martedì 1 agosto 2017

L’OBSOLETO DON MILANI

Non è trascorso un mese da quando, con il mio amico Fabio, mi sono recato a Barbiana, nei pressi di Vicchio, luogo in cui nel dicembre del 1954 fu confinato don Lorenzo Milani, per il suo difficile rapporto, per usare un eufemismo, con gli arcivescovi di Firenze. Negli anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, papa Pio XII aveva individuato nel comunismo il vero nemico della Chiesa Cattolica. Bisognava pertanto che tutta la curia, compatta, si opponesse in tutti i modi al comunismo.

Don Milani però aveva rifiutato di fare dell'anticomunismo il motivo dominante del suo atteggiamento di educatore, forse perché riconosceva nel comunismo quella stessa tensione verso gli ultimi presente già nei vangeli. D'altronde contro l'idolatria della ricchezza, ancor prima di Marx, si era scagliato Gesù che disse: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,24). Potremmo dire che la sua posizione non era tanto diversa da quella di Papa Francesco, che afferma che “aver cura dei poveri non è comunismo, è Vangelo”.

Nella sua lotta intransigente per la giustizia e contro il dominio borghese, Milani si ritrovò di fatto a collaborare con persone e orientamenti politico-culturali di sinistra, mantenne però sempre il senso della propria differenza e peculiarità come rigoroso cristiano e uomo di chiesa. Nella lettera del 1950 a Pipetta, un giovane comunista di S. Donato, infatti scriveva: «Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installato insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene, Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò lì con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai né fame, né sete ricordatene, Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l'unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: "Beati coloro che hanno fame e sete"».

Questa sua posizione critica nei confronti di ogni partito e organizzazione non bastò tuttavia a risparmiargli la severa condanna dell’alta gerarchia ecclesiastica, che decidendo di mandarlo da Calenzano a Barbiana intendeva non tanto punirlo quanto spezzarne lo spirito ribelle. Ma don Lorenzo non si poteva piegare: obbediente al mandato pastorale che la Chiesa gli aveva dato fu tuttavia intransigente nel denunciare i mali del mondo, all'insegna di un profondo radicalismo evangelico. 

Uomo che non volle blandire nessuno, né rendersi servo di alcuno, non esitò – nonostante la fragilità del suo corpo – a caricarsi del pesante fardello degli oppressi e dei diseredati, con la certezza granitica che solo attraverso l’istruzione gli ultimi potessero migliorare la loro condizione, solo attraverso la conoscenza sarebbe stato possibile staccarli dagli idoli eretti dal potere, per meglio assoggettarli, e condurli sulla via della loro liberazione.

Lo scopo fondamentale dell’azione pedagogica di don Lorenzo era infatti insegnare ai poveri a prendere la parola. Se i poveri sapessero parlare, diceva, non sarebbero più poveri. Se avessero la capacità di esprimersi, se capissero i trucchi e gli inganni del potere non soggiacerebbero supinamente ad esso, perpetrando così la loro miseria e i loro mali. Così infatti scriveva: «La povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale». Da ciò l’esortazione ai suoi allievi a lavorare sodo e a combattere ogni pigrizia: a Barbiana la scuola funzionava dieci ore al giorno, 365 giorni all’anno. Così quella che doveva essere la sua prigione, divenne presto una cattedra, dalla quale impartì la sua lezione che l’uguaglianza tra cittadini non sarà mai un fatto compiuto fino a quando l’uomo del popolo, oppresso dall’arroganza dei pochi, non contribuirà alla crescita della propria coscienza civile, attraverso l’istruzione. Perché solo questa li salverà, li farà padroni del mondo e non schiavi; solo la conoscenza ne farà cittadini consapevoli e non semplicemente consumatori dementi.

Altri tempi. Se don Lorenzo tornasse in vita e vedesse il nostro mondo attraversato dalla corruzione, dal nepotismo, dalle tante forme di illegalità, questo non lo rattristerebbe più di tanto: il male coesiste al bene fin dall’alba dell’uomo, e così sempre sarà. Quello che invece lo spezzerebbe – più di quanto non poté l’alta gerarchia ecclesiastica – è vedere la diserzione di massa, il deserto apatico nel quale è immersa la nostra vita quotidiana.

Catastrofe ambientale all’orizzonte, rischio di una guerra nucleare per un banale errore, ingiustizia planetaria per i gravi squilibri nella distribuzione delle ricchezze, saccheggio delle risorse dei paesi poveri da parte dei paesi occidentali, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, esodo migratorio dei dannati della Terra e chi torce il naso che questa gente che approda sulle spiagge rovina le vacanze dei villeggianti, ecc. ecc.

Questo è il desolante quadro, eppure nessuna reazione, nessuna tensione emotiva. Tutti se ne fregano! Apoteosi dell’indifferenza, che non è sconforto metafisico, che almeno attesterebbe pur nell’assenza una nuova ricerca di senso aperta dalla morte di Dio. 

Soltanto la sfera privata sembra uscire vittoriosa da questa erranza apatica, da questa anemia emotiva: la frenesia di dove si trascorreranno le vacanze estive, dove ci si recherà per il prossimo fine settimana, quale sarà il prossimo cellulare che acquisterò, quale auto risponde meglio al mio desiderio di avventura, ecc. ecc., sembrano gli unici argomenti degni d'interesse.

Tutto si compie per imitazione, secondo un meccanismo automatico e ripetitivo, di cui si ignora spesso il significato e il senso. Per esempio, ci si sposa in Chiesa pur sapendo che presto o tardi si farà parte della percentuale in continuo aumento dei divorziati; i genitori vogliono restare «giovani» e diventare amici dei propri figli. Nessuno vuole più invecchiare e si sottopone a sfibranti attività fisiche in palestra pur di mantenere inalterate le proprie forme. Cosicché il corpo da veicolo per essere al mondo è diventato ostacolo da superare per continuare a essere oggetto d'attenzione.

Questo rifugio autarchico su sé stessi è perfettamente illustrato dal modo in cui si neutralizza il mondo esterno trafficando col proprio cellulare invece di parlare con chi ci sta davanti o quando si preclude ogni possibilità di relazione con gli altri esseri umani indossando una cuffia stereofonica direttamente a contatto dei timpani.

Quando l’edonismo, il godimento personale, rappresenta l’asse portante della cultura moderna è assai difficile poi emancipare tutte queste singolarità nella direzione di farsi carico non solo dei pesi propri ma anche quelli altrui, secondo il principio che riconoscere la propria dignità esige riconoscerla anche nell’altro. Il poeta inglese John Donne scrisse “Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso” e dunque a nessuno è lecito disinteressarsi del bene comune!

La cultura per la massa, cioè quella alla portata di chiunque, utile alla perpetuazione dell'egemonia culturale delle classi superiori, ha talmente immiserito le facoltà mentali dell’uomo, da non consentirgli neppure di riconoscere quanto il suo tentativo di elevarsi al di sopra della masse, di avere una propria personalità non omologata, sia un inganno abilmente perpetrato a suo danno per appiattirlo all’unica dimensione di consumatore: senza il possesso e il consumo continuo di beni materiali non saprebbe neanche più riconoscersi. 

È questa la nuova forma di individualismo massificato: due aspetti dello stesso fenomeno. Da una parte il singolo che sgomita e combatte ferocemente contro altri singoli per raggiungere e ottenere gli stessi identici obiettivi: una casa, un conto in banca, una macchina più potente, ecc. ecc. Insomma, si lotta disperatamente come individui solo per diventare i migliori della massa. In pratica, un individualismo funzionale alla stessa società dei consumi e dunque parte integrante della stessa massificazione.

A questa esasperazione dell’individualismo, che si caratterizza in disaffezione nei riguardi della politica e della partecipazione pubblica in generale, corrisponde un apparato istituzionale che al contrario  continua a funzionare, e anche bene. Sempre più controllato dagli “specialisti”, che si incaricano di conformare i comportamenti collettivi all’immagine del mondo di quei pochi che lo controllano a loro esclusivo vantaggio e che lo vogliono così com'è.


Se non saremo in grado di riscoprire come umanità quel senso della solidarietà che lega gli uomini gli uni con gli altri; senza la rinnovata capacità di storicizzare le nostre vite, quali semi sparsi nel terreno del presente per il germoglio dei frutti del futuro, le nostre società, alla fine, imploderanno in un enorme big crunch, tirando tutto e tutti in un grande e mostruoso vuoto.

lunedì 31 luglio 2017

I MANAGER DELLA THYSSENKRUPP ANCORA LIBERI

Sento dire spesso che il marxismo potrebbe anche funzionare in teoria, ma tutte le volte che è stato messo in pratica, le conseguenze sono state terrore, tirannia e assassini di massa a livelli inimmaginabili. Non v’è dubbio alcuno che per milioni di uomini e donne, il comunismo abbia significato miseria, privazioni, torture, lavori forzati, un’economia sul lastrico e uno Stato mostruosamente oppressivo. 

Questo è vero! 

Tuttavia se questo è stato vero per il comunismo nella sua attuazione pratica del marxismo, non riflettiamo mai abbastanza sugli abomini che il capitalismo non solo ci ha lasciato in eredità, ma continua imperterrito a produrre: le recessioni, lo sfruttamento del lavoro, il fascismo, le guerre imperialiste. Di contro la Storia ci dice che senza il marxismo probabilmente non avremmo avuto una tradizione di libertà, democrazia, diritti civili, femminismo, repubblicanesimo, progresso scientifico e molto altro ancora.

Il neoliberismo, di cui il capitalismo è espressione, pur fondandosi su valori quali la dignità umana e la libertà individuale, di fatto limita questa e la degrada alla mera libertà d'impresa. 

Grazie al trionfo di questa concezione, secondo la quale altri parametri, quali il benessere psicofisico, la crescita umana e culturale di ciascun individuo, se non hanno alcun valore sul mercato possono essere tranquillamente ridimensionati, i governi del mondo – senza eccezione alcuna – tollerano tranquillamente che le aziende possano “esternalizzare i costi” senza pagar dazio: la produzione, prima della salute individuale e collettiva.

Per un’impresa esternalizzare i costi significa che se gli investimenti in termini di sicurezza sul lavoro e della collettività sono inferiori ai ricavi attesi, bene. In caso contrario, se ne faranno carico le vittime e la collettività.

Un esempio classico è rappresentato dall’incidente occorso nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino. 

Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, sette operai trovarono la morte, investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prese fuoco. L’ultimo, di soli 26 anni, morì dopo tredici giorni di atroce agonia.

La sentenza definitiva, di 14 mesi fa, ha acclarato le gravi responsabilità dei manager tedeschi della ThyssenKrupp: l’incolumità dei lavoratori fu subordinata agli interessi economici dell’azienda! 

Eppure, i manager tedeschi della ThyssenKrupp sono ancora liberi: la Germania non ha ancora provveduto ad arrestarli. D'altronde essi hanno fatto ciò che, in un mondo dominato dal moloch del libero mercato, ci si attende da un manager: massimizzazione del profitto e del dividendo da distribuire ai singoli soci. In fondo sono questi i criteri di arruolamento dei tanti dirigenti d’imprese, tutto il resto è trascurabile. Perché stupirsene?

Accusarli per aver anteposto l’interesse superiore dell’impresa a quello di sette operai è  come aver fatto una contravvenzione “per eccesso di velocità alla 500 Miglia di Indianapolis”.

Pretendere che il capitalismo diventi altro da sé stesso, magari attraverso un risanamento di tipo morale, religioso o politico, è assurdo quanto la pretesa che un leone si trasformi in un erbivoro. 

Dalla voracità dei mercati e del capitalismo non ci si salva blandendo la “bestia”, ma solo governandola politicamente con misure draconiane, subordinando gli interessi privati a quelli collettivi, anche a costo di scontentare i mercati e gli investitori stranieri.


Se la politica, in quanto espressione degli interessi della maggioranza, non vorrà o non saprà ritrovare la forza di piegare la volontà di pochi sedicenti «illuminati» alle ragioni della democrazia, le vite bruciate alla Thyssen sono state vane e noi docili schiavi, asserviti agli interessi di pochi, incapaci di riparare gli strappi dell’umanità: complici!

domenica 23 luglio 2017

LA MAFIA NON ESISTE!

Al termine del processo a mafia capitale, il Tribunale di Roma ha condannato Salvatore Buzzi a 19 anni di reclusione e Massimo Carminati a 20 anni. Ma cade l'accusa di associazione mafiosa: resta solo l'associazione a delinquere!

Per i giudici della X sezione penale di Roma, Mafia Capitale si è macchiata sì di reati gravi, ma non è un’organizzazione di stampo mafioso: solo criminalità comune, ricatti, violenza e corruzione.

Bene, se con il termine mafia, prescindendo dal carattere iniziatico tipico delle cosche post borboniche, intendiamo un’associazione criminale con ramificazioni in tutte le attività produttive, dall'edilizia alla sanità, dalla distribuzione e gestione dei rifiuti al controllo degli appalti delle opere pubbliche, non possiamo non assimilare Mafia Capitale alle altre organizzazioni criminali quali la 'ndrangheta calabrese, la mafia siciliana, la camorra, la sacra corona unita. Dalle quali ha mutuato i metodi tipicamente mafiosi: violenza, intimidazione, estorsione, corruzione e infine le collusioni con la politica e con le istituzioni.

Abbiamo visto tutti il terrore dipingersi sui volti dei testimoni che si sono avvicendati al processo Mafia Capitale al solo pronunciare il nome di Massimo Carminati. Ne abbiamo visto uno perfino fare scena muta e non confermare le precedenti testimonianze, perché in collegamento video c’era Carminati che l’osservava minaccioso. Tutti questi fatti sono stati documentati – durante il dibattimento – da filmati, intercettazioni audio, e testimoniano un sistema di corruzione e violenza.

A vedere attentamente, quella di Carminati non sembra affatto essere solo una cricca di malavitosi che si impadronisce di appalti pubblici; quella di Carminati sembra essere una vera e propria organizzazione criminale sorta dalla sua decennale esperienza malavitosa e terroristica (armi, uomini, metodi, e persino la sua intrinseca violenza intimidatoria che parte dalla banda della Magliana). L’oscura alleanza – sempre presente – tra fascisti e padroni ha consentito a Carminati di crescere e di agire indisturbato, divenendo – come lui stesso ammette nella teoria del “mondo di mezzo” – la cinghia di trasmissione tra il mondo di sotto, rappresentato dai criminali di strada, e il mondo di sopra, quello dei colletti bianchi, che quando c’è da togliere di mezzo un “rompicoglioni” sanno a chi rivolgersi (vedi Mino Pecorelli).

Carminati, con la sua storia personale (ufficiale di collegamento tra i Nar e la Banda della Magliana) e il mito dell’invincibilità, sfruttando i tanti porti nebbiosi dell’Italia anticomunista, ha creato un sistema corruttivo per l’assegnazione di appalti nel settore ambientale e delle politiche sociali, ricevendo finanziamenti pubblici dal Comune di Roma e dalle aziende municipalizzate. Commesse per decine di milioni di euro a società collegate a Carminati.


Ma, a quanto pare, i giudici della X sezione penale di Roma sono rimasti alla mafia che usa il tritolo o le teste di capra mozzate, non hanno capito che oggi la vera forza della mafia è quella di far credere – come il diavolo – che essa non esiste, per poter fare inosservata i suoi traffici.

giovedì 20 luglio 2017

AVANTI. PERCHÉ L'ITALIA NON SI FERMA

Solo in Italia si può ancora celebrare un uomo di “mezza tacca”, definendolo l’uomo chiave della politica italiana degli ultimi anni, senza correre il rischio di essere presi a pesci in faccia da cittadini attenti alle vicende storiche del Paese e pronti a non farsi prendere per il naso. 

Sto parlando ovviamente di Matteo Renzi! 

L’uomo che dopo la bruciante sconfitta referendaria del 2016 si propone ancora alla guida del governo, non bastasse la già sconfinata lista di disastri collezionati alla presidenza del Consiglio: la “buona scuola” che buona non è; il “Jobs Act”, che è piaciuto tanto agli industriali e a uomini come Farinetti e Briatore, ma è piaciuto meno ai lavoratori; la crescita mostruosa dei “buoni lavoro” (voucher) durante il suo governo che, facendo registrare nei primi 9 mesi del 2016 un incremento del 34,6% in più rispetto al 2015, più che il ritorno del lavoro è stato il ritorno dello schiavismo; le nomine discutibili e indecenti di ministri (Maria Elena Boschi, Alfano, Lotti, Franceschini, ecc.) utili più per i soliti giochi di potere che per risollevare le sorti del Paese; il bonus degli 80 euro, spettante a individui e non a famiglie con reddito complessivo compreso tra 15.000 e 26.000 euro, costato all’erario circa nove miliardi, che non solo ha fatto registrare una crescita tendenziale dei consumi inferiore alle attese, ma la gran parte è andata ai più ricchi, con buona pace dell'equità e della giustizia sociale e, dulcis in fundo, con la beffa finale che coloro che hanno percepito un reddito inferiore alla no tax area (8.150 euro) sono stati chiamati a restituirlo integralmente; una riforma elettorale come l’Italicum, approvata dando per scontato l’esito referendario, valida per la sola Camera; quindi una riforma costituzionale, per fortuna bocciata dal referendum; la riforma della Pubblica Amministrazione respinta dalla Consulta perché illegittima; la trasformazione delle banche popolari in società per azioni che il Consiglio di Stato ha sospeso per profili di illegittimità costituzionale; il decreto salva banche che, dopo aver scaricato tutti gli oneri del salvataggio su ignari risparmiatori, ha lasciato impuniti i banchieri responsabili dei dissesti di Banca delle Marche, Popolare dell’Etruria, CariFerrara e CariChieti: finora nessuno è stato condannato a risarcire alcunché.

Sicuramente ho dimenticato qualcosa, ma i fatti su esposti sopravanzerebbero – in un paese civile e normale – a segnare la fine della carriera politica di un leader. In Italia, no! 

Stampa e televisione – un giorno sì un giorno no – continuano a propinarci il parolaio Renzi che ha già pronte le sue nuove proposte politiche per l’Italia dei prossimi anni: dalla battaglia per cambiare l’Europa fino all’introduzione dell’assegno universale per i figli; dal numero chiuso per l’immigrazione agli investimenti in cultura e periferie; dalla lotta per il lavoro fino alla sfida ambientale e ai progetti di bonifica del paese.


Se l’Italia non fosse una democrazia fondata sull’amnesia dei suoi abitanti, un tale soggetto non troverebbe neppure lavoro a spalar merda nelle stalle. 

giovedì 29 giugno 2017

IL DITO, LA LUNA E LO STOLTO

Un proverbio cinese recita: “Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito”. Parimenti in Italia quando un magistrato ha la perseveranza e soprattutto il coraggio di scoperchiare la cloaca della corruzione nazionale, chi comanda non plaude chi tra mille difficoltà e ostacoli, mostrando di fare il proprio dovere, scova i colpevoli e li assicura alla giustizia.

No! In Italia, chi comanda davvero opera dietro le quinte perché la verità non venga alla luce e giustizia non sia fatta. E, si badi bene, non perché l’indagine è lacunosa, ma perché i suoi comportamenti sono stravaganti: indossa calzini turchesi o non l’indossa affatto. O perché il fatto sussiste ma sono state fatte troppe intercettazioni o i tabulati telefonici sono stati acquisiti in modo illegittimo.

Emblematico il caso De Magistris e l’inchiesta Why Not, che riguardava una presunta loggia massonica e l’influenza esercitata sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l'utilizzo di finanziamenti e l'assegnazione di appalti. Il 21 gennaio 2012 il GUP di Roma Barbara Callari rinvia a giudizio Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi con l'accusa di aver acquisito in modo illegittimo i tabulati telefonici di alcuni parlamentari. Sebbene De Magistris avesse da subito definita l'inchiesta “infondata”, il 25 settembre 2014 venne condannato, insieme a Gioacchino Genchi, dal Tribunale di Roma a un anno e tre mesi per abuso d'ufficio non patrimoniale. De Magistris nel 2016 sarà poi assolto in appello, insieme a tutti gli altri imputati, dal Tribunale di Salerno. Ma intanto le faine erano scappate dal pollaio!

E ora è la volta di Henry John Woodcock, che ha aperto l'indagine Consip. Accusato dalla Procura di Roma per violazione del segreto d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta: avrebbe passato al giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, Marco Lillo, le “sommarie informazioni testimoniali” rese dall’amministratore delegato, Luigi Marroni, e dal presidente della Consip, Luigi Ferrara. Nonchè l’avvenuta iscrizione nel registro degli indagati del comandante dei carabinieri Tullio Del Sette e del ministro dello Sport Luca Lotti, per le presunte soffiate sull’esistenza di indagini in corso sugli appalti della centrale acquisti.

Soffiate che hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni rese dallo stesso Ad – Luigi Marroni – ai Pm: la bonifica degli uffici dalle microspie era stata disposta su segnalazione di Luca Lotti; interrotta sul più bello dall’arrivo dei carabinieri del Noe.

Per quanto alcuni cerchino di intorbidire le acque e di declinare ogni responsabilità, restano i fatti.

Al centro di tutto v’è una gara d'appalto, la Facility Management (FM4), che si occupa della fornitura di servizi (come la pulizia e la manutenzione) per gli uffici della pubblica amministrazione, il cui valore complessivo ammonta a circa 2,7 miliardi di euro.
L'imprenditore campano Alfredo Romeo è agli arresti per corruzione e nel corso dell'interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Marco Gasparri, dirigente di Consip e indagato anch’esso per corruzione, ha ammesso di aver ricevuto denaro da Alfredo Romeo per passargli “dritte” sugli appalti.
Luigi Marroni, amministratore delegato di Consip, in qualità di teste ha ammesso di aver fatto rimuovere le “cimici” piazzate dai Pm negli uffici Consip, su segnalazione di Lotti o di un suo stretto collaboratore. Ma Luca Lotti sostiene che è tutto falso, che lui nulla sapeva dell’inchiesta Consip e che quindi non avrebbe potuto riferire alcunché in merito.
Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua vicino a Renzi e Lotti, ai Pm di Napoli ha detto che Matteo Renzi sapeva dell’esistenza dell’inchiesta.


In fatto di corruzione, l’Italia resta tra i paesi peggiori, insieme a Bulgaria, Romania e Grecia. Abbiamo il più alto debito pubblico, che costa lacrime e sangue per molti. Gli effetti della corruzione – come ha denunciato la Corte dei Conti – sull’economia del Paese  è “devastante”. Dalla spending review, tanto sventolata dal “rottamatore”, non arrivano risultati. E i nostri comandanti continuano a guardare il dito e non la luna!

domenica 11 giugno 2017

LA FALSA SICUREZZA DELL’APPARTENENZA

L’ego, o Io, dal punto di vista psicologico, rappresenta la struttura psichica deputata al contatto ed ai rapporti con la realtà, sia interna che esterna. Tanto più è organizzato e relativamente stabile, tanto più siamo in grado di effettuare un opportuno esame di realtà, in quanto ciò che percepiamo è coerente con la realtà esterna e la relazione che stabiliamo con essa è corretta. In mancanza di un Ego organizzato saremmo in balia delle forze impetuose dell'oceano dell'inconscio. E tuttavia esso è una condizione necessaria ma non sufficiente al benessere dell’uomo. Se così non fosse non capiremmo altrimenti perché mai chi ha raggiunto l’apice del successo, chi ha soddisfatto la gran parte dei desideri, che un uomo può soddisfare nel corso della sua esistenza, possa cadere in una depressione grave e decidere di suicidarsi. Forse perché se l’Ego è importante e fondamentale per raggiungere i nostri obiettivi nella vita, esso tuttavia non è in grado di dare un senso all’insufficienza esistenziale dell’uomo, contrassegnata sempre da un insieme di possibilità che lo pongono urgentemente di fronte a una scelta assoluta; senza possibilità alcuna che sia data una seconda possibilità. Essa è presa e data una volta per tutte.

Ora, se la categoria fondamentale dell’Ego è la razionalità e la necessità, quella dell’esistente è la possibilità, che può rivelarsi causa di ogni gioia o, al contrario, causa di ogni sciagura. E poiché la realtà non è soltanto un processo razionale unico, ma un complesso di infinite possibilità, innanzi alle possibilità contraddittorie che si aprono al singolo individuo, la paura di fare la scelta sbagliata, da cui dipende il suo destino, lo pone in una situazione di perenne instabilità, indecisione tra le alternative possibili, in cui intravede anche la possibilità della propria fine, del proprio nulla. A questo sentimento di angoscia, che si trova al fondo di ogni essere umano, ciascuna persona può dare una risposta autentica ovvero cercare sicurezza in illusioni.

L’Ego è fragile di fronte al mistero in cui è immersa la propria esistenza come singolo. Alle domande chi sono, donde vengo, che ci faccio gettato su questa Terra, non v’è una risposta valida. E allora il singolo individuo cerca sicurezza in qualcosa: nella religione, nell’appartenenza a questo o a quel gruppo. Senza rendersi conto che tale soluzione non è la risposta, allo stesso modo in cui una terapia basata su una diagnosi sbagliata non porta a guarigione. Alla fine i conflitti e le paure da cui si fugge sono ancora lì ad attenderci.

Una di queste false sicurezze sono i gruppi di appartenenza; l’identificazione nei gruppi di appartenenza. E questo non vuol dire abolire le varie espressioni di cultura e civiltà che si sono strutturate nel corso del tempo, ma mettere bene in luce quali sono i problemi che sorgono da un’eccessiva identificazione personale con una cultura, un’idea, una particolare visione del mondo, che porta necessariamente a una definizione dell’altro come qualcuno o qualcosa di irrimediabilmente diverso da me.

Prima dell’appartenenza a questo o a quel gruppo, occorrerebbe realizzare la consapevolezza che ognuno di noi è prima di tutto umanità. La pericolosità dell’identificazione nei gruppi di appartenenza sta soprattutto nel fatto che ogni qualvolta ci identifichiamo con un gruppo che sente di avere la saggezza, che sente di avere una qualche verità in mano, in realtà ci stiamo dividendo dal resto dell'umanità che ovviamente ha opinioni e credenze diverse. Basti pensare a quello che è accaduto nel corso della storia, quando l’appartenenza fanatica ai gruppi ha causato episodi gravissimi di violenza di intolleranza.

La divisione genera conflitto e questo genera violenza. Questa è una legge al pari della legge di gravità: dove c'è divisione c'è conflitto!

Incontrare l’altro come essere umano è qualcosa di completamente diverso dall’incontrarlo come appartenente a questo o a quel gruppo. Insomma, il vedere l'altro prima di tutto come essere umano è l’unica modalità per ridurre e risolvere con successo i conflitti interpersonali. Fermo restando che è ben difficile trovare una qualche forma di comunicazione con una persona totalmente fanatica e cieca. Di fronte a certi fanatici religiosi o politici, sorge perfino il dubbio se questi appartengano ancora al genere umano. Ma, per fortuna, nella quasi totalità dei casi l'essere umano è complessità per eccellenza, nel quale i neuroni si ricalibrano e si ricombinano per creare sempre nuove connessioni; un fanatico, al contrario, ha un modo di vedere e pensare le cose che tende alla semplicità esagerata e alla semplificazione della realtà. E questo suo modo d’essere non rende giustizia all’essere umano, perché nulla può essere semplificato senza essere snaturato.


Comprendere dunque che è il senso di fragilità del nostro Ego, che abbiamo in comune con gli altri esseri umani e che ci porta, invece che ad essere solidali, a creare gruppi di appartenenza che entrano in conflitto gli uni con gli altri, a generare violenza, è il primo passo. Solo abbattendo i muri e le barriere dell’appartenenza, sarà possibile scoprire una nuova modalità di stare insieme, non basata sulla competitività, ovvero la lotta di tutti contro tutti, tanto cara alle imprese di mercato e alla loro organizzazione del lavoro, ma sulla collaborazione reciproca. E forse scopriremmo che una società di esseri collaborativi ci renderebbe meno tristi, meno depressi e – perché no – più felici.

domenica 4 giugno 2017

LA SEDUZIONE DEL GRANDE INQUISITORE

Il cardine di ogni rivoluzione nella storia è stato sempre abbattere i tiranni in nome della libertà. Se aprissimo gli occhi, se strappassimo il velo di illusione che ci impedisce di scorgere la realtà, scopriremmo allora che pochi di noi sono veramente liberi da qualsiasi genere di autorità, vuoi politica, religiosa, psicologica, sociale. E nella misura in cui tolleriamo questo stato di cose, nella misura in cui ci consegniamo spontaneamente nelle braccia del “Grande Inquisitore”, dobbiamo concludere che la grande maggioranza degli uomini non vuole la libertà e tantomeno è disposta a lottare per essa. Al pesante fardello della libertà, preferiscono la levigata e confortevole falsa sicurezza ispirata dal “Grande Inquisitore”.

Il “Grande Inquisitore” è il potere così come noi lo conosciamo. È l’uomo che appartiene ai più alti gradi gerarchici della chiesa, dello stato, dell’economia e della finanza, e che si presenta alla maggioranza degli uomini come unico depositario e dispensatore del messaggio della salvezza: “se crederete in me, se farete tutto quello che io vi dico di fare … avrete la salvezza”. Sa perfettamente che si tratta di una menzogna, ma sarà stato comunque capace di regalare agli uomini quell’illusoria sicurezza di cui hanno bisogno, invece della libertà, fatta di angoscia, incertezza, tormento.

Il film distopico Matrix è un vero compendio del modo di agire del “Grande Inquisitore”, del potere declinato in tutte le sue più svariate forme. L’intero genere umano è soggiogato da un super computer, che si avvale dell’energia prodotta dai corpi per sopravvivere. A questo scopo gli uomini sono incatenati alle macchine, ma non hanno alcuna percezione di questa loro condizione, perché le immagini virtuali che il super computer invia ai loro cervelli li rinvia a una realtà fittizia, artificiale dentro la quale ciascuno conserva la sensazione di condurre un’esistenza normale. Ma gli amici, gli amori, le case, le strade non sono altro che immagini virtuali sapientemente generate nei loro cervelli dal super computer. Il mondo intero è solo un software (Matrix per l’appunto) destinato a perpetrare l’inganno ordito dalle macchine al solo scopo di mantenersi in vita.

Il protagonista Neo appartiene a quella élite di uomini – i migliori – che vuole la verità: cerca la verità. Vuole uscire dalla zona grigia dove abita la grande maggioranza degli uomini e si avventura nel territorio incerto delle domande. Da qualche tempo Neo vive assillato da interrogativi cui non riesce a dare risposte che lo soddisfino. È come se avvertisse che in quella realtà che lo circonda c’è qualcosa che non quadra. Verrà quindi contattato da Morpheus, quello che noi definiremmo un terrorista ricercato dalle autorità, che gli svelerà il dramma che affligge l’intera umanità.

Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta, che cos'è? Matrix è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo dinanzi agli occhi, per nasconderti la verità.

Neo: Quale verità?

Morpheus: Che tu sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado purtroppo di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è. È la tua ultima occasione: se rinunci, non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.


Come dimostra il film, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. Significativa a tale riguardo la scena al ristorante con l'Agente Smith in cui Cypher, uno dei ribelli, nel tradire i propri compagni dice: “Vede, io so che questa bistecca non esiste. So che quando la infilerò in bocca Matrix suggerirà al mio cervello che è succosa e deliziosa. Dopo nove anni sa che cosa ho capito? Che l'ignoranza è un bene.”