domenica 29 luglio 2018

PERCHÉ SÌ AL DECRETO DIGNITÀ


Confindustria continua a ripetere che il cosiddetto “Decreto Dignità” è un segnale molto negativo per le imprese e rischia di far crescere il tasso di disoccupazione. Cerchiamo per prima cosa di capire in che modo e in che misura le previsioni di Confindustria sono attendibili.

Prima del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, Confindustria aveva paventato scenari a dir poco apocalittici nel caso in cui avesse vinto il “no”: caos politico, rialzo del tasso di interesse sui titoli di Stato, fuga di capitali, perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, impennata della povertà, banche a rischio fallimento. 

Per fortuna le sue profezie non si sono avverate, e noi siamo ancora qui: vivi e vegeti!

Contrariamente ai foschi presagi di Confindustria e di Renzi, non c’è stata nessuna impennata degli interessi sul debito pubblico, né caos politico, nessuna fuga di capitali, nessun aumento della disoccupazione. La situazione italiana non è buona, ma un fatto è certo: l’esito referendario non ha spostato in peggio il quadro complessivo. Al contrario, un anno dopo il Pil ha messo a segno un +1,5%, ben lontano dal – 0,7% previsto da Confindustria.

Insomma, se le previsioni di Confindustria, sulla crescita economica italiana e sul quadro politico, in campagna referendaria sono state quanto di più distante dalla realtà, non è detto che il monito espresso sul “Decreto Dignità” preluda necessariamente a un rischio di maggiore disoccupazione.

Ma la domanda è: perché mai il “Decreto Dignità” dovrebbe necessariamente creare maggiore disoccupazione? Esiste davvero una relazione diretta tra maggiori tutele dei lavoratori e grado di disoccupazione? E perché mai le imprese si mostrerebbero più inclini ad assumere lavoratori a condizione che questi non abbiano alcuna tutela?

Allo stato delle cose non esiste alcun dato, alcuno studio serio che consente di concludere che il tasso di rigidità del mercato del lavoro sia causa di maggiore disoccupazione. I risultati, al contrario, dimostrano in modo concorde che minore flessibilità e maggiori tutele sono condizioni che favoriscono una migliore produttività del lavoro; l’indice di produttività del lavoro è in genere migliore se si può contare su lavoratori fidelizzati e affidabili, e non certo ricattabili. Quando negli Stati Uniti, nel 1865, venne approvato il tredicesimo emendamento della Costituzione, con il quale venne abolita la schiavitù in tutti gli stati, i ricchi proprietari terrieri del sud paventarono un crollo dell’economia non dissimile a quello annunciato da Confindustria. Ma questo non accadde, e gli Stati Uniti sono diventati la superpotenza che noi oggi conosciamo.

Secondo Daron Acemoglu e James A. Robinson, due eminenti economisti, le nazioni falliscono quando le politiche poste in essere dai governi ancorché inclusive sono estrattive. Le politiche sono inclusive quando pongono l’attenzione soprattutto nella difesa dei diritti delle persone meno forti, rendendoli protagonisti della crescita e dello sviluppo di una data società, senza lasciare ai margini nessuno. Sono invece estrattive quando consentono a determinati gruppi sociali di appropriarsi del reddito e della ricchezza prodotta da altri. In questo caso la crescente povertà dei suoi abitanti sfocia fatalmente in rivolte e guerre civili che rovesciano le istituzioni democratiche e portano all’instaurazione di regimi totalitari. La prosperità delle nazioni si fonda sulla pace sociale, e questa si mantiene a condizione di garantire a tutti livelli di dignità accettabili.

Ma quali sono le novità del “Decreto Dignità” in materia di contratti di lavoro a termine rispetto alle precedenti leggi?

Quelle di maggiore impatto che hanno determinato un’alzata di scudi da parte di Confindustria riguardano il ritorno delle causali e l’aumento dei contributi a carico dei datori di lavoro, a partire dal primo rinnovo. E poiché le causali sono l’aspetto più criticato, vediamo cosa sono. 

In sostanza il decreto stabilisce che per i contratti a tempo determinato, dopo il primo rinnovo, devono essere riportate obbligatoriamente le causali. La causale può rientrare tra due diverse categorie: 1) ragioni oggettive estranee all'azienda o sostitutive del personale, 2) picchi di attività imprevisti e temporanei.

Nella prima categoria rientrano: esigenze temporanee ed oggettive estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, ragioni sostitutive, esigenze connesse ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria. Tanto per intenderci: nella prima categoria rientrano quei lavoratori assunti in sostituzione di lavoratrici che sono in maternità, quando dopo i dodici mesi si rendesse necessario rinnovare il contratto per il perdurare dell’assenza della lavoratrice per maternità; o, ancora, quando l’azienda – al termine del primo contratto – si trovasse a far fronte ad una commessa straordinaria che prevede consegne in tempi rapidi. 

Insomma, per effetto del decreto, l’azienda non potrà prorogare ad libitum un contratto a tempo determinato senza specificarne la ragione. Secondo il principio generale che l'utilizzo del contratto a termine, dopo il primo, deve essere limitato a esigenze particolari, e non per l'attività "normale".

Nella seconda categoria rientrano ovviamente tutti quei soggetti economici, individuati con decreto del Ministero del Lavoro delle politiche Sociali, che per natura e tipologia hanno picchi di attività stagionali (si pensi all’attività alberghiera e ristoratrice), e tali da non consentire all'imprenditore una loro gestione con la sola forza lavoro disponibile.

A questo punto s’impone una riflessione. Se l'utilizzo del contratto a termine resta sostanzialmente liberalizzato per i rapporti di durata inferiore all'anno, mentre dovrà essere sostenuto da ragioni giustificatrici quando la durata iniziale del rapporto sia superiore all'anno (circostanza che ricorre ben raramente) o sia successivamente prorogata oltre l'anno, dove sta la ragione di tanto allarme suscitato da Confindustria e suoi epigoni?

Si dice che il Decreto farà ripartirà il contenzioso sulla legittimità delle causali indicate dai datori di lavoro e contestate dai lavoratori. E quando un giudice dovesse esprimersi sulla sua invalidità, questo porterebbe alla conversione del rapporto a tempo indeterminato. Pertanto, la valutazione, dagli esiti incerti, della legittimità o meno della causale, posta a fondamento del rinnovo, indurrebbe, a sua volta, il datore di lavoro a non rinnovare il contratto al termine dei dodici mesi, determinando così un maggior turnover di personale e un aumento dei precari nel mondo del lavoro.

Lasciamo perdere l’irragionevolezza di una tale minaccia (un datore di lavoro che, dopo aver sostenuto costi e tempi di formazione per un anno, non rinnovi il contratto a un lavoratore, pur ritenendolo valido, preferendo sostituirlo con un altro a tempo determinato è fuori dalla grazia di Dio), ma resta il fatto che una tale argomentazione tradisce sfacciataggine e arroganza, che può essere così parafrasata: “so di avere il coltello dalla parte del manico, e intendo continuare a mantenerlo”. 

Alla faccia della sinallagmaticità dei contratti, una parte vuole tutto a detrimento dell’altra. Il datore di lavoro vuole una condizione di “privilegio esoso” senza se e senza ma. In sostanza, vuole disporre del lavoratore a suo piacimento e arbitrio, senza neppure dover essere costretto a rispondere a un giudice, continuando ad usare il licenziamento o mancato rinnovo come arma di ricatto per ottenere la sua obbedienza totale. 

Per usare una similitudine, sarebbe come se la categoria degli uomini, in considerazione della scarsità dei matrimoni e dei contenziosi in fase di separazione, esigesse che, in caso di scioglimento del matrimonio, nessuna legge e nessun giudice interferisse sulla loro decisione di separarsi, decidendo peraltro di stabilire il quantum debeatur alla moglie sulla base della solo loro magnanimità o spilorceria.

Questo è inaccettabile sul piano civile e giuridico. La ricattabilità del lavoratore non può mai essere considerata accettabile per un Paese che si autodefinisce civile, nemmeno se fosse l’unico mezzo per la ripresa economica. I contratti che salvaguardino la dignità dei lavoratori non sono un optional ma il rispetto che si deve alla nostra Costituzione, che al secondo comma dell’art. 41 – pur ribadendo la libertà di iniziativa economica (che può esercitarsi liberamente senza vincoli) – stabilisce dei vincoli e dei confini: essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà o alla dignità umana. Nessuna ragione o causa può dunque giustificare lo svilimento della dignità del lavoro e dei lavoratori: gli uomini non possono e non devono diventare oggetti da scambiare e ricattare.

Se la Confindustria ha ragione quando sostiene che sono le imprese a creare lavoro, è pur vero che allo Stato spetta il compito di regolare i rapporti di lavoro in modo da scoraggiare quei comportamenti che possono essere lesivi della dignità del lavoratore, in quanto e soprattutto “essere umano”. 

Ora, se un lavoratore ha dato prova nel corso di un anno di essere affidabile e competente, non sarebbe sensato e logico attendersi che quel lavoratore venga assunto a tempo indeterminato dall’imprenditore? Di quanti anni ha bisogno l’imprenditore per saggiare l’affidabilità del lavoratore?
Di quale sciagura parla dunque Confindustria?

Ridare dignità al lavoro non è cosa che dovrebbe essere oggetto di discussione. La disoccupazione o l’occupazione non sono il risultato di norme ad hoc disegnate su questo o quel soggetto economico, ma sono l’esito della domanda aggregata e degli investimenti fatti. Non è pensabile pertanto che la ripresa economica e la conseguente riduzione della disoccupazione siano ancorate all’unico dogma della flessibilità. Potrebbe semmai essere vero il contrario: il ricorso eccessivo alla flessibilità e alla precarietà ha posto le condizioni di un generale impoverimento, che ha depresso la domanda aggregata, con la conseguente stagnazione dei consumi. La deregolamentazione del mercato del lavoro, mancanza di occupazione e precarietà, disuguaglianza retributiva, potrebbero essere i veri presupposti del perché l’Italia stenta a crescere. Studi qualificati dimostrano infatti che la ricchezza di una nazione non si crea puntando sulla compressione del salario e dei diritti dei lavoratori, ma sull’innovazione. 

La precarietà ha un impatto negativo sull’economia e genera solo problemi sociali, che presto o tardi sono destinati a scoppiare. Se il lavoro tutelato incentiva le imprese ad investite su innovazione e tecnologia (le vere uniche strategie vincenti nel medio lungo periodo), quello precario e mal pagato disincentiva gli investimenti sull’innovazione e produce una massa di working poor (lavoratori a basso reddito) destinata sì a pesare sui conti e sulla crescita dello stato.

domenica 15 luglio 2018

SIAMO FORSE NOI I CUSTODI DEI NOSTRI FRATELLI?


I confini della terra sono diventati steccati dietro cui tentiamo di recingere la fragilità delle nostre esistenze sempre più incapaci di umana pietà. Un carico di 450 uomini, spinti dalla guerra, dalla dittatura e dalla povertà a fuggire dai loro paesi, rappresentano un problema insolubile e insanabile.

Chiusi dentro la fortezza del nostro Occidente democratico, dove l’opulenza ci costringe a massacranti allenamenti e diete ferree, non possiamo dividere il più con chi ha meno. Da quale parte del muro sta la barbarie?

L'Italia non molla: prima di far sbarcare la nave Frontex e quella della Guardia di Finanza, ora in rada a Pozzallo, vuole garanzie sulla ridistribuzione dei 450 migranti a bordo. E mentre Francia, Germania e Malta ci pensano, esseri umani, “senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d'inverno”, attendono di conoscere la loro sorte.

Noi abbiamo altre cose più importanti cui pensare. Per esempio, dove trascorreremo le prossime vacanze estive; quando ricominceranno i saldi; investo in titoli azionari o obbligazionari … ecc.

Problemi senz’altro più importanti! E poi – diciamolo – accoglierli non fa altro che motivare i trafficanti e aumentare le loro entrate. C’è dunque un principio di legalità che bisogna salvaguardare!

Se poi questa gente morirà nei campi di detenzione libici, beh: è un problema che non ci riguarda. L’importante è che non ci disturbino troppo. Dopo tutto cosa possiamo farci noi. Ammettiamolo, non possiamo farci angustiare da questa gente, la vita è breve: è solo una. Senza questa gente che sbarca sulle nostre coste, potremo finalmente abbandonarci a occupazioni più piacevoli.

È questo il grande male del nostro tempo: l’indifferenza. Possiamo portare avanti le tante incombenze della quotidianità, senza provare alcuna risonanza emotiva al bisogno, alla sofferenza dell’altro. La cultura del consumismo ci ha portati a pensare solo a noi stessi. Quasi che soltanto noi abbiamo diritto alla felicità, al benessere. Se gli altri vivono in condizioni peggiori della nostra, la cosa non ci riguarda. E il peggio è che alla sofferenza dell’altro ci siamo abituati, come se l’altro non avesse lo stesso nostro sistema nervoso.

Come Caino diciamo: siamo forse noi i custodi dei nostri fratelli?

Io non so se questo è il segno della nuova civiltà che avanza. Ma di certo so che mi dà i brividi!

domenica 8 luglio 2018

LA SINISTRA CHE VERRÀ


La sinistra, dopo la sconfitta del blocco comunista nel 1989, è stata travolta dall’avanzata del modello neoliberista, che a partire dagli anni Ottanta ha colonizzato non solo l’economia, ma anche la cultura, e con essa la società e l’ambiente. 

Potevamo sperare che dalle ceneri del comunismo sorgesse la sua alternativa socialdemocratica e riformista. Ma no, nel giro di qualche decennio siamo passati da un’«economia di mercato» a una «società di mercato». 

Insomma, in altre parole, il mercato non è solo meccanismo di regolazione dell'economia, ma più in generale condiziona e regola le istituzioni di governo e l'intera sfera sociale. E sempre di più assistiamo ad una vera e propria lotta di classe capovolta: non gli ultimi che si battono per vedere riconosciuti i loro diritti, che giorno dopo giorno vengono erosi, ma gli oppressori che guadagnano terreno a scapito degli oppressi, che non osano – perché infiacchiti? – nemmeno ribellarsi ai loro sfruttatori. 

Accade così che mentre la quota dei salari degli oppressi va via via diminuendo, la ricchezza dei privilegiati, appartenenti a quell’1% della popolazione mondiale, va spaventosamente accrescendosi, accentuando scandalosamente l’indice di disuguaglianza. 

Il fatto che i ricchi siano diventati più ricchi e i poveri più poveri, che i potenti guadagnino sempre più potere mentre i deboli diventano sempre più impotenti, è accettato come un fatto naturale e inevitabile. Gli oppressi hanno imparato ad accettare la loro condizione di “paria” docilmente e volontariamente.

Com’è possibile che questo sia potuto accadere? Forse perché sono riusciti a farci credere che alternative a questo stato di cose non v’è e che dobbiamo rassegnarci alle nuove gerarchie di potere, quantunque nessun popolo le abbia elette?

Per me è chiaro che questo è accaduto perché è mancata una sinistra degna di questo nome. 

È accaduto perché, a partire dagli anni Ottanta, la sinistra è stata colta da una crisi d’identità che l’ha portata a giocare su entrambi i tavoli: quello di destra, di stampo liberista, e quello sociale proprio della sinistra. 

Il risultato è stato che ha finito per diventare completamente subalterna al paradigma delle politiche neoliberiste e per perdere progressivamente il voto dei tradizionali elettori di sinistra, convinti che la sinistra dovesse rappresentare innanzitutto le domande di giustizia e uguaglianza di larga parte della società, e non i privilegi già ampi delle classi sociali più ricche. 

Così questa sinistra incapace di rappresentare sia le istanze di destra sia quella di sinistra, come medusa spiaggiata e sballottata dalle onde, attende la sua fine.

Noi oggi possiamo solo sperare che dalle ceneri di questa sinistra agonizzante risorgano tanti spontanei movimenti collettivi capaci di riaggregare una nuova sinistra, che abbatta quarant’anni di dominio dell’ideologia e delle politiche neoliberiste e ridia dignità al lavoro e all’uomo. Con l'augurio che, se le politiche neoliberiste hanno messo al centro il mercato e il privato, la nuova sinistra sia capace di ricostruire una cultura dei beni comuni e del pubblico.

sabato 30 giugno 2018

L’IRRESISTIBILE ASCESA DI SALVINI E LE RESPONSABILITÀ DEL PD


Come in passato il Pd ha spianato la strada ai governi di Berlusconi, oggi spiana quella dei prossimi governi Salvini. La domanda è: c’è del metodo in questa follia? Se l’intento era quello di consentire alla Lega di fagocitare a poco a poco il M5S e di preparare il futuro governo a guida Salvini, bisogna ammettere che ci sta riuscendo egregiamente: i sondaggi parlano chiaro, mentre la Lega aumenta i consensi, il M5S li perde.

Cosa dicono le rilevazioni dopo la formazione del governo presieduto da Giuseppe Conte? La Lega tocca quota 31%, mentre il M5S cede e cala al 29,8%. Il partito guidato da Salvini succhia consensi non solo dagli altri partiti di centrodestra (Forza Italia è all’8,3%, Fratelli d’Italia crolla al 2,3%), ma anche dal M5S.

La Lega, stando ai sondaggi, è il primo partito del Paese. E di questo bisogna ringraziare Matteo Renzi e i suoi accoliti, che dopo aver fatto strame della sinistra in Italia, si adoperano con sagace idiozia per condurre Salvini alla guida del prossimo governo.

Se il Pd si fosse reso disponibile a sostenere un governo monocolore dei grillini, non temeremmo oggi la deriva autoritaria impressa da Salvini: pugno forte con i migranti, censimento dei Rom, legittima difesa estesa, ecc. ecc. Il Pd, chiudendo con i pentastellati, ha di fatto consentito che la Lega di Salvini divenisse l’azionista di maggioranza del governo. E questo nonostante le urne avessero accreditato i grillini di un risultato quasi doppio a quello della Lega, che ha senz’altro tratto un enorme vantaggio dalla cecità della sinistra, che non ha visto e continua a non vedere.

Ma forse questo è accaduto perché tra i due Matteo c’è più somiglianza che diversità. Come l’altro Matteo, Salvini è accecato dall’egocentrismo e dall’ambizione. Caratteristiche comuni nei demagoghi e tiranni, che acquisiscono il potere ergendosi a difensori degli ultimi e degli arrabbiati, ma poi lo piegano ai propri biechi interessi. Il loro scontato successo confida nel fatto che non sempre l’elettorato riflette sulle conseguenze del voto. E quando alfine scopre l’inghippo, sovente è troppo tardi e pentirsene non serve certo a cambiare il corso degli eventi.

Salvini esaltato dai sondaggi e dal successo che ha riscosso per aver costretto la nave Aquarius della flotta della Ong Medici Senza Frontiere a fare rotta verso Valencia, ci ha riprovata anche con l’altra nave Ong Lifeline e il suo carico di “carne umana”. E se la prova di forza paga in termini di consensi, possiamo anche dolerci per le sorti degli innocenti, ma resta il fatto che in democrazia vince il numero maggiore. E nulla è più triste che vedere dei morti in questa massa di vivi. È la democrazia, bellezza!

Osservando quanto sta accadendo, non possiamo non concludere che una gran parte di italiani – almeno quelli che condividono le idee di Salvini – si dimostra incapace di gesti e sentimenti di solidarietà. Pensare che il problema migratorio sia stato gestito male nel nostro Paese è un conto, abbracciare tout court la tesi di Salvini che i migranti, quantunque esseri umani, rappresentino un problema di cui disfarsi chiudendo loro la porta in faccia e lasciandoli morire è di un cinismo che non ha dell’umano. 

Se viene meno la solidarietà umana, è la società che è condannata; la solidarietà – che è altra cosa dall’altruismo – è il collante che impedisce che una società collassi nella barbarie. E se oggi s’individua nell’extracomunitario il nemico, una volta debellato questo, domani toccherà ai vecchi, e poi ai disabili e poi ancora ai mentecatti. La solidarietà umana esige che dalla condizione di precarietà esistenziale si esca tutti o nessuno. Quando si utilizza un linguaggio incendiario e barbaro, come fa Salvini, si dovrebbe essere consapevoli delle tante farse della storia mutate in tragedie.

Ma forse il nocciolo della questione è che una gran parte di italiani, ancor prima che di destra, ha una mentalità fascista, perché ignorante nel vero senso della parola. Si rotola gioiosa nel fango dell’ignoranza come i maiali nel trogolo. E anche quei tanti che si dichiarano comunisti, e quindi di sinistra, strizzano poi l’occhio a chi sui temi dell’immigrazione sparge benzina, senza peraltro approfondire criticamente la questione. È forse da questo nucleo fascista che deriva il largo consenso attribuito a Salvini.

Se questa parte di italiani che osanna Salvini si prendesse la briga di leggere e ragionare, si renderebbe conto che la Lega è il partito che, da tangentopoli in avanti, può vantare il periodo più lungo trascorso al governo del Paese con Berlusconi. E che dopo aver puntato l’indice contro “Roma ladrona”, gli stessi suoi leader sono diventati i commensali al banchetto dei ladroni con una fame raddoppiata per il tempo in cui ne erano stati esclusi. 

La Lega occupa ormai da anni un sottobosco di potere a livello di enti e società di emanazione pubblica o a partecipazione pubblica: banche, autostrade, ospedali, Rai, Expo 2015, Finmeccanica, Cinecittà. 

Non parliamo poi delle tante leggi ad personam, volute e fatte licenziare dalle Camere da Berlusconi. 

E questo sarebbe “il nuovo che avanza”? 

Un partito sommerso dagli scandali, dai diplomi comprati in Albania; un partito che ha fatto sparire 48 milioni di euro messi sotto sequestro dal tribunale di Genova dopo la condanna di Bossi per truffa ai danni dello Stato. Che non ha disdegnato il contributo di 250mila euro dell’immobiliarista Parnasi, arrestato per corruzione, secondo l'inveterata logica dell’intreccio perverso tra politica e affari.  

Poveri sciocchi italiani! Pronti a bersi qualunque stronzata loro si racconti. Convinti – a torto – che l’immigrazione sia il male assoluto del nostro Paese, perché toglie case e lavoro agli italiani. Ebbene, se questo fosse il vero problema dell’Italia, varrebbe pure con un pianto e un lamento affrontarlo. 

Ma purtroppo così non è: ben altri sono i problemi che funestano il Paese, e la classe politica ben si guarda dall’evidenziare. Il problema migratorio se è un tema, caro a un certo populismo, utile a guadagnare facili consensi, non lo è affatto per risolvere i mali che ci affliggono. E, come si dice, quando la diagnosi è sbagliata, lo è anche la terapia, che può rivelarsi assai dannosa. Il problema non è l’immigrazione, ma la xenofobia, così sapientemente alimentata ad uso e consumo dei cretini.

Se i cretini riflettessero che la xenofobia non solo peggiora la vita dei migranti, ma anche quella degli autoctoni, perché crea spaccature e tensioni gravi nel territorio e nella società, si guarderebbero bene dal farsi deprimere ulteriormente quel poco di intelligenza, che loro rimane, dai seminatori di odio.

Concludo con una frase di Albert Einstein: «Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l'inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare».

lunedì 18 giugno 2018

ADDIO LUCA, UOMO DAL CUORE DI FANCIULLO

Un ragazzo si è suicidato!

Non ha importanza chi fosse: potrebbe essere nostro figlio, un nostro amico, il vicino della porta accanto, l’uomo che incrociamo per la strada e che non degniamo di uno sguardo.

Luca, questo era il suo nome.

Era buono. E tutto quello che voleva era porre fine alla lacerante e straziante sofferenza che nel suo cuore divorava come un cancro il suo desiderio di vivere, di amare.

Alcuni l’hanno amato tantissimo. Ma non è bastato!

È compito immane, per un singolo uomo, una singola donna, trasformare un deserto in un giardino.

Luca voleva vivere. E la sua voglia di vivere era tanto smisurata che soffocava nella gabbia in cui la “gente perbene” voleva confinarlo: obblighi, prigioni, farmaci.

Un destino imposto dalle consuetudini: così si fa, così si dice, così ci si comporta.

Il suo “mal di vivere”, una sorta di tatuaggio incancellabile, si rifletteva nello sguardo inquisitore di chi, ancora prima di amarlo per la sua tenera fragilità, lo giudicava implacabilmente e sbrigativamente definiva depressione.

Dietro l’etichetta medica della nostra società antropofaga, che prima alimenta la follia e poi ne prende le distanze, si scopre tutta l’incapacità di dare una risposta di solidarietà alla fragilità umana.

Addio Luca, o meglio arrivederci.


Che l’agognato abbraccio di tua madre ti sia ora di conforto e ti accompagni in quella regione dai cui confini nessuno è mai tornato.

domenica 17 giugno 2018

IL LATO OSCURO DEL GOVERNO CONTE


È ancora troppo presto per esprimere valutazioni sul neo governo Conte. Sarà davvero il governo del cambiamento? Da italiano non posso che augurarmelo. Per la verità, non ci vorrà molto: i governi di centrodestra e quelli di centrosinistra sono stati così negletti nella gestione politica del Paese che basterà lavorare con onestà e buona volontà, per portarlo fuori dal pantano in cui l’hanno cacciato la rapacità e l’avidità di uomini più mossi da calcoli e interessi privati che dall’interesse per il bene comune.


“Al tramonto anche i nani proiettano ombre gigantesche”, diceva Karl Kraus. La lezione della storia e dell’esperienza comune ci dice che quando la condotta politica non è ispirata a un senso di moralità le nazioni falliscono: il grado di evoluzione e di sviluppo di una società dipende ancor di più dalla sua classe politica che da fattori economici contingenti. 

Se l’Italia del dopoguerra non avesse avuto statisti della levatura morale di Ferruccio Parri, Alcide De Gasperi, Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Sandro Pertini, eccetera, eccetera, non sarebbe mai uscita dalle gravissime condizioni in cui versava: un paese ridotto allo stremo, una produzione agricola dimezzata rispetto al 1938 e industriale scesa addirittura a meno di un terzo, servizi pubblici inesistenti, strade e ferrovie interrotte in più punti, cumuli di macerie dovunque. Nel giro di un decennio l’Italia passò dalle macerie del dopoguerra al boom economico, di cui ancora oggi ne godiamo i frutti.

Oggi, se ci guardiamo intorno, non vediamo più quella desolazione e quelle macerie, vediamo un altro tipo di desolazione – ben più triste: la desolazione di una parte del genere umano, che pur avendo tutto vuole ancor di più; guidata e dominata dall’egoismo, dalla falsità, dalla cupidigia. E non parlo solo dell’élite, parlo anche di quella parte di popolo minuto che dinanzi alle tante emergenze umanitarie gira la testa dall’altra parte per non vedere, per non essere distolta dalla ricerca laboriosa e incessante del proprio personale piacere. Troppo preoccupata della propria immagine e del proprio benessere per accorgersi della sofferenza di quanti – non per loro colpa – cercano una via per sfuggirla.

Mi è piaciuta l’arringa tenuta in Parlamento dal neo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ha definito sé stesso l’«avvocato dei cittadini italiani». Riprendendo un concetto, a me caro, secondo il quale il potere in una società democratica si esercita al servizio dei cittadini e non il contrario. Quando il potere soggiace alla forza del diritto e alla sovranità popolare, è benedetto; quando invece è al servizio di potenti e privilegiati, è non solo osceno ma anche dannoso. Giuseppe Conte ha quindi spiegato che l’idea guida dell’esecutivo sarà il primato del mandato elettorale, ripristinando quel principio assai spesso vituperato nel nostro Paese della “separazione dei poteri”, che vuole che, in uno stato di diritto, l’esecutivo in prima istanza realizzi le politiche pubbliche proposte all’elettorato e da questo approvate con le votazioni.

Di ben altro intendimento sono stati, infatti, i governi succedutisi finora. Con il frequente e facile ricorso ai decreti leggi, hanno svilito la funzione parlamentare alla semplice ratifica degli atti governativi. Governi oligarchici che, proni al ricatto dei mercati finanziari, hanno affondato l'Italia. Con la retorica del “ce lo chiedono i mercati” sono state fatte riforme che anziché migliorare lo stato di salute del Paese l’hanno aggravato. 

È un fatto inoppugnabile che negli ultimi vent’anni Pil, disoccupazione, produzione industriale, inflazione, deficit, debito siano andati via via peggiorando, dimostrando che le terapie adottate sin qui si sono rivelate peggiori del male. In nome dei “mercati” si è mandata in soffitta pure la democrazia al motto “ubi major minor cessat”. 

Ora, se al periodo di vacche magre fosse seguito quello delle vacche grasse, potremmo ragionevolmente e umilmente ammettere che la scarsa attenzione degli esecutivi ai bisogni della gente aveva pure una ragione superiore: portare fuori il Paese dalla tormenta economica e finanziaria, che abbattendosi ne impediva lo sviluppo. Non si può infatti dire ad un chirurgo di non amputare un arto, se quell’amputazione è resa necessaria per salvare il resto del corpo. Ma se il chirurgo amputa l’arto sano e lascia quello malato, allora a quel chirurgo deve essere impedito di continuare ad operare. Riforme inutili, se non dannose, hanno messo in ginocchio il Paese. E chiunque fosse in grado di rimetterlo almeno in piedi merita tutto il nostro sostegno e rispetto. 

Il nuovo governo promette di essere ambizioso e riformatore, all’insegna della discontinuità col passato, ma la strada che ha davanti è tutta in salita, per le inadeguatezze dei governi che l’hanno preceduto, l’enorme debito pubblico preso in ostaggio dagli speculatori finanziari e, dulcis in fundo, le scarse simpatie dei partner europei che, secondo loro, metterebbe a rischio l’Ue e le sue riforme. 

Se il neo presidente del Consiglio saprà mantenere la barra del timone dritta, e non si farà intimorire come Tsipras dalla Troika, non solo riuscirà ad accrescere il raccordo tra istituzioni e popolo, ma dimostrerà che uscire dalla crisi è possibile solo stracciando le ricette neoliberiste e aumentando gli investimenti pubblici. 

Il New Deal, inaugurato dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt per uscire dalla crisi iniziata nel 1929 con il crollo di Wall Street, grazie a una politica di investimenti pubblici, tassazione progressiva e protezione sociale risollevò l’economia americana e garantì un sempre maggior benessere per tutti fino agli anni ’70. L’abbandono di quelle politiche, da Reagan e Thatcher in poi, ci ha portato ad oggi: diseguaglianze sempre più gravi che sono, sì esse, la causa principale della crisi economica infinita.

Il reddito di cittadinanza a chi non ha lavoro, per quanto possa apparire ad uno sguardo superficiale un costo per lo Stato, va nella direzione di stimolare l’economia. La profonda crisi economica del ’29 fu dovuta soprattutto ad un’insufficienza di domanda di beni di consumo: il basso livello della spesa per i consumi determinò la contrazione degli investimenti da parte delle imprese, e il conseguente allontanamento del sistema dalla piena occupazione. La crescente disoccupazione depresse ulteriormente la domanda aggregata di beni di consumi, e così via come in una spirale perversa.

In contrasto con la teoria neoliberista, il cui unico risultato indiscutibile è l’accumulazione del capitale nelle mani di pochi, quella keynesiana – per intenderci quella del New Deal, che ha consentito all’America di uscire dalla grande crisi del ’29 – parte invece dal presupposto che “il capitalismo non è intelligente” e non è affatto vero che il mercato, lasciato a sé stesso, sia in grado di raggiungere da solo l’equilibrio e la massima occupazione. 

Secondo la teoria economica di Keynes, infatti, solo un aumento dei consumi, stimolato dalla spesa pubblica, è in grado di far ripartire gli investimenti. Se questi non ripartono, sarà assai difficile creare buona occupazione. Forse l’attuale teoria neoliberista – oggi tanto in voga e che ha creato tanti danni – è difesa a spada tratta dall’establishment, come fosse verità di fede, perché di fatto massimizza la valorizzazione del capitale (bassa inflazione, moneta forte, accesso al mercato internazionale delle merci e dei capitali, quadro giudiziario-istituzionale sempre più adattato agli interessi dei soli detentori del potere economico) e svuota lo Stato delle sue funzioni di garante dello stato sociale e dei diritti fondamentali alla libertà e alla dignità dei cittadini, in nome della maggiore superiorità dei mercati. 

Nella direzione opposta va invece la cosiddetta Flat Tax, sbandierata in campagna elettorale da Salvini e che si prepara ad entrare nel programma di governo. Avvantaggiare i ricchi senza penalizzare i poveri è come pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Non capisco proprio perché fare quest’altro regalo ai ricchi, come se finora se la fossero passata male! La Flat Tax determinerà un gigantesco trasferimento di ricchezza a favore dei più abbienti, mentre i poveri continueranno a fare la fame.

Il grande economista italiano Luigi Einaudi, che è stato anche dal 1948 al 1955 Presidente della Repubblica, faceva osservare, a chi voleva mettere in discussione il principio di progressività delle imposte contenuto nell’art. 53 della nostra Costituzione, che le stesse dieci lire non hanno lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e per il ricco che ci compra la poltrona al teatro. Dunque mi sembra giusto che le tasse siano ispirate al principio di progressività.

Oltre al fatto che l’introduzione della Flat Tax ha un costo stimato per le casse dello Stato di circa 40 miliardi di euro, è tutto da dimostrare il fatto che alla riduzione delle aliquote fiscale per i ricchi corrisponda poi una minore evasione fiscale. In Russia, con la flat tax sono aumentate le famiglie povere. 

Il cosiddetto valore dissuasivo della flat tax nella riduzione dell’evasione fiscale non regge: chi continua a evadere, pur sapendo che una quota sempre più importante di cittadini è costretta a rinunciare alle cure per impossibilità a sostenere i costi, è privo del più elementare senso di solidarietà. Non sarà certo la riduzione delle aliquote fiscali a renderli d’un tratto solidali con i più sfortunati.

A parte i pochi casi in cui l’evasione è una necessità imposta dalla sopravvivenza (persone che pur volendo pagare le tasse non riescono a farlo perché non hanno i soldi), la grossa evasione è rappresentata da comportamenti (evasivi ed elusivi) deliberatamente messi in atto per massimizzare l’utile atteso. 

In Italia chi evade le tasse non solo potrebbe permettersi di pagarle, ma l’aspetto più ignobile è che se ne vanta pure. L’evasione fiscale in Italia è costume, mentalità. E pertanto continuerà ad evadere anche quando le aliquote fiscali dovessero essere così basse da indurlo a fare il suo dovere di contribuente. 

La scarsa frequenza dei controlli e il ripetersi dei condoni poi rendono la scelta di evadere una scommessa con zero rischi. Chi non ricorda lo “scudo fiscale”, varato nel 2009 – 2010 dal governo di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, per favorire il rimpatrio di capitali detenuti all'estero derivanti da redditi non denunciati? L’ennesima beffa ai contribuenti attenti e onesti.

Esso non solo ha consentito ai grandi evasori di pacificarsi con il fisco, ma ha anche consentito di legalizzare fondi neri pagando un misero obolo del 5%. Senza lo scudo, quegli evasori avrebbero dovuto pagare, prima di tutto, le imposte dovute, tenendo conto delle diverse aliquote, quindi le sanzioni e gli interessi. Non c’è che dire, proprio un bel regalo!

Negli altri paesi, in cui hanno adottato lo scudo fiscale (Francia, Regno Unito, Stati Uniti), agli evasori che detenevano illegalmente capitali nei cosiddetti “paradisi fiscali” non è stato garantito l’anonimato e neppure una decurtazione delle tasse evase. Al contrario, agli evasori è stato chiesto di pagare le tasse arretrate con gli interessi, ricevendo in cambio la decadenza delle conseguenze penali ed uno sconto nelle sanzioni. Questo per due ragioni: la prima di ordine pedagogico, il perdono non cancella il mal fatto; la seconda, consentire ai governi di comprendere tutti i meccanismi di evasione utilizzati dai propri concittadini

La vera riforma fiscale non passa dalla riduzione o meno delle aliquote e degli scaglioni, ma allargare la base imponibile per ridurre il carico tributario su lavoratori e pensionati. Occorre infatti sottolineare che sul totale Irpef la quota di contribuzione riferita a lavoratori dipendenti e pensionati è del 94%; i lavoratori dipendenti ne pagano 99 miliardi (il 60%), i pensionati ne pagano 58 miliardi (il 34%).

Peraltro, la cedolare secca che cos’è se non già una Flat Tax, che andrebbe reintrodotta nei redditi Irpef per le ragioni invocate dall’art. 53 della Costituzione (progressività dell’imposta) e anche per stimolare la domanda interna. 

È indegno di un paese civile, prima ancora che democratico, che ci si possa arricchire sul bisogno degli altri. Le disuguaglianze crescenti nel nostro Paese (il 10% delle famiglie più ricche possiede il 46,6% delle ricchezza netta familiare totale) non sono la manifestazione, secondo la teologia calviniana, dell’elezione dei ricchi alla Grazia di Dio, ma il frutto di politiche orientate a privilegiare il reddito da rendite finanziarie e immobiliari piuttosto che quello da lavoro. 

Il proprietario di una casa, di pochi metri quadrati, che l’affitta per mille euro a un lavoratore, di fatto sposta il reddito da lavoro a quello della rendita. Se il lavoratore pagasse meno di affitto, una parte di quei soldi finirebbe in consumi, e quindi in domanda aggregata che innalzerebbe il Pil; il proprietario che incassa l’affitto (quando non in nero) non solo ha una tassazione più favorevole (20% nella cedolare secca) rispetto al lavoratore (che produce ricchezza reale), ma reinvestirà il cespite in prodotti finanziari, utili per incrementare il potere già smisurato delle società di fondi di investimenti, che così potranno ancora tenere sotto scacco intere nazioni e popoli. E questo dovrebbe indurci a riflettere sull’opportunità di introdurre la Flat Tax in Italia.

Ecco dunque la fondamentale criticità del neo governo Conte: un governo affetto da disturbo dissociativo d’identità tra istanze di destra e di sinistra. La Flat Tax è senza dubbio di destra perché avvantaggia i ricchi, il reddito di cittadinanza è di sinistra perché avvantaggia i poveri. Ora che idee di destra e di sinistra possano trovare un felice connubio lo trovo assai difficile da prospettare; presto o tardi lo scontro, il cozzo tra queste due diverse sollecitazioni si manifesterà. In altre parole, come possono convivere nella stessa compagine governativa l’anima di Salvini e gli elettori di sinistra che hanno votato per il M5S?

Per Salvini il criterio prevalente nella distribuzione delle risorse è il merito dell’appartenenza più che il bisogno: la gente che lavora contro i fannulloni … prima gli italiani … è finita la pacchia … la cuccagna è finita … legittima difesa senza se e senza ma … gli italiani schiacciati dalla crisi mentre gli extracomunitari fanno crollare il costo del lavoro … le case che dovrebbero essere date agli italiani vengono date agli extracomunitari. Su questo refrain e sullo sfruttamento politico della xenofobia guadagna facile consenso fra gli arrabbiati, e l’esito sarà una feroce guerra tra poveri.

Per la sinistra invece è il bisogno più che il merito a guidare l’azione politica. Per la sinistra è l’inclusione più che l’esclusione la condizione imprescindibile per lo sviluppo della società e quindi della nazione. Una società pacificata è una società collaborativa in cui vale il principio «A ciascuno secondo i propri bisogni». In base al presupposto che uomini affrancati dal bisogno sono più eguali e, quindi, più liberi. Quanto più è inclusiva una società, tanto più ne beneficiano tutti. E in definitiva dunque la nazione intera. 

A differenza di Salvini, per la sinistra, l’arricchimento di pochi non è la via maestra per il benessere di tutti, ma l’equa distribuzione delle risorse, condizione essenziale per la pacifica convivenza degli uomini. L’evidenza dei fatti dimostra, infatti, che quanto più si acuiscono le diseguaglianze, tanto più le società sono lacerate e conflittuali al loro interno. 

L’argomentazione – di reageniana memoria e su cui si fonda la Flat Tax – che le persone in cima alla scala economica siano quelle che danno un maggiore contributo all’economia, svolgendo il ruolo di «creatori di posti di lavoro», non trova conferma nella realtà ed è stata clamorosamente smentita dalla crisi economica del 2008. I fatti ci dicono tutt’altro: questi stessi individui non solo hanno portato l’economia al precipizio, arricchendo sé stessi e impoverendo tutti gli altri, trafugando i risparmi di lavoratori onesti accumulati nel corso di una vita, ma hanno anche allungato la fila dei lavoratori in esubero. 

Credere alla storiella – ben narrata dai neoliberisti – che la ricchezza di pochi avvantaggia tutti è come credere alla teoria creazionista, secondo la quale gli esseri viventi sono stati creati direttamente da Dio con le attuali fattezze, negando la più verosimile, e in accordo con i dati, teoria evolutiva delle specie viventi di Darwin.

In conclusione, se la disuguaglianza sta aumentando in quasi tutto il mondo è perché leggi fatte da uomini eletti dagli oppressi, ma che poi operano a favore degli oppressori, consentono ai ricchi di diventare più ricchi, mentre i poveri, e soprattutto i molto poveri, diventano sempre più poveri.

È da questa stortura che bisogna partire e non dal problema migranti, che sta al dramma delle crisi che si annunciano sul nostro pianeta come un foruncolo sta ad un cancro. 

domenica 20 maggio 2018

PERCHÉ NON PARLARE ANCHE DEL TERRORISMO SIONISTA


Mentre in Italia siamo alle prese con le difficoltà per la formazione del governo, che è stato definito un “ircocervo”, termine utilizzato da Aristotele per indicare “cose che non esistono” e ripreso da Benedetto Croce nel 1942 per bocciare la tesi del filosofo antifascista Guido Calogero, secondo la quale gli ideali liberali e quelli socialisti possono essere compatibili.

Quelli di sinistra (Pd) – si fa per dire – lo bollano come un governo di destra che più a destra non si può; parimenti quelli di destra (Berlusconi e affini) lo definiscono un governo di sinistra, che riesuma dalla tomba la sepolta ideologia comunista.

Nessuno può sapere se gli impegni sul reddito di cittadinanza o quelli sulla riforma Fornero verranno mantenuti, ma bollarli – come fa il Pd – come premesse ad un nuovo fascismo è davvero comico. Più realistici e meno farseschi sono i dubbi sulla fattibilità del programma: Carlo Cottarelli, commissario straordinario per la Spending Review nel governo Letta, ha stimato in oltre cento miliardi di euro il costo del programma messo nero su bianco da Lega e M5s; le coperture individuate sarebbero invece un’inezia: solo 0,5 miliardi di euro.

Che il Pd esprima oggi le sue preoccupazioni sulle coperture finanziare sarebbe lodevole, se non fosse stato proprio il suo gruppo dirigente che infilò la testa sotto la sabbia per non vedere lo scialacquio di Renzi che bruciò dieci miliardi per il bonus di 80 euro, che non spostarono un millimetro i consumi, quattro miliardi per sospendere l’Imu sulla prima casa anche ai ricchi, diciotto miliardi in un triennio di decontribuzione per il Jobs Act, con risultati assai discutibili sul piano della tutela e dei diritti dei lavoratori.

Farebbe pertanto bene il sedicente partito di sinistra Pd a tacere, e a discendere silenziosamente le scale verso l’oblio. La sua classe dirigente non solo ha decretato la fine della sinistra, in un Paese che vantava il più grande partito comunista della storia, ma ha anche segnato il trionfo del mercato senza coniugarlo con l’emancipazione economica dei molti e lo stato sociale. Il suo corpus ideologico – oggi – è costituito di elementi che ci si aspetterebbe di trovare a destra, e non certo a sinistra.

Bene, dicevo: mentre in Italia fervono i preparativi del nuovo governo, a Gaza continua la repressione da parte israeliana dei manifestanti palestinesi: il bilancio è di almeno di 59 morti e più di 1350 feriti da colpi di arma da fuoco. Ciò che oggi sta accadendo in Palestina non fa notizia. I grandi mezzi di comunicazione ignorano o rimuovono deliberatamente le complesse radici del conflitto in atto. Una latente ostilità nei confronti del mondo islamico e la sapiente strumentalizzazione a fini politici dell'Olocausto impediscono una chiara visione delle responsabilità politiche degli attori coinvolti: Stati Uniti, Israele, paesi arabi, organizzazioni palestinesi.

La Striscia di Gaza è un enorme campo profughi, circondato da una barriera elettrificata; a qualunque palestinese tentasse di superare la barriera i soldati israeliani risponderebbero con il fuoco. Da oltre dieci anni due milioni di persone sono imprigionati in quel lembo di terra senza nessuna possibilità di uscita e senza speranza. Dimenticati da Dio e dagli uomini. I bambini vivono in condizioni di indigenza e senza cure mediche; più di un terzo di loro ha subito e subisce abusi sessuali. I loro genitori, alle prese con una guerra per la sopravvivenza e a loro volta vittime di depressione, non sono in grado di proteggerli. Gli orrori che gli ebrei scontarono nei campi di concentramento nazisti sono gli stessi che quotidianamente scontano i palestinesi ingabbiati nella Striscia di Gaza. Adulti e bambini vivono un dolore terribile che non ha fine. Dire che il blocco della Striscia di Gaza è un crimine di guerra simile a quello perpetrato nei campi di Mauthausen non è esagerato.

Si può dunque concludere che il rifiuto dello Stato di Israele non solo di convivere pacificamente con il popolo palestinese, ma persino di gestire la propria egemonia in modi non repressivi, coloniali e sostanzialmente razzisti, lo rende non meno aberrante di quei regimi che – in nome della purezza della razza – attuarono un sistematico genocidio nei confronti degli ebrei.

L’ideologia sionista – favorita dalla persecuzione antiebraica e dalla tragedia della Shoah – vuole far credere che l’elemento indigeno sia costituito dagli ebrei e che i veri stranieri siano i palestinesi, ma la Storia ci dice che le cose non stanno proprio così: un popolo palestinese esisteva in Palestina prima ancora della costituzione dello Stato di Israele.