Il recente referendum in Catalogna, con la vittoria
incontestabile degli indipendentisti, mostra che la democrazia, così com’è
praticata, è uno strumento in grado tanto di dividere i cittadini quanto di
unirli. Il risultato di domenica scorsa ha portato allo scoperto le ampie lacerazioni presenti nel
tessuto della nazione spagnola.
Il governo di Rajoy ha giocato l’unica carta della forza e
bisognerà attendere per sapere se la Storia gli darà ragione o torto. Per ora l’unico
risultato certo è stato quello di aver fomentato lo spirito indipendentista dei
catalani: il governo catalano può vantare una vittoria “senza se e senza ma”.
Con
un'affluenza al 42% degli aventi diritto, il sì all'indipendenza della
Catalogna ha ottenuto circa il 90% dei voti. E,
secondo il governo di Barcellona, senza la chiusura dei seggi da parte
della polizia l'affluenza sarebbe potuta arrivare al 55%. Il “no” si è fermato
al 7,87% dei voti.
Per il presidente catalano, Carles Puigdemont, “I cittadini
catalani si sono guadagnati il diritto ad uno Stato indipendente”. Quindi ha lanciato
un appello all'Europa affinché cessi di ignorare la crisi catalana e le
violazioni dei diritti umani di cui si è resa responsabile la Spagna: “L'Ue non
può continuare a guardare dall'altra parte – ha detto – abbiamo guadagnato il
diritto di essere rispettati in Europa”.
Lo scenario che si apre ora è di impasse e di estrema
incertezza, non solo per la Spagna, ma per ogni altra rivendicazione secessionista presente nei vari Stati dell'Ue.
A mio parere, la responsabilità di quanto è accaduto in Spagna – repressione,
cariche della polizia, esito referendario – è di entrambi i governi: tanto del
governo catalano quanto di quello spagnolo. Da entrambe le parti non si è mai
provato a stilare un’agenda politica condivisa sul modo in cui ricucire gli
strappi creatisi all’interno della crisi del sistema spagnolo.
L’indipendentismo catalano ha radici storiche antiche, ed è
la dimostrazione di come le fusioni a freddo di culture ed etnie diverse sono
destinate prima o poi a deflagrare, se non accompagnate da sapienti ed efficaci
politiche di integrazione.
Le classi politiche al comando dovrebbero riconoscere che di democrazie che
alimentano le differenze anziché ridurle non v’è necessita. Queste democrazie hanno l'unico effetto di incrementare la sfiducia e l’insoddisfazione dei cittadini nei confronti dei
sistemi di governo. Ma, a quanto pare, questi
campanelli d’allarme non sono sufficienti a destarle dal letargismo culturale e
politico in cui versano; continuano a celebrare il teatro della politica
come se fosse la vera e autentica incarnazione della democrazia, senza rendersi conto che ne stanno invece celebrando il funerale.
In realtà di democrazie incapaci di migliorare il
benessere delle nazioni, intese come l’insieme degli individui che le
compongono, i popoli non ne hanno bisogno.
Senza una governance efficace capace di
armonizzare le differenze e le diversità in un unico progetto riformista condiviso
da tutti, la democrazia è destinata a diventare simulacro vuoto, incapace di affrontare
il complesso futuro che abbiamo di fronte.
La conseguenza di questa mancanza di presa d'atto da parte delle classi dirigenti aprirà un'autostrada alla tirannia dei populismi, in cui nessun meccanismo di pesi
e contrappesi varrà poi a frenare la velleità di quanti, arroganti e spocchiosi, faranno credere alla stolida massa di avere in tasca la soluzione a tutti i mali.
Dopotutto, Platone
l’aveva già previsto, individuando nella democrazia la penultima fase della
loro degenerazione in tirannia.
Per il filosofo greco gli ingredienti fondamentali di
una democrazia efficiente erano una cittadinanza istruita e impegnata e una
classe dirigente saggia. Possiamo in tutta sincerità affermare che le nostre odierne democrazie rispecchino questi tre attributi (istruzione, impegno e saggezza)?
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