lunedì 31 luglio 2017

I MANAGER DELLA THYSSENKRUPP ANCORA LIBERI

Sento dire spesso che il marxismo potrebbe anche funzionare in teoria, ma tutte le volte che è stato messo in pratica, le conseguenze sono state terrore, tirannia e assassini di massa a livelli inimmaginabili. Non v’è dubbio alcuno che per milioni di uomini e donne, il comunismo abbia significato miseria, privazioni, torture, lavori forzati, un’economia sul lastrico e uno Stato mostruosamente oppressivo. 

Questo è vero! 

Tuttavia se questo è stato vero per il comunismo nella sua attuazione pratica del marxismo, non riflettiamo mai abbastanza sugli abomini che il capitalismo non solo ci ha lasciato in eredità, ma continua imperterrito a produrre: le recessioni, lo sfruttamento del lavoro, il fascismo, le guerre imperialiste. Di contro la Storia ci dice che senza il marxismo probabilmente non avremmo avuto una tradizione di libertà, democrazia, diritti civili, femminismo, repubblicanesimo, progresso scientifico e molto altro ancora.

Il neoliberismo, di cui il capitalismo è espressione, pur fondandosi su valori quali la dignità umana e la libertà individuale, di fatto limita questa e la degrada alla mera libertà d'impresa. 

Grazie al trionfo di questa concezione, secondo la quale altri parametri, quali il benessere psicofisico, la crescita umana e culturale di ciascun individuo, se non hanno alcun valore sul mercato possono essere tranquillamente ridimensionati, i governi del mondo – senza eccezione alcuna – tollerano tranquillamente che le aziende possano “esternalizzare i costi” senza pagar dazio: la produzione, prima della salute individuale e collettiva.

Per un’impresa esternalizzare i costi significa che se gli investimenti in termini di sicurezza sul lavoro e della collettività sono inferiori ai ricavi attesi, bene. In caso contrario, se ne faranno carico le vittime e la collettività.

Un esempio classico è rappresentato dall’incidente occorso nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino. 

Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, sette operai trovarono la morte, investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prese fuoco. L’ultimo, di soli 26 anni, morì dopo tredici giorni di atroce agonia.

La sentenza definitiva, di 14 mesi fa, ha acclarato le gravi responsabilità dei manager tedeschi della ThyssenKrupp: l’incolumità dei lavoratori fu subordinata agli interessi economici dell’azienda! 

Eppure, i manager tedeschi della ThyssenKrupp sono ancora liberi: la Germania non ha ancora provveduto ad arrestarli. D'altronde essi hanno fatto ciò che, in un mondo dominato dal moloch del libero mercato, ci si attende da un manager: massimizzazione del profitto e del dividendo da distribuire ai singoli soci. In fondo sono questi i criteri di arruolamento dei tanti dirigenti d’imprese, tutto il resto è trascurabile. Perché stupirsene?

Accusarli per aver anteposto l’interesse superiore dell’impresa a quello di sette operai è  come aver fatto una contravvenzione “per eccesso di velocità alla 500 Miglia di Indianapolis”.

Pretendere che il capitalismo diventi altro da sé stesso, magari attraverso un risanamento di tipo morale, religioso o politico, è assurdo quanto la pretesa che un leone si trasformi in un erbivoro. 

Dalla voracità dei mercati e del capitalismo non ci si salva blandendo la “bestia”, ma solo governandola politicamente con misure draconiane, subordinando gli interessi privati a quelli collettivi, anche a costo di scontentare i mercati e gli investitori stranieri.


Se la politica, in quanto espressione degli interessi della maggioranza, non vorrà o non saprà ritrovare la forza di piegare la volontà di pochi sedicenti «illuminati» alle ragioni della democrazia, le vite bruciate alla Thyssen sono state vane e noi docili schiavi, asserviti agli interessi di pochi, incapaci di riparare gli strappi dell’umanità: complici!

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