In medicina l’infiammazione è un processo dinamico reattivo
di fronte a cause patogene, finalizzata a neutralizzare ed eliminare la noxa
patogena e a riparare la funzione e la struttura dei tessuti danneggiati.
Sempre in medicina, l’infiammazione suole suddividersi in acuta e cronica. In
quella acuta predomina il processo vascolo-essudativo, caratterizzato dalla
presenza di liquido infiammatorio; in quella cronica predomina invece il processo
produttivo: i fenomeni vascolo ematici e l’essudato si riducono
progressivamente, come avviene anche nel processo di guarigione, ma vengono
sostituiti da macrofagi, linfociti, plasmacellule e cellule NK che disponendosi
attorno alla parete vascolare ne inducono la progressiva obliterazione, che
porta ad un disturbo della nutrizione del tessuto colpito.
In estrema sintesi, sebbene nell’infiammazione acuta il
quadro clinico è sovente drammatico, una volta superata si assiste alla guarigione
completa dell’organo ammalato, con la scomparsa definitiva di tutti i fenomeni
morbosi, senza reliquato anatomico o funzionale. Nell’infiammazione cronica,
sebbene il quadro clinico sia spesso meno drammatico, la guarigione è assai
difficile e resiste ad ogni rimedio terapeutico; l’organo ammalato subisce
alterazioni anatomo-funzionali irreversibili.
Questo breve excursus per dire che l’Italia è molto simile a
un malato cronico, nel quale le defedate condizioni innescano processi
patologici a catena destinati anch’essi in breve a cronicizzarsi.
La questione meridionale dalla nascita del Regno d'Italia
(1861) non è stata ancora risolta: resta una grande sproporzione fra il nord e
il sud della penisola. Giova ricordare che i tedeschi hanno impiegato poco più
di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino per avvicinare l’Est all’Ovest.
Secondo l’indice Pmi elaborato da Markit, nel manifatturiero
restiamo ancora il secondo paese in Europa, eppure per tasso di occupazione l’Italia
in Europa è al penultimo posto, peggio di noi la Grecia.
La povertà è in crescita; siamo in testa in Europa sia per
il rischio povertà sia per l’incremento che ha avuto negli anni della crisi,
forse perché non sono mai state adottate misure strutturali per contrastarla. E
il paradosso è che la ricchezza in titoli e contanti di una parte esigua di
italiani sfiora i 4.000 miliardi di euro, quale effetto di politiche
redistributive dal basso verso l’alto. Un tempo avere un lavoro era la migliore garanzia contro la
povertà, oggi non sempre essere occupati significa scongiurare il rischio
povertà. È il caso di molti che, pur occupati, vivono con genitori lavoratori o
pensionati, in quanto non percepiscono un reddito sufficiente a mantenere un
tenore di vita adeguato.
Quindi corruzione, evasione fiscale, criminalità,
riciclaggio e altri reati finanziari sottraggono al Paese centinaia di miliardi
di euro l’anno, che si manifestano con tagli alla sanità, all’istruzione, alle
pensioni e ulteriori tasse sui noti tartassati, per mantenere una macchina
pubblica – fatta di sprechi, privilegi, nomine clientelari – che divora il 50,6%
della ricchezza prodotta nel Paese in un anno.
C’è poi il problema della giustizia, spesso lenta, aleatoria
e soggetta a pressioni e ambiguità. Incapace di perseguire i reati di
corruzione, che condizionano (quelli sì, non la maggiore flessibilità del
lavoro) fortemente l’economia del Paese e deprimono sensibilmente gli
investimenti esteri. Le criticità del Sistema della Giustizia e della
corruzione impattano negativamente sulle imprese e sui mercati, sulla capacità
degli imprenditori di operare in un clima di trasparenza e meritocrazia: laddove
manca la “certezza del diritto”, vengono meno gli incentivi ad evitare
comportamenti opportunistici se non addirittura azioni illegali da parte di
cittadini ed imprese.
Non parliamo poi del sistema bancario italiano, ormai al
collasso. E non perché le banche italiane fossero imbottite di Cdo, come le
americane ai tempi della grande crisi, ma di crediti deteriorati, i cosiddetti
Npl («Non performing loans»), frutto di finanziamenti concessi dalle banche
agli amici, agli amici degli amici e ai partiti.
E, dulcis in fundo, l’atavico fannullonismo e l’incapacità della
nostra classe politica. Diceva mio zio, non ci vuole impegno a fare un buon
caffè. Ce ne vuole a farne uno pessimo! Così non ci vorrebbe grande abilità e
impegno a fare dell’Italia una delle nazioni più ricche e prosperose al mondo.
L’Italia ha tutti gli ingredienti: industria, arte, cultura, musica, paesaggi
incantevoli. L‘Italia dovrebbe essere il gioiello dell’Europa e invece – a causa di politici corrotti, incapaci e fannulloni
– mostra un grande stato di degrado sociale e culturale.
Senza questi politici scadenti non saremmo mai entrati nella
crisi; avremmo un’Italia più ricca e più sana, con molte più risorse a
disposizione per affrontare le sfide e i conflitti del prossimo futuro. Essi
non sono la soluzione ai mali cronici del nostro Paese; essi sono il problema
dei problemi. Temo che non riusciremo mai a sfuggire dal naufragio cui siamo destinati,
senza un rinnovo totale dell’attuale classe politica.
Quel che è totalmente incomprensibile è il popolo italiano.
Non solo non sembra rendersi conto che i politici che di volta in volta ha
eletto stanno mandando il Paese in rovina, ma sembra pure incapace di fare
tesoro dalle esperienze passate. Sembrava che Berlusconi, dopo tutti i danni
fatti, fosse ormai finito, ma pare che gli istituti di rilevazione sono
concordi nel decretarne la resurrezione.
Di tutti i mali di cui soffre l’Italia, questo è il più
grave e la causa di tutti gli altri. D'altronde già 2500 anni fa, Aristotele
disse che ogni popolo ha i governanti che si merita. Dunque non lamentiamoci!