La sinistra, dopo la sconfitta del blocco comunista nel 1989,
è stata travolta dall’avanzata del modello neoliberista, che a partire dagli
anni Ottanta ha colonizzato non solo l’economia, ma anche la cultura, e con
essa la società e l’ambiente.
Potevamo sperare che dalle ceneri del comunismo
sorgesse la sua alternativa socialdemocratica e riformista. Ma no, nel giro di
qualche decennio siamo passati da un’«economia di mercato» a una «società di
mercato».
Insomma, in altre parole, il mercato non è solo meccanismo di
regolazione dell'economia, ma più in generale condiziona e regola le istituzioni
di governo e l'intera sfera sociale. E sempre di più assistiamo ad una vera e
propria lotta di classe capovolta: non gli ultimi che si battono per vedere
riconosciuti i loro diritti, che giorno dopo giorno vengono erosi, ma gli
oppressori che guadagnano terreno a scapito degli oppressi, che non osano –
perché infiacchiti? – nemmeno ribellarsi ai loro sfruttatori.
Accade così che
mentre la quota dei salari degli oppressi va via via diminuendo, la ricchezza dei
privilegiati, appartenenti a quell’1% della popolazione mondiale, va
spaventosamente accrescendosi, accentuando scandalosamente l’indice di
disuguaglianza.
Il fatto che i ricchi siano diventati più ricchi e i poveri più
poveri, che i potenti guadagnino sempre più potere mentre i deboli diventano
sempre più impotenti, è accettato come un fatto naturale e inevitabile. Gli
oppressi hanno imparato ad accettare la loro condizione di “paria” docilmente e
volontariamente.
Com’è possibile che questo sia potuto accadere? Forse perché
sono riusciti a farci credere che alternative a questo stato di cose non v’è e
che dobbiamo rassegnarci alle nuove gerarchie di potere, quantunque nessun popolo
le abbia elette?
Per me è chiaro che questo è accaduto perché è mancata una
sinistra degna di questo nome.
È accaduto perché, a partire dagli anni Ottanta,
la sinistra è stata colta da una crisi d’identità che l’ha portata a giocare su
entrambi i tavoli: quello di destra, di stampo liberista, e quello sociale proprio
della sinistra.
Il risultato è stato che ha finito per diventare completamente subalterna
al paradigma delle politiche neoliberiste e per perdere progressivamente il
voto dei tradizionali elettori di sinistra, convinti che la sinistra dovesse
rappresentare innanzitutto le domande di giustizia e uguaglianza di larga parte
della società, e non i privilegi già ampi delle classi sociali più ricche.
Così
questa sinistra incapace di rappresentare sia le istanze di destra sia quella di
sinistra, come medusa spiaggiata e sballottata dalle onde, attende la sua fine.
Noi oggi possiamo solo sperare che dalle ceneri di questa sinistra agonizzante risorgano tanti spontanei movimenti collettivi capaci di riaggregare
una nuova sinistra, che abbatta quarant’anni di dominio dell’ideologia e delle
politiche neoliberiste e ridia dignità al lavoro e all’uomo. Con l'augurio che, se le politiche
neoliberiste hanno messo al centro il mercato e il privato, la nuova sinistra sia
capace di ricostruire una cultura dei beni comuni e del pubblico.
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