Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché mai le dichiarazioni
dei due carabinieri – De Caprio e Scafarto, ufficiali del Noe – confidate al procuratore
di Modena – Musti – dovrebbero essere la prova di un accanimento del Noe contro
Renzi?
Lo scorso 17 luglio la procuratrice di Modena, Lucia Musti, ascoltata
dal Csm sulla fuga di notizie, che nel 2015 fece arrivare sulla stampa
l’intercettazione tra Matteo Renzi e il generale della Gdf, Michele Adinolfi,
riferisce dell’incontro avuto quello stesso anno (2015) prima con Scafarto e
poi con De Caprio, nel corso del quale i due ufficiali le riferirono:
«Dottoressa, lei, se vuole, ha una bomba in mano. Lei può far esplodere la
bomba. Scoppierà un casino. Arriviamo a Renzi».
Ammesso che queste confidenze siano state fatte, in che modo
proverebbero una cospirazione contro Renzi?
In una fiction televisiva, troveremmo del tutto normale che
due ufficiali dei carabinieri, indagando su un caso di appalto truccato,
raccolgano pesanti indizi e prove che coinvolgono anche un noto esponente
politico e il di lui padre per traffico d’influenze e tangenti incorporate. Nel
canovaccio della storia, vedremmo i due carabinieri recarsi dal procuratore con
cui lavorano per confidargli la clamorosa svolta nelle indagini. Vedremmo –
nella fiction – un procuratore ansioso di conoscere la verità che, oltre a
compiacersi con i due probi ufficiali, raccomanderebbe loro prudenza e
circospezione – visti i personaggi influenti coinvolti – e li esorterebbe ad
andare avanti, senza guardare in faccia a nessuno. E sul finale della storia,
al momento della conclusione delle indagini, vedremmo i colpevoli finire in
galera, stampa e televisione contendersi la notizia e gli eroici carabinieri
celebrati e promossi.
Ma questa è la fiction. La realtà – nel nostro Paese – è ben
altra!
S’inventano un “golpe” per insabbiare un’inchiesta come quella della
Consip che riguarda l’appalto più grande d’Europa, alla cui mangiatoia, per
spartirsi i lotti principali e intascare le relative tangenti, hanno preso
parte l’imprenditore Alfredo Romeo, finito in carcere per corruzione, Tiziano
Renzi e il suo amico Carlo Russo, indagati per traffico di influenze illecite, il
ministro Lotti, il comandante della Legione Toscana, Emanuele Saltalamacchia, e
il comandante generale dell' Arma dei carabinieri, Tullio Del Sette, inquisiti
per la fuga di notizie, avendo messo sull’avviso i vertici Consip degli accertamenti
della magistratura.
Quali sono i punti chiave che danno al caso Consip sostanza e non complotto?
Non soltanto le intercettazioni, motivo di doglianze per
quanti hanno scheletri da nascondere negli armadi.
1) A tirare in ballo Luca
Lotti, Tullio del Sette ed Emanuele Saltalamacchia sono le dichiarazioni rese
ai magistrati, durante un interrogatorio, dell’ex Ad di Consip, Luigi Marroni,
che ha spiegato il motivo della rimozione delle microspie nel proprio ufficio. Ad
informarlo dell’indagine e della presenza di microspie negli uffici Consip fu il presidente di Consip Luigi Ferrara, che a sua volta era stato
informato dal comandante Tullio Del Sette.
2) Le ammissioni del dirigente Consip Gasparri (che ha
patteggiato 20 mesi) di aver ricevuto 100 mila euro da Romeo per favorirlo nei
lotti del maxi appalto da 2,7 miliardi di euro. Pare che Romeo, quando il suo
nome e quello di Gasparri finirono sotto inchiesta, avesse chiesto a quest’ultimo
di concordare una difesa comune. Ma Gasparri si recò subito dai magistrati per evitare
l’arresto. La sua confessione trova riscontri nei pedinamenti, negli
appuntamenti in agenda e nelle intercettazioni telefoniche e ambientali.
3) Ci sono poi i pizzini, scritti di pugno dall’imprenditore Romeo,
ritrovati tra i rifiuti con la cifra “30” e l'iniziale “T”. Gli inquirenti credono
che quella “T” stia per Tiziano Renzi e rappresenterebbe la dazione (30mila
euro al mese) offerta dall’imprenditore napoletano per aprirgli le porte di
Consip. Una tesi che si regge non soltanto sul racconto di Gasparri, ma anche
sulla testimonianza di Alfredo Mazzei, commercialista napoletano. Nella sua deposizione davanti ai
pm di Napoli e Roma ha raccontato di una cena segreta in una “bettola romana”
cui avrebbero partecipato Tiziano Renzi, Alfredo Romeo e Carlo Russo per
discutere di affari.
Il dito e la luna: quando il saggio indica la luna, lo stupido guarda il dito.
Insomma, fatti e circostanze, a parte l’imperdonabile lacuna
nella fuga di notizie (il dito), concordano per la tesi che la gara indetta nel
2014 da Consip per l’affidamento dei servizi gestionali degli uffici, delle
università e dei centri di ricerca della Pubblica amministrazione, fu un
appalto truccato nel quale interventi politici ad altissimo livello ne
condizionarono l’esito (la luna).
Il consumato artificio dialettico dell’ex presidente del Consiglio
potrà convincere, con l’aiuto di un’informazione giornalistica e televisiva
asservita, stolti e decerebrati dell’esistenza di un complotto ordito ai suoi
danni, ma non potrà stravolgere la verità dei fatti.
Altro che fake news: «Non lasciatevi fregare dalle fake news
e dalle falsità costruite ad hoc per mistificare, e ce ne sono tante”, dice lo
stesso Renzi. Le uniche e pericolose fake news sono quelle messe in giro dall’ex
presidente del Consiglio del procedimento che in vario modo lo riguarda.
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