I confini della terra sono diventati steccati dietro cui tentiamo
di recingere la fragilità delle nostre esistenze sempre più incapaci di umana
pietà. Un carico di 450 uomini, spinti dalla guerra, dalla dittatura e dalla povertà
a fuggire dai loro paesi, rappresentano un problema insolubile e insanabile.
Chiusi dentro la fortezza del nostro Occidente democratico, dove
l’opulenza ci costringe a massacranti allenamenti e diete ferree, non possiamo
dividere il più con chi ha meno. Da quale parte del muro sta la barbarie?
L'Italia non molla: prima di far sbarcare la nave Frontex e
quella della Guardia di Finanza, ora in rada a Pozzallo, vuole garanzie sulla
ridistribuzione dei 450 migranti a bordo. E mentre Francia, Germania e Malta ci
pensano, esseri umani, “senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo
il grembo come una rana d'inverno”, attendono di conoscere la loro sorte.
Noi abbiamo altre cose più importanti cui pensare. Per
esempio, dove trascorreremo le prossime vacanze estive; quando ricominceranno i
saldi; investo in titoli azionari o obbligazionari … ecc.
Problemi senz’altro più importanti! E poi – diciamolo – accoglierli
non fa altro che motivare i trafficanti e aumentare le loro entrate. C’è dunque
un principio di legalità che bisogna salvaguardare!
Se poi questa gente morirà nei campi di detenzione libici,
beh: è un problema che non ci riguarda. L’importante è che non ci disturbino
troppo. Dopo tutto cosa possiamo farci noi. Ammettiamolo, non possiamo farci
angustiare da questa gente, la vita è breve: è solo una. Senza questa gente che
sbarca sulle nostre coste, potremo finalmente abbandonarci a occupazioni più
piacevoli.
È questo il grande male del nostro tempo: l’indifferenza. Possiamo
portare avanti le tante incombenze della quotidianità, senza provare alcuna
risonanza emotiva al bisogno, alla sofferenza dell’altro. La cultura del consumismo
ci ha portati a pensare solo a noi stessi. Quasi che soltanto noi abbiamo
diritto alla felicità, al benessere. Se gli altri vivono in condizioni peggiori
della nostra, la cosa non ci riguarda. E il peggio è che alla sofferenza dell’altro
ci siamo abituati, come se l’altro non avesse lo stesso nostro sistema nervoso.
Come Caino diciamo: siamo forse noi i custodi dei nostri
fratelli?
Io non so se questo è il segno della nuova civiltà che
avanza. Ma di certo so che mi dà i brividi!
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