martedì 1 agosto 2017

L’OBSOLETO DON MILANI

Non è trascorso un mese da quando, con il mio amico Fabio, mi sono recato a Barbiana, nei pressi di Vicchio, luogo in cui nel dicembre del 1954 fu confinato don Lorenzo Milani, per il suo difficile rapporto, per usare un eufemismo, con gli arcivescovi di Firenze. Negli anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, papa Pio XII aveva individuato nel comunismo il vero nemico della Chiesa Cattolica. Bisognava pertanto che tutta la curia, compatta, si opponesse in tutti i modi al comunismo.

Don Milani però aveva rifiutato di fare dell'anticomunismo il motivo dominante del suo atteggiamento di educatore, forse perché riconosceva nel comunismo quella stessa tensione verso gli ultimi presente già nei vangeli. D'altronde contro l'idolatria della ricchezza, ancor prima di Marx, si era scagliato Gesù che disse: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,24). Potremmo dire che la sua posizione non era tanto diversa da quella di Papa Francesco, che afferma che “aver cura dei poveri non è comunismo, è Vangelo”.

Nella sua lotta intransigente per la giustizia e contro il dominio borghese, Milani si ritrovò di fatto a collaborare con persone e orientamenti politico-culturali di sinistra, mantenne però sempre il senso della propria differenza e peculiarità come rigoroso cristiano e uomo di chiesa. Nella lettera del 1950 a Pipetta, un giovane comunista di S. Donato, infatti scriveva: «Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installato insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene, Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò lì con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai né fame, né sete ricordatene, Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l'unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: "Beati coloro che hanno fame e sete"».

Questa sua posizione critica nei confronti di ogni partito e organizzazione non bastò tuttavia a risparmiargli la severa condanna dell’alta gerarchia ecclesiastica, che decidendo di mandarlo da Calenzano a Barbiana intendeva non tanto punirlo quanto spezzarne lo spirito ribelle. Ma don Lorenzo non si poteva piegare: obbediente al mandato pastorale che la Chiesa gli aveva dato fu tuttavia intransigente nel denunciare i mali del mondo, all'insegna di un profondo radicalismo evangelico. 

Uomo che non volle blandire nessuno, né rendersi servo di alcuno, non esitò – nonostante la fragilità del suo corpo – a caricarsi del pesante fardello degli oppressi e dei diseredati, con la certezza granitica che solo attraverso l’istruzione gli ultimi potessero migliorare la loro condizione, solo attraverso la conoscenza sarebbe stato possibile staccarli dagli idoli eretti dal potere, per meglio assoggettarli, e condurli sulla via della loro liberazione.

Lo scopo fondamentale dell’azione pedagogica di don Lorenzo era infatti insegnare ai poveri a prendere la parola. Se i poveri sapessero parlare, diceva, non sarebbero più poveri. Se avessero la capacità di esprimersi, se capissero i trucchi e gli inganni del potere non soggiacerebbero supinamente ad esso, perpetrando così la loro miseria e i loro mali. Così infatti scriveva: «La povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale». Da ciò l’esortazione ai suoi allievi a lavorare sodo e a combattere ogni pigrizia: a Barbiana la scuola funzionava dieci ore al giorno, 365 giorni all’anno. Così quella che doveva essere la sua prigione, divenne presto una cattedra, dalla quale impartì la sua lezione che l’uguaglianza tra cittadini non sarà mai un fatto compiuto fino a quando l’uomo del popolo, oppresso dall’arroganza dei pochi, non contribuirà alla crescita della propria coscienza civile, attraverso l’istruzione. Perché solo questa li salverà, li farà padroni del mondo e non schiavi; solo la conoscenza ne farà cittadini consapevoli e non semplicemente consumatori dementi.

Altri tempi. Se don Lorenzo tornasse in vita e vedesse il nostro mondo attraversato dalla corruzione, dal nepotismo, dalle tante forme di illegalità, questo non lo rattristerebbe più di tanto: il male coesiste al bene fin dall’alba dell’uomo, e così sempre sarà. Quello che invece lo spezzerebbe – più di quanto non poté l’alta gerarchia ecclesiastica – è vedere la diserzione di massa, il deserto apatico nel quale è immersa la nostra vita quotidiana.

Catastrofe ambientale all’orizzonte, rischio di una guerra nucleare per un banale errore, ingiustizia planetaria per i gravi squilibri nella distribuzione delle ricchezze, saccheggio delle risorse dei paesi poveri da parte dei paesi occidentali, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, esodo migratorio dei dannati della Terra e chi torce il naso che questa gente che approda sulle spiagge rovina le vacanze dei villeggianti, ecc. ecc.

Questo è il desolante quadro, eppure nessuna reazione, nessuna tensione emotiva. Tutti se ne fregano! Apoteosi dell’indifferenza, che non è sconforto metafisico, che almeno attesterebbe pur nell’assenza una nuova ricerca di senso aperta dalla morte di Dio. 

Soltanto la sfera privata sembra uscire vittoriosa da questa erranza apatica, da questa anemia emotiva: la frenesia di dove si trascorreranno le vacanze estive, dove ci si recherà per il prossimo fine settimana, quale sarà il prossimo cellulare che acquisterò, quale auto risponde meglio al mio desiderio di avventura, ecc. ecc., sembrano gli unici argomenti degni d'interesse.

Tutto si compie per imitazione, secondo un meccanismo automatico e ripetitivo, di cui si ignora spesso il significato e il senso. Per esempio, ci si sposa in Chiesa pur sapendo che presto o tardi si farà parte della percentuale in continuo aumento dei divorziati; i genitori vogliono restare «giovani» e diventare amici dei propri figli. Nessuno vuole più invecchiare e si sottopone a sfibranti attività fisiche in palestra pur di mantenere inalterate le proprie forme. Cosicché il corpo da veicolo per essere al mondo è diventato ostacolo da superare per continuare a essere oggetto d'attenzione.

Questo rifugio autarchico su sé stessi è perfettamente illustrato dal modo in cui si neutralizza il mondo esterno trafficando col proprio cellulare invece di parlare con chi ci sta davanti o quando si preclude ogni possibilità di relazione con gli altri esseri umani indossando una cuffia stereofonica direttamente a contatto dei timpani.

Quando l’edonismo, il godimento personale, rappresenta l’asse portante della cultura moderna è assai difficile poi emancipare tutte queste singolarità nella direzione di farsi carico non solo dei pesi propri ma anche quelli altrui, secondo il principio che riconoscere la propria dignità esige riconoscerla anche nell’altro. Il poeta inglese John Donne scrisse “Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso” e dunque a nessuno è lecito disinteressarsi del bene comune!

La cultura per la massa, cioè quella alla portata di chiunque, utile alla perpetuazione dell'egemonia culturale delle classi superiori, ha talmente immiserito le facoltà mentali dell’uomo, da non consentirgli neppure di riconoscere quanto il suo tentativo di elevarsi al di sopra della masse, di avere una propria personalità non omologata, sia un inganno abilmente perpetrato a suo danno per appiattirlo all’unica dimensione di consumatore: senza il possesso e il consumo continuo di beni materiali non saprebbe neanche più riconoscersi. 

È questa la nuova forma di individualismo massificato: due aspetti dello stesso fenomeno. Da una parte il singolo che sgomita e combatte ferocemente contro altri singoli per raggiungere e ottenere gli stessi identici obiettivi: una casa, un conto in banca, una macchina più potente, ecc. ecc. Insomma, si lotta disperatamente come individui solo per diventare i migliori della massa. In pratica, un individualismo funzionale alla stessa società dei consumi e dunque parte integrante della stessa massificazione.

A questa esasperazione dell’individualismo, che si caratterizza in disaffezione nei riguardi della politica e della partecipazione pubblica in generale, corrisponde un apparato istituzionale che al contrario  continua a funzionare, e anche bene. Sempre più controllato dagli “specialisti”, che si incaricano di conformare i comportamenti collettivi all’immagine del mondo di quei pochi che lo controllano a loro esclusivo vantaggio e che lo vogliono così com'è.


Se non saremo in grado di riscoprire come umanità quel senso della solidarietà che lega gli uomini gli uni con gli altri; senza la rinnovata capacità di storicizzare le nostre vite, quali semi sparsi nel terreno del presente per il germoglio dei frutti del futuro, le nostre società, alla fine, imploderanno in un enorme big crunch, tirando tutto e tutti in un grande e mostruoso vuoto.

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