domenica 3 settembre 2017

LA CARITÀ DI STATO AL POSTO DELLO STATO SOCIALE

Il Consiglio dei ministri ha approvato definitivamente il decreto legislativo che introduce il reddito di inclusione (REI). La misura, che interessa una platea di 400mila famiglie, è volta all'affrancamento dalla condizione di povertà; l’Istat ha però stimato (dato 2016) in un milione e 619 mila le famiglie che versano in condizioni di povertà assoluta. Sono quasi cinque milioni le persone che vivono in povertà assoluta; giovani e famiglie con figli minori sono quelli che soffrono di più.

Se per “povertà relativa” s’intende la difficoltà economica che alcune famiglie o persone incontrano nella fruizione di beni e servizi, in rapporto al medio tenore di vita di un paese, per “povertà assoluta” s’intende, invece, l'incapacità di acquisire beni e servizi essenziali per un livello di vita minimo accettabile. Nel primo caso le persone (o le famiglie) dispongono ancora di un minimo di risorse per soddisfare bisogni essenziali come l'alimentazione, l'alloggio, il vestiario, la salute e l'igiene; nel secondo ci troviamo davanti a un quadro di vera e propria “miseria nera”: la carenza di risorse a disposizione dell'individuo è così profonda che questi non è neppure in grado di soddisfare i bisogni primari, il minimo vitale, il fabbisogno nutrizionale minimo, la disponibilità di beni e servizi essenziali per la sopravvivenza. Ecco perché la si definisce “assoluta”: prescinde dagli standard di vita prevalenti all'interno della comunità di riferimento.

Se questa è la definizione di “povertà assoluta”, con quali criteri il governo ha identificato le 400mila famiglie che beneficeranno dal prossimo 1° gennaio 2018 del cosiddetto reddito d’inclusione? In altre parole, cosa rende quelle 400mila famiglie più bisognose delle restanti 1milione e duecentomila, pur esse in condizioni di povertà assoluta? Nel contesto infernale in cui queste persone si trovano, le amministrazioni pubbliche adotteranno il criterio dell’indigente più indigente o quello più semplice del sorteggio o, ancora, quello della lista di arrivo delle domande? Alle prime quattrocentomila famiglie un salvagente per non morire annegate e a tutte le altre l’esortazione a resistere ancora, in attesa del prossimo provvedimento che potrebbe forse allargare la platea dei beneficiari?

In un’Italia segnata da forti disuguaglianze, ruberie e sprechi, quella del governo sembra una risposta beffarda nei confronti di quanti vivono in condizioni di povertà assoluta. Una beffa ancor più malvagia se si pensa che i soldi stanziati (1,7miliardi di euro) sono gli stessi che erano stati destinati alle vecchie misure (Sia e Asdi) dalla legge di Bilancio 2017, ora dirottati sul Rei e per una platea più stretta (quattrocentomila su 1milione e 619mila famiglie). Insomma, il solito gioco delle tre carte: si prenda il Sia (sostegno all’inclusione attiva), si aggiunga l’Asdi (assegno sociale di disoccupazione), quindi si mescoli il tutto ed ecco saltar fuori il Rei, il reddito di inclusione presentato come “nuovo di pacca”!

Ma, per i più attenti e refrattari alla propaganda mediatica, è chiaro che si tratta – al di là del lessico – della solita minestra, magari riscaldata e con l’aggiunta solo di un po’ d’aglio e prezzemolo. Ma la minestra, è la stessa!

Vale la pena ricordare che il beneficio previsto dal Rei (reddito d’inclusione) consiste in una mancetta che va da circa 190 euro mensili per una persona sola a quasi 490 euro per un nucleo con 5 o più componenti. Possono ottenere l’assegno coloro che hanno un reddito pari o inferiore a 6mila euro annui di Isee! Tradotto, si tratta di persone che consumano un pasto al giorno alla mensa della Caritas.

Chiedo dunque se una tale mancetta servirà davvero a ridurre la povertà di quelle quattrocentomila famiglia, più fortunate, si fa per dire, delle restanti (1milione e duecentomila circa). Queste ultime continueranno a consumare un pasto al giorno e a rovistare nei cassonetti in cerca di qualcosa da riutilizzare!

L’articolo 3 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Quanto di più disatteso nei fatti. Personalmente ho un suggerimento da dare: strappiamola questa Costituzione, dal momento che più i giorni passano e sempre più i nostri politici e le nostre istituzioni sembrano averla trasformata in un sepolcro, cui rendere di tanto in tanto omaggio. Un giorno, questo accadrà. Accadrà perché a nessuno cui è rivolta frega un cazzo che resti in vita; nessuno è disposto a spendere una parte infinitesima del suo tempo perché essa non resti un pezzo di carta senza alcun valore. Quando accadrà, l’uomo del popolo, quello che non appartiene all’élite, capirà allora la sciagura che lui stesso ha contribuito a creare con la sua indifferenza. E allora a nulla servirà gridare un diritto che non è scritto nella madre di tutte le leggi. Siamo noi tutti, con la nostra ignavia, i suoi assassini!

Più che di “nuova stagione per il nostro welfare” – come ha commentato il deputato del Partito Democratico Edoardo Patriarca – si tratta in realtà di un altro colpo di piccone allo smantellamento definitivo dello Stato sociale. Eh già, perché l’inclusione, come viene retoricamente proclamato, dovrebbe mirare non tanto a sussidiare con una paghetta i poveri, quanto a promuovere nuove politiche atte a consentire il loro reinserimento nel mondo del lavoro. E queste sono fondamentalmente due: riduzione della disoccupazione e aumento dei salari. Ma queste politiche ovviamente non piacciono alle classi capitalistiche, che di fatto dettano l’agenda dei governi. Così al posto di politiche inclusive e di contrasto efficace della povertà si preferiscono politiche di sussidio; al posto dello Stato sociale, la “carità di Stato”.

Già il buon Marx aveva intuito come il permanere di un certo livello di disoccupazione sia funzionale alle classi capitalistiche, le quali – in questo modo – possono sempre contare su un “esercito industriale di riserva”. La presenza di un gran numero di disoccupati, alimentando la concorrenza tra gli operai, garantisce infatti un basso livello dei salari e riduce le rivendicazioni di aumenti salariali, a tutto vantaggio del profitto per il capitalista. Vuoi mettere una massa enorme di disoccupati, cui attingere all’occorrenza, disposta a lavorare per quasi niente e senza tutele né diritti: per uno che dice no, ve ne sono altre migliaia che dicono sì alle richieste dei capitalisti.

Può sembrare un discorso obsoleto quello della lotta di classe, ma non è così. La lotta di classe non è mai cessata; la lotta di classe esiste, ed è triste ammetterlo, l’hanno vinta i ricchi. L’abilità di questi è stata quella di far credere a lavoratori, operai, poveri ed esclusi dalla società che la lotta di classe apparteneva a un passato estinto, e che era giunto il momento di lottare insieme per risolvere i problemi globali per una società “giusta”. Sembrava la svolta copernicana, quando dagli anni Ottanta, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall'alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura costretti a cedere nel trentennio precedente.

Chi non ci crede non deve far altro che guardarsi intorno: la globalizzazione come progetto politico, le diseguaglianze crescenti tra ricchi e poveri, le divisioni interne della classe dei lavoratori nel mondo (per un operaio torinese che dice no, c’è un operaio rumeno che dice sì), i salari sempre più miserrimi a fronte di orari spaventosi cui sono costretti i lavoratori, le condizioni di lavoro in fabbrica sempre meno attente e sensibili alla sicurezza degli operai (si pensi agli operai della ThyssenKrupp).

L’integrazione del reddito di inclusione varato dal governo non è l’impegno a combattere la povertà, ma l’accettazione dei rapporti capitalistici nella loro versione neoliberista. Friedrich Von Hayek, economista e filosofo austriaco, massimo teorico del neoliberismo, ne auspicava l’introduzione non tanto per scopi filantropici, quanto perché i poveri non raggiungessero un tale grado di disperazione da rappresentare un “pericolo fisico per le classi ricche”.

Infine, come non notare il tempismo perfetto tra le prossime elezioni politiche in Italia e il varo del reddito d’inclusione. D'altronde di mance elettorali è fatto il nostro avanzatissimo sistema democratico. Personalmente mi offende la considerazione che essi hanno del popolo che governano, non diversa da quella che Achille Lauro aveva dei suoi concittadini napoletani, ai quali – con l’avvicinarsi delle elezioni, per assicurarsi la vittoria – regalava una scarpa sinistra prima del voto e la scarpa destra dopo il voto. Mi offende che la classe politica della seconda repubblica da Berlusconi in poi non mostri neppure la sensibilità, l’intelligenza e il pudore di nascondere il mercimonio del voto: elezioni europee del maggio 2014 e approvazione del bonus degli 80 euro nell’aprile 2014; referendum costituzionale del dicembre 2016 e bonus giovani di 500 euro nel novembre dello stesso anno; febbraio 2018 elezioni politiche e reddito di inclusione a far data dal 1° gennaio 2018.

Questa non è democrazia, ma il trionfo del plebeismo: il peggior morbo che può affliggere una società.


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