In una democrazia compiuta e civile, i politici e le figure istituzionali, lambite solo dal sospetto che certe loro azioni o certi loro comportamenti non siano del tutto in sintonia col ruolo che rivestono, si dimettono; in una democrazia compiuta e civile, i cittadini-elettori non sopportano che coloro che li rappresentano nelle più alte cariche dello stato e, più in generale, nelle istituzioni pubbliche offrano diuturnamente uno spettacolo deprimente e miserevole: prima si incazzano e quando ne hanno la possibilità non li votano.
Nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, i cittadini-elettori dimenticano presto e sopportano tutto: la corruzione, il malaffare, l'evasione fiscale, le mafie e le camorre. Senza neppure un gemito! Nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, una parte cospicua della classe politica e istituzionale non ritiene evidentemente di adempiere al proprio ruolo con “disciplina ed onore”, come dispone l’art. 54 della nostra Costituzione. Giurano fedeltà alla Costituzione, ma poi la disattendono nei fatti.
I Padri costituzionali non a caso usarono la parola “onore” in luogo di “virtù”. Già Tocqueville aveva colto questo punto, mettendo in evidenza che, mentre “la virtù vive per se stessa e si accontenta della propria testimonianza”, l’onore è un “valore aggiunto” alla virtù. Esso gode del riconoscimento pubblico, essendo il premio di una virtù costante, la ricompensa data dal giudizio e dal favore dei cittadini a chi è degno della carica e insignito di quella.
L’onore pertanto non si trova negli angusti spazi del diritto penale: comportamenti moralmente censurabili, non sempre costituiscono reato, ma nondimeno sono disdicevoli e disonorevoli. Il comportamento di alcuni contribuenti che, pur nel rispetto alla lettera della normativa fiscale, si sottraggono agli obblighi fiscali a danno della collettività, sebbene non penalmente perseguibile resta tuttavia ignobile. Il comportamento di alcune alte cariche dello stato sebbene penalmente non rilevante o non perseguibile, resta tuttavia disonorevole.
Il comportamento della Boschi, Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, è – per esempio – in contrasto con il dettato dell’art. 54 della Costituzione, pur avendo giurato fedeltà ad essa. Se è sacrosanto il diritto di difendersi secondo le garanzie previste dalla legge, non è verosimile che di fronte alla conferma dell’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, che ammette l’ingerenza della Boschi sull’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, continui a proclamare semplicemente che è tutto falso, mentre proprio la Unicredit conferma l’avvenuta apertura di un’istruttoria per valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria, l’istituto di cui il padre Pierluigi era vicepresidente. Irritante poi che Pd e governo facciano quadrato attorno alla Boschi, dimenticando le centinaia di migliaia di risparmiatori, che si sono visti azzerare i loro risparmi dalla notte al giorno, per l’incuria di quelle stesse figure istituzionali preposte a tutelari, come la Costituzione all’art. 47 dispone, ma preoccupate solo di coprire le difficoltà degli “amici” e degli “amici degli amici”.
In una democrazia matura e civile, una tale figura istituzionale rassegnerebbe immediatamente le dimissioni; in una democrazia matura e civile, i cittadini-elettori, trascurando ogni altra cosa, esigerebbero le dimissioni e mostrerebbero sdegno. Ma nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, lo sdegno è passione difficile!