Non è trascorso un mese da quando, con il mio amico Fabio,
mi sono recato a Barbiana, nei pressi di Vicchio, luogo in cui nel dicembre del
1954 fu confinato don Lorenzo Milani, per il suo difficile rapporto, per usare
un eufemismo, con gli arcivescovi di Firenze. Negli anni dopo la Seconda Guerra
Mondiale, papa Pio XII aveva individuato nel comunismo il vero nemico della
Chiesa Cattolica. Bisognava pertanto che tutta la curia, compatta, si opponesse
in tutti i modi al comunismo.
Don Milani però aveva rifiutato di fare dell'anticomunismo il
motivo dominante del suo atteggiamento di educatore, forse perché riconosceva
nel comunismo quella stessa tensione verso gli ultimi presente già nei vangeli.
D'altronde contro l'idolatria della ricchezza, ancor prima di Marx, si era scagliato
Gesù che disse: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che
un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,24). Potremmo dire che la sua
posizione non era tanto diversa da quella di Papa Francesco, che afferma che “aver
cura dei poveri non è comunismo, è Vangelo”.
Nella sua lotta intransigente per la giustizia e contro il
dominio borghese, Milani si ritrovò di fatto a collaborare con persone e
orientamenti politico-culturali di sinistra, mantenne però sempre il senso
della propria differenza e peculiarità come rigoroso cristiano e uomo di
chiesa. Nella lettera del 1950 a Pipetta, un giovane comunista di S. Donato, infatti
scriveva: «Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche
parco, installato insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco,
ricordatene, Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel
giorno io non resterò lì con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente
a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai né fame,
né sete ricordatene, Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente
potrò cantare l'unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo:
"Beati coloro che hanno fame e sete"».
Questa sua posizione critica nei confronti di ogni partito e
organizzazione non bastò tuttavia a risparmiargli la severa condanna dell’alta
gerarchia ecclesiastica, che decidendo di mandarlo da Calenzano a Barbiana intendeva
non tanto punirlo quanto spezzarne lo spirito ribelle. Ma don Lorenzo non si
poteva piegare: obbediente al mandato pastorale che la Chiesa gli aveva dato fu
tuttavia intransigente nel denunciare i mali del mondo, all'insegna di un
profondo radicalismo evangelico.
Uomo che non volle blandire nessuno, né
rendersi servo di alcuno, non esitò – nonostante la fragilità del suo corpo – a
caricarsi del pesante fardello degli oppressi e dei diseredati, con la certezza
granitica che solo attraverso l’istruzione gli ultimi potessero migliorare la loro
condizione, solo attraverso la conoscenza sarebbe stato possibile staccarli
dagli idoli eretti dal potere, per meglio assoggettarli, e condurli sulla via
della loro liberazione.
Lo scopo fondamentale dell’azione pedagogica di don Lorenzo
era infatti insegnare ai poveri a prendere la parola. Se i poveri sapessero parlare,
diceva, non sarebbero più poveri. Se avessero la capacità di esprimersi, se
capissero i trucchi e gli inganni del potere non soggiacerebbero supinamente ad
esso, perpetrando così la loro miseria e i loro mali. Così infatti scriveva: «La
povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado
di cultura e sulla funzione sociale». Da ciò l’esortazione ai suoi allievi a
lavorare sodo e a combattere ogni pigrizia: a Barbiana la scuola funzionava
dieci ore al giorno, 365 giorni all’anno. Così quella che doveva essere la sua
prigione, divenne presto una cattedra, dalla quale impartì la sua
lezione che l’uguaglianza tra cittadini non sarà mai un fatto compiuto fino a
quando l’uomo del popolo, oppresso dall’arroganza dei pochi, non contribuirà
alla crescita della propria coscienza civile, attraverso l’istruzione. Perché
solo questa li salverà, li farà padroni del mondo e non schiavi; solo la
conoscenza ne farà cittadini consapevoli e non semplicemente consumatori
dementi.
Altri tempi. Se don Lorenzo tornasse in vita e vedesse il
nostro mondo attraversato dalla corruzione, dal nepotismo, dalle tante forme di
illegalità, questo non lo rattristerebbe più di tanto: il male coesiste al bene
fin dall’alba dell’uomo, e così sempre sarà. Quello che invece lo spezzerebbe –
più di quanto non poté l’alta gerarchia ecclesiastica – è vedere la diserzione
di massa, il deserto apatico nel quale è immersa la nostra vita quotidiana.
Catastrofe ambientale all’orizzonte, rischio di una guerra
nucleare per un banale errore, ingiustizia planetaria per i gravi squilibri
nella distribuzione delle ricchezze, saccheggio delle risorse dei paesi poveri
da parte dei paesi occidentali, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, esodo
migratorio dei dannati della Terra e chi torce il naso che questa gente che
approda sulle spiagge rovina le vacanze dei villeggianti, ecc. ecc.
Questo è il desolante quadro, eppure nessuna reazione,
nessuna tensione emotiva. Tutti se ne fregano! Apoteosi dell’indifferenza, che non
è sconforto metafisico, che almeno attesterebbe pur nell’assenza una nuova ricerca
di senso aperta dalla morte di Dio.
Soltanto la sfera privata sembra uscire
vittoriosa da questa erranza apatica, da questa anemia emotiva: la frenesia di
dove si trascorreranno le vacanze estive, dove ci si recherà per il prossimo
fine settimana, quale sarà il prossimo cellulare che acquisterò, quale auto
risponde meglio al mio desiderio di avventura, ecc. ecc., sembrano gli unici argomenti degni d'interesse.
Tutto si compie per imitazione, secondo un meccanismo
automatico e ripetitivo, di cui si ignora spesso il significato e il senso. Per
esempio, ci si sposa in Chiesa pur sapendo che presto o tardi si farà parte
della percentuale in continuo aumento dei divorziati; i genitori vogliono
restare «giovani» e diventare amici dei propri figli. Nessuno vuole più
invecchiare e si sottopone a sfibranti attività fisiche in palestra pur
di mantenere inalterate le proprie forme. Cosicché il corpo da veicolo per essere al mondo
è diventato ostacolo da superare per continuare a essere oggetto d'attenzione.
Questo rifugio autarchico su sé stessi è perfettamente
illustrato dal modo in cui si neutralizza il mondo esterno trafficando col proprio
cellulare invece di parlare con chi ci sta davanti o quando si preclude ogni
possibilità di relazione con gli altri esseri umani indossando una cuffia
stereofonica direttamente a contatto dei timpani.
Quando l’edonismo, il godimento personale, rappresenta l’asse
portante della cultura moderna è assai difficile poi emancipare tutte queste singolarità
nella direzione di farsi carico non solo dei pesi propri ma anche quelli altrui,
secondo il principio che riconoscere la propria dignità esige riconoscerla anche
nell’altro. Il poeta inglese John Donne scrisse “Nessun uomo è un'isola,
completo in se stesso” e dunque a nessuno è lecito disinteressarsi del bene comune!
La cultura per la massa, cioè quella alla portata di
chiunque, utile alla perpetuazione dell'egemonia culturale delle classi
superiori, ha talmente immiserito le facoltà mentali dell’uomo, da non
consentirgli neppure di riconoscere quanto il suo tentativo di elevarsi al di
sopra della masse, di avere una propria personalità non omologata, sia un
inganno abilmente perpetrato a suo danno per appiattirlo all’unica dimensione
di consumatore: senza il possesso e il consumo continuo di beni materiali non
saprebbe neanche più riconoscersi.
È questa la nuova forma di individualismo
massificato: due aspetti dello stesso fenomeno. Da una parte il singolo che sgomita
e combatte ferocemente contro altri singoli per raggiungere e ottenere gli
stessi identici obiettivi: una casa, un conto in banca, una macchina più
potente, ecc. ecc. Insomma, si lotta disperatamente come individui solo per diventare i
migliori della massa. In pratica, un individualismo funzionale alla stessa
società dei consumi e dunque parte integrante della stessa massificazione.
A questa esasperazione dell’individualismo, che si
caratterizza in disaffezione nei riguardi della politica e della partecipazione
pubblica in generale, corrisponde un apparato istituzionale che al contrario continua
a funzionare, e anche bene. Sempre più controllato dagli “specialisti”, che si incaricano di
conformare i comportamenti collettivi all’immagine del mondo di quei pochi che
lo controllano a loro esclusivo vantaggio e che lo vogliono così com'è.
Se non saremo in grado di riscoprire come umanità quel senso
della solidarietà che lega gli uomini gli uni con gli altri; senza la rinnovata
capacità di storicizzare le nostre vite, quali semi sparsi nel terreno del
presente per il germoglio dei frutti del futuro, le nostre società, alla fine,
imploderanno in un enorme big crunch, tirando tutto e tutti in un grande e mostruoso
vuoto.