martedì 16 aprile 2019

L’IMPOSSIBILITÀ DI FONDARE UN’ETICA LAICA IN UNA SOCIETÀ CONSUMISTICA E IL FALLIMENTO DI QUELLA RELIGIOSA


Partendo dal presupposto che al mondo ci sono tante religioni per far sì che gli uomini si odino, ma non abbastanza perché gli uomini si amino, personalmente concludo che l’etica non può che essere fondata su una visione laica: un’etica fondata sulla religione – in un periodo nel quale le società sono sempre più disomogenee dal punto di vista etnico, religioso e culturale – avrebbe l’unico effetto di generare e moltiplicare i conflitti.

Ecco perché la strada da percorrere per una convivenza capace di ospitare la disomogeneità senza violarla è quella di una visione etica e politica radicalmente laica. Ma che cosa significa essere laici?

Potremmo dire che la laicità è l’insieme di tutte quelle condizioni che consentono alle diverse espressioni religiose (e più in generale alle diverse visioni del mondo) di esprimersi e confrontarsi in una società pluralistica senza conflitti. Il fine della politica – in una società laica – non deve essere pertanto di tipo morale, ma tendere a realizzare le condizioni migliori per una coesistenza pacifica tra gli individui attraverso l’esercizio della tolleranza, libertà di espressione e tutte le altre libertà compatibili con la vita civile.

A tal fine la democrazia è il governo migliore, a condizione però che i cittadini siano soggetti tanto liberi dal bisogno quanto consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. Liberi dal bisogno, perché senza la libertà dal bisogno anche le altre libertà sono precarie; consapevoli, perché senza la consapevolezza che i miei diritti sono innanzitutto i diritti degli altri non è possibile fondare alcuna società veramente pacifica.

Fintantoché gli uomini resteranno prigionieri del gretto senso comune del “così si dice” e “così si fa”, accederanno soltanto alla conoscenza di aspetti parziali della realtà, senza la capacità di saperli collegare alla totalità degli altri aspetti, indispensabili per avere una visione più completa della stessa realtà e quindi della verità, intesa non in senso assoluto, ma almeno come accordo su elementi di fatto che non ammettono di esser messi in dubbio. Insomma, uomini capaci di ragionare sui fatti, e non di scambiare le proprie opinioni e presunzioni per verità incontrovertibili.

Capisco quanto questo sia utopico: l’ideale di un uomo, che si eleva al di sopra della sua finitudine e realizza una forma migliore di società, cozza con il limite della gran parte degli uomini che alla libertà preferisce il giogo del “Grande Inquisitore”.

Il grande scrittore russo Dostoevskij – nella “Leggenda del Grande Inquisitore – immagina che Cristo torni sulla terra nella Spagna del XVII secolo, al tempo della Santa Inquisizione. Pur mostrandosi segretamente, viene comunque riconosciuto dalla gente. Il capo dell’Inquisizione spagnola, il Grande Inquisitore, riconosciutolo anch’egli, ne ordina l’arresto.

Nottetempo, il Grande Inquisitore si reca nella cella in cui è rinchiuso il Signore e gli rimprovera di essere tornato per disturbare il suo progetto di plasmare il genere umano con un’apparente felicità. Il Grande Inquisitore gli rimprovera di aver fallito. Lui è venuto sulla terra credendo che gli uomini volessero la libertà, ma non ha capito che quando gli uomini urlano di volere la libertà, in realtà pretendono l’illusione di poter raggiungere la felicità su questa terra, ignorando quella del Cielo. Se Cristo avesse trasformato le pietre in pane, invece di parlare di libertà dello spirito, tutta l’umanità l’avrebbe seguito. Il Grande Inquisitore proclama così la sua vittoria sugli uomini. Ne ha conquistato la cieca obbedienza, perché, a differenza del Cristo che parlava di  pane celeste, egli darà loro ciò che essi realmente vogliono: il benessere materiale.

Dopo il lungo monologo del Grande Inquisitore – Cristo non risponderà mai al suo accusatore –, Gesù gli si avvicina e lo bacia sulle labbra esangui.

Il messaggio del cristianesimo si trova chiuso in questo dilemma: se lo si diffonde a tutta la società, si annacqua e si trasforma in banale filantropia o ipocrisia; se lo si realizza in una piccola cerchia, può essere la via per accedere ad una vita più viva e intensa. Ma questo stesso paradosso vale anche per la società degli uomini: solo attraverso una maggiore consapevolezza e libertà di spirito di ciascun individuo si può pervenire ad una forma migliore di società e giungere alla terra promessa, se non fosse che alle decine di migliaia di uomini che trovano pure la forza di opporsi al giogo del Grande Inquisitore, si contrappongono  miliardi di altri uomini che non hanno la forza di disdegnare il pane “terreno” per quello “celeste”.

domenica 7 aprile 2019

QUANDO ALL’INFERNO NON CI SARÀ PIÙ POSTO

I dati Oxfam evidenziano che la crisi non è stato un fenomeno generalizzato: sempre più ricchezza si è accumulata nelle mani di pochi, sempre meno ricchezza nelle mani di molti. Tra il 1995 e il 2016 la quota di ricchezza dell’1% più ricco della popolazione adulta è passata dal 18 al 25%, quella del 10% più ricco dal 49 al 62%. Perfino nella nostra civile, democratica e avanzata Europa un numero sempre maggiore di bambini cresce nella povertà. 

Nella ricca Germania si assiste al paradosso che mentre sale il reddito pro capite cresce parimenti il numero degli indigenti. È la statistica di Trilussa, quella secondo la quale se tu mangi due polli al giorno e io nessuno, tu e io mangiamo in media un pollo al giorno a testa. Un bambino su cinque a Berlino vive in condizioni di povertà. E, secondo i più recenti dati statistici forniti dalla Bundesagentur für Arbeit (L’Agenzia per il lavoro), in tutto il territorio della Germania sempre più bambini vivono in “famiglie Hartz IV”, ossia famiglie che vivono con il sussidio sociale. 

In Italia, in dieci anni la povertà assoluta è aumentata del 182%, registrando un aumento costante nel tempo. L’8,4% della popolazione residente vive in povertà. E di questi oltre 5 milioni di poveri, un milione 200 mila sono bambini e ragazzi. I numeri arrivano dall'Istat e sono stati presentati dalla Fondazione L'Albero della Vita. Una povertà nascosta che agisce nel buio e che, privandoli dell’opportunità di costruirsi un futuro, alimenta la povertà economica di domani. E – quel che è peggio – questa situazione di disagio non tende a fermarsi: anzi è in aumento. 

Così mentre gli appartenenti all’1% discutono del nuovo jet o del nuovo yacht da comprare o del modo migliore per nascondere le loro sconfinate ricchezze al fisco, la parte del restante 99% vive o già in condizioni d’indigenza o nella paura di scivolare presto o tardi in quella povertà, vissuta più come personale fallimento che risultato di scelte politiche che queste disuguaglianze hanno prodotto, e continuano a moltiplicare.

La disuguaglianza – che non ha precedenti storici – è strutturale ed ha nella politica la sua matrice, grazie alle diverse politiche messe in campo dai governi che hanno portato alla generale riduzione della protezione legislativa del lavoro e favorito quel processo di individualismo sfrenato che ha messo i lavoratori in competizione fra loro per stipendi e carriera. 

Se fino agli anni Settanta i lavoratori erano una sola voce collettiva contro l’arroganza del capitalismo oligarchico, grazie ad organizzazioni sindacali e partiti di sinistri che tutelavano davvero i loro interessi dalla tracotanza dei nuovi Padroni, con le vittorie elettorali di Margaret Thatcher in Gran Bretagna nel 1979 e di Ronald Reagan negli Stati Uniti nel 1980 è cominciato il lento inarrestabile declino della sinistra e dei sindacati. 

L’eliminazione della contrattazione collettiva, che faceva convergere tra loro i redditi da lavoro, e dell’indicizzazione automatica dei salari in funzione degli aumenti dei prezzi (scala mobile) ha peggiorato fortemente la distribuzione del reddito che è andato a scapito dei salari ma a favore della rendita finanziaria.

Tra i primi anni del 1990 e il 2007, nei paesi industrialmente avanzati, la quota dei salari sul Pil è scesa in media di 13 punti percentuali nell’America Latina e caraibica, di 10 punti in Asia e nei paesi del Pacifico, di 9 punti nelle restanti economie avanzate. Ovvio aggiungere che i punti persi dai redditi da lavoro sono andati ai redditi da capitale.

I dati dunque dimostrano che non alla crisi economica – per intenderci, quella che ha preso avvio negli Stati Uniti nel 2007 in seguito alla crisi dei subprime – dobbiamo imputare il trend in crescita delle disuguaglianze economiche: l’andamento era già cominciato vari anni prima, subito dopo la caduta del Muro di Berlino. 

È lecito quindi supporre che tale sviluppo patologico del sistema economico e sociale sia da attribuire in misura maggiore all’inadeguatezza delle politiche, messe in campo sia dai governi di destra sia da quelli di sinistra, nel contrastare le disuguaglianze. 

La responsabilità principale grava tuttavia soprattutto sui partiti di sinistra e sui sindacati, che hanno abbandonato il loro tradizionale ruolo storico, politico e sociale per convertirsi anche loro al pensiero unico dominante del neoliberismo.  

La domanda allora è: scelta strategica o semplice svista? Il fatto è che la politica ha evocato i mostri e non è più in grado di controllarli; sempre più succuba e funzionale al potere economico e finanziario, non ha più margini di manovra. I meccanismi d’integrazione sociale oggi non possono non adeguarsi all’oggettività delle strutture di produzione capitalistica. E nella società dei salariati si punta piuttosto egoisticamente a mantenere la propria posizione e a proteggerla dalle incertezze della vita piuttosto che mettere in discussione la struttura delle disuguaglianze di posizione. 

Il problema della protezione dall’incertezza di reddito e di vita si pone essenzialmente nei termini dell’accettazione supina da parte dei lavoratori salariati di ogni forma di ricatto, anche inaccettabile come quella di firmare una busta paga a fronte di una somma percepita inferiore o di svolgere lavori in ambienti di lavoro insalubri.

Peraltro, nell’affrontare i problemi d’incertezza economica, si assiste ad uno spostamento di oneri: dalla collettività all’individuo. 

Se una volta nell’imaginario collettivo il povero veniva visto con pietismo, adesso si tende a colpevolizzarlo. Nella cultura dominante si è sviluppato una distorsione culturale di tipo gramsciano: il passaggio da un modello di comunità inclusiva, ispirato allo «Stato sociale», a uno Stato esclusivo, ispirato alla reiezione di quanti non sono funzionali all’attuale sistema di costruzione di ordine e progresso economico. Non lo Stato, e la società tutta, deve creare le condizioni perché il lavoro sia un diritto per tutti, ma l’individuo da solo deve superare le prove, trovare le motivazioni per la sua realizzazione e costruzione di senso.

Andando di questo passo non è lontano il giorno in cui il volume dei rifiuti umani supererà la capacità del sistema di smaltirli. E come nel film di Romero “Zombi”: «Quando all'inferno non ci sarà più posto i morti cammineranno sulla terra».

domenica 31 marzo 2019

BREVI OSSERVAZIONI SUL CONVEGNO DI VERONA SULLA FAMIGLIA


Il fatto che si parli di famiglia è senz’altro un fatto positivo, a condizione che il clima in cui le opposte idee si confrontino sia privo di pregiudizi. Opporre la “bellezza della famiglia naturale” ad altre forme di famiglia è un chiaro esempio di valutazione del fenomeno secondo convinzioni assunte acriticamente e prevenzioni generali che nulla hanno a che vedere con la sostanza dei fatti.

In piena inquisizione chiunque dissentisse dal dettato della Chiesa tradizionale era perciò stesso considerato “eretico”, e quindi condannato al rogo. Era dunque una farsa invitare i pensatori del tempo ad esprimere liberamente le proprie opinioni, se poi, quando queste divergevano dal solco della verità imposta dalla Chiesa, venivano condannati o all’abiura o al rogo. Galileo Galilei, sostenitore della teoria copernicana eliocentrica sul moto dei corpi celesti in opposizione alla teoria geocentrica, fu costretto ad abiurare le sue tesi per evitare il rogo; Giordano Bruno fu messo al rogo perché osò criticare il geocentrismo tolemaico e negare le teorie aristoteliche di un cosmo composto da sfere cristalline concentriche.

Quando sento (e vedo) di un gadget a forma di feto di dieci settimane, distribuito al Congresso mondiale delle Famiglie in corso a Verona, accompagnato da un cartellino con la scritta: “L'aborto ferma un cuore che batte!”. Ho la sensazione di trovarmi in pieno Medioevo, piuttosto che in un luogo dei nostri tempi in cui le rispettive posizioni e idee si confrontano con pacata onestà intellettuale. E tali estremismi sono la dimostrazione di quanta ignoranza insiste ancora sulla “famiglia” – comunemente intesa – quale insieme di persone unite da vincoli d’affetto.

È solo un pregiudizio, dato per scontato, quello che ci porta a intendere la famiglia come primo nucleo sociale normato e strutturato intorno alla figura di un uomo e di una donna che si uniscono in matrimonio e quindi generano figli.

Un tempo, molti anni fa, forse aveva anche un senso pensare la famiglia in questi termini: la donna si occupava del lavoro domestico e della cura dei figli; l’uomo dedicava gran parte del suo tempo ad un lavoro remunerato per provvedere ai bisogni economici della famiglia, quindi, una volta divenuti grandi i figli, bilanciando autorevolezza e affettività, li avviava ad occupare un posto nella società. 

Questa, un tempo, era la funzione della famiglia, almeno nella sua forma ideale. Ma tutto questo e altro ancora – nella famiglia – non esiste più: nei rapporti di coppia e intergenerazionali bisogni di autonomia e interdipendenza sono spesso in conflitto tra loro. Il ruolo del matrimonio, come fondamento della relazione di coppia, si è indebolito. Quindi il desiderio di mantenere spazi di autonomia nella vita quotidiana accresce il numero delle separazioni e dei divorzi. Si formano quindi nuovi rapporti di coppia in cui confluiscono i figli avuti da un rapporto o un matrimonio precedente. Si diffondono sempre più le convivenze per evitare poi i costi legali di separazioni.

E dunque di quale famiglia tradizionale parliamo? È come parlare di trasporto su carrozze quando la gente si sposta in aereo!

I confini delle nuove famiglie sono sempre più labili, imprecisi, confusi. E questo fenomeno sfida l’idea di una famiglia «contenuta» entro i confini tradizionali dello stare tutti «sotto lo stesso tetto» e “finché morte non vi separi”.

Ecco perché – secondo me – non ha senso alcuno parlare di famiglia tradizionale: è la Storia che ne ha decretato la fine. 

Possiamo parlare invece di famiglia come luogo in cui si formano rapporti o relazioni retti dalla comune e reciproca volontà di stare insieme e di condividere un comune percorso, almeno per il tempo in cui il vincolo, vuoi affettivo vuoi d’interesse, si mantiene saldo ed ha una sua ragione d’esistere.

Del resto, personalmente, non ho mai creduto alla famiglia come luogo dell’intimità e dell’affettività, spazio dell’autenticità, archetipo della solidarietà. Lo attestano i tanti episodi di cronaca nera di famiglie come luoghi dell’inautenticità, dell’oppressione, dell’obbligo, dell’egoismo esclusivo. La famiglia non è solo quel luogo idilliaco rappresentato dalle immagini del “Mulino bianco”: la famiglia può anche essere non solo il luogo in cui si consumano, lontano da occhi indiscreti, veri e propri atti di violenza e di abusi sessuali, ma anche l’incubatrice di autentici mostri.

Quando Salvini, star del congresso delle famiglie, si schiera contro l’aborto e a favore della famiglia tradizionale, mi ricorda tanto quegli inquisitori spagnoli che, in nome dell’infinito amore e della misericordiosa potenza di Dio, mandavano povere mentecatte (streghe) al rogo con l’accusa di aver avuto rapporti con il diavolo. Prima ancora dei feti di dieci settimane, dovrebbe occuparsi di bambini e di esseri umani in carne ed ossa, invece di precludergli – in nome di un principio assiomatico che più immigrati significhi necessariamente più delinquenti – il diritto ad una vita più dignitosa.

domenica 27 gennaio 2019

27 GENNAIO, GIORNO DELLA MEMORIA


Io credo che non abbiamo alcun motivo di considerarci eticamente superiori ai nazifascisti degli anni Trenta e Quaranta, se possiamo con soave indifferenza tollerare e girare la testa dinanzi alle tante forme di olocausto che in ogni parte del Mondo continuano a consumarsi.

Associamo giustamente l’Olocausto all’ideologia nazista, ma dimentichiamo i molti assassini che come società opulente perpetuiamo o per garantire i nostri confini dall’orda barbarica di miserabili in cerca di condizioni di vita più accettabili, o per saccheggiare le materie prime di cui abbiamo bisogno. Orrori storici di cui la cronaca è piena, ma che consideriamo come un fenomeno dopotutto normale.

La nostra visione della modernità può tranquillamente accettare il massacro e lo sfruttamento di tanti innocenti per la pingue soddisfazione di una piccola parte di umanità. Perché “noi valiamo”, e tutti gli altri sono solo escrescenze purulente di esistenze, di cui non sentiremo alcuna mancanza quando il mare dovesse inghiottire i loro esausti corpi.

Corpi senz’anima, senza storia, cose insieme ad altre cose trasportate indifferentemente alla deriva. Dell’uomo non resta che il cadavere, che la morte ha raggelato.

L’inferno ha tali sembianze.

domenica 13 gennaio 2019

PERCHÉ – FORSE – AGLI ITALIANI PIACCIONO LEADER COME SALVINI


Quando vedo e ascolto Salvini, mi sorprendo del consenso attribuitogli dagli italiani. Il primo partito del Paese si conferma essere virtualmente la Lega di Matteo Salvini, che rimane salda al 32,1% delle intenzioni di voto, e per il 62% del campione consultato Salvini è il leader indiscusso.

Perché agli italiani piace sempre il peggio del peggio? Ai vertici delle istituzioni c’è un ministro che di ordine e pulizia ha fatto le sue parole d’ordine; alimenta e legittima una mentalità chiaramente “fascista”. E tuttavia agli italiani piace!

Ne dobbiamo concludere che agli italiani piace il fascismo!

Probabilmente è iscritto nel loro DNA. È una predisposizione; gli viene naturale.

Il fascismo è oppressore dei deboli, ma servo dei forti. La sua indole è assai simile a quella di certi mastini da guardia che leccano la mano del padrone, anche quando usa il bastone. Così si possono rubare gli abiti a un clochard e gettarli nella spazzatura, in nome dell’ordine, della pulizia e del decoro della città; si possono organizzare raid a caccia di immigrati, perché rubano il lavoro e le case degli italiani, o più banalmente perché sono sporchi e pericolosi. 

Ma i padroni che li affamano sistematicamente, per renderli più cattivi, sono invece idolatrati. La grande rapina di questi appare poca cosa rispetto al crimine – sì intollerabile – dei bambini i cui genitori non pagano la retta del refettorio, realizzando di fatto per loro una vera e propria apartheid negli asili nido e nelle scuole.

Il fascismo piace agli italiani perché rassicura la loro inferiorità. Di fronte alla complessità dei problemi nel mondo è preferibile la più semplice teoria del capro espiatorio: se manca il lavoro, le case non ci sono e la criminalità dilaga nelle nostre città è per colpa degli extracomunitari. Semplice, no?!

Il fascismo piace agli italiani perché è un alibi del loro farisaico cristianesimo: vanno a messa, si battono il petto in segno di contrizione e perdono dei loro peccati, celebrano i loro matrimoni in chiesa, ma tralasciano bellamente la carità cristiana.

Il fascismo piace agli italiani perché alla libertà preferiscono il dispotismo paterno, la figura del buon padre di famiglia che governa nell’interesse dei sudditi-figli, il buon pastore che si occupa del suo gregge.

Il fascismo piace ancora agli italiani perché al diritto e alla giustizia preferiscono il favore di questo o quel potente, che assicuri a lui o al suo parente più prossimo quei vantaggi che agli altri sono preclusi.

Sono fascisti nella misura in cui il teppismo che è in loro può trovare sfogo nell’anonimato del gruppo; possono comportarsi in maniera aggressiva e violenta senza pagar dazio.

Sono ancora fascisti nella misura in cui hanno le spocchie del servo arricchito: antepongono il valore delle cose a quello della vita. L’amore per il possesso delle cose è una vera e propria passione, cui dedicano la maggior parte e le migliori energie della loro vita.

Forse sono queste le ragioni per cui a quel 62% di italiani piacciono i Salvini, Berlusconi, Renzi e … Mussolini!

domenica 6 gennaio 2019

PENSAVO FOSSE UNA RIVOLUZIONE … INVECE È UN CALESSE!


La manovra economica del Governo Lega-M5S, ottenendo l'imprimatur di Bruxelles, non ha subito la tanto temuta “procedura di infrazione”. La montagna ha partorito il topolino: il rapporto deficit/Pil non sarà del 2,4% come inizialmente previsto, ma del 2,04%. 

Con buona pace di entrambi i contendenti, l’Europa si è tirata fuori dal cul de sac in cui s’era cacciata – l’intransigenza assunta inizialmente nei confronti della manovra economica varata dal Governo gialloverde – e il Governo può raccontare ai suoi elettori di averla spuntata contro la Bruxelles dei tecnocrati. 

I primi possono vantarsi di aver costretto il Governo italiano a fare retromarcia rispetto alla posizione in principio assunta; il secondo può affermare di aver fatto digerire ai primi che il rapporto deficit/Pil resta comunque sopra la quota del 2%.

La quota del 2,04% è più psicologica che economica, e non serve né a Bruxelles né al Governo. Non serve a Bruxelles perché non sarà un decimale dello 0,36% a fare la differenza tra il rischio di un default dei conti pubblici o la loro tenuta futura. Non serve al Governo perché di fatto lo costringe a snaturare la reale portata sociale delle sue tanto vantate riforme (reddito di cittadinanza, quota cento e flat tax). 

Non serve neppure al Popolo italiano che, al termine dell’esperimento politico gialloverde, scoprirà – con amarezza – ancora una volta d’essere stato gabbato. Non serve al Paese che si ritroverà con un’economia ancora più malata, un debito pubblico fuori controllo, un livello di istruzione paragonabile a quello dei paesi arretrati e disuguaglianze più accentuate di quanto lo siano oggi.

Sarà gioco facile allora – una volta superata la tornata delle elezioni europee del 2019, contenendo i danni – per l’Europa agitare nuovamente lo spettro del nostro debito pubblico e, con i panzer dello spread, annientare ciò che resta di un governo agonizzante, senza neppure più consenso. 

I vecchi leader, cari all’establishment di potere, ritorneranno allora acclamati dal popolo come i nuovi salvatori della patria. E tutto continuerà a girare com’è sempre girato. 

La folla si lascerà convincere per l’ennesima volta che per uscire dalla crisi è necessaria una politica economica di rigore per la riduzione del debito, e prona accetterà questo dogma, che in effetti consentirà per i prossimi decenni all’élite del potere di distruggere le residuali resistenze alla logica neoliberista.

Se solo la folla, che volto non ha, non fosse così ignorante da non sapere che nel corso dei secoli trascorsi non è mai accaduto che una nazione riuscisse a ripagare tutto il debito e che, storicamente parlando, la cancellazione del debito è avvenuto o per conflitti armati o per rivoluzioni, di cui la più nota è quella Bolscevica, non se ne starebbe con le mani in mano ad attendere che il suo destino si compia per mano di pochi sciacalli e rapaci che usano la ricchezza prodotta da miliardi di uomini per la propria vanità e il proprio tornaconto.

giovedì 29 novembre 2018

METODO DI BELLA: PERCHÉ È UN BLUFF


Alla fine degli anni Novanta, un medico modenese, Luigi Di Bella, sostenne di aver ideato un “metodo” per curare tutti i tumori e anche molte altre malattie. La cura consisteva nel somministrare  un cocktail di farmaci: somatostatina (3 mg) (o Octreotide, un peptide con struttura analoga), bromocriptina (2,5 mg), un alcaloide derivato dall'ergotamina, ciclofosfamide, un chemioterapico usato in molte terapie anti-tumorali, alla dose giornaliere di 50 mg (sostituito dall'Idrossiurea nel trattamento del glioblastoma), melatonina (20 mg) unita all’adenosina e, infine, un complesso vitaminico costituito da una soluzione di retinoidi (7 g), vitamine E, C e D.

Luigi Di Bella aveva iniziato le sue ricerche sul cancro sin dal 1963. E nel 1967 cominciò la sperimentazione su alcuni pazienti. Quindi nel 1977 introdusse nella sua multiterapia l'uso della somatostatina, allo scopo da curare anche i cosiddetti “tumori solidi”.

La notizia della guarigione di alcuni malati di cancro guariti con il metodo di Bella fece ben presto clamore, e attirò l’attenzione dei media, che si tuffarono a capofitto nella vicenda. La pressione mediatica, da una parte, e la conseguente spinta popolare, dall’altra, indussero l’allora Ministro della sanità Rosy Bindi ad avviare un trial clinico allo scopo di saggiare la reale efficacia della cura nei confronti del cancro. Furono quindi allestite due sperimentazioni: una nazionale, affidata a vari ospedali italiani, e una regionale in Lombardia. E tutte le cartelle e i documenti in possesso del prof. Luigi Di Bella furono passate al vaglio per accertare che le ipotesi scientifiche alla base del trattamento e gli studi clinici erano stati condotti in condizioni sperimentali corrette e controllati in doppio cieco.

Il trial clinico si rivelò un fallimento: su base nazionale, dei 1155 pazienti sui quali era stato testato il Metodo Di Bella (MDB) nessuno ebbe un risultato clinicamente rilevante. Risultato analogo si ebbe nella sperimentazione su base regionale (Lombardia): nessuna guarigione né miglioramento significativo. Peraltro, l’analisi dell’archivio personale di Di Bella, che dichiarava più di 20.000 casi trattati, mostrò che, in realtà, quelli catalogati erano soltanto 3076 e di questi: solo 248 erano leggibili o con elementi sufficienti per giudicare gli effetti del “metodo”. I pazienti, a due anni dalla diagnosi, erano tutti deceduti tranne uno. I risultati clinici di chi si era sottoposto alla presunta cura erano nulli, paragonabili alla sopravvivenza dei pazienti in assenza di cure.

In conclusione, dal punto di vista scientifico, le sperimentazioni effettuate smentirono al di là di ogni ragionevole dubbio la validità del MDB nella cura del cancro. E i casi riguardanti soggetti che avevano tratto benefici dal trattamento facevano tutti riferimento ai dati pubblicati dallo staff di Di Bella o da suoi collaboratori. Insomma, ad oggi nessuno studio indipendente mostra un effetto curativo di questo “metodo”.

Dal siero Bonifacio, che sull’idea che le capre non hanno mai il cancro, inventò una sorta di “estratto biologico”, composto da feci di capra mescolate ad urina ed acqua, alla presunta azione anticancro del bicarbonato di sodio, basata sull’idea che il tumore può creare intorno a sé un ambiente acido; dal metodo Di Bella, che sull’idea che alcune sostanze chimiche singolarmente prese possono avere un’azione protettiva o antagonista allo sviluppo dei tumori, alla medicina di Hamer, che sull’idea che traumi o conflitti irrisolti a livello psicologico sono la genesi di ogni patologia. Il mondo della medicina è costellato di soggetti che vantano poteri di guarire mali, che inutilmente la scienza medica cerca di sanare. Quanto più i rimedi della scienza medica si dimostrano insufficienti o incapaci a debellare il male, tanto più emergono soggetti che promettono cure miracolose. E come in tutte le cure alternative per il cancro, per le malattie neurodegenerative, ecc.  si crea, nei confronti di costoro, una sorta di “culto della personalità”. 

È successo per il metodo Stamina, un trattamento a base di staminali ideato dallo psicologo Davide Vannoni, che sosteneva di poter curare non solo ictus, lesioni spinali, malattie degenerative del sistema nervoso come Parkinson, sclerosi multipla, Sla, ma anche rare patologie infantili come la leucodistrofia metacromatica, per le quali la scienza non ha ancora trovato un rimedio. Ed è successo anche per il metodo Di Bella, per il quale sono nati gruppi di sostegno, pagine internet e appassionati che non solo ne diffondono le teorie, ma ne esaltano l’efficacia. Così, grazie a testimonianze personali costruite ad hoc, il grande bluff che illude i malati e incanta l’opinione pubblica può accrescersi indisturbato. E prima ancora d’essere arrestati – in quest’opera di proselitismo – dalle inchieste della magistratura, spesso soggetti senza scrupoli hanno pure tutto il tempo di costruirsi il loro cospicuo tesoretto.

È del tutto comprensibile che quando soffriamo o siamo afflitti da un qualunque male, tendiamo a credere all'incredibile, pur di non soffrire e nella speranza di guarire. Nessun uomo sfugge a questo dettato; anche il più coraggioso e serio intellettualmente. Qualunque rimedio prometta la guarigione dalla malattia, attira l’uomo dolorante a tentare l’esperimento su di sé.

È umano, anzi fin troppo umano. Così si ricorre alle fattucchiere nelle campagne, agli uomini che millantano poteri guaritivi di ogni genere, ai geni incompresi e bistrattati dal mondo accademico della medicina, ai santuari più accreditati e alle madonne più miracolose.

Il fatto che a seguito di un pellegrinaggio svolto a Lourdes la Madonna abbia concesso 70 miracoli, riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, non depone per l’efficacia terapeutica di un tale trattamento. Senza voler né svalutare, né screditare, né sminuire i miracoli avvenuti a Lourdes, di guarigioni che restano inspiegabile allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, da un punto di vista statistico, ve ne sono di più restando comodamente a casa che andando in pellegrinaggio: su una quantità di oltre 100 milioni di pellegrini in 150 anni, la media è inferiore a 1 su 1 milione, di gran lunga più bassa della percentuale di remissioni spontanee di tumori, che è dell’ordine di 1 su 10 mila.

Nella ricerca scientifica, i miracoli, le testimonianze personali, soprattutto quando provengono da fonti non controllate o non controllabili – come social network, internet, ecc. – hanno un valore relativo. La scienza si basa su fatti verificabili, ed è una regola che non fa eccezione in nessuno caso. Se una persona, anche con il conforto di un testimone e di una prova fotografica, dichiara di far levitare il tavolo della sua cucina violando le leggi della gravità, ma poi in condizioni sperimentali di laboratorio non è in grado di ripetere l’evento, il fatto – sia pure sorprendente – non è oggetto di ricerca scientifica.

Per questo motivo non c’è nessun interesse clinico nel considerare attendibili i casi di soggetti che dichiarano di essere guariti dal cancro grazie al “metodo Di Bella”. In molti di questi casi i pazienti hanno effettuato varie cure alternative a quelle standard, spesso in contemporanea. Il dato incontrovertibile è che, alla luce delle sperimentazioni scientifiche e delle attuali conoscenze mediche, non vi è alcun elemento che mostri l’efficacia antitumorale del cosiddetto “metodo Di Bella”.

Peraltro, tra i farmaci usati da Di Bella c’è un chemioterapico, la ciclofosfamide, che è largamente impiegato nel trattamento di alcuni tumori quali il linfoma maligno, la leucemia linfocitica cronica, l’adenocarcinoma ovarico, il mieloma multiplo, il cancro della mammella, del cervello e della vescica. Pertanto, ascrivere, in modo volutamente semplicistico, al  “metodo Di Bella” la scarsissima percentuale di casi di guarigione, sarebbe come ascrivere al succo d’arancia, nel quale è stata disciolta dell’aspirina, il potere di diminuire la febbre.