Un proverbio cinese recita: “Quando il dito indica la luna
lo stolto guarda il dito”. Parimenti in Italia quando un magistrato ha la
perseveranza e soprattutto il coraggio di scoperchiare la cloaca della
corruzione nazionale, chi comanda non plaude chi tra mille difficoltà e
ostacoli, mostrando di fare il proprio dovere, scova i colpevoli e li assicura
alla giustizia.
No! In Italia, chi comanda davvero opera dietro le quinte perché
la verità non venga alla luce e giustizia non sia fatta. E, si badi bene, non
perché l’indagine è lacunosa, ma perché i suoi comportamenti sono stravaganti:
indossa calzini turchesi o non l’indossa affatto. O perché il fatto sussiste ma
sono state fatte troppe intercettazioni o i tabulati telefonici sono stati
acquisiti in modo illegittimo.
Emblematico il caso De Magistris e l’inchiesta Why Not, che
riguardava una presunta loggia massonica e l’influenza esercitata sulle scelte
di amministrazioni pubbliche per l'utilizzo di finanziamenti e l'assegnazione
di appalti. Il 21 gennaio 2012 il GUP di Roma Barbara Callari rinvia a giudizio
Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi con l'accusa di aver acquisito in modo illegittimo i tabulati telefonici di alcuni parlamentari. Sebbene De
Magistris avesse da subito definita l'inchiesta “infondata”, il 25 settembre
2014 venne condannato, insieme a Gioacchino Genchi, dal Tribunale di Roma a un
anno e tre mesi per abuso d'ufficio non patrimoniale. De Magistris nel 2016 sarà
poi assolto in appello, insieme a tutti gli altri imputati, dal Tribunale di
Salerno. Ma intanto le faine erano scappate dal pollaio!
E ora è la volta di Henry John Woodcock, che ha aperto
l'indagine Consip. Accusato dalla Procura di Roma per violazione del segreto
d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta: avrebbe passato al giornalista de “Il
Fatto Quotidiano”, Marco Lillo, le “sommarie informazioni testimoniali” rese
dall’amministratore delegato, Luigi Marroni, e dal presidente della Consip,
Luigi Ferrara. Nonchè l’avvenuta iscrizione nel registro degli indagati del
comandante dei carabinieri Tullio Del Sette e del ministro dello Sport Luca
Lotti, per le presunte soffiate sull’esistenza di indagini in corso sugli
appalti della centrale acquisti.
Soffiate che hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni
rese dallo stesso Ad – Luigi Marroni – ai Pm: la bonifica degli uffici dalle
microspie era stata disposta su segnalazione di Luca Lotti; interrotta sul più
bello dall’arrivo dei carabinieri del Noe.
Per quanto alcuni cerchino di intorbidire le acque e di
declinare ogni responsabilità, restano i fatti.
Al centro di tutto v’è una gara d'appalto, la Facility
Management (FM4), che si occupa della fornitura di servizi (come la pulizia e
la manutenzione) per gli uffici della pubblica amministrazione, il cui valore
complessivo ammonta a circa 2,7 miliardi di euro.
L'imprenditore campano Alfredo Romeo è agli arresti per
corruzione e nel corso dell'interrogatorio di garanzia si è avvalso della
facoltà di non rispondere.
Marco Gasparri, dirigente di Consip e indagato anch’esso per
corruzione, ha ammesso di aver ricevuto denaro da Alfredo Romeo per passargli “dritte”
sugli appalti.
Luigi Marroni, amministratore delegato di Consip, in qualità
di teste ha ammesso di aver fatto rimuovere le “cimici” piazzate dai Pm negli
uffici Consip, su segnalazione di Lotti o di un suo stretto collaboratore. Ma Luca
Lotti sostiene che è tutto falso, che lui nulla sapeva dell’inchiesta Consip e
che quindi non avrebbe potuto riferire alcunché in merito.
Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua vicino a Renzi e
Lotti, ai Pm di Napoli ha detto che Matteo Renzi sapeva dell’esistenza
dell’inchiesta.
In fatto di corruzione, l’Italia resta tra i paesi peggiori,
insieme a Bulgaria, Romania e Grecia. Abbiamo il più alto debito pubblico, che
costa lacrime e sangue per molti. Gli effetti della corruzione – come ha
denunciato la Corte dei Conti – sull’economia del Paese è “devastante”. Dalla spending review, tanto
sventolata dal “rottamatore”, non arrivano risultati. E i nostri comandanti
continuano a guardare il dito e non la luna!
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