domenica 6 agosto 2017

L'ITALIA UN PAESE FASCISTA A DEMOCRAZIA AVANZATA

Alle 10 e 25 del 2 agosto 1980 una bomba esplode in una delle sale d’aspetto della stazione di Bologna, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze. Con 85 morti e oltre 200 feriti è la più grande strage, dopo quella di piazza Fontana del dicembre 1969, dove persero la vita 17 persone  e 87 restarono ferite.

Sebbene nell'immediatezza del fatto l’allora presidente del Consiglio (Francesco Cossiga) parlò dell’esplosione di una vecchia caldaia posta nel sotterraneo della stazione, dalle testimonianze raccolte e dai rilievi tecnico-scientifici sul luogo del reato apparve chiara la matrice terroristica dell'esplosione. 

La tesi del caso fortuito, sostenuta in prima istanza, rispetto all’attentato, fece dire al magistrato Libero Mancuso, molti anni più tardi, che quello fu il primo atto di una serie di depistaggi volti a sviare le indagini: avvallare l’ipotesi di un caso fortuito, come lo scoppio di una caldaia, permise ai veri colpevoli di dileguarsi indisturbati. 

Il secondo atto fu quello di trasferire l’indagine dalla Procura della Repubblica di Bologna a quella di Roma per competenza, dopo che quella era già pervenuta alla fine di agosto a formulare un quadro accusatorio verso ideatori e depistatori. Quindi si cercò di depistare ulteriormente le indagini seminando l’ipotesi, ripresa anche dalla stampa nazionale, della pista internazionale, che coinvolgeva terroristi stranieri e neofascisti italiani latitanti all'estero con collegamenti in Italia. 

Fu questo il più grave atto di depistaggio messo in atto dai vertici del SISMI che, per accreditare la teoria del complotto internazionale, fecero trovare su una carrozza del treno Taranto-Milano una valigia sospetta, al cui interno, oltre alle armi e passamontagna, v’erano otto lattine colme di esplosivo Compound B, lo stesso utilizzato per la strage. E perché non vi fosse alcun dubbio sulla matrice internazionale dell’attentato, nella valigia furono fatti trovare anche due giornali, uno francese ed uno tedesco, e due biglietti aerei, intestati a due terroristi neonazisti (il francese Raphael Legrand e il tedesco Martin Dimitris). La valigia era stata messa sul treno da un sottufficiale dei carabinieri e il rinvenimento avvenuto su segnalazione del SISMI.

L’operazione, chiamata «Terrore sui treni», si dimostrò un falso del gruppo deviato del SISMI che si inquadrava nella più ampia trama dei depistaggi per non fare emergere la verità su chi fossero i mandanti della strage. 

All’epoca capo del SISMI era il generale Giuseppe Santovito, il cui nome figurerà più tardi – guarda caso – nella lista degli appartenenti alla Loggia Massonica P2: il governo-ombra onnipresente capace di stravolgere i meccanismi democratici pur di concretizzare affari sporchi e indicibili, come accerterà la commissione d’indagine parlamentare presieduta da Tina Anselmi.

La Corte d’assise di Roma accertò che la fonte che aveva portato i carabinieri al ritrovamento della valigia e che doveva restare segreta non esisteva e le informazioni erano false. Queste erano state costruite nell’ufficio di Musumeci e Belmonte, con la connivenza di Santovito. 

Nella motivazione i giudici scrissero che «la ricostruzione dei fatti, basata su prove documentali e testimoniali, e sulle dichiarazioni degli stessi imputati, fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage di Bologna. Sgomenta che forze dell’apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini, a che giustizia si facesse».

La sentenza definitiva giungerà solo nel 1995, dopo un tormentato e lungo iter giudiziario. Il 23 novembre la Corte di Cassazione emette la condanna all'ergastolo, quali esecutori dell'attentato, per i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono però sempre dichiarati innocenti. Per l’ex capo della Loggia Massonica P2, Licio Gelli, l'ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte scatta la condanna per depistaggio delle indagini. Sempre per depistaggio, il 9 giugno 2000, la Corte d'Assise di Bologna emette nuove condanne per Massimo Carminati (9 anni di reclusione), Federigo Mannucci Benincasa (quattro anni e mezzo), ex direttore del SISMI di Firenze, Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare, e Luigi Ciavardini, con condanna a 30 anni confermata nel 2007, ritenuto responsabile (con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro) di essere l'esecutore materiale della Strage.

Dopo 37 anni da uno degli atti terroristici più gravi del dopoguerra, che provocò la morte di 85 persone e 200 feriti e che rappresenta una delle tante pagine oscure della storia italiana, sui mandanti della Strage non è stata ancora fatta luce. 

Nel marzo 2017 la Procura di Bologna ha archiviato l’indagine su Licio Gelli quale mandante e finanziatore della strage. Secondo la Procura non ci sono “elementi concreti per fondare l'ipotesi di un finanziamento indirizzato alla commissione della strage, proveniente da Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Ortolani”. 

A far scattare l’indagine v’era infatti un documento intitolato “Bologna”, sequestrato nel 1982 a Gelli, quando fu arrestato in Svizzera, nel quale, scritto di suo pugno, si faceva riferimento a un conto corrente bancario svizzero e ad un finanziamento a favore di più persone di 15 milioni di dollari; cifra incredibilmente corrispondente a quella che Roberto Calvi, allora presidente del Banco Ambrosiano, dichiarò – durante una conversazione (registrata dallo stesso Calvi) con Flavio Carboni – provenire dai servizi segreti. Ma secondo gli inquirenti nulla fa pensare che Gelli abbia destinato i soldi di quel conto a Fioravanti e al suo gruppo. 

Così il 26 ottobre prossimo si discuterà la richiesta di archiviazione dell’inchiesta, a carico di ignoti, sui mandanti della Strage. Secondo i Pm, Mambro, Fioravanti e Ciavardini erano degli “spontaneisti” dei Nar, che avrebbero agito motu proprio. Insomma, dietro lo “spontaneismo dei Nar” non vi sarebbero stati altri soggetti che svolgessero il ruolo di mandanti o finanziatori. 

Ma una tale conclusione è in palese contrasto con la sentenza della Corte di Cassazione del 1995 che vede imputati e condannati per depistaggio, oltre a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, ritenuti gli esecutori, anche Licio Gelli, Francesco Pazienza, i vertici del Sismi Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci, che facendo ritrovare una valigia piena di armi, esplosivo e documenti falsi costruirono la falsa pista del complotto internazionale. E altri neofascisti che agirono in concorso e con il beneplacito dei servizi segreti e della P2 (Gilberto Cavallini, Egidio Giuliani).

Da Portella della Ginestra passando per la Strage di Bologna fino ad arrivare allo stragismo mafioso del ’92-’93, l’Italia non ha mai voluto fare i conti con il proprio passato. È stata la costante di tutti questi anni e il peggio è che la società intera abbia rimosso le vicende scomode della nostra storia, non chiedendone mai conto alle istituzioni. 

Una cosa appare ovvia, gli architetti delle stragi per rimanere senza volto hanno goduto di un'estesa impunità. 

Nelle vicende riguardanti lo stragismo in Italia ci sono ancora dei grumi, delle situazioni e degli apparati che non si possono assolutamente svelare. Una cosa tuttavia appare certa: sia pure con gli scarsi elementi a disposizione, non si può credere che nell’Italia dei poteri occulti la strage di Bologna fu opera soltanto di tre terroristi dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. 

In nessuna aula di giustizia, nonostante la sentenza di colpevolezza, sono state presentate prove che, al di là di ogni ragionevole dubbio, confermino la responsabilità di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che continuano a proclamarsi innocenti.

A questo riguardo l’ex presidente della Commissione Stragi – Giovanni Pellegrino – sostenne che il movente attribuito a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro “non ha alcun senso”, avendo questi ammessi altri delitti assai più gravi e per i quali avevano già ricevuto condanne pesantissime. Dunque perché professarsi innocenti proprio per la Strage di Bologna? 

Un fatto è certo: alcuni sanno chi sono i mandanti, ma non possono o non vogliono parlare. Una parte di questi usa la verità per garantirsi l’immunità, l’altra la usa per ottenere potere. Ecco perché nessuno di loro parlerà, e a noi non resterà che una verità: quella storica che a differenza della verità processuale non si esaurisce nel tempo e nello spazio di un’aula di tribunale. 

La verità storica ci dice che nelle stragi e nei delitti politici è sempre esistito un doppio livello: un progetto di potere occulto e parallelo a quello manifesto, finalizzato a condizionare la realtà politica e sociale italiana, a screditare i movimenti di dissenso, che erano nati sulla scia delle contestazioni del ’68, e a convogliare consenso verso le forze di governo. 

Gli obiettivi finali erano dunque da un lato quello di contrastare il movimento operaio e studentesco post ‘68, attribuendo le stragi ai gruppi di sinistra, dall’altro quello di creare, grazie al forte impatto emotivo causato dagli episodi terroristici, un clima favorevole ad un colpo di stato simile a quello avvenuto nel 1967 in Grecia. 

Quello che la verità storica ancora ci consegna è un’Italia a sovranità e democrazia limitate, e in alcuni casi annullate, dalle azioni di organizzazioni come Gladio, Loggia P2, settori deviati dei servizi segreti italiani, appoggiati e finanziati dalla CIA, che rispondevano ad un progetto politico preciso e ben articolato: impedire con ogni mezzo che gli equilibri politici scaturiti dalla seconda guerra mondiale fossero alterati e che l’ago della bilancia pendesse verso i partiti di sinistra.

Ecco perché è bene che tutto resti nell’ombra: una così grande operazione di camuffamento e deviazione della verità non poteva avvenire senza incrocio di interessi, connivenze, complicità anche ad alti livelli istituzionali. 

Poi, la tanto attesa desecretazione degli atti riguardanti le stragi, promessa da Renzi, non ha funzionato: dal 2014 a oggi, nemmeno un foglio è stato digitalizzato. La digitalizzazione degli archivi consentirebbe forse di fare chiarezza sui mandanti della strage, ma viene osteggiata, boicottata, con le motivazioni più incredibili. Una di queste, per esempio, la privacy a tutela dei nomi appartenenti ai Nuclei Armati di Difesa dello Stato, la cosiddetta Gladio Nera, che molto probabilmente è implicata nella Strage di Bologna e non solo. 

Le resistenze da parte dello Stato a gettare luce sui tanti e grandi misteri d’Italia appaiono evidenti. A quanto pare ci sono ancora situazioni e apparati che non possono essere svelati!

Per risolvere le numerose falle e incongruenze, si è perfino fabbricata la “pista palestinese”, secondo cui la bomba è stata una ritorsione dell’Olp per la rottura del Lodo Moro, il fantomatico patto segreto, stipulato dall’allora ministro degli Esteri – Aldo Moro – tra il '73 e il '74 con i gruppi affiliati all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, per evitare attentati in Italia. Ma la “pista palestinese” non porta da nessuna parte e serve solo a confondere le idee.

Ma ora viene il bello!

I due responsabili della strage – Francesca Mambro e Valerio Fioravanti – condannati a 8 ergastoli per i loro 98 omicidi, hanno già finito di scontare la pena. 

Dal 2009 Fioravanti è un uomo libero, nonostante il «fine pena mai» stampato sui suoi fascicoli perché così prevede la legge. La libertà definitiva per Francesca Mambro è arrivata nel 2013, dopo essere stata messa in libertà condizionale nel 2008. 

Sembra una grande barzelletta, ma è quello che ha fatto lo Stato italiano, nel totale silenzio. Senza che alla notizia fosse dato il massimo rilievo mediatico. Perché un tale imbarazzante silenzio da parte dello Stato: una sorta di do ut des?

Pare pure che durante il periodo di liberà condizionale i due avessero contatti con Gennaro Mokbel, uomo della Banda della Magliana e grande riciclatore di soldi sporchi. In una intercettazione telefonica, Mokbel dichiara a Carmine Fasciani (noto boss della malavita romana) che il loro rilascio è tutto merito suo: “Li ho tirati fuori tutti io … tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so’ costati? … un milione e due … un milione e due …”.

Incredibile che Mambro e Fioravanti durante la libertà condizionale avessero contatti con ambienti malavitosi e nessuno abbia ritenuto sospenderla immediatamente. Perché il mondo della Banda della Magliana si è mosso per Mambro e Fioravanti?

Tutte le volte che si ripercorrono le vicende politico-criminali che hanno funestato il nostro paese, si scopre come l’Italia non è solo «il bel paese ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe», ma è anche la terra delle trame oscure, degli intrecci perversi tra organizzazioni criminali, politica e servizi segreti. 

La terra in cui c’è sempre qualcuno che nell’ombra lavora con meticolosità per impedire la comprensione dei fatti, e la cui essenza è un sistema fascista a “democrazia avanzata”.

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