A distanza di sedici anni dall’11 settembre 2001 il mondo è
diventato senza dubbio un posto meno sicuro: nel mondo si è assistito a un
intensificarsi degli attentati terroristici e dal 2014, anno in cui l’Isis ha
proclamato il Califfato islamico, si è registrato un ulteriore incremento dell’attività
del terrorismo.
Il più recente – in ordine cronologico – quello di Londra
del 15 settembre 2017. Intorno alle 9 di mattina un ordigno rudimentale è
esploso in un vagone della District Line alla fermata Parsons Green, nell’ovest
della capitale britannica. L’attacco è stato rivendicato dall’Isis, mentre le
autorità sono ancora alla ricerca degli autori dell’attacco.
L’informazione data dai notiziari televisivi e dalle
trasmissioni di approfondimento, come sempre, non si discosta dalla solita
retorica: sangue innocente versato in Europa dai soliti vigliacchi terroristi,
il solito cordoglio dei politici e delle istituzioni, la paura c’è e fa male ma
questo non impedirà agli inglesi, agli spagnoli, ai francesi, ai tedeschi di
andare avanti e di continuare a vivere la propria vita, scritte sull’asfalto
invocano la pace, la libertà. Cuoricini e fiori disegnati con gessetti colorati
contro la ferocia dei terroristi. Una retorica che fa unicamente leva sulle
emozioni, ma sul perché siamo arrivati a questo punto: nulla viene detto!
Senza voler fare di tutta l’erba un fascio, con le debite
eccezioni, ciò che balza in evidenza è il pressoché totale vuoto d’informazione
intorno a questioni che, al di là del sensazionalismo e dell’ossessiva ricerca
di qualche scoop, meriterebbero un approccio più razionale, quanto più
possibile ancorato a valutazioni obiettive e all’analisi di dati di fatto, nel
tentativo di contribuire ad un’adeguata comprensione del fenomeno.
Continuare a riprodurre acriticamente luoghi comuni,
stereotipi, scorciatoie, incapaci di far progredire di un solo centimetro la
ricerca sulle cause e le motivazioni reali del fenomeno terroristico, certo non
lo fermerà e non lo farà esaurire: se non si comprende la radice del male è
inevitabile che si sbagli poi anche la cura. Far credere alla gente che solo attraverso
operazioni di intelligence e di polizia si possa sconfiggere il terrorismo, è
come – cantava Lucio Dalla – pensare di potere recintare l’oceano.
È forse questa – al di là dell’esito più o meno riuscito dei
loro attentati, assai rudimentali – la vittoria già conseguita dal terrorismo:
aver compreso che nel tentativo di annientarlo saremo costretti presto o tardi
a distruggere i valori sui quali le nostre società civili sono state fondate.
Se la finalità dei terroristi è l’eversione dell'ordine democratico e i governi
per proteggere la democrazia chiedono un aumento del potere esecutivo dello
Stato e la disponibilità da parte dei cittadini a sacrificare alcuni diritti
fondamentali in nome di una sicurezza collettiva, va da sé che l’obiettivo
principale dei terroristi è già stato raggiunto. Affermare, infatti, in linea
di principio che la difesa dei valori della “democrazia e dello stato di
diritto” dai crimini terroristi richiedano leggi straordinarie, che di fatto
limitano alcune libertà dei cittadini, e la proclamazione dello “Stato di
emergenza” è una contraddizione in termini.
Sul da farsi, nessuno – immagino – abbia la ricetta per
risolvere d’un colpo solo un problema di così straordinaria complessità. Ma è
appunto questa consapevolezza che manca, che continua a latitare nelle figure
istituzionali preposte a cercare soluzioni e a dare risposte. Quelle poi
approntate dalla prevalenza dei mass media è culturalmente povera. Liquidare
infatti la questione terrorismo all’attacco indiscriminato contro i valori, la
civiltà e l’esistenza stessa dell’Occidente, dice tutto e non dice nulla:
bollare il nemico sull’unico presupposto dell’odio viscerale verso l’Occidente,
senza riconoscere la stretta connessione sussistente fra un ordine economico
internazionale profondamente squilibrato e il fenomeno terroristico è riduttivo
e fuorviante.
Per potersi almeno avvicinare ad una comprensione più
appropriata di quanto sta accadendo è necessaria e indispensabile una buona
dose di umiltà e di apertura mentale. Le forme storicamente determinate con le
quali si sta concretamente sviluppando il processo della globalizzazione, a
partire dal crollo del Muro di Berlino, richiederebbero meno “pigrizia
intellettuale” e meno conformismo alla “voce del padrone”. Dovrebbe essere
evidente che terrorismo, emigrazione, distribuzione delle risorse a livello
planetario, pur nelle loro differenze, costituiscono una totalità organica che
andrebbe «letta» nella sua integrità e non a voci di capitolo tra loro staccate.
È un fatto che il divario fra paesi ricchi e paesi poveri –
e fra ricchi e poveri all’interno di essi – è cresciuto fino a raggiungere
livelli incredibili. A dare un’idea approssimativa delle anomalie in cui si
esprime il presunto nuovo ordine economico mondiale, può servire ricordare la
circostanza che nel 2015 indusse il Papa a dare avvio alle celebrazioni
dell’anno giubilare nella Repubblica Centrafricana.
Il prodotto interno
lordo di questo Paese è di poco superiore ai tre miliardi di dollari. Mark
Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha un patrimonio stimato in 41 miliardi di
dollari, vale a dire circa quindici volte di più del prodotto interno lordo
della Repubblica Centrafricana, con i suoi cinque milioni di abitanti. Le
fortune di Bill Gates ammontano a 79,2 miliardi, quelle di Larry Page,
presidente di Google, superano i 29 miliardi, mentre si calcola che, al momento
della sua morte, Steve Jobs disponesse di un patrimonio che sfiorava i 9
miliardi di dollari. Fra le nazioni dell’Africa subsahariana, nessuna raggiunge
i 4 miliardi di PIL. Non può non colpire la considerazione che il reddito di
alcuni singoli individui (per lo più, ma non solo, cittadini statunitensi) è di
gran lunga superiore alla ricchezza complessiva prodotta da stati in cui
abitano decine di milioni di persone.
Ora, pur non volendo stabilire una relazione meccanica fra
le asimmetrie economiche e la proliferazione di focolai bellici in tante parti
del mondo, può ragionevolmente supporsi che la persistenza di estese sacche di
sottosviluppo in tante zone del pianeta possa essere oggettivamente un elemento
di destabilizzazione, dal quale non possono che derivare conflitti
tendenzialmente sempre più minacciosi e pervasivi?
È del tutto campata in aria l’idea che se si vuole un mondo
più sicuro, il modo più efficace per disinnescare il potenziale distruttivo,
alimentato dalla disperazione e dalla povertà, è cancellare o ridurre la
miseria in cui versano centinaia di milioni di esseri umani?
In conclusione, pensare di eliminare le guerre e lo stesso
terrorismo senza l’eliminazione degli squilibri economici fra aree diverse del
pianeta, è come trasfondere sangue senza contestualmente clampare il vaso
sanguigno da cui ha origine l’emorragia.
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