sabato 7 ottobre 2017

MASSACRO LAS VEGAS E IL DILEMMA DELLA BOTTE PIENA E DELLA MOGLIE UBRIACA

Strage a Las Vegas: 59 morti e 527 feriti. Stephen Paddock, il killer, dopo aver caricato dieci valigie con armi e munizioni, è salito al 32esimo piano del Mandalay Bay, dove aveva prenotato una suite, e da lì ha scaricato il suo arsenale d'armi e munizioni sulla gente inerme presente al festival di musica country. Quando gli agenti delle forze speciali hanno fatto irruzione nella sua camera d’albergo, il killer, dopo aver sparato attraverso la porta, si è tolto la vita. Gli investigatori hanno trovato 42 armi da fuoco, tra pistole e fucili.

Le motivazioni alla base del folle gesto restano incomprensibili; l’azione di un paranoico. Lo sceriffo ha comunque chiarito che non sembra trattarsi di un atto terroristico. Per l’Fbi non esiste alcuna connessione con l'Isis, e tuttavia questa ha rivendicato l'attentato tramite la sua agenzia di stampa Amaq, sostenendo che il killer si fosse convertito all'islam qualche mese fa.

Questo è il rischio che si corre quando si dà la patente di attentato terroristico ad ogni atto scellerato messo in atto da menti squilibrate: quello di permettere ad una fatiscente organizzazione terroristica come l’Isis di appropriarsi di delitti e stragi compiuti da squilibrati per convincere altri squilibrati a colpire in Occidente nel nome di Allah.

Una strage ogni 64 giorni: questa è la frequenza degli omicidi di massa negli Usa compiuti dai cosiddetti mass murderer, soggetti paranoici che uccidono con premeditazione un gran numero di persone. E occorre aggiungere che oltre ad accadere con maggiore frequenza (fino ai primi anni 2000 la media era di una strage ogni 200 giorni), le stragi di massa fanno sempre più vittime.

Un altro dato altrettanto sconcertante è che soltanto il 22% dei killer delle stragi di massa (per il 97-98% uomini), risulta avere problemi mentali seri. Da ciò se ne deduce che nel restante 78% non troveremo alcun segno della loro devianza o mostruosità tale da destare allarme sociale. Prima dell’insano gesto, costoro vengono descritti da parenti, amici, fidanzate e conoscenti come soggetti assolutamente normali.

Di fronte all’ennesimo turbamento e profondo disorientamento manifestato dalle autorità politiche americane, c’è da chiedersi: è possibile che siano talmente stolti da non scorgere il legame esistente tra l’estrema facilità nell’acquisto legale di armi, come fossero attrezzi da giardinaggio, e le stragi messe in atto da questi forsennati?

Il fatto che un massacro su tre avvenga negli Stati Uniti, dove l’accesso alle armi da fuoco è facilitato da leggi poco restrittive, dovrebbe mostrare loro in modo evidente che non si può avere “la botte piena e la moglie ubriaca”.

Ritengo che la logica del voler coniugare “la botte piena e la moglie ubriaca” sia un tantino difficile da realizzare: la botte piena esclude la moglie ubriaca e viceversa. Se si vuole continuare a garantire ai cittadini il diritto di comprare armi, non si può poi mostrare stupore e rabbia davanti al ripetersi delle sparatorie di massa. Non posso ragionevolmente credere che gli Usa abbiano il monopolio della follia o della violenza; posso invece ragionevolmente essere indotto a pensare che le stragi avvengano negli Usa solo perché pazzi e violenti hanno grande facilità ad entrare in possesso di armi da fuoco con le quali liberare poi i loro impulsi distruttivi.

Quando sentiamo odore di bruciato, pensiamo al fuoco e non certo alle scaloppine. E questo perché siamo guidati da un principio di buon senso che ci porta a ritenere che in generale la spiegazione più semplice è quasi sempre quella giusta. Cosicché se si vuole arginare il crescente numero di omicidi di massa correlati all’uso di armi da fuoco, bisogna pur riconoscere la necessità di leggi restrittive in materia di acquisto delle armi.

Negli Stati Uniti il divieto del fumo vale non soltanto nei locali pubblici, negli spazi comuni e negli uffici, ma in alcuni stati, come la California, non si può fumare neppure su alcune spiagge o per la strada a meno di sei metri dall'ingresso dei palazzi; a San Francisco poi non si può fumare neppure nei parchi. La crociata contro il fumo negli Stati Uniti ha assunto i caratteri di un isterismo collettivo da caccia alle streghe. E questo perché, secondo vulgata, esisterebbe una correlazione tra tabagismo e cancro al polmone. Ma ipocritamente si nega la più stringente relazione esistente tra armi in circolazione e numero di omicidi perpetrati, in assenza di un’adeguata legislazione che impedisca almeno il facile accesso alle armi da parte di matti e individui pericolosi. Il killer di Las Vegas aveva con sé un arsenale di 42 armi da fuoco; troppe per motivarle con il bisogno di sicurezza. Detto in altre parole, non si comprano fucili capaci di sparare centinaia di colpi al minuto solo per proteggersi dal ladro che penetra in casa.

Non mi piace l’ipocrisia di uno Stato che da una parte fa una crociata contro il fumo nel nome di un salutismo bigotto, mentre dall’altra arma la mano dei propri cittadini per incrementare i profitti dei fabbricanti d’armi. Com’era già accaduto in seguito ai massacri di Orlando e San Bernardino, subito dopo la carneficina consumata a Las Vegas, i titoli dei grandi produttori di armi sono schizzati in Borsa, in previsione di un boom di vendite. Dunque ancora una volta gli interessi del potere economico e della speculazione finanziaria prevalgono su quelli della sicurezza sociale e individuale.

Dire che – come ha fatto Trump – le stragi sono opera di psicopatici, che poco o nulla hanno a che vedere con la vendita e l’uso delle armi, è un esempio di pensiero illogico e semplificato che porta a conclusioni errate.

Quando i mostri sembrano persone normali e il numero degli psicopatici in giro è destinato ad aumentare, per via dei milioni di narcisisti – incapaci totalmente di empatia e compassione – prodotti da una società a sua vota narcisistica, non resta che prendere una decisione: o la botte o la moglie.

Se vogliamo conservare una società agghindata e ammaliante come una meretrice per l’esterno, ma per l’interno marcia; nella quale la ricerca del benessere individuale prevale su quello collettivo; in cui l’autenticità delle relazioni umane è sostituita dall’utilitarismo; in cui, ancora, il culto della personalità vincente soverchia ogni altro valore (onestà, lealtà, rettitudine, umanità). Beh allora, c’è un prezzo da pagare. E quel prezzo è la mostruosità di personalità intossicate da invidia, risentimento, rancore, intolleranza, vandalismo, odio, violenza.

Ora se questa è la civiltà che abbiamo scelto e riteniamo la migliore possibile, di fronte al crescente numero di soggetti paranoici, fallito il tentativo di reintegrarli, non resta che limitare il numero delle armi da fuoco. Oppure, strappare la maschera di ipocrisia e rassegnarci, nel nome di un individualismo sfrenato, a sacrificare al Minotauro della civiltà occidentale contemporanea il tributo di sangue che reclama.


Non si può avere botte piena e la moglie ubriaca!

martedì 3 ottobre 2017

REFERENDUM CATALOGNA E FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA

Il recente referendum in Catalogna, con la vittoria incontestabile degli indipendentisti, mostra che la democrazia, così com’è praticata, è uno strumento in grado tanto di dividere i cittadini quanto di unirli. Il risultato di domenica scorsa ha portato allo scoperto le ampie lacerazioni presenti nel tessuto della nazione spagnola.

Il governo di Rajoy ha giocato l’unica carta della forza e bisognerà attendere per sapere se la Storia gli darà ragione o torto. Per ora l’unico risultato certo è stato quello di aver fomentato lo spirito indipendentista dei catalani: il governo catalano può vantare una vittoria “senza se e senza ma”. 

Con un'affluenza al 42% degli aventi diritto, il sì all'indipendenza della Catalogna ha ottenuto circa il 90% dei voti. E, secondo il governo di Barcellona, senza la chiusura dei seggi da parte della polizia l'affluenza sarebbe potuta arrivare al 55%. Il “no” si è fermato al 7,87% dei voti. 

Per il presidente catalano, Carles Puigdemont, “I cittadini catalani si sono guadagnati il diritto ad uno Stato indipendente”. Quindi ha lanciato un appello all'Europa affinché cessi di ignorare la crisi catalana e le violazioni dei diritti umani di cui si è resa responsabile la Spagna: “L'Ue non può continuare a guardare dall'altra parte – ha detto – abbiamo guadagnato il diritto di essere rispettati in Europa”.

Lo scenario che si apre ora è di impasse e di estrema incertezza, non solo per la Spagna, ma per ogni altra rivendicazione secessionista presente nei vari Stati dell'Ue. 

A mio parere, la responsabilità  di quanto è accaduto in Spagna – repressione, cariche della polizia, esito referendario – è di entrambi i governi: tanto del governo catalano quanto di quello spagnolo. Da entrambe le parti non si è mai provato a stilare un’agenda politica condivisa sul modo in cui ricucire gli strappi creatisi all’interno della crisi del sistema spagnolo.

L’indipendentismo catalano ha radici storiche antiche, ed è la dimostrazione di come le fusioni a freddo di culture ed etnie diverse sono destinate prima o poi a deflagrare, se non accompagnate da sapienti ed efficaci politiche di integrazione. 

Le classi politiche al comando dovrebbero riconoscere che di democrazie che alimentano le differenze anziché ridurle non v’è necessita. Queste democrazie hanno l'unico effetto di incrementare la sfiducia e l’insoddisfazione dei cittadini nei confronti dei sistemi di governo. Ma, a quanto pare, questi campanelli d’allarme non sono sufficienti a destarle dal letargismo culturale e politico in cui versano; continuano a celebrare il teatro della politica come se fosse la vera e autentica incarnazione della democrazia, senza rendersi conto che ne stanno invece celebrando il funerale.

In realtà di democrazie incapaci di migliorare il benessere delle nazioni, intese come l’insieme degli individui che le compongono, i popoli non ne hanno bisogno. 

Senza una governance efficace capace di armonizzare le differenze e le diversità in un unico progetto riformista condiviso da tutti, la democrazia è destinata a diventare simulacro vuoto, incapace di affrontare il complesso futuro che abbiamo di fronte. 

La conseguenza di questa mancanza di presa d'atto da parte delle classi dirigenti aprirà un'autostrada alla tirannia dei populismi, in cui nessun meccanismo di pesi e contrappesi varrà poi a frenare la velleità di quanti, arroganti e spocchiosi, faranno credere alla stolida massa di  avere in tasca la soluzione a tutti i mali.

Dopotutto, Platone l’aveva già previsto, individuando nella democrazia la penultima fase della loro degenerazione in tirannia.

Per il filosofo greco gli ingredienti fondamentali di una democrazia efficiente erano una cittadinanza istruita e impegnata e una classe dirigente saggia. Possiamo in tutta sincerità affermare che le nostre odierne democrazie rispecchino questi tre attributi (istruzione, impegno e saggezza)?

domenica 24 settembre 2017

LA PROPAGANDA DEL PIL

Quando si spargono idee e informazioni allo scopo di mascherare i fatti e la realtà, ci troviamo di fronte alla “propaganda”. I governi fascisti, quelli travolti dalla storia, sono stati la dimostrazione di come, con l’uso sapiente dei mezzi di comunicazione di massa, si può stravolgere a tal punto la realtà da convincere non solo le folle ad accettare lo sterminio sistematico di milioni di ebrei, ma anche a farsi inutilmente massacrare in nome di ideali deliranti.

È chiaro che il richiamo alla Germani nazista e all’Italia fascista rappresentano il diapason di dove può condurre la propaganda, serve tuttavia a far comprendere che essa è sempre dannosa e che nel modo più morbido possibile viene utilizzata anche oggi per persuadere interi popoli che l’enorme arricchimento di pochi individui a discapito della maggioranza è un fatto naturale, come la pioggia che ingrossa i fiumi, e che l’egoismo come stile di vita è non solo un modello di condotta morale, ma anche di onestà e di rispetto pubblico.

Il modo in cui il presidente del Consiglio esalta i risultati del Governo in economia sa di propaganda. Alla propaganda del governo si contrappongono infatti tre semplici verità.

La prima. È un fatto che in tutto il mondo è in atto una ripresa economica; diversi indici e segnali la confermano. Il difficile, secondo tanti economisti, è dire se siamo in presenza di una ripresa con basi solide e destinata a durare o, al contrario, in presenza di un rimbalzo dovuto alla lunga recessione e stagnazione. Ma ammettiamo pure che la ripresa globale ci sia e che non sia solo un fuoco fatuo. In questo caso il gap di crescita dell’Italia rispetto alle altre economie occidentali resta ancora significativamente alto, in un contesto peraltro estremamente favorevole: negli USA il Pil è cresciuto del 3%, in GB di oltre il 2%, così in Germania e Francia; la crescita dell'1,4% del Pil dell'Italia è quindi una delle più basse. Dunque se il Pil corre a ritmi più sostenuti negli altri paesi e meno in Italia, che c’entra attribuire al Jobs Act il merito della crescita? In un contesto di crescita generale, se il Jobs Act rappresentasse davvero quel quid capace di rilanciare l’economia, avremmo dovuto registrare una crescita del Pil superiore a quella degli altri paesi e non certamente meno.

La seconda. Si trascura dolosamente o colposamente che se il numero degli occupati è tornato ai livelli del 2008 non lo sono parimenti le retribuzioni salariali e le tutele sul lavoro. Dei 23 milioni di occupati solo una piccola percentuale ha un lavoro stabile; il precariato continua a crescere e rappresenta la quota più alta. I nuovi assunti con contratti Jobs Act se licenziati anche illegittimamente potranno al massimo ottenere solo un indennizzo legato all’anzianità di servizio (due mensilità per ogni anno di lavoro per le imprese con più di 15 dipendenti, una mensilità per tutte le altre, con tetti massimi rispettivamente di 24 e 6 mensilità). Non parliamo poi della ricattabilità dei lavoratori: la libertà di licenziare “a poco prezzo” sbilancia e condiziona a favore del datore di lavoro tutto il rapporto di lavoro durante il suo corso, favorendo così la possibilità di abusi, che non possono in alcun modo essere giuridicamente sanzionati. E il grande inganno comunicativo, perpetrato ai danni dei tanti disoccupati, è stato quello di barattare il presunto aumento occupazionale con lo smantellamento dei diritti. Non sempre poi le ore lavorate corrispondono a quelle conteggiate nelle buste paghe; molti dei nuovi assunti a fronte di contratti part time, lavorano per l’intera giornata con paghe da fame, inutili per progettare il futuro e consentire una vita dignitosa. In un quadro di occupati precari e super sfruttati, un altro dato reclama chiarezza, al di là dell’ottimismo da spot pubblicitario vantato dal governo. Perché se il numero degli occupati è tornato ai livelli del 2008, quello dei disoccupato resta sempre ancorato all’11%? Nel 2008 la percentuale dei disoccupati era del 6%. C’è qualcosa che non torna nei dati su occupazione e disoccupazione diffusi dall’ISTAT: sale l’occupazione, ma la disoccupazione rimane stabile. Com’è possibile? Forse perché per l’ISTAT è considerato occupato anche chi lavora una sola ora a settimana?

La terza. Il cuore del “piano del lavoro” voluto da Renzi è costato agli italiani dai 15 ai 20 miliardi di incentivi alle imprese. Partendo dal presupposto che nessuna impresa assume lavoratori di cui non ha bisogno, neppure quando il governo inventasse le più sofisticate misure di incentivazione e di sostegno a tal fine: in un contesto di debole ripresa, le decisioni delle imprese, soprattutto in relazione ai giovani lavoratori, sono orientate più al risparmio di costo che all’investimento in capitale umano. Ora se è vero com’è vero che la produzione industriale italiana ha segnato un +5,3% rispetto a un anno fa, si può ragionevolmente supporre che i miliardi del Jobs Act, finanziato dai contribuenti, siano stati più un regalo ai profitti aziendali che all’occupazione.  Quando la forte spinta della produzione industriale dovesse arrestarsi, ci ritroveremmo di nuovo di fronte ad un aumento della disoccupazione, considerato che la maggior parte di tutti i nuovi assunti sono precari o licenziabili in qualsiasi momento.

Insomma, a ben vedere ci troviamo nella situazione paradossale per cui non la produzione industriale è funzionale alla crescita e allo sviluppo economica di un paese, ma il ricorso alla tassazione generale e alle condizioni di super sfruttamento dei lavoratori sono il nuovo modello economico di sviluppo, che pare la controffensiva delle élite alle conquiste dei lavoratori realizzate negli anni Sessanta e Settanta, quando i sindacati erano sindacati e i partiti di massa partiti di massa e non al soldo di oligarchie finanziarie ed economiche sempre più ristrette. Non mi si dica che il Pd di Renzi e dei suoi accoliti conservi ancora una parvenza di quello che fu il grande Pci, che contribuì grandemente alla costruzione di un Welfare State e al varo di riforme che determinarono il progresso sociale e civile del nostro paese.

Non a caso la stagione stragista ha raggiunto il suo acme proprio quando la costruzione dello Stato sociale e le conquiste salariali vere e proprie, accanto al generale spostamento nel rapporto di forza tra le classi nella società, nella politica e nelle istituzioni rappresentative, e dunque nello Stato stesso, sembravano quasi compiute.  

Fu a partire dagli anni ottanta che le classi dominanti messe in allarme dalle trasformazioni in senso sociale dello Stato iniziarono la loro micidiale controffensiva, agendo sul sistema finanziario e bancario. Invogliando ciascun individuo a diventare proprietario della propria casa, grazie all’erogazione di mutui facili, li si è trasformati – giorno dopo giorno – in soggetti sempre più indebitati, che per onorare i debiti hanno rinunciato alla loro dignità e ai loro diritti, offrendo in ostaggio non solo il proprio futuro ma anche quello dei loro figli.


In questa prospettiva, le parole di ottimismo del governo sulla crescita del Pil si scontrano con i dati oggettivi della realtà e sanno di farsa. Se anche il nostro Pil fosse cresciuto del 10%, ma la povertà assoluta continua a crescere insieme al nostro debito pubblico, un lavoratore non guadagna abbastanza per mantenere la propria famiglia e garantire un’istruzione adeguata ai suoi figli, a cosa serve per la gran parte della gente – quelli che non arrivano a fine mese – sperare nella crescita del Pil? Semmai dimostra ancora una volta, se ve ne fosse bisogno, che la ricchezza – come al tempo dei faraoni – si produce dal basso ma va verso l’alto. 

lunedì 18 settembre 2017

ALLE ORIGINI DEL TERRORISMO

A distanza di sedici anni dall’11 settembre 2001 il mondo è diventato senza dubbio un posto meno sicuro: nel mondo si è assistito a un intensificarsi degli attentati terroristici e dal 2014, anno in cui l’Isis ha proclamato il Califfato islamico, si è registrato un ulteriore incremento dell’attività del terrorismo.

Il più recente – in ordine cronologico – quello di Londra del 15 settembre 2017. Intorno alle 9 di mattina un ordigno rudimentale è esploso in un vagone della District Line alla fermata Parsons Green, nell’ovest della capitale britannica. L’attacco è stato rivendicato dall’Isis, mentre le autorità sono ancora alla ricerca degli autori dell’attacco.

L’informazione data dai notiziari televisivi e dalle trasmissioni di approfondimento, come sempre, non si discosta dalla solita retorica: sangue innocente versato in Europa dai soliti vigliacchi terroristi, il solito cordoglio dei politici e delle istituzioni, la paura c’è e fa male ma questo non impedirà agli inglesi, agli spagnoli, ai francesi, ai tedeschi di andare avanti e di continuare a vivere la propria vita, scritte sull’asfalto invocano la pace, la libertà. Cuoricini e fiori disegnati con gessetti colorati contro la ferocia dei terroristi. Una retorica che fa unicamente leva sulle emozioni, ma sul perché siamo arrivati a questo punto: nulla viene detto!

Senza voler fare di tutta l’erba un fascio, con le debite eccezioni, ciò che balza in evidenza è il pressoché totale vuoto d’informazione intorno a questioni che, al di là del sensazionalismo e dell’ossessiva ricerca di qualche scoop, meriterebbero un approccio più razionale, quanto più possibile ancorato a valutazioni obiettive e all’analisi di dati di fatto, nel tentativo di contribuire ad un’adeguata comprensione del fenomeno.

Continuare a riprodurre acriticamente luoghi comuni, stereotipi, scorciatoie, incapaci di far progredire di un solo centimetro la ricerca sulle cause e le motivazioni reali del fenomeno terroristico, certo non lo fermerà e non lo farà esaurire: se non si comprende la radice del male è inevitabile che si sbagli poi anche la cura. Far credere alla gente che solo attraverso operazioni di intelligence e di polizia si possa sconfiggere il terrorismo, è come – cantava Lucio Dalla – pensare di potere recintare l’oceano.

È forse questa – al di là dell’esito più o meno riuscito dei loro attentati, assai rudimentali – la vittoria già conseguita dal terrorismo: aver compreso che nel tentativo di annientarlo saremo costretti presto o tardi a distruggere i valori sui quali le nostre società civili sono state fondate. Se la finalità dei terroristi è l’eversione dell'ordine democratico e i governi per proteggere la democrazia chiedono un aumento del potere esecutivo dello Stato e la disponibilità da parte dei cittadini a sacrificare alcuni diritti fondamentali in nome di una sicurezza collettiva, va da sé che l’obiettivo principale dei terroristi è già stato raggiunto. Affermare, infatti, in linea di principio che la difesa dei valori della “democrazia e dello stato di diritto” dai crimini terroristi richiedano leggi straordinarie, che di fatto limitano alcune libertà dei cittadini, e la proclamazione dello “Stato di emergenza” è una contraddizione in termini.

Sul da farsi, nessuno – immagino – abbia la ricetta per risolvere d’un colpo solo un problema di così straordinaria complessità. Ma è appunto questa consapevolezza che manca, che continua a latitare nelle figure istituzionali preposte a cercare soluzioni e a dare risposte. Quelle poi approntate dalla prevalenza dei mass media è culturalmente povera. Liquidare infatti la questione terrorismo all’attacco indiscriminato contro i valori, la civiltà e l’esistenza stessa dell’Occidente, dice tutto e non dice nulla: bollare il nemico sull’unico presupposto dell’odio viscerale verso l’Occidente, senza riconoscere la stretta connessione sussistente fra un ordine economico internazionale profondamente squilibrato e il fenomeno terroristico è riduttivo e fuorviante.

Per potersi almeno avvicinare ad una comprensione più appropriata di quanto sta accadendo è necessaria e indispensabile una buona dose di umiltà e di apertura mentale. Le forme storicamente determinate con le quali si sta concretamente sviluppando il processo della globalizzazione, a partire dal crollo del Muro di Berlino, richiederebbero meno “pigrizia intellettuale” e meno conformismo alla “voce del padrone”. Dovrebbe essere evidente che terrorismo, emigrazione, distribuzione delle risorse a livello planetario, pur nelle loro differenze, costituiscono una totalità organica che andrebbe «letta» nella sua integrità e non a voci di capitolo tra loro staccate.

È un fatto che il divario fra paesi ricchi e paesi poveri – e fra ricchi e poveri all’interno di essi – è cresciuto fino a raggiungere livelli incredibili. A dare un’idea approssimativa delle anomalie in cui si esprime il presunto nuovo ordine economico mondiale, può servire ricordare la circostanza che nel 2015 indusse il Papa a dare avvio alle celebrazioni dell’anno giubilare nella Repubblica Centrafricana.

 Il prodotto interno lordo di questo Paese è di poco superiore ai tre miliardi di dollari. Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha un patrimonio stimato in 41 miliardi di dollari, vale a dire circa quindici volte di più del prodotto interno lordo della Repubblica Centrafricana, con i suoi cinque milioni di abitanti. Le fortune di Bill Gates ammontano a 79,2 miliardi, quelle di Larry Page, presidente di Google, superano i 29 miliardi, mentre si calcola che, al momento della sua morte, Steve Jobs disponesse di un patrimonio che sfiorava i 9 miliardi di dollari. Fra le nazioni dell’Africa subsahariana, nessuna raggiunge i 4 miliardi di PIL. Non può non colpire la considerazione che il reddito di alcuni singoli individui (per lo più, ma non solo, cittadini statunitensi) è di gran lunga superiore alla ricchezza complessiva prodotta da stati in cui abitano decine di milioni di persone.

Ora, pur non volendo stabilire una relazione meccanica fra le asimmetrie economiche e la proliferazione di focolai bellici in tante parti del mondo, può ragionevolmente supporsi che la persistenza di estese sacche di sottosviluppo in tante zone del pianeta possa essere oggettivamente un elemento di destabilizzazione, dal quale non possono che derivare conflitti tendenzialmente sempre più minacciosi e pervasivi?

È del tutto campata in aria l’idea che se si vuole un mondo più sicuro, il modo più efficace per disinnescare il potenziale distruttivo, alimentato dalla disperazione e dalla povertà, è cancellare o ridurre la miseria in cui versano centinaia di milioni di esseri umani?

In conclusione, pensare di eliminare le guerre e lo stesso terrorismo senza l’eliminazione degli squilibri economici fra aree diverse del pianeta, è come trasfondere sangue senza contestualmente clampare il vaso sanguigno da cui ha origine l’emorragia.


domenica 17 settembre 2017

ALTRO CHE FAKE NEWS

Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché mai le dichiarazioni dei due carabinieri – De Caprio e Scafarto, ufficiali del Noe – confidate al procuratore di Modena – Musti – dovrebbero essere la prova di un accanimento del Noe contro Renzi?

Lo scorso 17 luglio la procuratrice di Modena, Lucia Musti, ascoltata dal Csm sulla fuga di notizie, che nel 2015 fece arrivare sulla stampa l’intercettazione tra Matteo Renzi e il generale della Gdf, Michele Adinolfi, riferisce dell’incontro avuto quello stesso anno (2015) prima con Scafarto e poi con De Caprio, nel corso del quale i due ufficiali le riferirono: «Dottoressa, lei, se vuole, ha una bomba in mano. Lei può far esplodere la bomba. Scoppierà un casino. Arriviamo a Renzi».

Ammesso che queste confidenze siano state fatte, in che modo proverebbero una cospirazione contro Renzi?

In una fiction televisiva, troveremmo del tutto normale che due ufficiali dei carabinieri, indagando su un caso di appalto truccato, raccolgano pesanti indizi e prove che coinvolgono anche un noto esponente politico e il di lui padre per traffico d’influenze e tangenti incorporate. Nel canovaccio della storia, vedremmo i due carabinieri recarsi dal procuratore con cui lavorano per confidargli la clamorosa svolta nelle indagini. Vedremmo – nella fiction – un procuratore ansioso di conoscere la verità che, oltre a compiacersi con i due probi ufficiali, raccomanderebbe loro prudenza e circospezione – visti i personaggi influenti coinvolti – e li esorterebbe ad andare avanti, senza guardare in faccia a nessuno. E sul finale della storia, al momento della conclusione delle indagini, vedremmo i colpevoli finire in galera, stampa e televisione contendersi la notizia e gli eroici carabinieri celebrati e promossi.

Ma questa è la fiction. La realtà – nel nostro Paese – è ben altra! 

S’inventano un “golpe” per insabbiare un’inchiesta come quella della Consip che riguarda l’appalto più grande d’Europa, alla cui mangiatoia, per spartirsi i lotti principali e intascare le relative tangenti, hanno preso parte l’imprenditore Alfredo Romeo, finito in carcere per corruzione, Tiziano Renzi e il suo amico Carlo Russo, indagati per traffico di influenze illecite, il ministro Lotti, il comandante della Legione Toscana, Emanuele Saltalamacchia, e il comandante generale dell' Arma dei carabinieri, Tullio Del Sette, inquisiti per la fuga di notizie, avendo messo sull’avviso i vertici Consip degli accertamenti della magistratura.

Quali sono i punti chiave che danno al caso Consip sostanza e non complotto?

Non soltanto le intercettazioni, motivo di doglianze per quanti hanno scheletri da nascondere negli armadi. 

1) A tirare in ballo Luca Lotti, Tullio del Sette ed Emanuele Saltalamacchia sono le dichiarazioni rese ai magistrati, durante un interrogatorio, dell’ex Ad di Consip, Luigi Marroni, che ha spiegato il motivo della rimozione delle microspie nel proprio ufficio. Ad informarlo dell’indagine e della presenza di microspie negli uffici Consip fu il presidente di Consip Luigi Ferrara, che a sua volta era stato informato dal comandante Tullio Del Sette. 

2) Le ammissioni del dirigente Consip Gasparri (che ha patteggiato 20 mesi) di aver ricevuto 100 mila euro da Romeo per favorirlo nei lotti del maxi appalto da 2,7 miliardi di euro. Pare che Romeo, quando il suo nome e quello di Gasparri finirono sotto inchiesta, avesse chiesto a quest’ultimo di concordare una difesa comune. Ma Gasparri si recò subito dai magistrati per evitare l’arresto. La sua confessione trova riscontri nei pedinamenti, negli appuntamenti in agenda e nelle intercettazioni telefoniche e ambientali.

3) Ci sono poi i pizzini, scritti di pugno dall’imprenditore Romeo, ritrovati tra i rifiuti con la cifra “30” e l'iniziale “T”. Gli inquirenti credono che quella “T” stia per Tiziano Renzi e rappresenterebbe la dazione (30mila euro al mese) offerta dall’imprenditore napoletano per aprirgli le porte di Consip. Una tesi che si regge non soltanto sul racconto di Gasparri, ma anche sulla testimonianza di Alfredo Mazzei, commercialista napoletano. Nella sua deposizione davanti ai pm di Napoli e Roma ha raccontato di una cena segreta in una “bettola romana” cui avrebbero partecipato Tiziano Renzi, Alfredo Romeo e Carlo Russo per discutere di affari.

Il dito e la luna: quando il saggio indica la luna, lo stupido guarda il dito. 

Insomma, fatti e circostanze, a parte l’imperdonabile lacuna nella fuga di notizie (il dito), concordano per la tesi che la gara indetta nel 2014 da Consip per l’affidamento dei servizi gestionali degli uffici, delle università e dei centri di ricerca della Pubblica amministrazione, fu un appalto truccato nel quale interventi politici ad altissimo livello ne condizionarono l’esito (la luna).

Il consumato artificio dialettico dell’ex presidente del Consiglio potrà convincere, con l’aiuto di un’informazione giornalistica e televisiva asservita, stolti e decerebrati dell’esistenza di un complotto ordito ai suoi danni, ma non potrà stravolgere la verità dei fatti.


Altro che fake news: «Non lasciatevi fregare dalle fake news e dalle falsità costruite ad hoc per mistificare, e ce ne sono tante”, dice lo stesso Renzi. Le uniche e pericolose fake news sono quelle messe in giro dall’ex presidente del Consiglio del procedimento che in vario modo lo riguarda.

martedì 5 settembre 2017

TAGLIARE I VITALIZI DEGLI EX PARLAMENTARI È INCOSTITUZIONALE!

Lo scorso 26 luglio la Camera approvava la legge che prevede che tutte le pensioni degli ex parlamentari siano ricalcolate secondo il metodo contributivo: un taglio sostanzioso (almeno del 40%) agli assegni degli ex onorevoli e un atto di giustizia minima nei confronti delle giovani generazioni, condannate a lavorare fino a 75 anni per maturare una pensione da fame. Per diventare legge deve essere però approvata anche al Senato.

Ma secondo l’inveterata consuetudine del nostro Paese quando le leggi (anche quando palesemente incostituzionali) vanno a svantaggio del popolo si invoca la ragione di forza maggiore e la necessità di quelle norme pur odiose per salvare la Patria. L’iter parlamentare per approvarle è anche assai spedito: tutti d’accordo, perché la Patria lo comanda! Quando – assai di rado, in verità – una legge intacca i “sacri diritti acquisti” della “casta”, la risposta dello Stato è: la legge viola un principio costituzionale “inderogabile”.

Quanto è bellamente disattesa la Costituzione quando si tratta di princìpi fondamentali, come il diritto al lavoro o all'eguaglianza dei cittadini o all’iniziativa economica privata che non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o al diritto alla salute, tanto è sbandierata quando si tratta di mantenere inalterati i loro privilegi. La parolina magica estratta dalla Costituzione per far abortire la legge al Senato è “vitalizio”, privilegio impensabile in altri Paesi pur democratici, ma a quanto pare – nella nostra avanzatissima democrazia – intoccabile come una reliquia.

Luigi Zanda, capogruppo del Partito democratico al Senato, lancia in resta si sta gettando nella singolar tenzone di dimostrare l’incostituzionalità della legge: il vitalizio non è una pensione, ma un’assicurazione di vita rivolta a garantire anche nel futuro l’indipendenza del parlamentare, cessato dal mandato, nella sua funzione di garanzia della libertà. Ora, poiché di vitalizio si parla e non di pensione, come il dettato costituzionale prevede agli articoli 67 e 69, quello (il vitalizio) non può essere in alcun modo equiparato a questa (la pensione). Calcolare il vitalizio con il metodo contributivo non solo equivale a disattendere la Costituzione, ma introduce un ulteriore elemento di "preoccupazione", ovvero la "retroattività del provvedimento". Peraltro, come non pensare a “quei parlamentari di 80-90 anni che hanno fatto l’Italia e che potrebbero rimanere senza pensione”?

Peccato che il Senatore non abbia mostrato la stessa sensibilità per la sorte di quelle centinaia di migliaia di esodati – sacrificati sull’altare della Patria, perché avevamo la pistola dello spread puntata alla tempia – che attendevano la decorrenza della pensione con effetto dal 2012, ma dall’oggi al domani, con la riforma Fornero, che ha cambiato le regole in corso di partita, si sono ritrovati senza più lavoro e reddito.

Insomma, quando si tratta di caricar fascine sulle spalle dei cittadini, i procedimenti legislativi viaggiano come un “freccia rossa”; al contrario quando si tratta di discutere degli assurdi privilegi di cui godono i politici nostrani, tutt'a un tratto il treno cambia passo e si trasforma in un treno accelerato, che si ferma a tutte le stazioni.

È il criterio dei due pesi e due misure: i loro diritti sono acquisiti e non possono essere rimessi in alcun modo in discussione, sono più sacri e inviolabili dei Tre Sacri Chiodi che crocifissero Gesù alla croce.

Dal 1° gennaio 2012 il metodo contributivo è diventato l’unico metodo di calcolo per la prestazione pensionistica, ma ai parlamentari che hanno cessato il loro mandato dovrebbe essere concesso un trattamento diverso da quello di tutti gli altri cittadini. 

La legge Fornero sulle pensioni, con effetto anche retroattivo, ha sconvolto dalla notte al giorno i piani dell’operaio Brambilla, che contava di andare in pensione quest’anno, ma per effetto della riforma dovrà attendere ancora. 

Dunque il patto siglato tra Stato e cittadini può essere cambiato “ad libitum”, senza che tale atto sia poi bollato come un diritto acquisito successivamente violato; quello invece tra Stato e gli uomini della “casta” è cristallizzato per l’eternità come un inviolabile diritto acquisito.

Che differenza c’è, nell'elementare principio di legalità costituzionale, tra i diritti acquisiti dell’operaio Brambilla e i loro? La risposta ce la dà il Marchese del Grillo: loro sò loro, e quelli come Brambilla sono un cazzo!

Il diritto al vitalizio per i parlamentari scatta dopo 4 anni sei mesi e un giorno da parlamentare; quello degli europarlamentari dopo appena 1 anno di mandato. Gli anni di contribuzione per maturare il diritto alla pensione per un comune mortale sono quaranta.

Se almeno fossero tanto bravi quanto il loro appetito chiede, questo giustificherebbe almeno in parte i loro privilegi, quali giusti compensi alla loro bravura. Ma basta guardarsi intorno e osservare come hanno ridotto l’Italia per rendersi conto che non solo sono incapaci, ma nella gran parte dei casi la loro "discesa" in campo è dettata più da interessi personali che dal prendersi cura del Paese.

D'altronde cosa ci si può attendere da un sistema che seleziona e promuove scientificamente una classe dirigente di basso profilo, funzionale solo al leader, al segretario di partito?  

Ecco perché dubito che una tale classe dirigente possa traghettarci fuori dalla crisi, nonostante le note di ottimismo di Gentiloni sulla ripresa. L’impasto di incoerenze, malafede, inciuci e opportunismo è troppo perverso per sperare di invertire la rotta del declino di un Paese ormai allo sbando. 

Cantare vittoria perché la crescita del Pil mette a segno un tasso insperato dell’1,5% a fine 2017 – sempreché nel terzo e nel quarto trimestre l’incremento dovesse mantenersi analogo a quello dei primi due periodi – mentre sul fronte della disoccupazione e della povertà si registra un aumento, e su quello del debito pubblico si raggiunge la quota record di 2.278,9 miliardi, è come dichiarare guarito un malato terminale solo perché la febbre è scesa di mezzo grado per effetto dell’aspirina.

domenica 3 settembre 2017

LA CARITÀ DI STATO AL POSTO DELLO STATO SOCIALE

Il Consiglio dei ministri ha approvato definitivamente il decreto legislativo che introduce il reddito di inclusione (REI). La misura, che interessa una platea di 400mila famiglie, è volta all'affrancamento dalla condizione di povertà; l’Istat ha però stimato (dato 2016) in un milione e 619 mila le famiglie che versano in condizioni di povertà assoluta. Sono quasi cinque milioni le persone che vivono in povertà assoluta; giovani e famiglie con figli minori sono quelli che soffrono di più.

Se per “povertà relativa” s’intende la difficoltà economica che alcune famiglie o persone incontrano nella fruizione di beni e servizi, in rapporto al medio tenore di vita di un paese, per “povertà assoluta” s’intende, invece, l'incapacità di acquisire beni e servizi essenziali per un livello di vita minimo accettabile. Nel primo caso le persone (o le famiglie) dispongono ancora di un minimo di risorse per soddisfare bisogni essenziali come l'alimentazione, l'alloggio, il vestiario, la salute e l'igiene; nel secondo ci troviamo davanti a un quadro di vera e propria “miseria nera”: la carenza di risorse a disposizione dell'individuo è così profonda che questi non è neppure in grado di soddisfare i bisogni primari, il minimo vitale, il fabbisogno nutrizionale minimo, la disponibilità di beni e servizi essenziali per la sopravvivenza. Ecco perché la si definisce “assoluta”: prescinde dagli standard di vita prevalenti all'interno della comunità di riferimento.

Se questa è la definizione di “povertà assoluta”, con quali criteri il governo ha identificato le 400mila famiglie che beneficeranno dal prossimo 1° gennaio 2018 del cosiddetto reddito d’inclusione? In altre parole, cosa rende quelle 400mila famiglie più bisognose delle restanti 1milione e duecentomila, pur esse in condizioni di povertà assoluta? Nel contesto infernale in cui queste persone si trovano, le amministrazioni pubbliche adotteranno il criterio dell’indigente più indigente o quello più semplice del sorteggio o, ancora, quello della lista di arrivo delle domande? Alle prime quattrocentomila famiglie un salvagente per non morire annegate e a tutte le altre l’esortazione a resistere ancora, in attesa del prossimo provvedimento che potrebbe forse allargare la platea dei beneficiari?

In un’Italia segnata da forti disuguaglianze, ruberie e sprechi, quella del governo sembra una risposta beffarda nei confronti di quanti vivono in condizioni di povertà assoluta. Una beffa ancor più malvagia se si pensa che i soldi stanziati (1,7miliardi di euro) sono gli stessi che erano stati destinati alle vecchie misure (Sia e Asdi) dalla legge di Bilancio 2017, ora dirottati sul Rei e per una platea più stretta (quattrocentomila su 1milione e 619mila famiglie). Insomma, il solito gioco delle tre carte: si prenda il Sia (sostegno all’inclusione attiva), si aggiunga l’Asdi (assegno sociale di disoccupazione), quindi si mescoli il tutto ed ecco saltar fuori il Rei, il reddito di inclusione presentato come “nuovo di pacca”!

Ma, per i più attenti e refrattari alla propaganda mediatica, è chiaro che si tratta – al di là del lessico – della solita minestra, magari riscaldata e con l’aggiunta solo di un po’ d’aglio e prezzemolo. Ma la minestra, è la stessa!

Vale la pena ricordare che il beneficio previsto dal Rei (reddito d’inclusione) consiste in una mancetta che va da circa 190 euro mensili per una persona sola a quasi 490 euro per un nucleo con 5 o più componenti. Possono ottenere l’assegno coloro che hanno un reddito pari o inferiore a 6mila euro annui di Isee! Tradotto, si tratta di persone che consumano un pasto al giorno alla mensa della Caritas.

Chiedo dunque se una tale mancetta servirà davvero a ridurre la povertà di quelle quattrocentomila famiglia, più fortunate, si fa per dire, delle restanti (1milione e duecentomila circa). Queste ultime continueranno a consumare un pasto al giorno e a rovistare nei cassonetti in cerca di qualcosa da riutilizzare!

L’articolo 3 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Quanto di più disatteso nei fatti. Personalmente ho un suggerimento da dare: strappiamola questa Costituzione, dal momento che più i giorni passano e sempre più i nostri politici e le nostre istituzioni sembrano averla trasformata in un sepolcro, cui rendere di tanto in tanto omaggio. Un giorno, questo accadrà. Accadrà perché a nessuno cui è rivolta frega un cazzo che resti in vita; nessuno è disposto a spendere una parte infinitesima del suo tempo perché essa non resti un pezzo di carta senza alcun valore. Quando accadrà, l’uomo del popolo, quello che non appartiene all’élite, capirà allora la sciagura che lui stesso ha contribuito a creare con la sua indifferenza. E allora a nulla servirà gridare un diritto che non è scritto nella madre di tutte le leggi. Siamo noi tutti, con la nostra ignavia, i suoi assassini!

Più che di “nuova stagione per il nostro welfare” – come ha commentato il deputato del Partito Democratico Edoardo Patriarca – si tratta in realtà di un altro colpo di piccone allo smantellamento definitivo dello Stato sociale. Eh già, perché l’inclusione, come viene retoricamente proclamato, dovrebbe mirare non tanto a sussidiare con una paghetta i poveri, quanto a promuovere nuove politiche atte a consentire il loro reinserimento nel mondo del lavoro. E queste sono fondamentalmente due: riduzione della disoccupazione e aumento dei salari. Ma queste politiche ovviamente non piacciono alle classi capitalistiche, che di fatto dettano l’agenda dei governi. Così al posto di politiche inclusive e di contrasto efficace della povertà si preferiscono politiche di sussidio; al posto dello Stato sociale, la “carità di Stato”.

Già il buon Marx aveva intuito come il permanere di un certo livello di disoccupazione sia funzionale alle classi capitalistiche, le quali – in questo modo – possono sempre contare su un “esercito industriale di riserva”. La presenza di un gran numero di disoccupati, alimentando la concorrenza tra gli operai, garantisce infatti un basso livello dei salari e riduce le rivendicazioni di aumenti salariali, a tutto vantaggio del profitto per il capitalista. Vuoi mettere una massa enorme di disoccupati, cui attingere all’occorrenza, disposta a lavorare per quasi niente e senza tutele né diritti: per uno che dice no, ve ne sono altre migliaia che dicono sì alle richieste dei capitalisti.

Può sembrare un discorso obsoleto quello della lotta di classe, ma non è così. La lotta di classe non è mai cessata; la lotta di classe esiste, ed è triste ammetterlo, l’hanno vinta i ricchi. L’abilità di questi è stata quella di far credere a lavoratori, operai, poveri ed esclusi dalla società che la lotta di classe apparteneva a un passato estinto, e che era giunto il momento di lottare insieme per risolvere i problemi globali per una società “giusta”. Sembrava la svolta copernicana, quando dagli anni Ottanta, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall'alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura costretti a cedere nel trentennio precedente.

Chi non ci crede non deve far altro che guardarsi intorno: la globalizzazione come progetto politico, le diseguaglianze crescenti tra ricchi e poveri, le divisioni interne della classe dei lavoratori nel mondo (per un operaio torinese che dice no, c’è un operaio rumeno che dice sì), i salari sempre più miserrimi a fronte di orari spaventosi cui sono costretti i lavoratori, le condizioni di lavoro in fabbrica sempre meno attente e sensibili alla sicurezza degli operai (si pensi agli operai della ThyssenKrupp).

L’integrazione del reddito di inclusione varato dal governo non è l’impegno a combattere la povertà, ma l’accettazione dei rapporti capitalistici nella loro versione neoliberista. Friedrich Von Hayek, economista e filosofo austriaco, massimo teorico del neoliberismo, ne auspicava l’introduzione non tanto per scopi filantropici, quanto perché i poveri non raggiungessero un tale grado di disperazione da rappresentare un “pericolo fisico per le classi ricche”.

Infine, come non notare il tempismo perfetto tra le prossime elezioni politiche in Italia e il varo del reddito d’inclusione. D'altronde di mance elettorali è fatto il nostro avanzatissimo sistema democratico. Personalmente mi offende la considerazione che essi hanno del popolo che governano, non diversa da quella che Achille Lauro aveva dei suoi concittadini napoletani, ai quali – con l’avvicinarsi delle elezioni, per assicurarsi la vittoria – regalava una scarpa sinistra prima del voto e la scarpa destra dopo il voto. Mi offende che la classe politica della seconda repubblica da Berlusconi in poi non mostri neppure la sensibilità, l’intelligenza e il pudore di nascondere il mercimonio del voto: elezioni europee del maggio 2014 e approvazione del bonus degli 80 euro nell’aprile 2014; referendum costituzionale del dicembre 2016 e bonus giovani di 500 euro nel novembre dello stesso anno; febbraio 2018 elezioni politiche e reddito di inclusione a far data dal 1° gennaio 2018.

Questa non è democrazia, ma il trionfo del plebeismo: il peggior morbo che può affliggere una società.