condizioni che possono influire sul livello della retribuzione, risiedere in un territorio ad alta intensità di immigrazione non è uno svantaggio.

Peraltro, se fosse questo il modo di ragionare, ne dovremmo concludere che l’entrata massiccia delle donne nel mercato del lavoro è stata la causa dell’abbassamento dei livelli retributivi. E che pertanto, partendo da questa riflessione, dovremmo impedire alle donne di occupare posti di lavoro, per non sottrarli agli uomini. Noi sappiamo che non è così. Tanto i lavoratori quanto le donne sono stati sfruttati dal capitalismo industriale, senza distinzione di sesso e di razza, fino a quando l’affermarsi di una coscienza di classe, con le agitazioni e le lotte nei settori industriali, ha posto fine allo sfruttamento indiscriminato dei lavoratori, offrendo sia ai lavoratori sia alle lavoratrici retribuzioni migliori, riduzione degli orari di lavoro e maggiori tutele. Che poi la nuova realtà lavorativa abbia reso possibile soltanto ad alcune donne maggiori opportunità e che la maggior parte di esse sia ancora costretta a lavori precari e di basso livello retributivo, è un’altra questione. A me interessa qui evidenziare che come l’ingresso delle donne non ha determinato né una riduzione dei livelli retributivi né un aumento della disoccupazione maschile, così la presenza di immigrati non è in alcun modo alla base della crescente disoccupazione e dei bassi livelli salariali.

Le indagini statistiche sono concordi nell'affermare che non esiste alcuna correlazione tra il crescente fenomeno migratorio e i bassi livelli salariali ed occupazionali, almeno qui in Italia. È vero semmai che gli immigrati sono una risorsa che non sappiamo gestire. Per esempio, la Germania dimostra che pur avendo un numero di immigrati assai maggiore ha parimenti meno disoccupati.

Sono una risorsa soprattutto perché il tasso di natalità è il più basso dell’Unione Europea, 8 nati ogni 1000 residenti. Senza l’incremento dato dall'immigrazione, la cui fascia di età si situa dai 21 ai 45 anni, saremmo una Nazione destinata all'estinzione. Sono una risorsa perché il livello medio di istruzione è più che accettabile in tutte le fasce di età, sebbene svolgano attività – dai badanti ai raccoglitori di pomodori – che i nostri giovani con titolo di studio cercano di evitare. Sono ancora una risorsa perché, secondo le ultime stime, gli immigrati garantiscono il 12% del nostro prodotto lordo, ma solo il 3% delle entrate fiscali. Perché?


Perché una legge idiota come quella Bossi-Fini li costringe – per non incorrere nel reato di clandestinità – a un lavoro nero. E la colpa non è loro ma dei datori di lavoro, quasi sempre italiani.

giovedì 9 marzo 2017

QUANDO I POVERI PAGANO PER I RICCHI

Il denaro, l’argent, è diventato l’unico metro di misura del valore dell’uomo. Se hai i soldi, hai il potere e puoi non solo permetterti tutto quello che vuoi, ma ottenere anche tutto quello che desideri: amore, fedeltà, rispetto, onore. Se un tempo i ricchi non ostentavano la loro ricchezza per un senso di pudore, oggi assistiamo a un’ostentazione esibita, secondo stili di vita sfacciatamente immorali, della ricchezza in disprezzo di quanti vivono nella povertà.

Tre miliardi di persone al mondo vivono con 2,5 dollari al giorno; più di 1 miliardo di persone non ha accesso sufficiente all'acqua potabile; 1 miliardo di bambini vive in povertà e, secondo l'UNICEF, 22 mila di loro muoiono ogni giorno a causa dell'indigenza; almeno 1 miliardo di persone sono totalmente analfabete, incapaci persino di scrivere il proprio nome; 870 milioni di persone non hanno cibo a sufficienza per sfamarsi, nonostante l’attuale produzione agricola del mondo consentirebbe di offrire ad ogni essere umano vivente una dieta quotidiana di 2720 calorie. Dinanzi a questo quadro di povertà estrema è stato pure calcolato che le 300 persone più ricche del mondo possiedono la stessa ricchezza dei 3 miliardi dei più poveri.

La ricchezza piega tutto e tutti ai suoi piedi. Persino le legge e gli uomini che quelle leggi fanno per ingraziarsi il favore dei potenti.

Così gli stati d’Europa, culla della civiltà e dello stato sociale, fanno a gara tra loro per attrarre gente coi soldi, promettendo loro sconti sulle tasse. Noto il caso dell’Irlanda che all’azienda statunitense Apple, già criticata da diversi enti e testate giornalistiche per le condizioni di lavoro degli operai che confezionano i suoi prodotti nelle fabbriche della cinese Foxconn, ha concesso fino a 13 miliardi di euro di benefici fiscali illegali. Generando il paradosso – tutto moderno – che un fornaio paga un’aliquota, sui profitti realizzati, astronomicamente più alta di quella versata da un’azienda come la Apple che fattura oltre 50 miliardi di dollari l’anno.

Il trattamento fiscale selettivo riservato alla Apple in Irlanda è sceso dall’1% del 2003 allo 0,005% del 2014. E la Turchia si è mostrata felice di offrire incentivi fiscali ancora più generosi qualora la Apple decidesse di trasferirsi lì.

Non poteva non rispondere all’asta al ribasso anche l’Italia che, grazie alla Flat Tax, spera di attrarre il flusso di “Paperoni” che dopo la Brexit potrebbero scegliere di trasferire la residenza fiscale nel nostro Paese. Per questo flusso di immigrati (emiri, imprenditori facoltosi, calciatori, cantanti) non ci sono i cpt, ma tappeti rossi stesi al loro passaggio, da accogliere con coppe di champagne. Sebbene i loro redditi siano con molti zeri, pagheranno una tassa fissa da 100.000 euro l’anno, e sono a posto con il Fisco. Per farsi un’idea, Valentino Rossi – il centauro pesarese – con un reddito annuo di circa 34 milioni di euro e con residenza fiscale in Inghilterra, potrà finalmente fare ritorno in Italia e pagare 100 mila euro l’anno e far pace per sempre con il fisco italiano. Un precario con un imponibile annuo lordo di 15 mila euro paga un’aliquota Irpef del 23%; Valentino Rossi pagherà un’aliquota dello 0,294%!

Siamo di fronte all’ulteriore dimostrazione di come lo Stato abbia rinunciato ad applicare i principi etici della nostra Costituzione, che all’art. 53 dice che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività, per fare propria l’unica etica oggi accolta e universalmente condivisa: quella dei soldi!

In un Paese con una tassazione altissima come l’Italia, nel quale le crescenti disuguaglianze sociali scavano abissi tra ricchi e poveri, è spregevole solo pensare di fare sconti a chi di certo non ne ha bisogno, gravando il carico dell’enorme debito pubblico sulle sole spalle di chi quel debito non l’ha fatto.


Che triste fine ha fatto il principio di una società – quella europea – basata sul diritto e sulla solidarietà. Non certo sull’elemosina, tanto cara però ai ricchi.