domenica 8 luglio 2018

LA SINISTRA CHE VERRÀ


La sinistra, dopo la sconfitta del blocco comunista nel 1989, è stata travolta dall’avanzata del modello neoliberista, che a partire dagli anni Ottanta ha colonizzato non solo l’economia, ma anche la cultura, e con essa la società e l’ambiente. 

Potevamo sperare che dalle ceneri del comunismo sorgesse la sua alternativa socialdemocratica e riformista. Ma no, nel giro di qualche decennio siamo passati da un’«economia di mercato» a una «società di mercato». 

Insomma, in altre parole, il mercato non è solo meccanismo di regolazione dell'economia, ma più in generale condiziona e regola le istituzioni di governo e l'intera sfera sociale. E sempre di più assistiamo ad una vera e propria lotta di classe capovolta: non gli ultimi che si battono per vedere riconosciuti i loro diritti, che giorno dopo giorno vengono erosi, ma gli oppressori che guadagnano terreno a scapito degli oppressi, che non osano – perché infiacchiti? – nemmeno ribellarsi ai loro sfruttatori. 

Accade così che mentre la quota dei salari degli oppressi va via via diminuendo, la ricchezza dei privilegiati, appartenenti a quell’1% della popolazione mondiale, va spaventosamente accrescendosi, accentuando scandalosamente l’indice di disuguaglianza. 

Il fatto che i ricchi siano diventati più ricchi e i poveri più poveri, che i potenti guadagnino sempre più potere mentre i deboli diventano sempre più impotenti, è accettato come un fatto naturale e inevitabile. Gli oppressi hanno imparato ad accettare la loro condizione di “paria” docilmente e volontariamente.

Com’è possibile che questo sia potuto accadere? Forse perché sono riusciti a farci credere che alternative a questo stato di cose non v’è e che dobbiamo rassegnarci alle nuove gerarchie di potere, quantunque nessun popolo le abbia elette?

Per me è chiaro che questo è accaduto perché è mancata una sinistra degna di questo nome. 

È accaduto perché, a partire dagli anni Ottanta, la sinistra è stata colta da una crisi d’identità che l’ha portata a giocare su entrambi i tavoli: quello di destra, di stampo liberista, e quello sociale proprio della sinistra. 

Il risultato è stato che ha finito per diventare completamente subalterna al paradigma delle politiche neoliberiste e per perdere progressivamente il voto dei tradizionali elettori di sinistra, convinti che la sinistra dovesse rappresentare innanzitutto le domande di giustizia e uguaglianza di larga parte della società, e non i privilegi già ampi delle classi sociali più ricche. 

Così questa sinistra incapace di rappresentare sia le istanze di destra sia quella di sinistra, come medusa spiaggiata e sballottata dalle onde, attende la sua fine.

Noi oggi possiamo solo sperare che dalle ceneri di questa sinistra agonizzante risorgano tanti spontanei movimenti collettivi capaci di riaggregare una nuova sinistra, che abbatta quarant’anni di dominio dell’ideologia e delle politiche neoliberiste e ridia dignità al lavoro e all’uomo. Con l'augurio che, se le politiche neoliberiste hanno messo al centro il mercato e il privato, la nuova sinistra sia capace di ricostruire una cultura dei beni comuni e del pubblico.

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