martedì 18 ottobre 2016

LA FINANZIARIA ELETTORALE DI RENZI

Il predicatore e teologo statunitense James Freeman Clarke (1810-1888) disse: «Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione. Un politico cerca il successo del suo partito, un uomo di stato quello del proprio paese». 

L’orizzonte temporale dei nostri leader, e Matteo Renzi non fa eccezione, non va mai al di là del prossimo appuntamento elettorale. E forse questa è la cagione che i mali che abbiamo, più che giungere a soluzione, si aggravano giorno dopo giorno.

La manovra finanziaria di Renzi vale 27 miliardi e appare scritta per raccogliere il voto della palude degli indecisi sul Sì al referendum costituzionale previsto per il prossimo 4 dicembre.

D’altronde non è una novità per Renzi ricorrere alle mance elettorali per comprare il consenso, sprecando purtroppo occasioni per rilanciare l’economia e creare veri posti di lavoro.

Lo ha fatto in occasione delle elezioni europee del 2014, raggiungendo il 40,8% dei voti, grazie al bonus degli 80 euro erogati a coloro percepivano un reddito complessivo compreso tra gli 8.000 e i 26.000 euro lordi annui. Salvo poi scoprire che la platea dei beneficiari in molti casi era sbagliata e ingiusta, e che il tanto atteso aumento della spesa per consumi finali, cioè la cosiddetta “domanda interna”, è stato pari a Zero. 

Con la somma spesa per il bonus da 80 euro (circa dieci miliardi di euro per anno) si sarebbe potuta azzerare la povertà assoluta in Italia, consentendo un livello di consumi più dignitoso a quanti hanno redditi al di sotto degli 8000 euro lordi annui, e per di più gli effetti in termini di crescita della domanda interna sarebbero stati più evidenti, giacché i poveri, per definizione, non possono risparmiare. 

Renzi e Padoan scelsero però un’altra strada, pur sapendo che era sbagliata, per puro calcolo: l’impatto politico, in termini di consenso elettorale, sarebbe stato minore. E così 6,9 miliardi nel 2014, 10 miliardi nel 2015 e circa 7,5 miliardi nel 2016 sono finiti nel cesso, senza alcun ritorno economico.

E ora ci risiamo con il prossimo appuntamento elettorale: concentrare le poche risorse disponibili e riversare tutta la residua credibilità internazionale del paese per ottenere margini ulteriori di flessibilità (cioè per poter fare ulteriore debito) a fini elettorali è irresponsabile e miope. 

Una manovra che regala tantissimo agli industriali, schierati già per il Sì, e qualcosina ai pensionati per ottenerne il consenso è quanto di più fosco possa esservi in un paese democratico civile e maturo. Se quei lavoratori, quei cittadini, quei pensionati si sfregano già le mani per la distribuzione di bonus, sappiano che i  i ricchi si salvano sempre e spesso ci guadagnano. A noi invece del popolo tocca sempre, presto o tardi, pagare il conto dei debiti prodotti dalle scelleratezze altrui.

Grecia docet!

martedì 11 ottobre 2016

DITE A RENZI DOVE SONO I GUFI

Matteo Renzi classifica chi lo critica in gufi. Il significato gergale della parola “gufo” rimanda a “gufare”, ovvero fare discorsi di malaugurio, portare sfortuna. Dunque, se le cose vanno male in Italia è perché ci sono troppi gufi a portare iella. 

Dimentica l’insegnamento di Gramsci, secondo il quale al pessimismo della ragione, che deve tener conto necessariamente della realtà e di tutti i suoi possibili scenari (positivi e negativi), occorre l’ottimismo della volontà, ovvero l’impegno e la capacità di incidere sui processi reali del mondo, senza affidarsi agli aruspici.

Lo stile di Renzi, e di conseguenza del suo governo, invece è molto simile alla scena della “psicocena” rappresentata da Renato Pozzetto e Carlo Verdone nel film “7 chili in 7 giorni”. Nella quale i ricoverati di una clinica dimagrante si trovano davanti a un tavolo apparecchiato con piatti e zuppiere completamente vuoti. E Renato Pozzetto (alias Matteo Renzi) spiega loro che con la fantasia ci si può nutrire a sazietà. Basta immaginare che quei piatti siano colmi di cibo squisito e d’improvviso il profumo inonderà tutta la stanza. E, quando apriranno gli occhi, vedranno finalmente concretizzarsi sublimi squisitezze nei loro piatti.

Purtroppo la realtà non si piega alle fantasticherie e alle fanfaluche. E lo sanno bene i gufi del Ministero dell’Economia e delle Finanze, presieduto da Pier Carlo Padoan. Il quale se da una parte ci rassicura con il suo ottimismo che il Pil è in crescita, nonostante la crescita zero nel II° trimestre, dall’altra il Dipartimento del Tesoro, il cui Direttore Generale è nominato dal Governo su proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze, scommette invece che le condizioni finanziarie italiane rimarranno drasticamente peggiori di quelle francesi o belghe per i prossimi cinquant'anni ancora.

La settimana scorsa,  il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha infatti emesso, per un controvalore di 3 miliardi di euro, il suo primo buono poliennale nominale a tasso fisso con scadenza al 1° marzo 2067, cioè fra cinquant'anni.  

La cosa ha fatto notizia e la domanda, in particolare dai gestori dei fondi, non si è fatta attendere: la richiesta è stata talmente alta che il Tesoro ha dovuto alzare l’emissione, da 3 a 5 miliardi di euro.

Ora, se l'iniziativa è senz'altro interessante per gli investitori, in un’epoca dei tassi a zero, lo sarà meno per i contribuenti italiani. Il tasso d'interesse sui “matusalem bond”  è stato fissato infatti al 2,85% che è all'incirca un punto e mezzo in più di quanto oggi paga sulla stessa scadenza la Francia e 1,4 punti in più rispetto al Belgio. Questo vuol dire che l’Italia per ottenere un prestito di 5 miliardi di euro pagherà 3,750 miliardi di interesse in più di quanto costi alla Francia e circa 3 miliardi in più di quanto costi al Belgio.

Definire pertanto un successo l’asta dei “matusalem bond” è come dire di aver fatto un buon affare nell’aver acquistato a molto quello che gli altri hanno pagato a meno. Parafrasando Margherita Hack, potremmo dire che se coloro che ci governano gestissero i propri affari come gestiscono quelli pubblici, sarebbero finiti da un pezzo a dormire sotto i ponti.

Vale la pena ricordare che le obbligazioni a lunghissima scadenza e a tasso fisso sono fortemente esposte al rischio di tasso d'interesse. Mostrarsi ben felici di indebitarsi a tassi così vantaggiosi per banche e assicurazioni e per così tanti decenni, vuol dire che il Tesoro italiano ha scommesso che le condizioni finanziarie in Italia rimarranno drasticamente peggiori di quelle francesi o belghe ancora per i prossimi cinquant'anni.


Pertanto, se Renzi è a caccia di gufi, occorrerebbe dirgli che li può trovare al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che pare dubitino anche loro dell'efficacia delle sue riforme di questi anni.

venerdì 7 ottobre 2016

LO SPOT DEL QUESITO REFERENDARIO

Una delle lezioni meno equivoche che l’eclissi della politica ci sta offrendo è l’uso del linguaggio pubblicitario per influire sull’opinione pubblica e orientarla verso determinate scelte. Se gli spot pubblicitari si mostrano in grado, attraverso sofisticatissime tecniche di persuasione, di convincere il consumatore ad acquistare anche un bene di cui non ha affatto bisogno, perché non adottarli anche per attrarre attorno a un leader, un’opinione, un’ideologia la fiducia delle masse?

Le tecniche pubblicitarie, è noto, non si rivolgono tanto alla ragione del consumatore, quanto al suo inconscio, alla sua parte irrazionale, e al suo servizio sono perciò psicologia, sociologia, psicologia delle masse ecc., che elaborano opportunamente strategie, tattiche, metodi per attirare la sua attenzione e quindi manipolare i suoi comportamenti. A un primo sguardo, disattento e superficiale, il messaggio pubblicitario potrà apparire innocuo, innocente. In realtà è un veicolo di manipolazione che, utilizzando un linguaggio razionale, cattura l'attenzione dello spettatore e lo coinvolge soprattutto sul piano emotivo, al fine di abbatterne le resistenze e ottenere la sua completa adesione.

Un soggetto che osserva la pubblicità di un’acqua minerale che afferma non contenere sodio, felicemente bevuta da una donna perfettamente in forma, si convince che il sodio fa male e acquista solo acqua minerale priva di sodio o a bassissima concentrazione. Eppure è noto che il sodio non è così "infame" come la pubblicità vuole far credere. Ogni persona che sia stata in ospedale a trovare parenti o amici, sa che il sodio è contenuto nelle soluzioni fisiologiche usate frequentemente per terapie intravenose in soggetti che non possono assumere fluidi oralmente e sono affetti da una disidratazione acuta. Se a quel soggetto mostrassimo, con tanto di evidenza scientifica, che un po’ di sodio è altrettanto importante per l’organismo quanto altri sali minerali, egli continuerà a privilegiare l’acqua povera di sodio, in quando il messaggio pubblicitario, rispetto al linguaggio scientifico, si basa su un processo di pensiero semplificato, e pertanto più comprensibile. Ma va da sé che non si può rendere semplice ciò che per sua natura è complesso e richiede impegno.

Credere che ci si possa disinteressare della dimensione pubblica senza pagare pegno è quanto di più stolto possa esservi. Ripiegarsi nel proprio privato, piuttosto che promuovere la partecipazione attiva, in mancanza di un ritorno pratico evidente ed immediato, significa essere complici di un sistema che moltiplica l'ingiustizia e la profonda immoralità derivante dalle contraddizioni di questo modello economico, che vuole togliere ai cittadini anche quel poco che resta della possibilità influenzare le decisioni politiche e sociali, che, nell'interesse di pochi, governano e addomesticano il consenso senza alcun riguardo per le conseguenze disastrose di una simile politica.

Renzi, da grande furbacchione che è, vede gli italiani come consumatori, e in tale ottica si situa il suo linguaggio politico teso a instaurare e mantenere un rapporto fiduciario intenso e interattivo con il suo uditorio. Il destinatario del messaggio viene considerato alla stregua di un vero e proprio consumatore. Con l’apparente franchezza e trasparenza ne esplora il livello, le preferenze, le aspettative. Si fa garante della verità delle proprie parole, a prescindere dall’effettiva validità e verificabilità dei contenuti, per orientarlo nel modo più efficace dalla sua parte. Sarebbe stato un ottimo venditore di macchine usate.

La comunicazione persuasiva di Renzi non poteva fare difetto nella formulazione del quesito referendario, adeguandone la complessità al linguaggio semplice del destinatario, proprio come fa la pubblicità. Speculando sulla presunta credulità dei cittadini, veicola nell’opinione pubblica un messaggio tendenzioso e demagogico, politicamente scorretto, al solo scopo di vellicarne le pulsioni populistiche che si aggirano nel Paese.

Tralasciando il primo punto sul superamento del bicameralismo paritario, del quale vi sarebbe molto da dire, chi non vorrebbe la riduzione del numero dei parlamentari e il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni? 

Peccato che le cose non stiano proprio così, ma il messaggio non è solo sbagliato nel merito, ma porta con sé l’aggravante di una presentazione sotto mentite spoglie del superamento del bicameralismo paritario che è solo parzialmente vero. E, per quanto riguarda il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, non si dice che è irrisorio (circa 40 mln. dalla riduzione del numero dei senatori, e circa 9 ml. dall’abolizione del CNEL).

Enfatizzare il testo della scheda referendaria, come fa Renzi, dicendo che lo stesso è passato in parlamento senza che le opposizioni facessero una piega, non farebbe onore ad una persona onesta. Come dire che è onesto quel venditore cui riporto la macchina usata appena acquistata, perché scopro che il motore ha un difetto, che non mi era stato fatto presente, e si rifiutasse di sostituirmela, opponendo la ragione che avrei dovuto stare più attento al momento della conclusione dell'affare: "chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato ... scurdámmoce 'o passat ...".  Tutti concorderebbero nel dire che un tale venditore è un uomo disonesto e niente affatto affidabile: il suo agire è fondato sull'inganno verso il prossimo per il proprio tornaconto. 

Comunque quello che è grave e stupisce è che il quesito sia stato ammesso dalla Cassazione così come formulato. E' possibile che la Cassazione non abbia fatto la distinzione necessaria tra richiesta referendaria, normata dall'art 4 della legge 352 del 1970, e scheda referendaria, normata invece dall'art. 16 della stessa legge 352-1970?

Se per la richiesta referendaria basta “l’indicazione della legge di revisione”, la scheda referendaria deve invece contenere l’elencazione “degli articoli” revisionati e di ciò che essi “concernono”, vale a dire della materia effettivamente revisionata.

Che la la nostra Costituzione, a quasi settant’anni dalla sua entrata in vigore, necessiti di aggiornamento, non è in discussione. Ma dire che la riforma Boschi-Renzi rappresenta un'occasione difficilmente ripetibile di emancipazione del Paese, è come dire che il mostro generato dal dottor Frankestein è simile al discobolo di Mirone per grazia e armonia delle forme. E se queste sono le uniche riforme che è capace di fare, dovremmo dirgli di cambiare mestiere, confidando che gli italiani non siano tanto fessi come lui invece crede siano. Ma che siano invece capaci di esprimere un sonoro “NO”!

mercoledì 5 ottobre 2016

ITALICUM, OVVERO COME SI DISTRUGGE UNA DEMOCRAZIA

Il 1° luglio 2016 è entrato in vigore il nuovo sistema elettorale per la Camera dei deputati, comunemente noto come Italicum: il rischio in Italia di una deriva autoritaria, per l’effetto combinato della riforma costituzionale, è assai alto. Nelle mani del leader del partito vincente (anche con pochi voti) nella competizione elettorale, grazie al premio di maggioranza e ai capilista nominati, potrà decidere senza difficoltà a maggioranza in nome della governabilità. 

L’idea largamente diffusa tanto tra i cittadini quanto tra i media è che la politica italiana sia una palude incapace di decidere. Ma, a giudizio dei fatti, la storia della Seconda Repubblica è al contrario, ricca di “riforme”: riforme del lavoro, della scuola, della sanità, del federalismo, delle pensioni. E, aggiungiamo, non sempre gradite e a vantaggio del “popolo sovrano”, ma senza alcun dubbio favorevoli a un certo establishment finanziario e industriale. 

L’Italia, con i sistemi elettorali adottati sino alla XVII legislatura (sia nella versione del Mattarellum, sia in quella del Porcellum), non ha sofferto per mancanza di riforme, ma piuttosto per una bulimia di riforme. 

Le riforme del lavoro sono state ben cinque: nel 1997 abbiamo avuto la legge 24 giugno 1997, n. 196, più nota come pacchetto Treu, che inaugurò la flessibilità del lavoro; nel 2003 è la volta della Legge Biagi, che impose ben 46 configurazioni contrattuali di lavoro; nel 2012 fa il suo ingresso la riforma Fornero che apporta le prime modifiche allo Statuto dei lavoratori, al fine di rendere più facili i licenziamenti individuali per motivi economici; quindi il decreto Poletti e infine il Jobs Act che ha cancellato del tutto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tutte queste riforme non hanno ridotto l'elevatissima disoccupazione giovanile e neppure il tasso generale di occupazione, in compenso hanno determinato riduzione delle protezioni e delle tutele dei lavoratori, e una crescente precarizzazione del lavoro.

Di riforme delle pensioni ne abbiamo avute ben tre: la prima riforma economico-sociale radicale è la riforma Dini del 1995, che introdusse i nuovi requisiti di anzianità contributiva e di età; nel 2010, la riforma Sacconi ha innalzato l’età per il pensionamento sia di vecchiaia che di anzianità; infine, nel 2011 la riforma Fornero, dopo aver creato gli esodati, ha esteso il metodo contributivo anche a quelli che erano precedentemente esclusi dalla Riforma Dini. 

Ho parlato delle due riforme più importanti, ma si può dire lo stesso delle altre, per far osservare che quelle riforme hanno colpito le fasce meno responsabili dell'attuale crisi, eppure chiamate - non si sa perché - a pagare il prezzo più alto. Peraltro, come si può notare, in entrambi i casi il limite principale di tali riforme sta non tanto nel metodo elettorale adottato, quanto nella loro inefficacia a curare i mali del Paese.

Avevamo dunque veramente bisogno di un ulteriore sistema elettorale (peggiore del Porcellum), che, abolendo di fatto la normale dialettica democratica, consegnasse il Paese a una forma di “premierato assoluto” per assicurare la governabilità? E ancora, è normale un Paese nel quale un parlamento delegittimato dal pronunciamento della corte costituzionale sulla legge elettorale dalla quale è nato, con un presidente del consiglio insignito e non eletto dai cittadini, si sia occupato di legge elettorale e riforma costituzionale?  

Un Parlamento che avrebbe dovuto al massimo garantire una continuità di tre mesi e non oltre, per le questioni ordinarie, ha cambiato e sta cambiando non solo la forma di governo, ma anche quella dello Stato! 

“Quelli che, peggio che da noi solo in Uganda” – cantava Giorgio Gaber –, l’han fatto nel disprezzo totale di quel Popolo che indegnamente si vantano di rappresentare, approvando non solo la peggiore legge elettorale che sia stata mai formulata, ma anche la più sgrammaticata, sgangherata e regressiva riforma costituzionale che sia mai stata concepita. 

E l’han fatto non di propria sponte, ma su iniziativa e per conto del governo, che ha scandalosamente avocato a sé una materia, come quella costituzionale, che per competenza spettava solo al parlamento.

Un premierato assoluto, senza contrappesi e senza controlli, che affida le sorti della democrazia all’arbitrio di una minoranza e del suo capo è quanto di più stridente possa esservi con la separazione dei poteri disegnata nella nostra Costituzione. 

La separazione dei poteri è l’ABC di uno Stato di diritto. Costringere l’esecutivo ad esercitare il potere solo nell’ambito di leggi di cui non dispone, perché affidate al potere legislativo è una garanzia di democrazia; costringere chi dispone del diritto di punire i trasgressori (il giudiziario) a non stabilirne le norme, è garanzia dello Stato di diritto, dimodoché il cittadino sappia in anticipo e con chiarezza cosa gli è lecito fare e cosa no. 

Consegnare a un solo partito e al suo capo tutti i poteri, rappresenta un processo regressivo dal punto di vista democratico, che consentirà al governo di attuare – senza difficoltà alcuna – il suo iniziale e ancora non terminato progetto di privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici e di impoverimento ulteriore della sfera sociale. 


Ora, se i detentori del potere fossero di norma responsabili verso la comunità, in nome di una presunta "governabilità" potremmo anche provare a vedere cosa succede. Ma l'esperienza ci insegna quanto questa fiducia sia mal riposta. Solo i bambini non lo sanno, ma gli adulti sanno che in molti casi i fini per i quali il potere viene ricercato sono ampiamente e accuratamente nascosti mediante abili menzogne. Ne consegue che mantenere quei meccanismi costituzionali che di fatto limitano il potere dell'esecutivo non sono affatto di trascurabile importanza. Al contrario, occorre sempre restare vigili e attenti perché il potere si trovi nelle mani giuste e non in quelle di chi, in nome di inconfessabili interessi, lo esercita in nome e in barba al popolo.

Quando il potere dell’esecutivo debordasse in quello legislativo e giudiziario, salterebbero tutte le certezze democratiche e dello Stato di diritto, aprendo la strada all’arbitrio di una oligarchia. E la storia ci insegna che tornare indietro non è affatto facile, come qualcuno vorrebbe farci credere.

sabato 1 ottobre 2016

LA CONTRORIFORMA COSTITUZIONALE DI RENZI

Per comprendere le ragioni della riforma costituzionale – ma sarebbe più esatto parlare di controriforma, perché di fatto, se dovesse passare, segnerebbe la fine di quello scampolo di democrazia che ci resta – occorre riportare le lancette del tempo al 2013, quando Napolitano non era ancora presidente e la J.P. Morgan, una società leader nei servizi finanziari globali e che fa parte del club dei veri padroni del “nuovo ordine mondiale”, indicò – in nome del capitalismo vincente – i quattro difetti della nostra Costituzione nata dall'immane tragedia del nazifascismo in Europa, col fine di impedire che un simile scenario storico dovesse ripetersi. 

I quattro difetti evidenziati dalla J.P. Morgan erano: 1) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; 2) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; 3) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; 4) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.

Guarda caso la controriforma costituzionale di Renzi e le leggi emanate sul jobs act rispondono puntualmente a tutte e quattro le necessità individuate da J.P. Morgan.

Perché le grandi Corporation la vogliono? La vogliono perché la presenza di elementi di “socialismo” nella nostra Costituzione, quali il diritto all'istruzione, a un lavoro dignitoso, all'assistenza sanitaria, rappresentano un intralcio alla loro smania di potere: il “sì” spianerebbe loro la strada; il “no” farebbe resistenza all'egemonia culturale del grande capitalismo vincente. La vogliono perché tutte quelle Costituzioni che parlano di rispetto della dignità umana e di inviolabilità della persona umana, confliggono insanabilmente con lo sfruttamento sempre più evidente e feroce di una parte di umanità (gli oppressori) contro la restante parte (gli oppressi). 

Di questa controriforma non ne ha bisogno il Popolo (gli oppressi) e non la vuole Renzi – in cuor suo – perché sa che non sposterà di un millimetro la situazione di crisi in cui il nostro Paese e gli altri dell’area euro sono stati precipitati dalla rapacità e dall'avidità delle grandi Corporation che controllano di fatto il mondo, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano: il Financial Times ed il Wall Street Journal. I quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E, come se non bastasse, dalla parte del SI è schierato lo stesso ambasciatore americano in Italia, che ha detto che se vincesse il NO, gli investimenti prenderanno un’altra strada - la paura resta l'arma più efficace per indurre il Popolo a fare quello che non gli conviene. 

Dicevo, non la vuole Renzi perché sa – in qualche recondita piega della sua anima non ancora del tutto venduta a Mefistofele – che questa riforma è una boiata pazzesca e che di fatto cancella quell'ultimo scampolo di democrazia che ancora resta. Ma da bravo garzone-piazzista vuole guadagnarsi la benevolenza dei nuovi padroni, nello stesso modo in cui gli impiegati di banca Etruria, su ordine dei vertici, rifilavano agli ignari risparmiatori le obbligazioni spazzatura per dimostrare quanto fossero bravi e sperare così di far carriera.

Vediamo in sintesi le ragioni portate da Renzi alla sua controriforma.

Con la sua controriforma ci sarà un risparmio di 500 milioni di euro l’anno (nell’aprile 2014, Renzi parlava di 1 miliardo).

Falso! il Senato, con la sua controriforma, non viene abolito ma resta in piedi ed è composto dai consiglieri regionali e sindaci che, pur non essendo stati eletti a questo incarico dal popolo, godranno al pari degli altri parlamentari dell’immunità. Considerato che, dal bilancio di previsione 2016, il Senato ha un costo di 540 milioni l’anno, di cui solo 79,5 milioni lordi finiscono nelle tasche degli attuali 315 senatori, ne consegue che la minore spesa derivante dalla riduzione dei senatori è stimabile in circa 49 milioni di euro, mentre la soppressione del CNEL (Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro) produrrebbe un risparmio di 8,7 milioni di euro l’anno. Dunque, se la matematica non è un’opinione, il risparmio effettivo derivante dalla sua controriforma non è di 500 milioni di euro l’anno, ma di soli 58 milioni di euro l’anno. Se davvero si intendevano ridurre i “costi della politica”, bastava ridurre il numero complessivo dei parlamentari e dei loro maxi stipendi ed emolumenti, considerato che hanno assunto dimensioni la cui legittimazione è oggettivamente difficile da darsi e che sono più pagati dei loro colleghi tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, americani. Peraltro, a fronte di un rendimento decisamente scadente.

Con la sua controriforma finalmente l’Italia cesserà di essere l’unico paese europeo in cui il Parlamento è composto da due camere eguali, con gli stessi poteri e praticamente la stessa composizione.

Falso! Nelle più avanzate e popolose democrazie del mondo (Stati Uniti, Francia, Canada, Australia, ecc.) qualsiasi legge per diventare tale deve essere approvata da entrambe le Camere, in quanto si ritiene che il sistema bicamerale serva per migliorare la qualità della legislazione e porre rimedio all'errore di una delle due Camere. Insomma, due piloti alla guida di un aereo garantiscono meglio i passeggeri a bordo.

Con la sua controriforma finalmente i cittadini che hanno atteso per anni riforme e risposte concrete, avranno risposte più tempestive.

Falso! L’iter legislativo riguardante le leggi ad personam e a favore di Berlusconi hanno avuto iter fulminei. La Legge Cirami del 2002, riguardante il legittimo sospetto e il cui unico scopo era quello di impedire il regolare svolgimento dei processi a carico di Silvio Berlusconi, passò in 119 giorni; il “lodo Schifani” del 2003, emanato allo scopo non dichiarato di sollevare l'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dalle accuse imputategli nel processo SME e dichiarato poi illegittimo dalla Corte Costituzionale con sentenza 24/2004, passò in 69 giorni; il “lodo Alfano” del 2008, emanato in concomitanza della conclusione del  processo a Milano sulla corruzione in atti giudiziari dell'avvocato inglese David Mills (condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi di reclusione) e che vedeva come coimputato il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, passò addirittura in 25 giorni. Infine, per approvare la riforma Fornero, che il Paese non voleva, il Parlamento ha impiegato solo 19 giorni; per approvare la legge Boccadutri, riguardante il finanziamento pubblico ai partiti, il Parlamento ha impiegato poco più di un mese. Quindi tempi rapidi per il Jobs Act e per tutte quelle leggi che servono all'establishment, ma non al Popolo. Peraltro, a dispetto della rapidità e della semplificazione, l’articolo 10 – secondo comma – della nuova legge costituzionale, sebbene disponga che leggi siano approvate dalla Camera dei deputati, di fatto introduce molteplici varianti che richiedono l’approvazione sia del Senato sia della Camera, tra queste: le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali; quelle che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane. Quindi su altre materie il Senato potrà proporre modifiche, con tempistiche differenziate a seconda dei temi, con il rischio di generare conflitti di competenze tra le due Camere, in un intrico di rimpalli tra la Camera e il Senato. Altro che semplificazione e tempestività!

Con la controriforma costituzionale finalmente ci sarà più democrazia.
Falso! La controriforma costituzionale unitamente all’Italicum consegna di fatto il nostro Paese ad un’oligarchia di potere. La miscela riforma del Senato e riforma della legge elettorale, di cui è corollario, è tossica per la dialettica democratica e trasformerà il leader del partito che vincerà le prossime elezioni in arbitro indiscusso del sistema, che potrà avocare a sé il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario. E quindi meglio rispondere ai diktat della élite economica e finanziaria.


Renzi gioca con le parole per truffare i cittadini. Si vuole il superamento del bicameralismo perfetto? Bene, ma a condizione di mantenere la Camera su base squisitamente proporzionale, dimodoché i parlamentari eletti rispondano agli elettori e non al Capobastone di turno: la separazione dei poteri è uno dei principi fondamentali dello stato di diritto, altrimenti v’è solo la tirannia.

domenica 25 settembre 2016

LA LEGGE DEL PIU' FORTE

Non possiamo non accorgerci che dalla caduta del “Muro di Berlino” il diritto è stato ed è tuttora utilizzato per amministrare, sanzionare e soprattutto giustificare la conquista e il saccheggio occidentale nei riguardi delle popolazioni deboli. Il regime di legalità, così come è andato costituendosi, appare sempre più un progetto di dominazione del più forte nei confronti del più debole, in nome del quale, tramite diverse strategie culturali, si giustificano guerre, invasioni altrimenti non giustificabili.

L’aspetto più deleterio è che in questo modo davanti agli occhi delle popolazioni occidentali, quello che è un chiaro progetto di dominazione viene mascherato dalla retorica della legalità, persuadendoli altresì della benevolenza dei predoni contro la barbarie del fondamentalismo islamico.

Senza alcun pudore si è raccontato e si continua a raccontare che l’invasione dell’Iraq, dell’Afghanistan e quello che ne è seguito sono state azioni tese ad esportare la democrazia e la legalità, mentre in realtà si è soltanto esportato il regime imposto dalle multinazionali a difesa dei propri interessi in quei territori, legittimando in questo modo la legge del più forte come nella celebre favola di Fedro del lupo e dell'agnello che si abbeverano allo stesso torrente.


Dopo aver reso gli uomini vuoti, impagliati dal lerciume consumistico, si è piegato il regime di legalità alla logica del pensiero secondo il quale è giusto proteggere una distribuzione diseguale della ricchezza piuttosto che decidere di redistribuirle in maniera più equa. Con abili tecniche giuridiche ci hanno convinto che la “predazione” che sta alla base delle enormi ricchezze sono il frutto del lavoro dell’uomo e non della sua rapina. 

sabato 24 settembre 2016

CHI SONO GLI IMBECILLI?

Molto spesso gli italiani si lamentano del fatto che i nostri rappresentanti rispondano solo alle lobby e non guardino più in là del successivo confronto elettorale. Li accusano di populismo, demagogia e invocano un leader illuminato che parli chiaro, faccia riforme, anche impopolari, guardi al lungo termine e al bene comune della nazione. Eppure, al momento delle elezioni o dei referendum dimenticano tutto e continuano a difenderli sulla base di riflessioni più dettate dal “tifo politico” che non dalla ragione. Non tengono in alcun conto che i politici, di ogni colore e provenienza, fanno affidamento proprio su queste loro caratteristiche per riproporsi e riproporre sempre le stesse soluzioni e gli stessi scenari, senza che in questo nostro Paese cambi veramente qualcosa in positivo.

Perché accade questo? Perché la maggior parte degli italiani sono indolenti e pigri sulle questioni della politica. Mettono più cura nel comprare un nuovo paio di jeans. Se scelgono un elettrodomestico non si fermano dal primo negoziante; confrontano prezzi e qualità. In un negozio di scarpe, non si limitano a comprare il primo paio che balza ai loro occhi: ne provano diverse paia, si guardano allo specchio come stanno e poi, data un’occhiata al prezzo, decidono se effettuare l’acquisto oppure no. Dedicano più tempo a scegliere le proprie vacanze – guardano le offerte, comparano i prezzi di pacchetti turistici, le combinazioni volo, gli hotel – che non a decidere chi dovrà governarci.

Così che quando giungono le elezioni – privi di ogni conoscenza, per effettuare una scelta razionale – si affidano emotivamente e ciecamente al primo che promette di risolvere i loro problemi, perché gli italiani (la maggior parte) sono da sempre costantemente alla ricerca di un Messia: Mussolini, Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini. Senza tenere in alcun conto che l’unica vera soluzione agli incapaci e ai corrotti che ci governano non è affidarsi a questo o a quello ma soppesare, valutare con attenzione ogni provvedimento che i nostri governanti prendono non solo sul breve periodo ma anche sul lungo e non soltanto per le conseguenze che ha per alcuni gruppi di persone, ma per tutti. 


Questo richiede impegno e studio. Se non impareranno a farlo, non basterà tacciare di imbecillità coloro che, dopo essere stati eletti, continuano a raccontarci favole per fare biecamente i propri interessi a danno dell'intera collettività. 

Gli imbecilli sono quanti li hanno votati, pensando che basti un tratto di penna su una scheda per far funzionare una democrazia!