martedì 15 agosto 2017

L’ITALIA, IL PAESE DEI MALI CRONICI

In medicina l’infiammazione è un processo dinamico reattivo di fronte a cause patogene, finalizzata a neutralizzare ed eliminare la noxa patogena e a riparare la funzione e la struttura dei tessuti danneggiati. Sempre in medicina, l’infiammazione suole suddividersi in acuta e cronica. In quella acuta predomina il processo vascolo-essudativo, caratterizzato dalla presenza di liquido infiammatorio; in quella cronica predomina invece il processo produttivo: i fenomeni vascolo ematici e l’essudato si riducono progressivamente, come avviene anche nel processo di guarigione, ma vengono sostituiti da macrofagi, linfociti, plasmacellule e cellule NK che disponendosi attorno alla parete vascolare ne inducono la progressiva obliterazione, che porta ad un disturbo della nutrizione del tessuto colpito.

In estrema sintesi, sebbene nell’infiammazione acuta il quadro clinico è sovente drammatico, una volta superata si assiste alla guarigione completa dell’organo ammalato, con la scomparsa definitiva di tutti i fenomeni morbosi, senza reliquato anatomico o funzionale. Nell’infiammazione cronica, sebbene il quadro clinico sia spesso meno drammatico, la guarigione è assai difficile e resiste ad ogni rimedio terapeutico; l’organo ammalato subisce alterazioni anatomo-funzionali irreversibili.

Questo breve excursus per dire che l’Italia è molto simile a un malato cronico, nel quale le defedate condizioni innescano processi patologici a catena destinati anch’essi in breve a cronicizzarsi.

La questione meridionale dalla nascita del Regno d'Italia (1861) non è stata ancora risolta: resta una grande sproporzione fra il nord e il sud della penisola. Giova ricordare che i tedeschi hanno impiegato poco più di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino per avvicinare l’Est all’Ovest.

Secondo l’indice Pmi elaborato da Markit, nel manifatturiero restiamo ancora il secondo paese in Europa, eppure per tasso di occupazione l’Italia in Europa è al penultimo posto, peggio di noi la Grecia.

La povertà è in crescita; siamo in testa in Europa sia per il rischio povertà sia per l’incremento che ha avuto negli anni della crisi, forse perché non sono mai state adottate misure strutturali per contrastarla. E il paradosso è che la ricchezza in titoli e contanti di una parte esigua di italiani sfiora i 4.000 miliardi di euro, quale effetto di politiche redistributive dal basso verso l’alto. Un tempo avere un lavoro era la migliore garanzia contro la povertà, oggi non sempre essere occupati significa scongiurare il rischio povertà. È il caso di molti che, pur occupati, vivono con genitori lavoratori o pensionati, in quanto non percepiscono un reddito sufficiente a mantenere un tenore di vita adeguato.

Quindi corruzione, evasione fiscale, criminalità, riciclaggio e altri reati finanziari sottraggono al Paese centinaia di miliardi di euro l’anno, che si manifestano con tagli alla sanità, all’istruzione, alle pensioni e ulteriori tasse sui noti tartassati, per mantenere una macchina pubblica – fatta di sprechi, privilegi, nomine clientelari – che divora il 50,6% della ricchezza prodotta nel Paese in un anno.

C’è poi il problema della giustizia, spesso lenta, aleatoria e soggetta a pressioni e ambiguità. Incapace di perseguire i reati di corruzione, che condizionano (quelli sì, non la maggiore flessibilità del lavoro) fortemente l’economia del Paese e deprimono sensibilmente gli investimenti esteri. Le criticità del Sistema della Giustizia e della corruzione impattano negativamente sulle imprese e sui mercati, sulla capacità degli imprenditori di operare in un clima di trasparenza e meritocrazia: laddove manca la “certezza del diritto”, vengono meno gli incentivi ad evitare comportamenti opportunistici se non addirittura azioni illegali da parte di cittadini ed imprese.

Non parliamo poi del sistema bancario italiano, ormai al collasso. E non perché le banche italiane fossero imbottite di Cdo, come le americane ai tempi della grande crisi, ma di crediti deteriorati, i cosiddetti Npl («Non performing loans»), frutto di finanziamenti concessi dalle banche agli amici, agli amici degli amici e ai partiti.

E, dulcis in fundo, l’atavico fannullonismo e l’incapacità della nostra classe politica. Diceva mio zio, non ci vuole impegno a fare un buon caffè. Ce ne vuole a farne uno pessimo! Così non ci vorrebbe grande abilità e impegno a fare dell’Italia una delle nazioni più ricche e prosperose al mondo. L’Italia ha tutti gli ingredienti: industria, arte, cultura, musica, paesaggi incantevoli. L‘Italia dovrebbe essere il gioiello dell’Europa e invece –  a causa di politici corrotti, incapaci e fannulloni – mostra un grande stato di degrado sociale e culturale.

Senza questi politici scadenti non saremmo mai entrati nella crisi; avremmo un’Italia più ricca e più sana, con molte più risorse a disposizione per affrontare le sfide e i conflitti del prossimo futuro. Essi non sono la soluzione ai mali cronici del nostro Paese; essi sono il problema dei problemi. Temo che non riusciremo mai a sfuggire dal naufragio cui siamo destinati, senza un rinnovo totale dell’attuale classe politica.

Quel che è totalmente incomprensibile è il popolo italiano. Non solo non sembra rendersi conto che i politici che di volta in volta ha eletto stanno mandando il Paese in rovina, ma sembra pure incapace di fare tesoro dalle esperienze passate. Sembrava che Berlusconi, dopo tutti i danni fatti, fosse ormai finito, ma pare che gli istituti di rilevazione sono concordi nel decretarne la resurrezione.


Di tutti i mali di cui soffre l’Italia, questo è il più grave e la causa di tutti gli altri. D'altronde già 2500 anni fa, Aristotele disse che ogni popolo ha i governanti che si merita. Dunque non lamentiamoci!

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