giovedì 11 maggio 2017

LA FEDELTÀ, LA DISCIPLINA E L’ONORE VERSO LO STATO!

In una democrazia compiuta e civile, i politici e le figure istituzionali, lambite solo dal sospetto che certe loro azioni o certi loro comportamenti non siano del tutto in sintonia col ruolo che rivestono, si dimettono; in una democrazia compiuta e civile, i cittadini-elettori non sopportano che coloro che li rappresentano nelle più alte cariche dello stato e, più in generale, nelle istituzioni pubbliche offrano diuturnamente uno spettacolo deprimente e miserevole: prima si incazzano e quando ne hanno la possibilità non li votano.

Nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, i cittadini-elettori dimenticano presto e sopportano tutto: la corruzione, il malaffare, l'evasione fiscale, le mafie e le camorre. Senza neppure un gemito! Nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, una parte cospicua della classe politica e istituzionale non ritiene evidentemente di adempiere al proprio ruolo con “disciplina ed onore”, come dispone l’art. 54 della nostra Costituzione. Giurano fedeltà alla Costituzione, ma poi la disattendono nei fatti.

I Padri costituzionali non a caso usarono la parola “onore” in luogo di “virtù”. Già Tocqueville aveva colto questo punto, mettendo in evidenza che, mentre “la virtù vive per se stessa e si accontenta della propria testimonianza”, l’onore è un “valore aggiunto” alla virtù. Esso gode del riconoscimento pubblico, essendo il premio di una virtù costante, la ricompensa data dal giudizio e dal favore dei cittadini a chi è degno della carica e insignito di quella.

L’onore pertanto non si trova negli angusti spazi del diritto penale: comportamenti moralmente censurabili, non sempre costituiscono reato, ma nondimeno sono disdicevoli e disonorevoli. Il comportamento di alcuni contribuenti che, pur nel rispetto alla lettera della normativa fiscale, si sottraggono agli obblighi fiscali a danno della collettività, sebbene non penalmente perseguibile resta tuttavia ignobile. Il comportamento di alcune alte cariche dello stato sebbene penalmente non rilevante o non perseguibile, resta tuttavia disonorevole.

Il comportamento della Boschi, Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, è – per esempio – in contrasto con il dettato dell’art. 54 della Costituzione, pur avendo giurato fedeltà ad essa. Se è sacrosanto il diritto di difendersi secondo le garanzie previste dalla legge, non è verosimile che di fronte alla conferma dell’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, che ammette l’ingerenza della Boschi sull’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, continui a proclamare semplicemente che è tutto falso, mentre proprio la Unicredit conferma l’avvenuta apertura di un’istruttoria per valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria, l’istituto di cui il padre Pierluigi era vicepresidente. Irritante poi che Pd e governo facciano quadrato attorno alla Boschi, dimenticando le centinaia di migliaia di risparmiatori, che si sono visti azzerare i loro risparmi dalla notte al giorno, per l’incuria di quelle stesse figure istituzionali preposte a tutelari, come la Costituzione all’art. 47 dispone, ma preoccupate solo di coprire le difficoltà degli “amici” e degli “amici degli amici”.

In una democrazia matura e civile, una tale figura istituzionale rassegnerebbe immediatamente le dimissioni; in una democrazia matura e civile, i cittadini-elettori, trascurando ogni altra cosa, esigerebbero le dimissioni e mostrerebbero sdegno. Ma nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, lo sdegno è passione difficile! 

giovedì 4 maggio 2017

ALITALIA È LA FOTOGRAFIA DI COME FUNZIONA L'ITALIA

Alitalia è l’emblema di come una società fondata sui vizi privati non può produrre politici abili che amministrino accortamente nell’interesse generale i beni pubblici. Sembra che l’Italia, prima ancora che essere fondata sul lavoro, come recita l’art. 1 della Costituzione, sia fondata sulla fregatura. Fottere è l'attività che riesce meglio a una buona parte di italiani; gran parte dei politici, nonché amici e parenti che essi rappresentano, appartengono a questa categoria di italiani.

Quello che in altri paesi civili è considerato un disvalore, in Italia è un tratto distintivo – assunto come carattere positivo – da tutti gli altri che sono i “fessi”. Poiché nessuno vuol essere “fesso”, ciascuno farà a gara per essere più furbo dell’altro. E così ci sarà sempre uno più furbo dell’altro e un fesso più fesso dell’altro. Poiché, come dicevo, la furbizia nel nostro Paese è un valore, accade che i furbi anziché essere messi all’indice dalla generale esecrazione popolare, sono fatti al contrario oggetto di stima e di ammirazione. Si dice infatti di uno “in gamba” che è un “gran furbo”, non certo una brava persona: generosa, colta, intelligente, sensibile. Il “gran furbo” è un soggetto da imitare; la “brava persona”, se con le sue qualità non ha fatto quattrini o raggiunto una condizione economica ideale o una posizione di successo, è un “fessacchiotto” che al massimo suscita un sentimento di compassione mista a pietà.

Ora, dal momento che – come disse Aristotele circa 2500 anni fa – ogni popolo ha i governanti che si merita, noi abbiamo quelli che meritiamo, avendo un tale culto per la “furbizia”. E la furbizia piace anche se di cognome fa Berlusconi, Matteo Renzi, Luca Lotti, Augusto Minzolini, Calisto Tanzi, Sergio Cragnotti, Boschi, ecc. ecc. … E l’elenco sarebbe così lungo e tedioso da riempire un’intera enciclopedia. Quando i furbi polverizzano i risparmi di migliaia di famiglie, noi: zitti e muti! Quando i furbi cancellano il nostro futuro e quello dei nostri figli, in nome di una finta democrazia, noi anziché indignarci e ribellarci, come sarebbe giusto, comprimiamo la rabbia, salvo veicolarla – per una sorta di rivalsa – verso chi è più sventurato di noi; verso gli immigrati – per esempio – funesta cagion d’ogni male che flagella il nostro “bel Paese”!

La gestione diretta di Alitalia da parte dello Stato è stata un autentico disastro, al cui esito hanno partecipato – indistintamente – tutte le forze sociali e politiche. Nonostante il fiume di denaro pubblico finora profuso – si calcola che, tra il 1974 e il 2014, Alitalia sia costata 7,4 miliardi di soldi pubblici –, l’attuale governo Gentiloni si appresta a varare l’ennesimo salvataggio con un decreto ad hoc per il finanziamento ponte di 600 milioni di euro.

Questo vuol dire che, ancora una volta, a pagare sarà “Pantalone”, senza peraltro che nessuno faccia i nomi dei responsabili e soprattutto ci spieghi com’è stato possibile che una montagna di denaro non sia bastata a impedirne il collasso. Noi cittadini, solo pagare e zitti!

Che fine hanno fatto poi i cosiddetti “capitani coraggiosi”, cui non solo è stata data un’azienda ad un prezzo decisamente inferiore a quello offerto Air France-Klm, ma anche depurata dai debiti, scaricati sulle spalle della collettività (4 miliardi di euro)?

Malgrado le condizioni estremamente favorevoli che sono state loro accordate non solo non hanno risanato la Compagnia aerea, ma l’hanno anche “schettinamente” abbandonata: quando a rischio erano i loro soldi, anziché investire fino all’ultimo euro nella loro azienda per salvarla, molto più astutamente hanno chiesto l’intervento dello Stato. 

Se questi sono i “patrioti”, i “coraggiosi”, i grandi manager, come sarà il resto dell’imprenditoria italiana?  A quanto pare, agli imprenditori italiani piace “vincere facile”! E con una tale imprenditoria qualcuno pensa addirittura che la nostra economia si riprenderebbe uscendo dall’euro? Ma non diciamo cazzate!

I venti cavalieri che hanno privatizzato l'Alitalia, dopo aver preso la polpa, lasciando i debiti ai contribuenti italiani, hanno dato il colpo di grazia a un'azienda che veniva già da decenni di scorrerie e saccheggi. 

E, come se non bastasse,  dobbiamo risorbirci pure le rodomontate colossali di Matteo Renzi che, dopo aver vinto le primarie del Pd, torna di nuovo alla carica e ci dice che con lui Alitalia risorgerà “più bella e più superba che pria”. Come ha già fatto con la vicenda della Banca Etruria e quella del Monte dei Paschi di Siena? 

Se Dio rendesse muti tutti quelli che sparano menzogne e cazzate, mi raserei il capo, indosserei un saio e farei l’asceta, pur di non sentirli più.

martedì 2 maggio 2017

AL PRIMO MAGGIO GLI HAN FATTO LA FESTA

Ma ha ancora senso festeggiare il Primo maggio come festa dei lavoratori? Francamente non capisco cosa ci fosse da festeggiare: il lavoro che non c’è o quello che, quando c’è, è sempre più sfruttato, precario, mal pagato e senza diritti?

Sempre più patetiche le manifestazioni del Primo maggio: i soliti discorsi pronunciati dalle alte cariche dello Stato e dai sindacati nel ribadire i valori del lavoro e della democrazia. Quasi che tutte le riforme del lavoro che si sono succedute dal pacchetto Treu sino al Jobs act di Matteo Renzi si siano materializzate da sole per generazione spontanea.

Qualcuno le ha volute; non le hanno volute certo i lavoratori, ai quali sono state imposte obtorto collo con la promessa di rilanciare l'economia produttiva e i livelli di occupazione nel Paese. Il rilancio dell’economia non c’è stato e neppure l’occupazione: la disoccupazione in Italia è passata dal 6,9% del 2009 al 12% del dicembre 2016. E nonostante i tanto annunciati successi del Jobs Act, le statistiche fotografano una realtà diversa: il precariato continua a crescere e ha raggiunto ormai il suo massimo storico.

Il quadro è sotto gli occhi di tutti, a condizione di non averli foderati di prosciutto: il numero di “lavoratori poveri” aumenta sempre di più, già perché anche chi ha un lavoro resta povero; le diseguaglianze crescono; chi perde il lavoro dopo i 55 anni incontra serie difficoltà a trovarne un altro. Siamo già in una emergenza sociale, ma i nostri politici pare non se ne siano ancora accorti.

Se continua così, presto le condizioni di lavoro non saranno assai dissimili da quelle tratteggiate dal grande Steinbeck in “Furore” che descrive le migliaia e migliaia di americani, in penosa marcia verso la California, alla ricerca di un lavoro sfruttato e mal pagato, in cui ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d'infamia”.

Cosa sarà dei nostri giovani che, sperimentando lunghi periodi di disoccupazione, rischiano di rimanere svantaggiati per il resto della loro vita?

Doveva essere chiaro a tutti che lo spostamento di reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite, avrebbe presto o tardi contribuito alla contrazione della domanda interna: quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, chi è ricco non potrà mai eguagliare la domanda di duecento, trecento o mille lavoratori. Doveva essere chiaro a tutti che aumentare le disuguaglianze tra gli stessi lavoratori avrebbe contribuito a creare conflitti generazionali inediti: anziani meglio tutelati e più ricchi contro giovani sempre meno tutelati e più poveri. Doveva essere chiaro a tutti che la facoltà conferita alle imprese di regolare mediante accordi sindacali locali sia il salario sia altre condizioni del rapporto di lavoro, avrebbe avuto come generale conseguenza un’ulteriore riduzione dei salari reali e con essi la contrazione della domanda interna.

In Italia coloro che guadagnano, pur lavorando, meno di mille euro al mese oscillano tra i sei e i sette milioni di persone. Il salario netto mensile medio  di un lavoratore italiano è pari a circa 1.300 euro. Con un tale salario, una famiglia monoreddito può contare di arrivare a fine mese solo attraverso una contrazione della spesa e uno spostamento dei consumi alimentari verso beni a qualità inferiore.


Cosa c’era dunque da festeggiare ieri: la cancellazione dell’art. 18; le nuove norme sui licenziamenti contenute nel Jobs Act; la precarizzazione crescente; i nuovi salari da poveri; la spietata competizione tra lavoratori per la conservazione del posto di lavoro; la disumanizzazione del lavoro che rende sempre  più simili gli uomini a ingranaggi di una macchina; l’espansione dello sfruttamento che rischia di riportare i nuovi lavoratori a quella condizione di schiavitù dalla quale sembravano essersi emancipati?

domenica 23 aprile 2017

REPORT E LA CAMPAGNA DI DELEGITTIMAZIONE

La puntata di Report, andata in onda lunedì scorso, sui presunti problemi di sicurezza di uno dei vaccini più promettenti degli ultimi anni ha sollevato un autentico vespaio. Report è stato accusato di aver diffuso “paura raccontando bugie”, nonostante il conduttore della trasmissione, Sigfrido Ranucci, nel presentare il servizio, abbia precisato che la puntata non verteva tanto a demonizzare l’uso del vaccino contro l’HPV, quanto informare sulla poca trasparenza esistente sul sistema delle vaccinazioni contro l’HPV. 

L’infezione genitale da Papilloma virus umano (HPV) si trasmette essenzialmente attraverso i rapporti sessuali. È infatti una delle più frequenti malattie sessualmente trasmesse. Nella maggior parte dei casi le lesioni guariscono spontaneamente; negli altri casi è stato osservato che, se non curate, progrediscono lentamente verso forme tumorali del collo dell'utero. L'infezione da Papilloma virus, contratta attraverso rapporti sessuali con partner infetti, è causa di oltre il 90% dei casi diagnosticati di tumore al collo dell'utero. Per contrastare l’ingresso del Papilloma virus nelle cellule del collo dell'utero, la vaccinazione – somministrata prima dell'esposizione al virus – consente di ridurre notevolmente la possibilità di sviluppare una neoplasia maligna. Uno studio, scientifico pubblicato sulla rivista Clinical Infectious Diseases, ha concluso che la protezione offerta dal vaccino, contro le infezioni dai ceppi di HPV e la formazione di lesioni precancerose, è stata valutata intorno al 95% per le donne vaccinate. Poiché il vaccino si rivela totalmente inefficace se assunto dopo aver contratto il virus, l'OMS consiglia la vaccinazione di tutte le ragazze prima dell'inizio dell'attività sessuale. E dato che le statistiche dimostrano che una percentuale non bassa di ragazze ha il primo rapporto sessuale intorno ai 13 anni, l'Italia, come molti Paesi europei, ha stabilito che la vaccinazione debba essere fatta a 12 anni.

Il servizio di Report non ha messo in dubbio l’efficacia dei vaccini HPV. Il conduttore della trasmissione in studio ha infatti premesso: «La prima cosa importante che diciamo è che questa inchiesta non è contro l’utilità dei vaccini, si tratta in tema di prevenzione probabilmente della scoperta più importante degli ultimi 300 anni». Il tema della puntata verteva essenzialmente sulla farmacovigilanza: ovvero cosa accade in caso di reazione avversa al vaccino? «La legge prevede che il medico, appena venuto a conoscenza, debba informare l’ufficio di farmacovigilanza entro 36 ore. Ma in quanti lo fanno?».

Ma tale precisazione non ha impedito che una falange armata sollevasse le proprie spade all’attacco di una delle ormai pochissime trasmissioni televisive che continua, con testarda ostinazione, a fare informazione. Tutti contro Report: governo, Pd e lobby dei farmaci. 

Diceva Voltaire: “Datemi una frase e vi impiccherò un uomo”. E così il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha parlato di “tesi prive di fondamento scientifico”; i parlamentari del Pd di “grave disinformazione”; la Società italiana di virologia di “affermazioni sconcertanti di alcuni medici, ricercatori e soggetti vaccinati”; il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi, di “sospetti faziosi”.

Ma dove sta la disinformazione se la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara che lo 0,07% dei soggetti vaccinati accusa reazioni avverse? Perché bisogna tacere sulle storie di quelle ragazze e delle loro famiglie, che raccontano di aver sviluppato uno stato cronico di malessere dopo il ciclo di vaccini e, soprattutto, delle difficoltà che hanno incontrato nel comunicarlo ai medici e nel far arrivare le loro segnalazioni alla farmacovigilanza? Siamo già “al bavaglio dell’informazione” per impedire che scomode verità vengano alla luce, danneggiando così gli interessi ultramiliardari delle case farmaceutiche?

Dal 2000 al 2013 il valore del mercato dei vaccini è più che quadruplicato, passando da 5 miliardi di dollari a quasi 24 miliardi di dollari, dominato da un oligopolio di quattro imprese multinazionali, che fa schizzare verso l’alto il prezzo dei farmaci. GlaxoSmithKline, Sanofi Pasteur, MerckSharpDohme e Pfizer detengono oltre l’80% in valore delle vendite complessive dei vaccini. Si calcola che solo in Italia, nel biennio 2016-2018 la spesa annua per i vaccini raddoppierà, passando da 300 a 600 milioni di euro. Un aumento legato al crescente numero di vaccinazioni raccomandate.

Il vaccino anti-papilloma virus è tra i più costosi in età pediatrica: il prezzo al pubblico è di 188 euro per una dose. E per il ciclo completo di tre dosi è di 565 euro. Gli ultimi dati disponibili, fino al 2015, parlano di un costo per il Sistema sanitario nazionale di 306 milioni di euro. Non c’è che dire! Dinanzi a tali cifre, è fondato o meno il sospetto che l’introduzione delle vaccinazioni, obbligatorie in alcuni casi per frequentare la scuola, siano – in alcuni casi – più a vantaggio delle case farmaceutiche che dei cittadini?

Nessuno può pensare e vuole credere che le aziende farmaceutiche siano enti di beneficenza. Ma nessuno è disposto a mettere a rischio la propria salute e quella dei propri cari per farle arricchire grazie all’allarme malattie infettive. Nel 2009 l’influenza suina, causata da una variante fino ad allora sconosciuta del virus H1N1, spaventò l’Italia e l’Europa. Si temette un ritorno della spagnola, che alla fine della Prima Guerra Mondiale arrivò ad uccidere circa 50 milioni di persone. Sull'onda della speculazione emotiva, il governo italiano autorizzò l'acquisto di vaccini per 50milioni di euro, rimasti poi inutilizzati, secondo una cinica strategia commerciale: amplificare il pericolo di diffusione e i rischi per l'uomo, per spingere poi le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d'urgenza.

Riguardo le reazioni avverse al vaccino anti-papilloma, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato finora oltre 71mila casi. Ma la stessa OMS stima che solo il 10 per cento di chi ha effetti collaterali li denunci. Pertanto, se quest’ultimo dato fosse vero, il numero dei casi avversi sale a 710mila! Il dottor Sin Hang Lee, Direttore del Laboratorio Molecolare di Milford USA e che da tempo studia le reazioni avverse insorte dopo la somministrazione del vaccino anti-papillomavirus, il 14 gennaio 2016 ha inviato una lettera aperta al Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Dr.ssa Margaret Chan, per denunciare la manipolazione dei dati e la soppressione della verità riguardo la sicurezza del vaccino HPV. In Giappone la vaccinazione è stata sospesa a causa dell’elevato numero di danni segnalati dalle ragazze vaccinate. Il Ministero della Sanità danese, allarmato dai numeri, ha chiesto all’EMA, l’Agenzia Europea dei Medicinali, la revisione del vaccino. 

Ma la dottoressa Enrica Alteri, a capo del Comitato di valutazione dei medicinali per l’Agenzia europea del farmaco, dopo aver studiato i dati, ha concluso che il vaccino si può continuare a somministrare: è da escludersi una correlazione causale tra i vaccini anti-HPV e le due sindromi, Pots (tachicardia posturale ortostatica) e Cprs (sindrome dolorosa regionale complessa). Solo coincidenze!

Noi tutti saremmo però più tranquilli se tra l’EMA e le case farmaceutiche non vi fosse un importante conflitto di interessi: praticamente l’82% delle entrate dell’EMA derivano dalle industrie farmaceutiche, che finanziano anche tutti gli studi clinici. Insomma, i controllori si mantengono di fatto con i soldi dei controllati. Ora, siccome il dossier per un farmaco può essere presentato solo dall’industria farmaceutica, appare ovvio che questa ha interesse a mettere in evidenza gli aspetti positivi e a trascurare quelli negativi. Va da sé che, in assenza di replicazione da parte dell’EMA dei dati forniti dalle aziende farmaceutiche, i benefici risultano sempre prevalenti sui rischi.

Se poi il più importante farmacologo italiano, Silvio Garattini, conferma che nel sistema della farmacovigilanza vi sono delle criticità, proponendo da tempo, sul modello dei ricercatori danesi e del professor Shoenfeld in Israele, che almeno uno degli studi clinici prima dell’immissione di un farmaco sul mercato, venga fatto da un ente indipendente, come cittadini dobbiamo conoscerli o no questi retroscena? Evidentemente per il governo, per il Pd e per le lobby del farmaco, la risposta è no, perché potrebbero creare inutili allarmismi e fornire un’immagine negativa dei vaccini.

È importante ricordare che quando gli interessi economici in gioco sono così importanti, non si possono escludere tout court pressioni delle multinazionali sul potere politico nelle scelte di sanità pubblica. E questo è tanto ovvio quanto risaputo. Il mercato dei vaccini in Italia è un affare da 300 milioni, destinato presto a salire a 600 milioni. La multinazionale britannica del farmaco, la GlaxoSmithKline (Gsk) conta di incrementare il proprio business nel nostro Paese, grazie alla grande risonanza data dai mass media sui casi di meningite meningococcica e alla conseguente campagna di vaccinazione. Quello che l’informazione “ufficiale” non si è mai preoccupata di dire è che in Italia l’incidenza della meningite da meningococco è minore rispetto al resto d’Europa: ogni anno vengono segnalati circa 200 casi, pari a 3 casi per milione di abitanti; la media europea è di 14 casi per milione. Comunque sia, il procurato allarme ha spiegato i suoi effetti e le industrie farmaceutiche ringraziano.

Appare evidente – al di là del fatto dell’utilità indiscussa di alcuni vaccini – che promuovere campagne vaccinali anche per l’unghia incarnita è un affare colossale. E la censura operata dai big del farmaco punta a ridurre al silenzio le inchieste “scomode” come quella di Report dello scorso lunedì. Per le industrie farmaceutiche dovremmo vaccinarci per ogni malattia e lo sbandierato successo delle vaccinazioni si basa più sui loro studi che su quelli condotti da enti indipendenti. E non è certo solo un caso che, quando gli stuti sono stati condotti da enti di ricerca indipendenti, siano saltati i potenziali effetti nocivi dei vaccini. La tanto decantata sicurezza dei vaccini è solo un miraggio fuorviante ed illusorio, basata fondamentalmente su "teorie" che si danno per scontate, senza controllarle.

Per la trasmissione Report si cerca solo un pretesto per ridurla al silenzio. E il “casus belli” si è appalesato attribuendo alla trasmissione quello che non era sua intenzione né dire né fare: una campagna di demonizzazione contro i vaccini in genere. Insomma, colpirne uno per educarne cento. Perché in Italia non si vuole un’informazione libera, ma un’informazione addomesticata ai diktat del potere. E quando si tratta di potenti, tutti proni al loro servizio al grido: «L’inchiesta della trasmissione “Report” riguardante il vaccino contro il papilloma virus (Hpv) ha rappresentato un grave atto di disinformazione … Falsità intollerabili». 

Se diffondere la paura raccontando bugie è un atto grave e intollerabile, lo è anche nascondere la verità. Se un’inchiesta giornalistica dice che non tutti i controlli sulla sicurezza dei vaccini sono fatti a regola d’arte, mi attendo che il governo e una parte del mondo scientifico accendano i riflettori su come funzionano le multinazionali del farmaco e gli enti di controllo preposti alla sua sicurezza; non un’alzata di scudi a difesa della loro non sempre specchiata onestà. È intollerabile come politici e testate giornalistiche si siano alacremente impegnati in una campagna denigratoria contro uno dei migliori programmi d'informazione, citando come argomenti accusatori e aggravanti solo frammenti di notizie. 

La comunità scientifica, quella seria e non al soldo di questa o quella casa farmaceutica, sa che le vaccinazioni costituiscono il capitolo più misterioso della storia della medicina. Prove inoppugnabili che ne dimostrino la reale efficacia non sono ancora state trovate: solo dati statistici. Ma questi dati, presi dalle statistiche ufficiali dell'OMS, potrebbero essere più ascrivibili al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e dell'alimentazione, piuttosto che alla protezione indotta dai vaccini. Ma le vaccinazioni sono state pubblicizzate così abilmente e aggressivamente, che chiunque vi si opponga è considerato alla stregua di un eretico al tempo dell’inquisizione. E il pediatra che osasse contestarle equivarrebbe a un prete che negasse il dogma dell'infallibilità del papa. 

La parzialità delle notizie che arrivano ai cittadini e insinua dubbi sulla pioggia di rassicurazioni che accompagnano sempre i ritrovati medico-farmaceutici, non dovrebbe scatenare un atteggiamento di caccia alle streghe, una campagna di delegittimazione e denigrazione contro chi queste cose – in un mondo di lecchini, adulatori e lustrascarpe dei potenti – ha ancora il coraggio di denunciarle. Mettere a tacere le voci fuori dal coro è sempre stata l’arma usata dagli “oppressori” contro gli “oppressi”.

Non si può bollare la trasmissione di Report, come ha fatto la ministra Lorenzin: «Diffondere paura propugnando tesi prive di fondamento e anti scientifiche è un atto di grave disinformazione». E poi restare in silenzio alla domanda formulata da Report – fin dal 2016 – circa la posizione di quel funzionario beccato con la mazzetta e poi promosso. Quel funzionario è Pasqualino Rossi, promosso dal ministero della Salute alla Rappresentanza permanente dell’Italia presso l’UE.

Pasqualino Rossi nel 2008, quando rivestiva il ruolo di dirigente dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), fu sottoposto ad arresto dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello, per aver passato “informazioni riservate agli informatori farmaceutici e agevolato le pratiche per l’approvazione dei farmaci in commercio”. Questa attività sarebbe stata ricompensata con denaro e regali. Esiste un video dei Nas che mostra il passaggio di mano di una bustarella da parte di un dirigente di una società farmaceutica a Rossi. Ma poiché in Italia i ricchi e i potenti sono sempre brave persone e non vanno mai a finire in galera, il Tribunale di Roma nel settembre del 2015 ha emesso la sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Rossi e di tutti gli imputati. E così Pasqualino Rossi dopo aver intascato mazzette, fregandosene altamente della tutela della salute pubblica, anziché essere stato rimosso è stato pure assegnato, dopo la sentenza di non luogo a procedere per decorsi termini di prescrizione, dal ministero della Salute alla Rappresentanza permanente dell’Italia presso l’Unione Europea. 

Per quali merito ha ottenuto tale incarico? Non è dato saperlo: la ministra tace.

I deputati del M5S nell'interrogazione a prima firma Andrea Vallascas hanno posto un’interrogazione parlamentare per conoscere quali siano stati iter, criteri e requisiti, per la selezione e designazione del dirigente per l’incarico presso la rappresentanza. La ministra Lorenzin risponde che c'è un'opportunità politica che va oltre quella giudiziaria. Quale? Forse le lobby del farmaco, con le quali il dirigente ha intrattenuto ottime relazioni? E se così fosse, chi ci assicura poi che i criteri di oggettività assoluta, che dovrebbero guidare la medicina, non siano poi piegati a ragioni estranee alla tutela della salute dei cittadini?

Raccontare agli italiani anche verità che non piacciono alla “casta” è un dovere non solo di qualche eroico giornalista, ma di tutta la categoria degli operatori dell’informazione pubblica. Ai politici italiani, che godono privilegi più compatibili con una monarchia assoluta che con una democrazia, occorrerebbe ricordare la sentenza 105/1972 della Corte Costituzionale. 

La libertà d’informazione, in un “regime di libera democrazia”, implica “la pluralità delle fonti di informazione, il libero accesso alle medesime, l’assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla circolazione delle notizie e delle idee”.

domenica 16 aprile 2017

ROBERTO BENIGNI DIFFIDA REPORT

C’è un’inchiesta che riguarda l’investimento di Benigni a Papigno, una frazione del Comune di Terni. La trasmissione televisiva Report, condotta ora da Sigfrido Ranucci, successore di Milena Gabanelli, ci ha messo il naso e domani dovrebbe andare in onda.

Appena vista l’anticipazione, al termine della puntata di lunedì scorso, Roberto Benigni ha fatto scrivere dal suo avvocato una lettera per diffidare la Rai dal mandare in onda il servizio.

La puntata di domani narrerà la vicenda degli studi di Papigno nell’Umbria, dove Benigni ha girato “La vita è bella” e il meno fortunato “Pinocchio”. 

Pare che il suo progetto fosse quello di fare di Papigno un polo cinematografico simile, se non più importante, a quello di Cinecittà. 

Sembra però che l’impresa si riveli un flop, malgrado investimenti pubblici, tra fondi europei, statali e locali, che Report stima in 16 milioni di euro. E Papigno si trasforma in breve in un pozzo senza fondo: Roberto Benigni e la consorte, Nicoletta Braschi, accumulano – secondo Report – un passivo di ben 5 milioni di euro.

Dinanzi a un tale passivo, la società Cinecittà Studios, di Abete, De Laurentiis e Della Valle, rileva gli studi e si fa carico dei debiti di Benigni, senza però rilanciare Papigno. A Papigno non solo non si gira più un film, ma scompaiono anche i posti di lavoro (almeno 200 secondo l’indagine Report).

Dove sta l’intrallazzo?

L’intrallazzo sta nel fatto che presto Cinecittà tornerà in mani pubbliche. E tutti i guasti si riverseranno ancora una volta sulla collettività, secondo la prassi inveterata della privatizzazione dei profitti e collettivizzazione delle perdite. Troppo semplice e facile fare l’imprenditore in Italia, quando fai parte del cerchio magico: se le cose vanno bene il merito è tuo e intaschi; quando vanno male lasci il conto da pagare allo Stato. Così ora oltre all’imponente mole di debiti accumulati da Abete e soci, lo Stato si ritroverà sul groppone anche l’investimento in perdita di Benigni e Braschi. È forse questa la ragione dell’endorsement di Roberto Benigni a Renzi sul passato referendum costituzionale?

L’ambiguità di certi personaggi è ben più profonda di quanto possa apparire in un primo momento, pronti a liberarsi della propria coscienza quando sia di impaccio. Nel 2011, quando la minaccia della censura berlusconiana aleggiava sulla Rai, Roberto Benigni fu tra i primi firmatari di un appello lanciato da Articolo 21 che si intitolava “Nessuno tocchi Report”, ritenendolo il programma di approfondimento giornalistico con i più alti riconoscimenti sia in Italia che all'estero. Contro ogni bavaglio, la trasmissione Report, che conta oltre 150 querele, con richieste di risarcimento danni per 60 milioni di euro, si è sempre battuta per affermare i principi contenuti nell’articolo 21 della Costituzione, quello dedicato alla libertà di stampa e di espressione. E che proprio Benigni, in altri tempi, definiva la più bella del mondo.


martedì 11 aprile 2017

L'IRRESPONSABILITA' DI TRUMP E IL RISCHIO DI UNA TERZA GUERRA MONDIALE

La guerra in Siria, iniziata nel 2011, ha causato più di 300.000 vittime e migliaia di profughi. Dentro questo conflitto, che non conosce tregua e regole, le responsabilità sono di tutti e soprattutto nessuno è innocente.

Dell’immane carneficina, che si consuma ininterrottamente sotto i nostri occhi da cinque anni, è colpevole il regime di Bashar al-Assad, che ha represso con ferocia quanti, stanchi di subire, trovarono il coraggio di ribellarsi alla corruzione, all’assenza di libertà, alla costante violazione dei diritti umani, creando così le condizioni di una guerra civile nella quale una fazione combatte contro l'altra, come un branco di iene sulla carcassa di una Siria ormai smembrata.

È colpevole l’Europa, perché incapace di rompere la propria cortina di indifferenza verso un conflitto tanto drammatico e sanguinoso. Come il personaggio de I Promessi Sposi, Don Abbondio, si piega all’inganno e si fa complice dell’arroganza del potere americano su quell’area, preoccupandosi solo di non esporsi troppo. Non sostiene i ribelli contro il regime di Bashar al-Assad, perché li ritiene inaffidabili democraticamente; e neppure Assad, perché lo giudica un autocrate senza scrupoli.

È colpevole Putin che in Siria persegue cinicamente solo i suoi interessi economici e strategici nel Mediterraneo. E tanto basta per capire perché Putin resti profondamente legato al suo amico Bashar.

È colpevole l’amministrazione americana che continua a dominare il mondo con l’inganno, l’arroganza e la violenza. L'atteggiamento di somma tracotanza con cui riveste di scopi umanitari quelli che sono soltanto biechi interessi è intollerabile. Gli stati Uniti continuano a considerare tutto il mondo come territorio sottomesso che possono e perfino debbono controllare e modificare secondo i propri interessi. L’attacco americano in Siria con 59 missili Tomahawk se da una parte segna l’ingresso degli Stati Uniti nella lotta diretta contro il regime siriano, dall’altra svela le vere intenzioni di Washington sulla necessità di por fine al regime di Assad: per le petrolmonarchie sunnite del Golfo, la fine di Assad viene prima della lotta all'Isis.

Non a caso nel maggio 2015 i re sunniti chiesero a Barack Obama piani concreti per abbattere subito il presidente siriano e sancire il pieno ritorno della supremazia regionale agli arabi e ai musulmani sunniti. Ma la contropartita all'accordo tra gli Usa e l'Iran sul programma nucleare di Teheran, impedì ad Obama di rispondere alle richieste dei sauditi.

La strage di Khan Sheikhun ha offerto all'amministrazione Trump l’occasione di rispondere finalmente ai desiderata dei re sauditi. Nonostante che le forze di Bashar al Assad abbiano negato di aver fatto uso di armi chimiche, la Casa Bianca, sia pure in mancanza di prove concrete, ha concluso sulla colpevolezza di Assad e dei russi.

Ora, un semplice ragionamento, logico e militare, porta ad escludere la responsabilità del governo di Damasco per almeno tre motivi: in Siria l’esercito è sotto stretta tutela strategica dei militari russi, improbabile pensare che all’indomani della strage di San Pietroburgo, la Russia possa aver autorizzato un bombardamento con gas tossici, tenuto conto delle implicazioni umanitarie che questo comporta; è un fatto che a Khan Sheikhun i ribelli salafiti e qaedisti di Jabath Fatah al-Sham erano in possesso di un deposito di armi chimiche; la stessa Russia ha affermato che gli aerei del governo di Assad avrebbero colpito dei depositi di armi appartenenti ai ribelli e i gas che avrebbero provocato la strage di bambini apparterrebbero all’opposizione di Assad. Pertanto sarebbe stato assolutamente legittimo dubitare della verità unilaterale delle opposizioni, che invece è stata subito accettata dalle cancellerie europee e dagli Stati uniti, senza neppure un supplemento di indagine.

Paradossale poi che a suffragare le accuse ad Assad, per l’uso del gas sarin, ci sia la Turchia dell’«umanitario» Erdogan; l’Egitto dell’«umanitario» presidente egiziano Al Sisi, nelle cui carceri Giulio Regeni è stato torturato fino alla morte.


Mentre Hollande, Merkel e Gentiloni firmano uniti il loro apprezzamento per l’attacco americano, la terza guerra mondiale sta per essere servita a tutti noi dall’irresponsabilità di Trump.

domenica 2 aprile 2017

IN FONDO CE LI MERITIAMO

Con tutti i problemi che ci sono in Italia, è davvero così importante accanirsi sul dettaglio marginale che l’attuale ministro della pubblica amministrazione – Marianna Madia – abbia copiato parti rilevanti della sua tesi di dottorato?

Io credo di sì. E la prima ragione che mi viene in mente è che un ministro non può varare un “decreto fannulloni” – che inasprisce le sanzioni e accelera i licenziamenti nei confronti dei tanti furbetti della pubblica amministrazione, che dopo aver timbrato il cartellino si assentano dal posto di lavoro, magari per andare a svolgere un secondo lavoro remunerato al nero – quando il suo comportamento non è affatto diverso da quei “furbetti” che intende colpire!

Da chi prende decisioni per tutti gli altri, ci si attende – o ci si dovrebbe attendere – una correttezza superiore, o almeno pari, a quella che si richiede all'ultimo dei dipendenti dello Stato.

Al ministro tedesco dell’Istruzione, Annette Schavan, il plagio della sua tesi di dottorato è costato non solo le sue dimissioni, ma anche la revoca del titolo da parte dell’università di Dusseldorf, per aver “simulato in maniera sistematica e intenzionale prestazioni intellettuali che lei stessa non ha prodotto”.

Qui non solo i grandi giornali hanno ignorato sistematicamente la questione, ma la si minimizza alla stregua di una “birichinata”.  Per Pietro Pietrini, direttore dell’IMT di Lucca, dove la Madia ha ottenuto il dottorato nel 2008, si tratta della dimenticanza di “quattro parentesi”!

Insomma la solita logica italiana dei “due pesi e due misure”: grave la condotta dell’impiegato che in mutande timbra il cartellino; lieve quella di un ministro che in modo scorretto si attribuisce un titolo, alla faccia di quanti con lacrime e sudore quel titolo se lo sono guadagnato, e magari lavorano in un fast food, perché non appartengono alle conventicole che contano. Si può giudicare l’impiegato dalla timbratura in mutande, ma non si può e non si deve valutare l’etica e la correttezza di un ministro dalla sua tesi di dottorato.

Dall’ex ministro Claudio Scajola, cui qualcuno aveva comprato la casa, con vista mozzafiato sul Colosseo, a “sua insaputa”, a Roberto Formigoni, cui qualcuno aveva pagato le vacanze, anche qui a “sua insaputa”, siamo giunti alfine alla presa del potere da parte dei mediocri.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, è un perito agrario; il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, non ha neppure il diploma di scuola media superiore; il ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin, non ha alcuna esperienza nel settore sanitario e annovera il solo diploma di maturità classica. Ma chi ci metti ai Beni Culturali: Dorina Bianchi, medico specializzato in neuro radiologia, che con i Beni Culturali c’entra come il cavolo a merenda. 

L’elenco continua: Antonello Soro, dermatologo, come garante della privacy; Alessandro Profumo, da banchiere ad amministratore delegato di Leonardo – Finmeccanica, dove sarebbe stato più opportuno metterci un ingegnere o un project manager; Angelino Alfano, che da ministro degli interni ha già avuto modo di dimostrare tutta la sua incompetenza nel modo come ha gestito il caso Shalabayeva, come ministro degli Esteri. E infine quelli voluti dall’ex premier Matteo Renzi, occupati in settori che non hanno nulla a che fare con il loro curriculum o le loro precedenti esperienze. Potrei continuare ancora perché l’elenco non finisce qua.

E qualcuno si meraviglia ancora se con questa genia di politici non riusciamo a venir fuori dal pantano in cui ci hanno cacciati?!

Qualcuno poi osa anche criticare la Germania e la sua politica rigorista, senza tener in alcun conto che la stessa Germania, nei primi anni 2000 era considerata il malato d’Europa: cinque milioni di disoccupati e miliardi di marchi bruciati nel tentativo di riunificare, anche economicamente, le due Germanie. E oggi è il primo paese in Europa.

Se avessimo la loro classe politica i nostri problemi sarebbero già tutti risolti. E invece assistiamo quotidianamente ad aziende che abbassano le saracinesche, in quanto strozzate dalle tasse e da una burocrazia pachidermica; coppie che non fanno più figli perché non hanno la possibilità economica per mantenerli; poveri che crescono di numero, perché se perdi il posto di lavoro non hai alcuna speranza di trovarne un altro; giovani costretti a scappare all'estero per trovare lavoro; immigrazione fuori controllo; percezione della sicurezza per i cittadini pari a zero; leggi antiquate e nessuna certezza della pena, per una macchina della giustizia lenta ed obsoleta. 

Di tutto questo dobbiamo ringraziare una classe politica non solo incapace ma anche avida, tesa solo a curare il proprio interesse personale anziché della collettività. Ma dobbiamo tener conto anche che essi non ci sono stati dati per qualche divino castigo, ma perché – direttamente o indirettamente – li tolleriamo, consentendo loro di perpetrare i danni.


Fintantoché non dimostreremo lo stesso interesse che mettiamo nella nostra sfera privata in quella pubblica, a vincere saranno sempre loro: i cattivi politici di destra e di sinistra.